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I criteri direttivi delle colture

A parte tutto ciò che si riferisce a fabbricati, opifici, etc., la famiglia Toscano da tempo lontano possiede in Carnia un patrimonio consistente in terreni parte zappativi, parte prativi, parte boscati, ora raggruppati e prossimi fra loro, come quelli nei pressi di Mione, ora sparsi lungo la valle ed isolati, come quelli di Ovasta, di Ovaro e di Muina, tutti in Comune di Ovaro, ed altri tanti siti in diversi Comuni di Gorto, e consistenti ancora in terreni pascolivi e boscati siti nell'alta valle della Pesarina ed in quella del Lumiei.

I coltivi ed i prativi, dotati di convenienti fabbricati, per l'addietro formavano delle unità agrarie, o colonie, che in massima parte si concedevano in affitto come si concedevano in affitto i pascoli alpini o malghe, nel mentre il bosco, una volta maturo, veniva utilizzato direttamente. Tal forma di conduzione è quella generalmente seguita in Carnia per le possidenze di qualche importanza, e serve a disimpegnare il proprietario dalle cure della coltivazione assicurandogli un reddito netto fisso. Questo metodo però, se da un canto lo solleva dalle occupazioni agrarie e gli garantisce una rendita annua, dall'altro non gli consente piena libertà di regolare la coltivazione dei terreni e di portare in questi e nei metodi di coltura quelle migliorie che si manifestano adatte e quelle riforme che la scienza, continuamente progredendo, suggerisce come veramente vantaggiose. Per tal fatto troppo spesso le colonie rimangono alla sola mercé dell'affittuale che ha interesse a sfruttarle senza certi riguardi e, scarso di mezzi e privo di nozioni scientifiche, non è in grado di concepire e por mano ad una coltura razionale di esse che richieda opere di qualche importanza ed antecipazione qualsiasi di capitali.

Il Cav.r Micoli-Toscano non si cullò nel dolce far niente, non si mostrò pago della quiete, non si accontentò di fare come facevano i nonni; giovane ancora, ma maturo di mente e di studio, si propose di trovare un più adatto e migliore indirizzo nella coltura dei suoi terreni, e vi riuscì concretandolo nei tre principi: - «intensificare la coltura del prato nei terreni piani od a lieve pendìo, con irrigazioni e concimazioni, rivestendoli ancora di alberi resinosi - sopprimere o quasi il prato nei terreni a forte pendìo destinandoli interamente a bosco prevalentemente resinoso e secondariamente latifoglio - circoscrivere il pascolo agli altipiani dell'alpe ridonando ai versanti ripidi del monte la loro veste naturale, la selva».

Concepito questo piano, il Cav. Luigi Micoli-Toscano ne intraprese l'esecuzione verso il 1860, iniziando una serie di opere dirette ad irrigare i terreni prativi e coltivi, utilizzando le acque scorrenti presso gli abitati e gli stavoli e guidandole con opportuna rete di canali sulle varie plaghe dei fondi, così da servirsene anche per impastare, condurre e spargere il letame su tutta intera la prateria, e ciò con l'effetto di aumentare la produzione foraggiera e di migliorarne la qualità. Un esempio tipico di tali lavori è dato dal fondo Raviestis, sito poco sotto a Mione, e che estendesi in parte sull'altipiano, in parte sul pendìo che scende al Degano. Quivi si son raccolte le acque piovane che scorrono nel villaggio (e quelle di rifiuto della fontana), tutte cariche di immondizie, in un canale acciottolato che scende fino in fondo allo stabile e si sono creati numerosi altri canali minori che si diramano ai lati, a guisa di una larga spina di pesce, con che l'acqua ed il letame delle concimaie spappolato, giungono su tutti, anche i più estremi punti della prateria. Per tal modo questo stabile da cui precedentemente si ricavavano 120 quintali di fieno, oggi, e dopo destinata una parte a bosco e dopo alberata buona parte del rimanente, ne produce circa 400.

Quanto fu fatto in Raviestis, venne eseguito anche nelle altre grandi colonie di Granbosco, di Colari, di Baut e di Amboluzza, ed ovunque e costantemente con identico metodo e con eguale diligenza, ed ovunque ancora con l'effetto di raddoppiare e triplicare la produzione del foraggio.

Manco a dirlo, di conserva a questi lavori, vennero restaurati ed ingranditi i fabbricati di abitazione dei coloni e riformati gli stavoli per un miglior ricovero degli animali e per la capienza dei foraggi.

Mentre il Cav. Luigi Micoli-Toscano dava mano ad una tale innovazione, iniziava eziandio e simultaneamente le piantagioni di larici e di abeti, precisamente sugli stessi terreni in cui mediante quei lavori intensificava la coltivazione prativa; poiché, come si è detto, una parte di essi veniva destinata alla produzione foraggiera, quella piana o quasi, l'altra a pendìo più o meno forte, veniva invece destinata a bosco; e tali piantagioni di abete e di larice estendeva a molti altri terreni situati nel bacino di Ovaro, parte sulla destra, parte sulla sinistra del Degano. E mentre ancora compiva opera così vasta nelle praterie in Comune di Ovaro intraprendeva ed avanzava l'intensificazione e la trasformazione del bosco sulla montagna Rioda sita nell'alto bacino della Pesarina.

Per osservazione diretta come per nozione scientifica, Egli comprese che, tanto i terreni del bacino di Ovaro quanto quelli dell'alta valle di Pesaris, sono sommamente adatti allo sviluppo ed alla prosperità dell'abete e del larice, dacché i primi appartengono all'orizzonte limite fra il Permiano ed il Trias inferiore e sono costituiti dalla zona a Bellerophon con formazione calcare - gessifera, i secondi appartengono alla base del Trias infe­riore e sono formati da arenarie e da calcari micacei a Navicella costata, e gli uni e gli altri ricchi dei migliori elementi utili alla vegetazione, ove abbonda cioè l'argilla frammista al calcare ed ove frequenti sono le sorgive.

Le osservazioni del Cav. Micoli-Toscano lo portarono a ritenere poco adatti alla coltura dell'abete e del larice i prati in Comune di Ovaro volti a mezzodì con sottosuolo di natura ghiaiosa, tenace e troppo esposti alle valanghe, che a suo avviso meglio si adattano allo sviluppo del pino, del castagno e della quercia; avendo avuto ben presente che, mentre le prime piante consentono lo sviluppo dell'erba, specie il larice, le seconde la eliminano affatto e che, mentre l'abete ed il larice offrono prodotti di valore elevato ed a scadenza relativamente breve, il pino, il castagno e la quercia offrono una produzione di minor valore ed a scadenza lontana, per cui, se i primi possono ritenersi rimunerativi, i secondi non possono riguardarsi altrettali.

Nelle sue piantagioni il Cav. Micoli-Toscano agì e procedette con criteri diritti e precisi. All'impianto del larice destinò i prati posti sui versanti rivolti a Est, a Ovest e a Nord, quasi totalmente coperti di muschio e quindi produttivi di poca erba, terreni poi solitamente morbidi ed in maggior parte protetti dai venti, condizioni queste favorevoli alla coltura di quella pianta; ne destinò anche di quelli volti a mezzodì, ma con terreno soffice e sciolto. Sulle falde poi a forte pendìo ove scorrono nevi, al larice associò l'abete, ossia adottò una piantagione mista che la esperienza dimostrò indicata, poiché, come Egli bene osservò, il larice dal tronco debole nella prima età si curva facilmente e si schianta sovente sotto il peso della neve, mentre l'abete dal tronco robusto lo protegge e lo salva, sopportando esso il peso della neve medesima; il larice poi dalle foglie sottili e rade permette la circolazione dell’aria nelle selve più dense e la foglia stessa caduca giova a concimare il terreno, così che le due piante crescono assieme rigogliose e fitte e come suol dirsi sono simpatiche fra loro. Mentre poi la prima forma consente lo sviluppo dell'erba nel prato, la seconda lo esclude affatto.

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