Giovanni GORTANI

 

CANAL PEDARZO

Nel ripubblicare quest’articolo, che già vide la luce nel 1890, mi fo lecito di completarlo con una serie di svariati e coscienziosi appunti favoritimi dal giovine amico sig. A. Roia di Prato, lui pure appassionato raccoglitore di patrie memorie; e chiedo venia al medesimo se senza il suo esplicito consenso ora li espongo alla pubblicità.
Vedi note in fine del capitolo. G[iovanni]. G[ortani].

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Scarica questo file (Canal Pedarzo.pdf)Canal Pedarzo[da Frammenti di storia patria, Tipografia D. del Bianco, Udine, 1903, p. 79-104]48 Downloads

 

Frammenti di storia patria, Del Bianco, Udine, 1903

Canale, Canal di Prato o di Pesariis, Canale di S. Canciano, Canal Pedarzo sono i varii appellativi coi quali in tempi diversi cognominavasi il bacino che dal Lavardeto getta le sue acque nel Degano fra Entrampo e Luincis. Una serie di borgate, dieci in tutte1, fra cui ultima Pesariis, donde prese nome l’acqua che le rasenta, si schiera sulla sua sponda sinistra, toltane una sola, Pradumbli, che fronteggia Prato, capoluogo dell’odierno Comune2.

Stando all’itinerario officiale, la distanza di Prato da Tolmezzo sarebbe di 27 chilometri; la differenza di livello tra questi due punti, secondo i rilievi del prof. Marinelli, è di metri 399, dato che Tolmezzo sia a 331, e Prato a 730 sopra il livello del mare. Avausa, la frazione più bassa, è a 720 metri. Pesariis la più estrema dal lato opposto, verso occidente, a 7343.

Canal Pedarzo, di Gusetto di Troy (alias di Antonio Roia)
Gusetto di Troy (Antonio Roia), Canal Pedarzo, in «Pagine Friulane», a. XVI n. 9 (30.9.1904), p. 138.

Dalla sella di Campo, d’onde scaturiscono le fonti che alimentano il Frison e la Pesarina, la vallicella procede allineata regolarmente verso il suo sbocco nella valle principale di Gorto, ricinta dalle vette del Talm, del Tuglia, del Serra, del Lavardeto, di Pieltinis, Navarza e Forca, che quinci la dividono da Sauris, quindi da Sappada, due sporadi teutoniche accerchiate tutt'in giro da genti italiche.

A Pesariis fa capo oggidì la strada comunale di recente sistemazione, che è costata alle finanze di Prato la bellezza di lire 200.000; più oltre, una viuzza più o meno disagiata conduce in poche ore per Campo in Comelico, risalendo prima l’Ongara poi lungheggiando il torrente Frison fino al suo sfociare nel Piave, rimpetto a Campolongo, che è quanto dire in faccia all’imbocco della strada famosa di Padola e Monte-Croce. Il perché poi, nel vagheggiato allacciamento delle strade carniche con le cadorine, sia stato mai sempre dimenticato questo valico (met. 1090), e preferito quell’altro ben più lungo, disastroso ed elevato di Sappada (met. 1304), non io di certo ve lo saprei spiegare4. Ed è pure un’incognita se veramente i Romani, i quali d’altronde reticolarono di linee stradali tutte le contrade del vasto loro impero, e che pure lasciarono tracce del loro soggiorno anche nella valle di Gorto, è un’incognita ripeto se conoscessero e praticassero la sella di Campo, ove peraltro si riscontrano vestigia d’antiche strade abbandonale5; certo è che sinora in Canal Pedarzo non si dissotterrarono reliquie romane. Reliquie però d’un’antichità ben più remota le si avrebbero invece anche qui, siccome in tutte l’altre vallate carniche, nei nomi locali, frammenti preziosi d'una lingua primeva, non mai peranco esplicati6.

Nell’atto di fondazione dell’Abazia di Moggio, istituita dal Patriarca Voldorico con le largizioni del conte Cazelino, in data del 10 novembre 1119 si legge che il Patriarca medesimo vi aggiunse per conio proprio altri proventi, subordinando inoltre alla medesima le tre Pievi di Dignano, di Cavazzo e di Gorto. Da quest’atto pertanto rilevasi che una Pieve di Gorto preesisteva, probabilmente alla immediata dipendenza patriarcale, e forse nel posto medesimo dove 180 anni dopo troviamo ricordata santa Maria della Pieve e il suo cimitero7. L’abate vi esercitava la cura spirituale a mezzo de’ suoi Vicarii; la sua giurisdizione abbracciava l’intiera vallata di Gorto, estendendosi anche in Valcalda e a Cercivento. Sembrerebbe però che l’ingerenza abbaziale si limitasse alle visite pastorali ed all’approvazione dei Curati o Vicarii eletti dai Comuni. Sappiamo che nel 1339 c’erano in Gorto tre Vicarii, Artrussio, Assalone, e Carismano: quest’ultimo, notaio per giunta, dimorava in Ovaro; la residenza degli altri due è meno sicura, ma pare che fosse a Comeglians pel primo, ed a Luincis pel secondo. Nell’anno stesso gli abitanti del Canal Pedarzo rivolgevano preghiera all’Abate Giberto affinché volesse concedere un proprio Cappellano o Vicario anche alla loro Chiesa di San Canciano, stanteché la popolazione aumentata rendeva impossibile ai Vicarii della Pieve, massime nelle vernate, di continuar loro la propria assistenza. L’Abate quindi aderiva, subordinando al nuovo Vicario tutti i villaggi ed i casali del Canal Pedarzo, che sin d’allora scappellavano Avausa, Sostasio, Luch, Prico, Prato, Suvia, Pieria, Truia, Osais, Pesariis, Pradumbri, e Tramponolio, (quest’ ultimo oggidì scomparso o travisato)8, con patto però che i postulanti dovessero anche in appresso riconoscere la propria dipendenza dalla Pieve antica, ed assistervi alle funzioni sacre nei giorni consueti. E pertanto in un testamento del 15 agosto 1358 vediamo ormai comparire fra’ testimoni un don Jacopo Vicario di San Canciano che aprirebbe la serie di que’ Curati9.

Il 9 aprile 1391 Giovanni q. Odorico d’Osais, a nome de’ suoi convicini, otteneva dall’Abate Rodolfo licenza di poter ricostruirvi quella loro Chiesa sotto il titolo di S. Leonardo, — licentiam construendi et edificandi dictam capellam seu ecclesiam sub dicto titulo in habiliori loco per homines dicte ville, eligendo ad hominum dicte ville beneplacitum. — Ed è in questa chiesa, che ad onta dei restauri posteriori, si conservano tuttodì nel soffitto e nelle pareti del coro, dipoi convertito in sacristia, quei pregiati e ammirabili affreschi attribuiti a Gian Domenico da Tolmezzo pittore del quattrocento10.

Il 17 maggio 1615 l’Arcidiacono e Pievano di Tolmezzo don Placido Quintiliano trovandosi in visita a Pesariis come Vicario generale dell’abate di Moggio, quegli abitanti rappresentarongli la necessità di ampliare la loro chiesa di S. Giacomo, — in ea precipue parte ubi est anditorium extra eam, et ibi edificari et dilatari partem diete Ecclesie, quia hoc modo fiet capax totius populi, et erit devotionis augmentum. — E l’Arcidiacono visitatore, accoltane la domanda, ed ispezionato il posto, — concessit petitam licentiam dilatandi Ecclesiam adomne beneplacitum Communis11. — S’ignora poi quando l’opera sia stata eseguita; certo è che nel 1672 vi fu chiamato a rimodernar l’altare di S. Giacomo un Gian Vincenzo Comuzzo di Gemona domiciliato in Piano, e che nel 1681 l’opera fu completata, e restaurati i due altari laterali di S. Spirito e S. Floriano per mano di Giovanni e Gian Pietro Pittoni d’Imponzo pittori e scultori in legno anch'essi. Finalmente il 24 febbraio 1686 i due Comuni di Pesariis e d’Osais avendo fatte pratiche onde avere un proprio cappellano a loro spese, gli altri Comuni della valle accondiscesero, però salvo e riservato ogni diritto ed emolumento spettante al Curato e Vicario di S. Canciano.

Nemmeno questa vallicella romita andò immune a suo tempo dalla lue feudale, sebbene di castelli medievali non ci s’abbia memoria.

Gisla, badessa del Monastero maggiore di Cividale, nel 1225 rassegnava a Pertoldo Patriarca il Castello della Madonna nella Carnia, accorgendosi che l’onore di possederlo non compensava le spese necessarie per tenerlo in buon assetto e custodirlo. Ebbene questo castello della Madonna, o Madonne, o donzelle, o dumble, come altra volta le si chiamavano nel nostro vernacolo, il Grassi nelle sue Notizie della Carnia (pag. 131) si avvisò di collocarlo a Pradumbli1213; ed il co. di Manzano Annali (vol. III pag. 369) oggidì lo vorrebbe appostare sul Tagliamento, rimpetto ad Invillino, entrambe località a dir vero che sarebbero state prescelte abbastanza male per rizzarvi castelli, e dove di castelli non si trovarono mai vestigia. Tanto valeva cercarlo invece un po’ sopra la Madonna della Pieve di Tolmezzo, ove pel fatto si osservano tuttora auliche rovine, lasciando anche stare che quei ruderi potessero appartenere piuttosto al castello di S. Lorenzo.

Di beni feudali in Canal Pedarzo abbiamo notizia da qualche investitura e da qualche contralto. Però giova premettere che vanno distinti i feudi censuali, che riducevansi a beni di proprietà dello Stato locati ad enfiteusi tanto ai privati quanto ai Comuni, dai veri feudi retti e legali che obbligavano il possessore al servigio di guerra: difficile pertanto sarebbe sceverare l’una specie dall’altra negli atti che verremo spigolando qui appresso.

  • 1274. Varnero e Guccello d’Agrons possedevano due masi di ragione feudale in Sostasio.
  • 1278. Ulvino e Mattia zio e nipote di Gemona possedevano un maso in Canal Pedarzo (dove, non è detto), un altro a Truia, un terzo a Resco (?), tre altri a Pieria, altrettanti a Osais.
  • 1300. Pellegrino q. Guecello d’Agrons, e Domenico suo consorte possedevano tre carati del monte Covatia (?), metà del monte Adavaluna (Avalina ?), la decima della villa di Adavillutta piccola (?) e un quarto di maso a Sostasio.
  • 1300. Ermano q. Enrico di Luincis possedeva un quarto di maso a Pesariis, un decimo di due campi in Tramis (?), un prato sul monte Piet (?), un quarto del monte Lavardeto.
  • 1300. Enrico q. Mattia di Luincis possedeva metà del Lavardeto, un quarto di maso a Prato, un altro (piarlo a Pesariis, ed inoltre un quarto della decima d’essa villa.
  • 1300. Biagio q. Odorlieo di Luincis co’ suoi consorti possedevano un sesto di maso a Truia, un quarto a Pesariis, un prato sul monte Prì, un altro in Sevange (?), ed un quarto del monte Ingonacia, oggidì Forca o Anconasia.

Il 7 dicembre 1714 un Daniele q. Valentino Carlevaris di Chialina si presentò al Luogotenente d’Udine Alvise da Riva, qualificandosi possessore dell’Anconasia insieme ad altri Carlevariis, e ne ottenne la rinnovazione dell'investitura. In essa la montagna si trova descritta così: — «un monte posto nella parte di Mion, a mezzo dì il monte di Valian (?) et monte di Valutta, a ponente il monte di Losa, et alli monti li comunali del Canal Pedarzo» —.

Sei anni dopo i Carlevariis, sul semplice appoggio di quell’investitura, s’intrusero nel materiale possesso della montagna: allora il Comune ed i Gismani di Luincis, i veri possessori, insorsero domandando al Luogotenente la revoca della surretizia investitura. Senonché alla prima udienza, che fu li 8 luglio 1721, v’intervenne anche l’avvocato Gallici in nome della Comunità di Tolmezzo (alla quale in seguito si consociarono anche i Capitami dei Quartieri) per opporre l'incompetenza del Foro, — «protestando di nullità delle citazioni et atti de’ Gismani suddetti, come declinanti dal Foro naturale di prima Instanza, contro la forma de’ privilegii accordati dalla Serenità del Prencipe ad essa Comunità» —.

La lite durò quattr’anni, e deve aver costato una bellezza di ducati, non fosse altro a racimolare le tante e tante preziose memorie onde ne fu infarcito il processo; finché l'Eccellentissimo Pien Collegio in data del 20 marzo 1725 si pronunziò contro i Gismani, in favore di Tolmezzo e dei Quartieri di Carnia assuntori di Giuditio. A chi poi dovesse appartenere l’Anconasia era questione da agitarsi in seguito, ed in sede separata. Insomma... nil novi sub sole!

Amministrativamente, il Canal di Gorto costituiva uno dei quattro Quartieri della Carnia, il cui ordinamento pare fosse dovuto al dominio dei Franchi, e che bene o male seguitò a funzionare fino alla caduta della Veneta Repubblica, che è quanto dire per dieci secoli. Al Quartiere di Gorto appartenevano 52 villaggi costituenti 36 Comuni; Sappada e Forno Avoltri n’erano separati, e come Timau, Cleulis ed Alesso, paesi di frontiera, stavano aggregati al Quartiere di Tolmezzo. Qui come dovunque, ogni Comune aveva a capo il suo Meriga, i suoi Giurati, colla propria rappresentanza nella Vicinia costituita da tutti i capifamiglia: i Merighi eletti da questa duravano in carica un anno, altrettanto il Capitanio eletto dai medesimi nelle adunanze del Pieri Quartiere o Comandaria, ed a questo restava affidato il regime del Quartiere, e l’esecuzione degli ordini del governo. La scelta poi del Capitanio seguiva in massima per turno fra’ varii gruppi dei comuni, per cui il Capitanio di Gorto lo si eleggeva ogni tre anni da’ sei Comuni del Canal Pedarzo. Del resto Comuni e Quartieri godevano in passato d una ben lata e vera indipendenza: oggidì, grazie al sistema dei complicati controlli, le vantate antonomie sono una vana parola.

Canal Pedarzo metteva capo a uno dei 13 passi di confine che la Carnia custodiva nei tempi di epidemia e di guerra; quindi in Pesariis v’era una Muda, oggidì la diremmo Dogana; altracciò vi risiedeva un Degano speciale, le cui mansioni consistevano nell'esazione delle decime, dei censi, dei dazii dovuti allo Stato. Sotto i Patriarchi, le Decanie al pari delle Gastaldie sollevano mettersi all'incanto, ed affidare al maggior offerente, che dovea prestar giuramento di esercitare le sue mansioni con esattezza e lealtà.

Uno desti incanti siffatti, che risale ai primi mesi ilei 1367, ci fa conoscere le attribuzioni e gli obblighi inerenti tanto alla Decania di Canal di Gorto, quanto all'altra di Canal Pedarzo. La prima, cui andavano annessi i diritti di Decania su tutta la valle, la decima del vivo o del morto, le Vegarie, e la Muda di Forno Avoltri14, venne, allogata per 8 marche; la seconda con attribuzioni minori, ed in più limitata periferia, per 13; onde potrebbesi arguire che la Muda di Pesariis fosse più proficua di quella del Forno, che cioè, la strada di Canal Pedarzo e il passo di Campo fossero a quell'epoca più frequentati che non l'altro di Sappada.

Abbiamo sott’occhi una pergamena, del 6 dicembre 1329, estesa in Piena dal Vicario e Notaio Carismano d’Ovaro nel suo sgrammaticato latino; contiene un’assunzione di testimoni eseguita davanti Odorlico di Clavais Decano di Gorto, quale incaricato da Carlevario della Torre Castaldo di Carnia, in sostituzione d’un tale Filisino che sembra fosse il suo ordinario vicegerente. Trattavasi di provare a chi incombesse l’onere di riparare la strada fra Prato e Pesariis, di tenerla in acconcio, e sgombra dalle nevi sopratutto, e i testimoni assunti deposero concordi che tale vertenza in passato era già stata risolta, fin dal tempo che era Decano di Gorto e Vergario d’entrambi i Canali certo Matteo di Comeglians. Stanteché gli arbitri allora eletti avevano deciso, ed i contendenti accettato, che Pesariis ed Osais dovessero provvedervi sino al disotto dei ponti d’Osais, presso al muro d’Ermano di Pieria, e da tal punto sin alla chiesa di S. Conciano dovessero concorrervi anche gli uomini di Truia. Ci manca la sentenza, che probabilmente confermava l’arbitrato.

Un’altra lite e un altro giudizio seguì verso la fine di quel secolo pel tronco inferiore della strada medesima, fra Prato ed Avausa. È presumibile che una piena rovinosa, avvenuta verso il 1387, vi avesse arrecati dei guasti rilevanti, onde i comuni contermini facevano a gara per esimersi dal ripararvi. Quei di Prato pertanto, a cui si consociarono Suvia, Pieria, e gli altri comuni superiori, chiamato in giudizio nel 1394 il comune d’Avausa, si accinsero a provare — «quod ante diluvium quod fuit, ex quo sunt septem vel odo anni... via pubblica que est inter tabellam predictorunt hominum de Avausa et ripam fluminis canalis Pedarcii, fiebat et aptabatur in latere tabelle de Avausa inter ripam fluminis et dictam tabellam descendendo a loco qui dicitur Camp Canevar, usque prope locum ubi dicta Communitas de Avausa solet facere pontemi ad transeundum etc.» — L’assunzione dei testinionii ebbe luogo nella tavella stessa d’Avausa, e precisamente nel luogo chiamato Campo Canevar, davanti a Mechilo de Tud... delegalo espressamente dal Gastaldo di Tolmezzo a rappresentarlo, assistito da’ Giurati e massari del Patriarca; e lì, seduta stante, sul terreno medesimo, dopo il sacramentale — quid juris? — venne dai giurati ed astanti sentenziato a voti unanimi che Avausa insieme con Prato e comuni consorti dovesse contribuire al ristauro della strada stessa nel posto contestato.

Ogni anno in primavera il Gastaldo di Tolmezzo, coi giurati, e con lo strascico indispensabile di scribi e di notai, doveva fare il giro della Carnia per decidere sommariamente nei Placiti le vertenze in cui fossero interessate le chiese, i poveri, le vedove ed i pupilli. Se ne faceva precorrere il bando e la designazione delle giornate destinate ai singoli luoghi, diffidando tutti i capi famiglia a intervenirvi sotto pena di 40 denari. Prato era una delle stazioni in cui soleva far tappa codesta giustizia ambulante, il cui itinerario soleva essere, pel primo giorno, a Incaroio, a Paluzza pel secondo, e così via via a Zuglio, ad Amaro, Cavazzo, Verzegnis, Gorto, San Canciano, Midiis, Raveo, ed Invillino; i singoli paesi poi dove si teneva il Placito erano obbligati a provvedere gli alloggi e i viveri a tutti i componenti la comitiva, uomini e cavalli. Però non sempre decidevansi le vertenze sui luoghi, ned era possibile sbrigare tutto in un sol giorno, ma se ne demandavano il proseguimento e il giudizio ad altra giornata presso la residenza ordinaria del Tribunale in Tolmezzo.

Nel quattrocento incominciano a profilarsi le più vecchie famiglie di Carnia, essendo rarissime e vere eccezioni quelle che possono attingere le origini loro con sicurezza dal secolo precedente. L’uso dei cognomi principia ad attecchirvi soltanto d’allora: di solito è il luogo di residenza o di derivazione, il nome del padre, o della madre anche talora, o l’arte, o le qualità personali d’un individuo, bene spesso anche sono nomignoli d’oscuro significato quei che col tempo divennero veri cognomi15). Oltracciò verso quest’epoca eravi tra noi l'andazzo di desumere dal luogo di nascita anche il nome di battesimo che in seguito si trasformò esso pure in cognome, ad esempio un Prichiriano, un Troiano, un Osagino, che accusavano la provenienza da Prico, da Truia, da Osais.

Un Ropil tedesco figura Tanno 1471 nel contingente di Prato, quando traltavasi d’allestire milizie — «ad tuitionem ac defensionem totius Patrie Fori Julij contra Teucros inimicos Christiane fidei.16» Nel 1641 un Giorgio Rumpler notaio, da S. Conciano, trasferiva in Arta sua stanza, d’onde in appresso se ne staccò un rampollo, tuttora superstite a Zuglio.

E qui verrebbe in taglio di rifilare, bene o male, una seguenza di notizie sullo sviluppo e le vicende dei singoli villaggi17, o per lo manco delle primarie famiglie del Canale, ma ne risparmieremo il tedio a chi legge, anche per la buona ragione che non sapremmo d’onde espillarle. Pel motivo medesimo n’è forza sorvolare eziandio l’enumerazione delle alluvioni18, delle piene, dei cataclismi, delle epidemie e degl’incendii cui fu soggetta, come il resto di Carnia, anche codesta graziosa vallicella, e così pure i progressi agricoli e industriali in cui si distinguono i suoi abitatori, tra gl’altri i rinomati orologiai di Pesariis. Ci accontenteremo invece di dire che da due o tre secoli in qua, se anche i caratteri non mutarono, una benefica trasformazione è pure avvenuta nei nostri costumi, e basterebbe scorrere le cronache giudiziarie del cinque e seicento per consolarcene. Vero è bene che i tanti e tanti tramutamenti subiti in questo secolo, il più spesso né attesi né bramati, ci fanno rimpiangere sovente uno stato di cose che pure era durato un millennio, un ordinamento dell’età barbara sia pure, ma che insensibilmente era venuto trasformandosi, e che si addiceva si bene alle condizioni nostre, alle nostre abitudini e ai nostri bisogni: non pertanto, in onta ai grattacapi ed ai fastidii che ci piovono spesso dall’alto, non può negarsi che, all’infuori dell’orbita officiale, il paese non progredisca e non migliori, per cui possiamo anche noi sclamare con orgoglio: — Eppur si move!

Note


  1. Le dieci borgate sarebbero: Sostasio (Sostâs). Avausa- (Davousça), Prico (Prî), Prato, Pradumbli (Predumblì), Mugniton (Mulitòn), Pieria, Osais (Dasaja), Truia, Pesariis (Pesaria). Qui l’Autore ritiene Mugniton borgata distinta da Pieria. Erano diffati separate, ma ora per la costruzione della nuova casa comunale (1897) e di altre, sono quasi unite, e fanne una sola borgata, come si calcolano un’unica frazione. 

  2. Ormai Prato non dà che il nome al comune, essendosi trasportata fin dal novembre 1897 la sede municipale in Soravia tra Mugniton e Pieria. 

  3. Ecco le altimetrie dei diversi paesi, stando alla nuova Guida della Carnia; (Parte II, pag. 430): Sostasio m. 690, Avausa m. 650, Prico 768, Prato 663, Pradumbli 696, Pieria 677, Osais 721, Truia 875, Pesariis 759. 

  4. Secondo la Guida il passo di Campo sarebbe a m. 1542, il passo da Forni Avoltri per Sappada a m. 1294. Perciò, data l’esattezza della Guida, dovranno in parte modificarsi le idee dell’Autore. 

  5. Oltreché in Çhamps abbiamo altri indizii di strade antiche in Canale. A 200 metri circa dal Clapforât verso ponente, s’ha la località detta las Vias, e vi sono vestigia di strade, che non saranno poi tutte state la strada veçha cioè l’antecedente dell’attuale. A sud-est di Sostasio appena passato il ponte in pietra sul rivo di Sostasio, si è in Via Majôr, e vi si vedono segni marcati d’una strada, la quale non aveva nulla da fare colla vecchia, che correva a questo punto sull’altra sponda della Pesarina. Questi segni si fanno scorgere di nuovo nelle ultime appendici della campagna di Avausa verso levante sulla sponda sinistra. Supponendo anche che Subvia sia una storpiatura di Sçaia nome d’un de’ borghi componenti il villaggio di Prato, anziché Sçhaia storpiamento di Subvia, abbiamo luoghi detti Soravia a Pieria e ad Osais. In Çhampeis rimpetto alla chiesuola di S. Sebastiano di Prato, ma sull’altra riva c’è un sasso profondamente scanalato da carri, che vi dovettero in altri tempi passare con qualche frequenza; ed il passarvi per due secoli le provvisioni per un’osteria di Pradumbli non avrebbe certo potuto lasciare traccie si profonde. 

  6. Ci limitiamo a ricordare i seguenti che ne vengono sotto mano pei primi, e che si trovano ripetuti in altre località della Carnia: — Cernadors, Chiasaruela, Coronas, Gof, Launa, Plait, Runchias, Vidrina. Vuora ecc. Ad esempio Launa troverebbe, inoltre riscontro anche nella Lacuna del Comelico, ed una fra le tante, potrebbe essere bene una corruzione del Manaus Lagunar ricordato in un diploma di re Berengario nel 914. Il monte Serra, co’ suoi fianchi stagliali a forma di sega, conduce naturalmente a far raffronti colle Sierre spagnuole che presentano l’aspetto medesimo; e finalmente Vespoleit, nome d’un terreno a Prato, che nel linguaggio nostro significa tuttora busco di faggi (Vespul), troverebbe analogia nel Pizzo Vespolo di Valcamonica, come pure nelle città di Vespolate e Vespolara di Lomellina e delle Langhe. 

  7. Esiste un contratto in data di Venzone, 13 aprile 1431, con cui il Cameraro della Pieve e due altri rappresentanti dei Comuni affidarono a mastro Stefano q. Simone di Mena, carpentario abitante in Venzone, l'incarico di riedificare questa chiesa, distrutta poco prima da un incendio; ma non potemmo verificare se l’opera sia stata eseguita fin d’allora, e per mano di quell’artefice: osserveremo solo che nell’angolo esterno del coro vedesi inciso sopra una pietra coniata l’anno 1464. Ad ogni modo con la rifabbrica sparì ogni traccia della Chiesa primitiva ; sparirono del pari le due chiesuole disgiunte di s. Elona e s. Michele; solo superstite, rimase il vecchio campanile.
    Sotto gli anni 1327 e 1330 si riscontrano nei testamenti vari legati, oltreché in favore della Pieve, anche pro qualibet capellit ipsi Plebi subiecta, e qua e là so no vedono poi annoverate parecchie: per esempio, nel 1322 s. Conciano di Prato, e s. Giacomo di Rigolato, nel 1323 s. Giorgio di Calgareto, s. Matteo di Monaio e s. Martino al Degano, nel 1327 s. Odorico d’Ovasta, nel 1330 s. Vigilio d’Ovaro e s. Lorenzo di Clavnis, nel 1333 s. Andrea di Zovello, nel 1335 s. Nicolò di Comeglians, nel 1342 s. Vito di Liariis, nel 1348 s. Nicolò di Vuezzis ecc. 

  8. Che Tramponolio non possa essere Entrampo? I motivi addotti da quei di Canal Pedarzo per la separazione, se non quanto a questi, certo s’attagliano anche a quelli d’Entrampo, donde la via non è intercettata da acque, mentre lo è per andare alla Pieve, ed ancora oggi non di rado diversi recansi per le funzioni religiose a Prato piuttostoché a S. Maria. Confesso però che nessun documento o tradizione appoggia quest’idea, e la getto là per quel che può valere. 

  9. Ecco la serie meno incompleta dei vicarii, poi curati ed infine parroci di S. Canciano:

    1. 1342 e 1348 - Don Iacopo (pergamene della Pieve di Gorto).
    2. 1417 e 1420 - Don Flumiano (perg. chiesa di Pesariis).
    3. 1428 - Don Giovanni (idem).
    4. 1447 - Don Iacopo (idem).
    5. 1473. 3 Genn. - Don Leonardo (perg. chiesa d’Osais).
    6. 1475 - Fra Giovanni. Era anche arcidiacono di Gorto (Dell’Arcidiaconato di Carnia ecc. - Not. Crispino Michis di Tolmezzo. Arch. Not. di Udine).
    7. a… - 1490 - Don Lodovico de Mazonibus, si assentò dalla cura e rinunciò. (Atti Not. Iacopo de Pedemonte Sacristia Capit. Udine).
    8. 1490 - 1493 ... - Don Giorgio di Parma, istituito il 15 febbraio. (Not. Iacopo etc.)
    9. 1505 e 1534 - Don Leonardo q.m Agostino de’ Pellegrini di Ravascletto, capostipite degli Agostinis di Prato, nel 1515 era anche Arcidiacono di Gorto. (Not. Dam. Vidonis - Bibl. Civ. di Udine).
    10. 1544 - Don Acazio de Gatulini di Portis, era anche Arcidiacono. (Not. Nic. Vidonis - Bibl. Civ. U.)
    11. 1551 f 1575 - Don Antonio di Agostino di Roja da Prato. E quegli che fece dipingere la Madonna del molino di Roja nel 1557. (Not. Nic. Vidonis, e Not. Gio. Agostinis di Prato - Carte della fabbriceria d’Osais).
    12. 1576 e 1584 - Don Sebastiano q.m Giuliano Gonano di Osais. (Not. Giov. Ag. ut supra).
    13. 1595 e 1598 - Don Francesco di Cleva di Sostasio. (Not. Giov. Ag.)
    14. 1602 - 1629 - Don Matteo q.m Ser Giovanni Agostinis di Prato (Registri parrochiali).
    15. 1630 † 1692 - Don Costantino Solaro da Plait di Pesariis.
    16. 1692 † 1693 - Don Matteo Talamino di Vodo nel Cadore.
    17. 1693 † 1700 - Don Nicolò Giorgessi di Paula da Prato. È il primo che prendesse il titolo di Parroco.
    18. 1700 † 1744 - Don Giacomo Solaro di Pesariis.
    19. 1744 † 1769 - Don Leonardo Solaro da Plait di Pesariis.
    20. 1770 - 1775 - Don Antonino Mignuleschi da Ovaro.
    21. 1776 - 1782 - Don Giovanni Battista Frezzan da Colza.
    22. 1783 - 1786 - Don Osualdo De Campo. Passò alla pievania di Cavazzo.
    23. 1786 - 1803 - Don Filippo Casali di Pieria. Rinunciò per sopravveniente alienazione mentale.
    24. 1803 - Don Giuseppe Cappellari di Rigolato, eletto dal popolo per acclamazione unanime, non conseguì il beneficio. È il Cappellari poi Vescovo di Vicenza.
    25. 1804 † 1846 - Don Giovanni Malagnini da Amaro. I Malagnini nel 1600 erano a Imponzo, d’onde forse passarono in seguito in Amaro.
    26. 1848 † 1874 - Don Pietro Antonio Trojero da Sauris, Arcid. di Gorto.
    27. 1876 - 1885 - Don Giuseppe Codutti da S. Margherita di Gruagno, passato alla cura di Treppo Grande.
    28. 1888 † 1889 - Don Carlo Facci da Sezza.
    29. 1890 - ... - Don Pietro Maria Piemonte da Buia.
     

  10. Giovan Pietro Pittoni scultore di Imponzo il 17 luglio 1709 accetta di far l’altare di S. Valentino d’Osais che viene il 28 settembre dell’anno seguente stimato lire venete 624. — Addì 11 luglio 1771 l’arcivescovo Giangirolamo Gradenigo in visita pastorale concede a quelli di Osais di conservare il SS. Sacramento nella loro chiesa, d'aver un cappellano proprio, che celebri nella loro chiesa, ascolti le confessioni, amministri l’Estrema Unzione, e vi abbia residenza. 

  11. Nel 1505 Gian Francesco da Tolmezzo avea l'atto dei dipinti nella chiesa di Pesariis (Not. Crist. Angeli - Arch. Not. Ud.). In quella chiesa si vedono tuttodì un S. Giacomo Maggiore seduto, ed un S. Pietro ed un S. Gio. Battista, tre statue che uniche rimangono d’un altare scolpito nel 1513 da Antonio Verzegnassio. (Atti Daniele de Vidonis Not. - Bibl. Civica di Udine). — L’11 luglio 1771 l’arcivescovo Gradenigo suddetto da Rigolato «a sedare le inveterate gravissime dissensioni tra il Comun et Uomini della Villa di Pesaris da una, ed il Curato della Veneranda Chiesa di Santo Canciano di Prato, e uomini di quel Canale dall’altra, non avendo giovato vari provedimenti continuati in altri Decreti» de’ suoi predecessori, stabilisce che la Chiesa di S. Canciano sia anche per l’avvenire parrocchiale del Canale intiero compreso Pesariis, i curati di essa siano riconosciuti anche dai Pesarini; che il dì del Titolare e della Dedicazione della parrocchiale debbano i Pesarmi concorrere a questa processionalmente col proprio Curato, che servirà nelle funzioni in figura di Diacono; che il Comun di Pesariis corrisponda annualmente al Curato di S. Canciano lire 80 (venete), e questi debba portarsi processionalmente ad officiare nella Chiesa di S. Giacomo nella sua Dedicazione e Titolare; che il Curato di Pesariis possa amministrare i Sacramenti e far qualunque officiatura tanquam delegatus ad omnia dal Curato di S. Canciano. — Per dare un’ idea sui precedenti che provocarono questo Decreto arcivescovile, dirò che nel 1761 i Pesarini aveano ottenuto dal parroco pre Giacomo Solaro ottuagenario il permesso di poter avere nella loro chiesa ogni sorta di funzioni parrocchiali, e tal permesso era stato ratificato dall’Arcivescovo. I Merici de’ comuni saputolo, si presentarono al parroco chiedendone la revoca, protestando danni materiali e spirituali a’ loro rappresentanti, e la ottennero. Pre Mattia Cappellaio di Pesariis, allora cooperatore del parroco, fece avvertiti di ciò i Pesarini, e «si videro raccolte più di 70 persone... verso le ore due della note del Sabato Santo decorso, girrarono per le contrade con Minazie ed orende Bestiemie, sfidando gli Uomini delli Cinque Communi (Pieria, Prij, Avausa, Sostasio e Prato) che al primo tumulto s’erano nelle proprie case rinchiusi et insultandoli con sassate e legni ad aprire le porte per sacrificarli al loro furore» (Not. Gio. Batta Roja - Supplica alla serenissima, presso me. Di questo fatto parla anche il not. Giacomo Casali sotto la data del 31 marzo 1761). — Ecco la serie dei Cappellani - Curati di Pesariis ed Osais unite:

    1. 1689-1717 - Don Lorenzo Gonano di Pesariis.
    2. … - 1722 - Don Leonardo Solaro da Plait di Pesariis, poi parroco di S. Canciano.
    3. 1747 e 1749 - Don Mattia Cappellari di Pesariis.
    4. 1753 - Don Gio. Battista Facci di Sozza.
    5. 1762 - Don Gio. Battista Pilosio di Tricesimo.
    6. 1767 † 1772 - Don Gio. Battista Giacometti di Luincis, ultimo Cappellano-Curato di Pesariis ed Osais unite e primo Curato della sola Pesariis.
    Curati di Pesariis
    1. 1773 - 1787 – Don Mattia Cappellari di Pesariis.
    2. 1783 - 1800 – Don Nicolò Rossitti da Trava.
    3. 1800 - 1803 – Don Antonio Palman da Enemonzo.
    4. 1804 - 1830 – Don Gio. Battista Bruseschi di Pesariis.
    5. 1831 - 1833 – Don Gio. Batta Tavoschi da Comeglians
    6. 1833 - 1835 – Don Lorenzo Cappellari di Pesariis.
    7. 1835 - 1860 – Don Leonardo Vriz da Raveo.
    8. 1861 - 1878 – Don Valentino Schiaulini da Forni di Sopra.
    9. 1879 - 1885 – Don Carlo Facci da Sezza, poi parroco di Prato.
    10. 1890 - …… – Don Michele Ceschia da Magnano.
     

  12. La vera etimologia di Pradumbri è pratum domini = prato del Signore, ossia del Patriarca. Nell'atto d’istituzione della Curazia di S. Canciano 27 novembre 1339 vel troviamo già corrotto in Pradumpnus; peggio ancora in un’investitura del 1458, nella quale è divenuto Prato humili. È nome generico, ripetuto anche altrove, p. e. in data 23 maggio 1512 si legge — «uno prato in tabella Esemoni in loco diclo Prat- dumbli.» 

  13. Si ripete però in Canale insistentemente che un castello abbia esistito in Pradumbli, e quelli un po’ avanzati negli anni ricordano aver veduto più volte, scavandosi le fondamenta per qualche nuovo edificio, avanzi di muri grossi assai e di buona cementatura. Franandosi giù nella Liana la riva sotto al paese verso levante si scoprì (dicono) un portone in pietra, ad arco, tutto affumicato, e venne giù nel rugo. Fabbricandosi un fienile dai Petris di Baless, si dissotterrò una scala a chiocciola, ed un vaso con entrovi denari, fuori di corso, s’intende, che si ebbe la cura di sparpagliare e sperdere il tutto quanto prima. Presso un tratto di queste muraglie si trasse uno spadone convertito poi in istromenti più utili. La tradizione e persuasione dell’esistenza di castelli a Pradumbli poté avere forse origine dalla lettura delle Notizie della Carnia del GRASSI, note assai fra i letterati Canalotti. Tuttavia non sembrano doversi rigettare assolutamente e ad occhi chiusi tutte le affermazioni che si danno in proposito di tale castello. Aggiungo che gli abitanti di detto castello di Pradumbli erano pagani, e vessavano gli abitanti di Canale, e quanto loro rapivano nascondevano ta çhamarata di Çhampeis. Un sotterraneo metteva questa in corrispondenza col castello. Se ci fosse caso d’aprire la grotta chiusa da enormi stalattiti, si potrebbe forse sceverare quel che vi poté essere di vero in tale tradizione. — Molti anche vogliono dire che un castello esistesse a nord-ovest d’Osais, su di un collicello sovrastante al Rio secco di Çhasteons, ed affermano che anni fa scorgevansi ancora avanzi di mura ora franati. Ma di tal castello non s’è mai trovato memoria, ed inoltre il luogo è troppo angusto per capirne uno. Più esatta invece è l’altra tradizione, secondo la quale in un piccolo stavolo ora diroccato, su quel colle stesso, stavano due romiti, e mostrano ancora un sentieruzzo conducente al Rio Fuina, per il quale detti romiti andavano ad attingere acqua, e chiamano ancora quel sentierucolo il troi dal rimitt. Certo Paolo Bruseschi, romito, morì nella prima metà del secolo XVIII. 

  14. «Cum jure Decanie, cum Muta que solet exigi in Furno Avoltri, cum decimis tam vivi quam mortui in ipsa Decania debendis Aquilegensi Ecclesie, et cum Vergariis dicte Decanie.» — Vergaria, Vegaria, o Vigeria, secondo il Ducange — idem est ac Vicaria, seu juirisdictionis cneessio alterius numine exercenda.» 

  15. Dalla residenza presero nome le famiglie de Baiarzo, de Brisesco, de Camponezo, de Casal, de Cleva, de Gof, de Gonan, de Noiareto, de Piazza, del Pozzo, de Roia, de Solar, de Sotcort; dal nome dei genitori, gli Armani, i Blasotti, i Comissio, Comello, Giorgessa, Morandini, Nadalia, Nicolotta, Palmano, Palombo, de Stefani, Suliana, Tomasutto, Toscano, dalle qualità personali, i Moretto; dall’arte, i Cappellaro, ed i Fabro

  16. Nel 1521 Mastro Ropil, faber cementarius atqne murator, alemanno, di Bedech, domiciliato nel luogo detto Chierpoch, sotto del castellano di Pochisperg, s’obbliga ad edificare la chiesa di S. Pietro di Fusea. È costui tutt’uno col Ropil del 1471, o suo discendente omonimo (Not. Simone Fiumiani» di Tolm. - Arch. Not. Ud.). Nel 1523 lo stesso Ropil in compagnia de’ figli s’accordava cogli uomini della parrocchia di Frasseneto per costruire la loro chiesa di S. Giovanni; come verso questo stesso tempo aveano edificata anche quella di S. Andrea di Zovello. — Esistono oggi in Canale ben 58 famiglie Rupil. Del resto la parola Rupil o Ropil non è che il nome Roberto (ted. «Rópert» che nella seconda metà del 500, scrivevasi Roper, forma assai vicina all’originaria.) 

  17. Per non tediare con soverchia prolissità esponendo lo sviluppo de’ singoli villaggi, cosa del resto interessante a pochi, do qui uno specchietto statistico quale ho potuto avere sull’aumento progressivo della loro popolazione.

    Villaggi
     
     
    Abitanti
    calcolati
    nel 1570 c.
    Abitanti
    1744
     
    Famiglie
    1758
     
    Anime di
    Comunione
    1758
    Abitanti
    1809
     
    Abitanti
    1811
     
    Abitanti
    1881
     
    Famiglie
    1887
     
    Pesariis 56 114 331 668 115
    Truia 91 15 29 103 115 117 24
    Osais 168 35 47 150 169 224 45
    Pieria 105 26 68 185 176 363 58
    Prato 130 44 109 277 301 480 91
    Pradumbli 30 13 32 72 69 139 28
    Avausa 43 85 16 52 117 123 259 46
    Prico 40 7 18 45 37 73 15
    Sostasio 156 34 78 185 199 334 63
    Totale 818 246 547 1520 2657 485
    Verso la fine del 1897 la popolazione di Pesariis era di 816 abitanti, la complessiva del restante Canale di 2286.
    Ecco le tradizioni che si tramandano di bocca in bocca sui diversi paesi di Canale. — Pesariis è così chiamato perché una volta vi era la pesa, cioè la dogana. — Truia è il primo paese fondato in Canale, e l’impiantarono certi boscaiuoli o cacciatori, che s’intopparono ad essere in quei paraggi. — Pieria invece è il più recente fra i villaggi. — -Mugniton era maggiore secoli fa che oggi, e lo spopolarono le frane che scendevano dal monte sovrastante. — Prato è fondato sun t'una bova, cioè frana. — Prico, grande un temilo, fu disertato dalla Peste. — Sostasio... Ma la storia di Sostasio è lunga. — «Una puema cuntissù, par da Rigulât, a murì, e a là danada; e parcè cu tal’ infierr n’ai la voleva ni puach ni tropp, lu plavan da Rigulât a la sconzurà, e a la confinà in Zoof da Sostâs». — Se non che eccoti un bel dì a ciel sereno rovinare la montagna addosso alla villa d’Alvar che stava ad ovest del rio di Rualp, e seppellirla. Parte della popolazione riuscì a fuggire, e si ritirò più a ponente sulla riva destra dell’altro rivolo, ove fu piantato un altro paese; venne chiamato Sostâs perché l’han fabbricato i campati da quella rovina.
    Lasciando però da parte la fiaba della puema dà cuntissù, è certo che ad oriente di Sostasio, sotto un arido strato di petrami a scheggie e a spigoli acuti, si rinviene il terreno coltivabile; vi si trovarono pezzi d’inferriata, nonché alcuni avanzi del palmento d’un molino. — Così pure riguardo a Prato la natura del terreno dà appoggio alla tradizione, e forse un tempo i due rivi Cisâl e Agazz sboccavano uniti nella Pesarina. Dal vedere tutti i nomi delle località locate sulla frana intelligibili senza eccezione, mentre in nessun luogo si trova tal cosa, non sarà, credo, imprudente il supporre tale franamento di data non tanto antica. Difatti, tutta la toponomastica è spiegabile col latino. — Fino alla metà del secolo xvi erano considerate in esso due ville distinte, cioè Subvia e Prato. Subvia era costituita dai gruppi di case, che formano la parte bassa del paese, nella quale primeggia il borgo di Sçaia: Prato era composto dalla parte superiore formata dai borghi di Vall e di Insomm-la-villa. Prato dicevasi nel secolo passato Prato di S. Canciano. Nel 400 e 500 i notai di Tolmezzo chiamavanlo assolutamente S. Canciano. Così pare fossero considerate due ville a Pieria, cioè Çhasâl, sopra la strada a destra di chi s’interna in Canale, e Pieria a sinistra è sotto la strada. Allo stesso modo si ritennero due ville quelle che ora formano l’unica detta Avausa, poiché nel secolo xvi troviamo ricordata la villa di Nisons, che non è se non la parte più bassa di Avausa, ad est del piccolo rivo omonimo, e precisamente quella che forma l’odierno borg di Rïu. Coll’andar del tempo, aumentandosi le case, una villa s'unì all’altra anche materialmente, e la maggiore assorbì la minore ritenendo il nome di villa, mentre questa non fu considerata che semplice borgo. — Non essendosi alcuna famiglia mai segnalata in Canale sotto verun aspetto, sono con ciò stesso dispensato dal parlare di una a preferenza d’un’altra. In quella vece, affinché ognuno possa conoscere i Canalotti originarii dagli avventicci, per quanto n’è dato di sapere, porrò villa per villa i cognomi usati tra il 1500 ed il 1584, alla cui serie ci sarà forse poco o nulla da aggiungere; e sono questi, raggruppati nei lor paesi di origine:
    • Pesariis — da Gonan, da Goff, di Coluss (ramo dei Bruseschi), di Brusesch, Nojareto (da cui, nel 1500 circa, un ramo piantossi a Prato e vi si estinse alla metà di questo secolo. Ne sopravive però un ramo passato a Prico verso la fine del 1600), Palomb, di Cleva, del Machen, Palmati, di Solar, del Chiappellar.
    • Osais — di Soravia, Ieronimi, del Bass, di Tramit, Trojan, di Cleva, Gonan.
    • Truia — Martin, Cimador, Palman, Giovannina, di Sott, di Roja, d’Agaro.
    • Pieria — di Leita, Clauter, Bearzni o di Bearzo, da Gortana, di Solar, di Chiasal.
    • Prato e Subvia — Bruno, Nojareto, di Vall, Rodar, da Russ, Schiratt, Burnett, Comello, di Cleva, Candido, Moretto, Giorgessa, Ropil o Roper, di Roja, Agostinis, Canxiani.
    • Prico — di Piazza, di Pozzo, Fumis, di Bearzo (originari, pare, da Pieria).
    • Avausa — Paoli, di Sotcort, di Nisons, Florianini, Toscanini, di Macor (questi tre tutti d’un ceppo), Del Fabbro.
    • Sostasio — di Cleva, Tomasini, Gonan, Giorgessa, Agostinis (ramo dei Cleva), Polla, Toscani, Gottardi, Vargendo, Tasia (ramo degli Agostinis), di Luch.
    • Pradumbli — Priano, dell’Oste, Cleva, Toniutti.

    Potrei qui parlare dell’ emigrazione di parte di queste famiglie, e della immigrazione di altre, ma il brodo si farebbe troppo lungo. M’accontenterò di dire che nel 1547 Giovanni Battista e fratelli q.m Leonardo Piffero di Soravia d’Osais stabilivansi in Cadunea e Mastro Giovanni e Mastro Antonio q.m Andrea Chamucini di Pieria eransi domiciliati a Tolmezzo in Vico Caprilearum, e possono essere gli autori degli Odierni Camozzini di Tolmezzo, se pure questi non risalgono ai Camozzini d’Incaroio; come non è punto inverosimile che il Dottore o deputato Schiratti tragga origine da un Domenico q.m Lorenzo Schiratti di Prato ma abitante a Treviso, che nel 1608, insieme con altri consorti Schiratti domiciliati nel Cadore, vendeva definitivamente ogni suo avere e ragione in Carnia. (Not. Costantino Gonano, Arch. Not. Ud.). Finalmente Giuseppe Cappellari di Rigolato prima professore nel seminario di Udine e poi vescovo di Vicenza era figlio d’un Osualdo q.m Giacomo di Pesariis stabilitosi per matrimonio a Rigolato. Non si sa per qual ragione la elezione fatta di lui noi 1803 a Parroco di San Canciano non sortisse effetto.
    Osservo che Pesariis, Truia e Pieria constano in gran parte dei discendenti de’ loro abitatori del secolo xv, mentre degli abitanti d’Osais, Prico ed Avausa nessuno discende da quelli. Dei Pratesi solo i Canciani, pochi più d’ una trentina, non si possono provare avveniticci, che i Roja scesero da Truja i primi anni del secolo xvi (od al più nella prima metà del secolo antecedente, se, come sembra, son tutt’uno coi Morandini), i Rupil li vedemmo originarij di Stiria, gli Agostinis da Ravascletto, o tutti gli altri casati non si fissarono a Prato che nel secolo passato o nel presente.  

  18. Nel 1692 un’inondazione desola la strada conducente in Canal Pedarzo, e forse fu in quest’occasione che venne asportata dall’acqua una buona parte della campagna più bassa, specialmente a Pieria, per cui quegli abitanti nel 1746, quando trattavasi di rivedere il catasto de’ beni feudali censuali del 1627, scusavansi dal pagare il censo per la ragione, che molti di quei beni erano stati distrutti dalla Pesarina. Nel 1882 un’altra piena della Pesarina o dei rivi distrugge tutti i ponti di Canal Pedarzo, tranne quelli in pietra, per cui ogni paese è isolato. Una frana partita dalla località, detta Genàus distrugge una casa ed un fienile ad Avausa; la Pesarina rode il terreno sotto Prato, e l’acqua piovana del luogo, mal custodita, filtrata nel terreno, aiuta un franamento generale, che distrugge la strada comunale sottostante al villaggio per la lunghezza di circa 200 metri, e rovina una casa. Onde per riavere la strada ed assicurare il paese da quella parte, si eseguisce negli anni 1883 e 1884 un argine in tufo, e si ricostruisce la strada con una spesa di presso che 50.000 lire.
    Un fatto che in Canale non verrà sì presto dimenticato è quello avvenuto a Sostasio la sera del 26 febbraio 1836. Al principiare dell’inverno era caduta un po’ di neve, di cui all’entrare del febbraio rimanevano circa 20 centimetri, ghiacciata alla superficie e liscia. A’ due febbraio rinevica continuando fino al quindici, e ne cade quanta mai altra volta a memoria d’uomo non ne fu prima, né dopo. La notte del 26 sopra Sostasio la neve recente scivolò sulla vecchia, e procedendo nel corso produsse una valanga spaventevole, che inaspettatamente piombò sulla borgata tra le dieci ore e le undici pomeridiane. Un buon quarto del caseggiato soggiacque alla catastrofe, e del borgo detto Laucans non c’è più vestigio: vi lasciarono la vita 17 persone, in parte sepolte sotto le rovine, altre soccombute in seguito alle ferite riportate.
    Nel febbraio 1512 Pietro q.m Pellegrino di Ravascletto, abitante in Comeglians, Odorico q.m Leonarduccio di Calgaretto e Bertolo q.m Odorico Buiatti di Povolaro, infetti di peste, facevan testamento. (Not. Dan. Vidonis di Ovaro. Bibl. Civica Ud.). — Se in Gorto infieriva l’epidemia, non ne sarà andato esente Canale. Qui della peste non abbiamo memorie scritte; sottentra però una tradizione, secondo la quale la chiesuola, o meglio sacello di S. Sebastiano e San Rocco in Prato, presso la torre pendente, sarebbe stato edificato per voto di alcune famiglie imperversando la peste, e soggiunge che, fatto il voto, la peste cessò. Un’altra tradizione però, quantunque meno attendibile, vuole che la glisiùta sia la più antica delle chiese di Canale. Ad ogni modo, la si trova ricordata per la prima volta nel 1524 in un testamento. — Nel 1430 quei di Sostasio ottennero di potervi fabbricare una chiesa; l’attuale di Avausa fu costrutta da’ comuni d’Avausa e Prico verso il 1580, pare peraltro che ne preesistesse un’altra; quella di Truia circa il 1685, e verso questa epoca anche quella di Pieria, che poi venne rifatta nel secolo passato; quelle di Pradumbli e di Prico verso la metà di questo.
    Quanto ad incendi, ogni villa nelle tradizioni ricorda i suoi, ma non precisano date. Di memorie scritte ben poche me ne sono capitate fra mani. Nella prima metà del secolo xvii s’incendiò Sostasio, nel 1664 Pesariis, nel 1705 Pradumbli, nel 1668 Prato. E per Prato questo era già il secondo in quel secolo, essendone successo un altro verso il 1630. Ne ebbe un terzo nel 1736, che pare sia stato il più esteso e il più terribile. Ecco in qual modo ne parla il notaio Ser Nicolò Giorgessi di Prato. — «La Sera del Lunedì 17 Decembre 1736 fra le cinque ore e sei Piacque all’imperscrutabile volere dell’Altissimo d’incenerire questa povera Villa di Pratto per mezzo d’un incendio, originato dalla casa di Sebastiano Rupil di Fontana che la ridusse maggior parte all’ estremo della miseria. — O! isventurata tragedia! O! sciagurato Commune! O! Sventurati Vicini! — Quanto degna di esser commiserata si è la vostra disaveutura deplorabile! Quanto gratta al Ciello sarà la vostra sofferenza! quanto grande quel Guiderdone della Celeste Gerusalemme, se con buon cuore e di buona sembianza sorpasserete il tragico infortunio, senza insultare, senza sgridare la più di voi travagliata famiglia dalla cui casa fu voler divino, che scaturisse il funesto caso! — Iddio si protestò con queste parole: quos amo corrigo et castigo, per corraggirvi alle sofferenze, né però vi sgomentate, né s’impedisca l’animo vostro nell’esercizio di buon.... orazioni, se nell’ispacio di sessant’ott’anni fece l’istesso Dio sopra di voi piombare il flagello del fuoco triplicatamente, ma ringraziate, e benedite e lodate sua divina Maestà, che non vi vuole prosperosi, né felici in questa vitta mortale per farvi eternamente godere le felicità innenarabili dell’altra in Ciello, e così sia. — Nicolò Giorgessi».
    Raccontano che a levante della casa di Palot c’era un’altra casa detta di Fontana (ed io ne vidi i resti de’ muri) nella quale abitavano due donne con un bambino. Una sera cotestoro posero il piccolino a dormire, ed esposta intorno intorno nel focolare certa canape ad asciugare, se n’andarono in fila. Tornando a notte avanzata trovaron la casa in fiamme, ascesero le scale pel bambino, e toltolo fuggirono poi sentiero non frequentato di Ronçhaias senz’ avvertire il vicinato di quanto accadeva. Il fuoco s’apprese alla casa vicina, da questa alle altre, sì che n’andò la più parte del paese con ogni fatta di ricolti, non essendo possibile riparare in modo alcuno per essere generalmente tutti tetti di paglia. Ed il fatto così esposto non ha nulla d’improbabile, e lo statuto di Avausa proibiva espressamente di por a seccare canapa nei focolari, forse ricordando questo fatto od altro simile. — Addi 20 Maggio 1762 i vicini di Prato veduto che loro era impossibile pei molteplici incendii patiti da quest’abitato nel periodo di anni trenta, per l'aggravio dei ponti, strade, boschi riservati all’ arsenale, di poter concorrere al provvedimento di legnami o condotta d’essi, oltre alle intollerabili spese per la strada Regia intrapresa, stabiliscono di presentare una istanza per essere sollevati da questi oneri. (Not. Gio. Battista Roja, presso me).
    Nessun Canalotto si segnalò mai in nulla, se pur non vogliasi fare un’eccezione per un Antonio q.m Osualdo Roja della famiglia detta di Paula, che, lasciata per un po’ la sua professione di cramâr, fu Capitano di piazza ad Olmütz a’ tempi delle guerre per la successione austriaca, e morì in Ungheria nel 1757; e per Mattia Cappellari di famiglia pesarina stabilitasi a Prato, canonico penitenziere della metropolitana di Udine, e più volte, ai primordi di questo secolo, Vicario Capitolare († 1832). 

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