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1.

Fra' più antichi documenti rimastici in Friuli c’è un diploma abbastanza conosciuto del primo Berengario, rilasciato nel 914 dal suo castello di Garda, in favore di un sacerdote aggregato alla Chiesa d’Aquileia. In esso è detto che, ad instanza del pio marchese Grimoaldo, il sovrano rilascia a codesto prete — Petro de Castro Julio sex massaricias juris regni sui, in Comitato, Forojuliensi adjacentes, — e poi le viene così specificando:

  • la prima a Lauco,
  • la seconda a Lovaso, — località ne’ pressi d’Invillino, ricordata ancora in un atto del 1562, poi convertita in Solevàs,
  • la terza in Lagunar, — che converrebbe rintracciarla fra le tante Laune disseminate per la Carnia,
  • la quarta in Vinadia, — che se non è bene precisata, dovea trovarsi in ogni modo lungo il rio Vinadia,
  • la quinta in Reng,
  • la sesta in Gorgo, — entrambi due nomi sconosciuti, a meno che, quanto a quest’ultimo, non lo si volesse, così ad orecchio, interpretare per Gorto.

In quella vece è ineccepibile il ricordo che se ne fa nell’atto di fondazione dell’Abazia di Moggio, dovuta al Patriarca Uldarico I., e che si assegna comunemente all’anno 1118. Innanzi tutto in quel documento si trovano dettagliati i beni assegnati in dotazione al cenobio erigendo dal conte Cazelino istitutore, indi quelli aggiuntivi in larga misura dal Patriarca medesimo, fra’ quali sono annoverate le tre Pievi di Dignano, di Cavazzo, e di Gorto. Erano dunque tre Pievi preesistenti, e forse di data remota, sebbene mai ricordate in documenti anteriori; né per tutto quel secolo rinviensi di Gorto altra memoria, né della sua Pieve.

Nel secolo dopo, sull’ acque tenebrose dell’obblio rimase a galla appena il nome d’alcuni valligiani di Gorto, — p. e. un Giovanni di Culina (1264), un Pietro di Canfinello (1265), un altro Pietro di Prico (1266), e poi Norando figlio di Marino di Brico, che avrebbe ad essere la stessa cosa (1267), e un Varnero di Guart, probabilmente di Luincis (1270), e i montanari di Cludini, come coloni della Sede Aquilejese (1275) nonché dei signori di Brazzacco (1286), e per ultimo quei d’Avaglio e di Liariis investiti del monte Arvenis (1295).

A cominciare dal trecento, abbiamo già una certa abbondanza di memorie di Gorto, se non altro, negli archivii delle sue chiese, dal cui esame si vengono a rilevare certe consuetudini che oggidì si direbbero delle strane anomalìe: per dirne alcuna, a mo’ d’esempio quel vedere assistere per testimoni ai testamenti i congiunti del testatore, gli stretti parenti di qualche erede o legatario, e così i preti in tempo che c’erano sempre dei legati per le chiese o per chi vi officiava, e non rare volte eziandio delle donne.

Ebbene quei testamenti, quei contratti venivano rogati ovunque fosse, al coperto e allo sciorato, nella camera o nella cucina del testatore, sotto il portico, nell’orto o nel cortile d’alcuno dei contraenti, o dei testimoni, o de’ notai roganti, quand’erano indigeni: oppure lungo la via, o in qualche chiesa, sovente in quella della Pieve, o nel suo peristilio, o nel cimitero, però non mai nella maggior solennità del 15 agosto, a differenza dei nodari del Canale di s. Pietro che, a farlo a posta, nella gran festa di s. Pietro in Vincola erano sempre lassù d’attorno la Collegiata coll’arco teso per cogliere qualche cliente nel trabocchetto.

Parecchi di quegli atti sono stati eretti in Ovaro, quelli sopra tutto di don Carismano, il quale abbinava in sé le due mansioni di nodaro e di curato, ostentando di rimpatto dose doppia d’ignoranza. Uno ve n’è del 1409, rogato — in platea ville de Ovaro sab tileis, — un altro del 1531 in Mignulesco, dov’era allora la casa canonica del Vicario d’Ovaro, — e poi un terzo e un quarto, stesi dal 1533 in poi sotto il porticato o nel negozio di ser Ottaviano aromatario, pigliatelo poi come volete, per uno speziale o un pizzicagnolo, ciò che non deroga al suo onore d’avere per figlio un ser Nicolò de’ Giorgi Nodaro del Canal di Gorto, — nientemeno! quanto dire un autocrate di tutte le Russie, o giù di lì.

Nel 1368, il 15 giugno, ne fu steso uno a Liariis — super pratum ubi fit festum sancti Viti, — s’intende già festa da ballo, che non rare volte l’andava a terminare anche quassù fra

«Baci di Nenne e colpi di pugnale»
come le sagre napoletane di Piedigrotta.

Nel 1567 una prima volta, e dopo, un’altra nel 1603 sotto la data del 31 agosto s’incontrano due documenti eretti sul prato di s. Martino, dove sembra che in quella giornata ricorresse una qualche sagra o una fiera.

Risulta pure da quelle carte che, almeno fino dal 1378 nella Pieve di s. Maria c’era una Fraterna, che poi da un testamento del 2 aprile 1416 si viene a rilevare intitolata a s. Elena e s. Michele, ed anzi che la Fraterna medesima aveva anch’essa la sua chiesuola speciale — in cemeterio Plebis s. Mariæ. — Ora, siccome da un contratto eretto in Venzone nell’aprile 1431 risulta che poco tempo prima la Pieve di s. Maria era stata distrutta da un incendio, per cui un mastro carpentiere lì del paese s’impegnava entro luglio di darla rifatta (il che non concorderebbe colla data scolpita in una pietra confitta nel coro, 1464): ebbene, o in quell’incendio o nella rifabbrica pare che la chiesetta della Fraterna sia sparita. Tuttavia dopo d’allora quella Fraterna è ricordata spesso nei testamenti, e nei contratti di mutui livellarii: con di più si viene anche a conoscere che lì proprio sulla collina aveva una casa di propria appartenenza, forse nel basso, presso l’entrata, dove si scorgono tuttora murazzi in rovina. Quella casa la si trova così ricordata: — il 12 settembre 1557, — actum super colle Plebis, ante domum Fraternitatis ss. Michaelis et Hellene Plebis Gorti.

Anche in Gorto nel medio evo c’era l’uso di ministrare a Pasqua l’Eucaristia sotto ambe le specie del pane e del vino; almeno in qualche testamento parlasi di secchie di vino destinate a quest’officio. Che se era mente dei testatori di far onore per la circostanza al vino paesano, il quale sendo confezionato con uve immature non perde l’aspretto originario fino che non sente i calori di luglio, figuriamoci un po’ i visacci e gli sberleffi che dovevano fare a Pasqua quelle devote e quei devoti, nel sentirsi rodere le gengive e serrare le mandibole dal razzentino!

E c’era l’uso altresì di donare alla chiesa, di solito, qualche misura d’olio per illuminarla: lo si scontava a cinque soldi la libbra, per cui i lasciti di tale natura abbondavano, onde ne doveva essere dell’olio d’avanzo anche per condire l’insalata al sagrestano. Invece più rari e più parchi erano i legati di cera. Un solo benefattore di Ravascletto nel 1373 ne largheggiò in un colpo solo quattro libbre - ad stateram ligneam, - pel suo s. Matteo, per s. Giorgio, e per la Pieve; mentre nel 1420 un altro d’Agrons limitavasi a regalare alla sola Pieve - unum duplerium cere unius libre ad stateram ferri. - Quale ne fosse il divario tra le due stadere non lo so dire, se pure non era quello che tra la libbra grossa veneta e la minuta.

Da un testamento del 1433 risulta che, per l’esequie dei morti, competeva all'officiante, - secundum usum Contrate, - l’offertorio e il desinare tanto nel giorno dell’inumazione, come nel settimo e nel trentesimo. Così pure si sa che la gente di polso costumava anche in Gorto, per la ricorrenza degli anniversarii, di ricordarsi anche dei proprii compaesani, lasciando loro delle limosine o settimine, su per giù, di questo stampo, — uno staio di segala, un altro di frumento, due pesinali di fava, trenta libbre di cacio (1371), — al che taluno usava aggiungere anche qualche secchio di vino.

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Scarica questo file (Le vecchie famiglie di Gorto.pdf)Le vecchie famiglie di Gorto[Giovanni Gortani,Tipografia de Marchi, Tolmezzo, 1898]66 Downloads
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