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CENNI STORICI

L'alleanza di Lodovico dei duchi di Teck e Patriarcha d’Aquileia coll’Imperatore Sigismondo, in guerra coi Veneziani, ebbe a costare la perdita a lui del temporale dominio, al nostro Friuli dell’autonomia. Il paese usciva dilaniato esausto da una lunga sequela di guerre cittadine, per cui trascinato dalla disperazione dovette a contraccuore abbandonarsi in braccio alla Veneta Signoria.

All’infuori di due momentanei ritorni delle milizie ungariche dell’Imperatore a Manzano ed a Rosazzo negl’anni 1421 e 1431, la nostra regione ebbe a godere un lungo periodo di pace e sicurezza. Tolto di mezzo il fomite delle gare intestine, che tanto spesso armarono l’una contro l’altra le varie Comunità e le classi sociali, prosperando nella tranquillità subentrata l’agricoltura e le arti, rianimati i traffici mercé i dilatati confini, i Friulani non ebbero gran fatto a dolersi delle sorti mutate, né motivo di rimpiangere i lor padroni di prima.

Così passarono cinquant’anni; lorché sulla sguernita frontiera orientale, la porta dei barbari del Giambullari, vennero a un tratto condensandosi novelle tempeste. Nell’autunno del 1470, orde feroci e selvagge di Bosniaci e Croati dalla Kulpa e dalla Sava irruppero in Carniola ed in Istria, predando, distruggendo, incendiando castelli e villaggi, traendo seco il fiore degli abitanti in ischiavitù: nelle cronache nostre e negli scritti officiali sono detti Turchi, ad ogni modo barbari quant’essi, il nome poco monta. Secondo il Palladio, s’affacciarono sull’Isonzo il dì di S. Orsola, 21 ottobre, e superatolo con 8000 cavalli portarono la desolazione e lo spavento sino alle porte di Udine. L’impressione lasciatavi fu tale, che ad ogni lieve sentore d’un loro temuto ritorno si correva alla frontiera da tutti gl’angoli della Patria, oltreché il governo ebbe a stanziar quivi per più anni un grosso nerbo di cavalleria mercenaria, che grazie ai viziosi sistemi d’allora contribuì forse più a smungere il paese che non a difenderlo.

Nel settembre del 1472 ricomparvero fra Gorizia e Monfalcone. Rivalicato l’Isonzo, confinarono l’armata veneta nell’isola di Cervignano, e spinsero i loro scorridori fin quasi alle porte di Cividale; senonché sentendosi minacciati di fianco dalle milizie che accorrevano dalla Corniola e dalla Carintia, rifecero in fretta la via percorsa.

La terza irruzione perpetrarono nell’ottobre del 1477. Anche questa volta superarono l’Isonzo in presenza delle .truppe venete, di cui fecero poi macello a Lucinico, quindi si spinsero verso Cividale, sotto Udine, e fin presso Pordenone. Vuolsi che fossero un diecimila predoni, vuolsi incendiassero oltre un centinaio di villaggi. Il Sabellico riparatosi nel castello di Tarcento, d’onde si scorgeva la notte una linea continua di fiamme allagare la bassa pianura friulana, ne lasciò scritta la storia miseranda in versi latini.

Intanto i Veneti aveano serrati i passi dell’Isonzo coi forti di Mainizza, Gradisca c Fogliano, dove raccoltisi gli stipendiari e le cernide paesane, nell’aprile seguente (1478) seppero questa volta tenere in briglia quei barbari, ch’erano ricomparsi avidi pur sempre di bottino e di sangue. Questi ritentarono in luglio la prova, di nuovo respinti, risalirono l’Isonzo, varcarono il Predil, riuscendo così a Pontebba; quivi trovarono la valle del Fella custodita anch’essa dalla stretta della Chiusa, onde per evitarla, arrampicatisi su per le Studene, comparvero all'impensata coi loro cavalli sul monte di Lanza, minacciando una calata in Carnia pel Canal d’Incaroio. Ma trovata qui pure sbarrata la via, ripiegarono a destra portando lo sterminio nella Contea d’Ortenburgo.

Finalmente una quinta ed ultima invasione l’operarono nel settembre del 1499. Anche questa volta si spinsero come nel 1477 fin oltre il Tagliamento, infestando i contadi di Pordenone e Porcia, varcarono la Livenza, ed investirono il castello di Cordignano fra Sacile e Ceneda: senonché sospettando di poter essere colti fra le venete milizie ingrossate e il Tagliamento in piena, posero a morte da due migliaia di captivi, e col resto e col bottino ripassarono solleciti il fiume, ripetendo di poi la strage di altri prigioni anche al passo dell’Isonzo. Dopo la terza, fu questa l’irruzione più esiziale per il Friuli, che si reputa perdesse un 10000 persone morte o tratte in servaggio, e ben 132 villaggi disertati e ridotti in cenere.

I Carnici chiamati a concorrere col loro braccio e coi loro averi alla comune salvezza, risposero ogni volta solleciti all’appello, per quanto le distanze e lo sminuzzamento dei luoghi abitati lo consentiva: ne abbiamo la prova in varii atti custoditi nell’Archivio Municipale di Tolmezzo, da cui sono tolti gli estratti che formano seguito a questa memoria. Sebbene la Carnia n’andasse salva da quell’orde selvagge, tuttavia non può dirsi che non ne fosse allarmata. L'Arengo popolare, che usava raccogliersi in Tolmezzo a capo d’anno, nel 1477 avea deliberato d’erigere una torre sulla Picotta che servisse di specola alla Terra sottostante; più basso sorgeva altra volta il castello patriarcale, entro a cui addì 9 aprile 1297 Raimondo Torriano aveva concesso investiture a tre Cadorini d’Auronzo, ma a quest’epoca non se ne parla più, indizio probabile che sin d’allora fosse già scomparso. L’Arengo medesimo aveva anche designate le persone più pratiche e adatte per fissare il posto alla nuova bastita, che però andò innanzi a rilento; nel gennaio del 1479 non era peranco compiuta, sembra bensì che se ne accelerasse il termine; e difatti in una distribuzione delle guardie cittadine d’in sugli spalti di Tolmezzo pel 1487, fra i punti da custodirsi sono annoverate le due torri in Picotta superiore e inferiore, i cui avanzi tuttora visibili ricordano pertanto l’epoca procellosa delle incursioni dei Turchi.

Il 30 agosto 1478, sui prati di Villa, Giovanni di Frisach, deputato dalla Comunità di Tolmezzo passa a rassegna il contingente militare del Quartiere di Socchieve: sono 506 uomini distinti pei singoli villaggi, coi nomi loro, e la descrizione dell’armi. Un mese prima si combatteva sulla sella di Lanza, forse si asserragliava il passo di Pizzùl sul posto nomato pur oggi lis Transieris; ma chi vi avesse l’onore della difesa, se i montanari soli, o se assistiti dai pianigiani, non lo sappiamo. La tradizione del paese rammenta tuttora una battaglia combattuta sulla spianata di Lanza, allegando in prova gli ossami e le ferramenta dissepolte lunghesso il campeglio; e se non basta, l'appoggerà eziandio sulle allucinazioni dei pastori, che per l’orror dei notturni silenzi videro in quell’alte solitudini

Di falangi un tumulto, e un suon di tube
E un incalzar di cavalli accorrenti,
Scalpitanti sugl’elmi ai moribondi,
E pianti, ed inni, e dello Parche il canto.

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