Giovanni GORTANI

 

IL PONTE SUL DEGANO IN CARNIA1

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Scarica questo file (PonteDegano.pdf)Il ponte sul Degano in Carnia[ Tipografia Paschini, Tolmezzo, 1881?]10 Downloads

 

Arta, li 3 settembre 1881.

Un ponte rovinato, da «Il Cittadino Italiano», 5-6 settembre 1881
Un ponte rovinato, da «Il Cittadino Italiano», Anno IV, n. 199 (5-6 settembre 1881), p. 3.

Colla rapidità con cui le brutte nuove si diffondono, ieri mattina ne circolò una por la Carnia non tanto amena: voglio dire la notizia che le undici arcate del ponte in costruzione sul Degano erano andate a catafascio durante la notte Recatomi sulla sera io pure a vedere quello spettacolo, vi trovai pel fatto le pile allo stato in cui le avevo vedute un anno addietro, del resto coperte tutte quante d’altrettanti coni di calcinacci e di rottami, che riversatisi fra l’una e l’altra sbarravano anche il corso del fiume: egli è dunque un anno di lavoro, e da sessanta mila lire andato all'inferno!

Tralle due e le tre dopo la mezzanotte gli uomini che stazionavano nel casone presso alla testata sinistra del ponte furono desti da un rombo cupo, fragoroso, prolungato, ch'essi scambiarono per un violento terremoto; erano invece le undici arcate che scoscendevano giù nel renajo con tutto il terrapieno addosso. Fortuna ancora che la disgrazia sia avvenuta di notte; diversamente, operai, appaltatori, ingegneri che alla vigilia vi formicolavano sopra tutto il giorno, fra schiacciati e annegati, vi sarebbero tutti rimasti.

Fra’ tanti curiosi che affluivano da tutte le parti nel pomeriggio, il tema obbligato era naturalmente il quesito: — di chi la colpa?— Ed esperti e profani nell’arte, tutti s’ingegnavano a risolverlo alia propria maniera. Quindi un altro problema affacciavasi spontaneo alla mente nel valutarne le conseguenze e la responsabilità del disastro: e lì pure le versioni erano molte e disparate. In luogo di scodellarle qui per entro, anzitutto crediamo di mettere netta la questione in termini, e poi, se si vuole, sciorinerò io pure la mia.

Qualche anno addietro, un decreto ministeriale avendo classificate fralle provinciali di serie le strade carniche di Gorto e d’Ampezzo, venne affidata a un Signor Lupo ingegnere governativo la redazione dei progetti per la sistemazione delle medesime; e fu pertanto creazione sua quella sequenza così variata di saliscendi e curvilinee che percorriamo oggidì da Tolmezzo al Fella; suo il progetto del ponte in fieri sul But; suo per ultimo anche questo del ponte sul Degano che da Villa Santina mette direttamente a Raveo, ma che può servire, così di mattonella, anche a tutta la valle d’Ampezzo sin alla Mauria, e se vuolsi anche al passo Misurina, al qual effetto è stata scavata una rampa provvisoria2, ben si sa, a saliscendi nella sponda destra, lungo i fianchi franosi o dirotti dei colli di gesso fra i due abitati d’Esemon, — una rampa pensile da nulla, che può aver costato appena quelle centocinquanta mila lire, e mettiamone anche duecento, — per un provvisorio non è troppo. Ben è vero che con la metà di quella spesa si poteva arginare il Degano più al basso, ed allogare il ponte sulla linea diretta d’Enemonzo, dove è sempre stato: ma in allora quali risorse avrebbe avuto il genio inventivo del professionista, condannato a battere le vie trite? E poi quale ragione c’era di fare arginature in quel posto, se laggiù potean avvantaggiarsene quei di Villa Santina, dopo d'essersi rifiutati di concorrere nella spesa? E poi la congiunzione diretta con Raveo rimaneva pregiudicata per sempre!

Bene, l’allogamento del ponte da erigersi venne fissato pell'appunto tra Villa e Raveo: dieci pile di pietra, undici arcate di terra cotta con 16 metri di vano, e metri 2: 70 di freccia, che è quanto dire un sesto della corda, limite minimo, appena usitato prima d’ora in qualche caso eccezionale in arcate più anguste ed a cunei di pietra: — bisognava pure anche in questo cavarsene dai vieti precetti con una levata d’ingegno!— e tutto il manufatto poi da costruirsi in malta comune: cementi e calci idrauliche assolutamente sbandite.

Era pertanto a prevedersi che le malte ordinarie rasciugandosi a rilento, massime in un lavoro a scoperto, manterrebbero morbido il mattone, e, per quanto perfetto, più o meno sensibile alla pressione; oltreché le pioggie slavandone il mastice, dovevano stemperare il così detto latte di calce, poi levar via anche la rena, determinando dei vuoti negl’interstizi e così rendere ancor più depresse quelle arcate, già depresse d’avanzo in progetto. È pure presumibile che interpolando qua e là il lavoro con un pajo di pile doppie, si sarebbe evitato lo sfasciamento, o resolo soltanto parziale. Dicono altresì che tutto il guajo lo si sarebbe ad ogni modo potuto sventare se alla calce comune si fossero surrogati i cementi idraulici che rasciugano e induriscono presto, e di cui s’è pur fatto si largo consumo nella ferrovia pontebbana, oppure se invece di mattoni piatti si fossero adoperati dei blocchi conici di tufo, e se ne aveva di eccellente lì a portata3: ma in allora bisognava riformare i calcoli, correggere i disegni, rifondere il progetto, poi tornare a palleggiarlo per un altro pajo d’anni da un Ufficio all’altro per farlo approvare; e poi dacché mondo è mondo si è sempre murato con calce comune, e l’esempio della pontebbana è ancora troppo recente per essere autorevole; aspettiamo, se il cemento farà buona prova, a giudicarne da qui a mezzo secolo. Intanto il Signor Lupo, da uomo di carattere, ha detto con Pilato — Quod scripsi scripsi, — o il ponte l’ha voluto a malte ordinarie, in mattoni, e a sesto acuto, intendo dire col sesto di freccia. Ora che colpa ne ha lui se, nei giorni piovosi, l’impresa ha trascurato di mandare i suoi uomini cogli ombrelli a ripararlo? È ben vero che l’estate passata avemmo caldo e siccità fuori dell’usato; nel maggio però, quando si costruivano quegli archi, pioveva di spesso; e poi la sera del primo settembre e la notte appresso, quando la catastrofe avvenne, il tempo era a pioggia di nuovo: ma nessuno mai che abbia pensato di mettere mano agli ombrelli! Ecco pertanto l’origine, ecco la causa vera di tutto il disastro!4

Ora che ci penso, la fu ad un pelo che lo scroscio del ponte non sia seguito la scorsa settimana, e a ciel sereno. Se il generale Pianell, quando levò il campo di Vico per discendere manovrando lungo la valle del Tagliamento, si fosse pensato di dirigere la finta battaglia contro agli undici archi del Signor Lupo, vattelo a pesca se avrebbero resistito al soffio dei suoi dodici cannoni5 (5). Non ne ha abbastanza oggidì il povero Pianell a soddisfare i danni ostentati, dovunque le sue truppe s'attendarono; mancava questa che avesse avuto da pagare anche il ponte, se per caso le arcate avessero fatto civetta lì in sua presenza, come contavano una volta delle mura di Gerico! Almeno contro la pioggia nessuno se la piglia, come neanche contro la grandine, sebbene sia solita di calare quasi ogn'anno per la stessa via battuta da Pianell, e far baldoria all'impazzata in lungo e in largo, dove i soldati bivaccarono pigiati e con tutti i riguardi.

Ora alle conseguenze. Si suol dire, ogni male non vien per nuocere. In giornata la strada d’Ampezzo, col suo ponte sul Degano, è stata tolta alla provincia, con grave rammarico di chi l'amministra, e posta a carico dell'Erario, per viste strategiche, attesoché rasenta il nido antico dei Di Lenna. Ora tanto bene che mezzo il lavoro è già demolito, giova sperare che il governo farà smantellare anche il resto, che spianti le pile di lì per ripiantarle un po’ più sotto, sulla sede ordinaria della strada e del ponte d’Enemonzo6. E in questa evenienza m’incarico io di persuadere la municipalità di Villa Santina a rizzare una lapide sul posto abbandonato press’a poco nei termini seguenti:

A ETERNA MEMORIA
DEL PONTE DEL LUPO
DISTRUTTO DALLA PIOGGIA
PRIMA CHE VI PASSASSE NEANCHE
UN CANE
GLI ABITANTI DI VILLA SANTINA
RICONOSCENTI
POSERO
IL SETTEMBRE MDCCCLXXXI

Intanto si tengano bene sull'avviso i costruttori futuri del ponte sul But presso Tolmezzo, da erigersi sulle basi medesime, con materiali consimili, e dietro progetto dello stesso professionista. Se avesse a piovere prima del collaudo, fuori subito gli ombrelli! E poi dal canto mio li consiglierei a ricordarsi del muratore leggendario, intento a fabbricare il forno ad un villano: quando ha già chiusa la volta, la sente far crepa e scendere bel bello ad adagiategli sul dorso:
» Ohe, padrone, esclama, favorite di pagarmi.
» Uscite fuori almeno, che il diavolo vi porti, — risponde l’altro, — e poi vi pagherò.
» Che diavoli o non diavoli! Qua entro me li sono meritati quei pochi, e qua entro intendo intascarli.

Ne esce, e, mancato il puntello della schiena, la volta del forno giù tutta a rifascio. Il villano bestemmia, minaccia, s’indemonia; ma il muratore flemmatico lo disarma osservando, — «Oh che, v’avevo promesso forse l’avesse a durare per tutta l’eternità?» — E pertanto, dovendosi erigere anche sul But un ponte a sistema Lupo, raccomando a chi torrà a fabbricarlo di ricordarsi la parabola del muratore, di non levare le centine e i puntelli se prima non saranno pagati.

Tornando al ponte sul Degano, potrei soggiungere che gl'imprenditori, venuti in qua di Lombardia con l’impresa Podestà, è da qualche anno che lavorano in Friuli; han già costruiti dei tratti rilevanti della ferrovia pontebbana, poi del canale del Ledra, e sempre con risultati vantaggiosi e lodevoli7. Questo ponte medesimo, eseguito sotto il costante controllo d'un ingegnere sorvegliante e d’un assistente, era proceduto senz'accidenti; lo stesso Lupo ne aveva ispezionato ripetutamente il progredire del lavoro sin dopo la chiusura degli archi, senza trovarci appiglio a censure, — anche dopo le pioggie di maggio. Senonché mentre tutti i visitatori ebbero in generale ad ammirare la celerità con cui l’opera avanzava, ed a trovarne l’esecuzione inappuntabile sì nei dettagli che nei complesso, ci fu peraltro più d’uno a cui quelle volte schiacciate diedero negl'occhi, e chi le trovò poco estetiche, chi troppo ardite e malsicure. Tuttavia c’è da scommettere cento contro uno che le sarebbero ancora in piedi se si avesse pensato agli ombrelli, — almeno sin'a tanto che le malte facevano presa.

Sarebbe pertanto bene a deplorarsi se codesta imprevidenza la si avesse a rovesciare sul progettista che non ne ha colpa né peccato. E poi con qual costrutto lasciarlo sul lastrico? Il ponte ad ogni modo non tornerebbe ritto, e s'anderebbe a risico d’avere un socialista o un comunardo di più. Mandarlo a rifare un po’ di pratica sulla coesione diversa di malte e cementi, sulla dinamica dei tufi e dei mattoni, sull’azione dissolvente delle pioggie e del sereno, in su quest’ora bruciata, sarebbe tempo perso, tanto più trattandosi del lupo il quale cangia il pelo ma non il vizio, come suona l’antico dettato. C’è però anche quest’altro, che lupo non mangia di lupo, per cui non avvi pericoli da questo lato. Ad ogni modo sarebbe desiderabile ch'ei venisse trasportato a lupeggiare un po’ altrove, che da queste bande, in Carnia sopratutto, si può dire che ha lupeggiato abbastanza. Rimarrebbe a far voti che il Ministero se lo chiamasse vicino, come addetto, attaccato, applicato o che so io: a Roma desso potrebbe servir benissimo a cresimare gli scerpelloni dei lupicini esordienti allato ai barbassori che hanno sinora cresimati anche i suoi; e poi avrebbe anche campo di sbizzarrirsi nei giardini del Quirinale o del Pincio a tracciare viottole a biscia sul gusto di quelle tra il Fella e Tolmezzo8.

Senonché un capro espiatorio è pure giocoforza che ci sia, e nel caso nostro non è difficile trovarlo. Intanto l’impresa si fa schermo del dettato — Legar l’asino dove vuole il padrone —, e con questo la si rende invulnerabile; quindi gli esposti restano il sorvegliante e il progettista. Questo qui a buon conto non bisogna toccarlo per le millanta ragioni suricordate, e poi neanche nelle metamorfosi d’Ovidio non si dà esempio d’un lupo convertito in capretto. Allora rimane quell'altro, il sorvegliante; già si sa, sono sempre i cenci che vanno all'aria! E questo sor sorvegliante affediddio che una tiratina d’orecchi, o un po’ di suspendatur se l’è proprio meritato9; dappoiché, chi gli ha insegnato il mestiere di sorvegliar a quella maniera? Figuratevi!. Piglia a pigione un abitacolo fuor di mano, nei pressi del ponte, onde esservi a tutte l’ore della giornata a seccare, a importunare, a tribolare appaltatori e lavoranti, e il più spesso si faceva portare persino il desinare sul porto: a Villa Santina, se non qualche volta a messa nei dì di festa, non trovava mai il verso d’arrivarci. Si è mai veduta una pedanteria siffatta? La vera sorveglianza invece la s'ha da esercitare, supponiamo, adagiati pei caffè e i ristoratori d'Udine, interpolando così per ispasso a ogni quattrotempora un viaggetto d'ispezione superlocale. Se l'avevano più discosto, anche i costruttori del nostro ponte avrebbero potuto apportare di loro testa qualche variante al progetto, — fra l'altre, l'uso del cemento, o del tufo, o … degli ombrelli: ma con quel sorvegliante garbato sempre alle costole non era prudenza arrischiarsi.

G. G.


  1. Quest'Articolo abborracciato all'infretta nel domani della disgrazia, e che è un riflesso fedele del giudizio formatosi in paese, doveva comparire insin d'allora in qualcuno dei giornali della provincia. Però in attesa d'un altro giudizio, per riguardi facili a indovinarsi, ne fu tenuta finora in sospeso la pubblicazione. 

  2. Che la sia provvisoria lo dicono le crepacce che già si vennero manifestando qua e là nella sede stradale e nei muraglioni di sostegno, che in parte dovettero fondarsi su palafitte. Arrivederci poi alla stagione dello sgelo! 

  3. Furono modifiche a cui tanto il sorvegliante quanto l’impresa pare richiamassero con insistenza l’attenzione del sig. Lupo, ma fu fiato gittato. L’impresa tuttavia non si trattenne dall'adoperare cemento idraulico, benché non prescritto, dove le parve più opportuno. 

  4. Il sig. cavaliere e ingegnere Lupo, venuto anch’esso a Villa ad esaminare il bel risultato de’ suoi progetti, indicò lì su due piedi (benché Lupo, non ne ha che due) essere quel disastro l’effetto d'un delitto, ed esternò il parere che bisognerebbe accollare a quel Comune il mantenimento d’un riparto di truppa sin a tanto che i paesani non gliene rivelino l'autore.
    Caro signor Lupo ingegnere e cavaliere, che ci sia di mezzo un delitto ne siamo perfettamente d'accordo con quanto poi a designargliene l'autore, eccomi a servirla senza che scomodi nessuno. Il vero delinquente è quegli che persiste ad affidare a Vossignoria l'officio d’arrandellare i quattrini spremuti dalla miseria pubblica, a Vossignoria che nei fasti della sua vita aveva qualche altro pente crollato, qualche altra strada sfranata.
    Caro signor ingegnere, perdoni la mia sfacciataggine. Sicuro che sulla tesa d'un cappellaccio, trovato a caso tra le rovine del ponte, la famosa sonnambula d'Amico di Bologna Le avrà fornito un altro responso, però né così chiaro né tanto a buon mercato di questo mio. Ad ogni modo resti fra noi, e badi soprattutto che Baccarini non lo risappia. Quei ministri sono così fatti, hanno tutti mal sangue più o meno colle sonnambule: già non è molto che un Regio Procuratone fu messo alla porta solamente perché nell’avviare le fila d’un processo si era pensato come Lei di consultare una sonnambula. 

  5. Il 22 Agosto la brigata manovrante traversò il Degano, almeno in parte, sul ponte in costruzione. Però quel giorno faceva bel tempo! 

  6. Il giorno 26 Settembre 1881 i rappresentanti dei comuni tutti della valle d'Ampezzo, raccoltisi ad Ampezzo, deliberarono d'innalzare in questo senso un ricorso al Ministero. Probabilmente pesteranno l’acqua nel mortaio. 

  7. L'impresa stessa va tuttora creditrice d'una somma rilevante verso il Consorzio del Ledra: però questa volta la pagheranno con le 150 mila lire di ulteriore sussidio concessogli testò dal Consiglio Provinciale: con quel che rimane poi si potrà disalveare mezza l’acqua del Tagliamento e introdurla nei canali, salvando così Latisana e i suoi sciancati dalle piene futuri seculi amen.
    E a proposito di quel sussidio, aggiungasi che venne concesso il 6 Ottobre passato, a mezzanotte, con sei voti di maggioranza, dopo quattr’ore di discussione; — a giudizio dello stenografo, sarebbero bastati quattro minuti. I nostri inviati montanari lo rifiutarono, meno uno che vedeva in pericolo la sua strada dì Paluzza, la sua figlia primogenita, e secondo il dott. Billia, il suo tallone d'Achille. I Gemonesi votarono pure coi nostri, più o meno contro coscienza poco importa. Dei distretti di Cividale e s. Pietro, i quattro che stanno a Udine votarono naturalmente cogli Udinesi: il quinto tentennò alquanto, poi, finì con votar contro; il sesto si ecclissò a buon’ora — d'ordine d'un suo zio;
    Bene rappresentati quei due distretti perdio!
    Per ultimo, d'oltre Tagliamento, due o tre presero l'ambulo verso casa sulla sera pel ponte del Giulio. Insomma,, la pensi come vuole lo stenografo, tutto questo fu l'effetto di quelle quattro ore di discussione. 

  8. Invece egli sembra destinalo, almeno pel momento, a tracciare anche la nuova strada fra il monte Mauri a e il Misurina ; lassù avrà libero campo di immortalarsi con le solite strampalerie in proporzioni monumentali. 

  9. In quanto a questo, l'articolista si può dire che fu profeta, ché difatti ultimamente il povero sorvegliatnte ebbe l'ordine perentorio di tramutarsi a Girgenti, — dall'Alpi al Lilibeo! — e la fu gola se non passò per la mente che Pantelleria è ancora più discosta. Però si conforti, che almeno laggiù non avrà più da fare cogli elaborati del Lupo.
    Quanto all'articolista poi, non ha gran merito davvero se fa l’indovino, quando trattisi di vaticinare paradossi, — in Italia. — a questi lumi di luna! 

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