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I Introduzione

Ormai scoprire terre incognite nel mondo delle Alpi, è difficile.

Non c’è giogaia, non c’è vetta alpina che non abbia a quest’ora la sua storia, che non sia stata il tema di qualche mezza dozzina di articoli da giornale politico od alpinistico, che non sia descritta per filo e per segno negl’itinerari e nelle guide.

Non siamo ancora proprio al punto, sotto il quale Tartarin avea finito per concepire l’alpinismo in Isvizzera; ma, insomma, se vogliamo sentire le vergini e gagliarde impressioni di quell’epoca semieroica dell’alpinismo, che mi permetterò di chiamare il periodo delle scoperte, è mestieri che ritorniamo almeno di quindici o di venti anni addietro (un’eternità, nel vertiginoso affrettarci dell’oggi), e che cerchiamo nei nostri album ingialliti, gli appunti e le note del tempo in cui noi, della vecchia guardia facevamo le prime armi.

Il periodo delle scoperte alpine

Per gli alpinisti della Svizzera o del Piemonte, parrà troppo poco forse risalire colla memoria a una quindicina d’anni soltanto. Ma, per le Alpi Venete e specialmente Friulane, proprio il periodo delle scoperte, almeno per conto degl'italiani, s’aggira appunto fra il 1873 e il 1880, allorché furono per la prima volta saliti (o almeno si credette che fosse la prima volta) ed illustrati il Canino, il Jôf del Montasio, il Sernio, il Clapsavon, il Coglians e il Kellerwand, le cime più interessanti e difficili delle nostre montagne.

Per taluna delle cime friulane eravamo veramente stati preceduti dagli alpinisti tedeschi e in ispecie dagl'inglesi, e prima di noi il Ball avea più volte percorse le nostre vallate, e il Tuckett fin dal 1873 avea visitato il Cansiglio e salito il monte Cavallo e li avea descritti, e il Gilbert e il Churchill colle loro Dolomite Movntains (1865) aveano tracciato degli efficacissimi abbozzi di alcune fra le più caratteristiche montagne delle Carniche e delle Giulie, e dal Mojsisovics e dal Grohmann erano già stati esplorati e descritti i gruppi del Peralba e del Coglians. Ma, com'erano ignorate le cime e le giogaie, così era poco nota o mal nota la loro storia e la loro bibliografia, e ben pochi sapevano quanto si andava stampando sull'Apine Journal o nelle Mittheilungen dell’allora modesto Oesterreichischer Alpenverein o nella Zeitschrift del non meno modesto Deutscher Alpenverein, destinati a così splendido avvenire.

Fu, ad esempio, soltanto nel 1873 che io presi conoscenza con quella che poi adesso da tutti si giudica la più alta giogaia del Friuli e delle Alpi Carniche. Trovandomi in soggiorno ad Ovaro, nella pittoresca valle del Degano, feci di là varie escursioni per boschi, vallate e varchi, talora in compagnia di una guida tolta qua e là a caso, talora da solo, ma sempre munito di un buon aneroide e di un termometro.

Il passo di Gola Bassa

Così rivisitai le isole linguistiche di Sauris e di Sappada, due fra le più simpatiche e pittoresche località delle nostre Alpi; così esplorai per la prima volta la ignorata e bellissima valle di S. Canziano, solcata dalla Pesarina, così mi spinsi all’insù di quella di Moreretto e pel primo, credo, misurai il passo di Gola Bassa, che dal bacino del Degano conduce in quello del But, e che, ad onta del suo nome, è ancora una delle più alte forcelle delle Alpi Carniche, essendo elevato ben più dei 2000 m. sul mare.

IL MONTE COGLIANS. Veduta presa da Mione (Canal di Gorto in Carnia) - Da un disegno di Gio. Majer

Monument

La ragione che mi avea deciso a tentare questo passo, senza dubbio uno dei meno frequentati, massime in quella stagione (eravamo di già a mezzo settembre) era... domando scusa alle lettrici... una ragione archeologica. Si trattava di vedere se il nome di Casera Monument segnato sulla Carta del Lombardo Veneto (Sc. 1/86,400) derivasse da qualche reliquia di tempi lontani. E il mio sospetto non era senza fondamento, imperocché, a due ore di lì, pel varco del Croce passava una antica via romana, che da Aquileia andava nel Norico e di cui tuttora avanzano cospicui monumenti.

Se l’archeologo però rimase deluso nelle sue ricerche, l’alpinista invece restò soddisfattissimo, come quegli che percorse un sentiero aspro sì, ma assai bello, e nel luogo chiamato Monument vide un altipiano stranamente disseminato di macigni bianchi di forma parallelopipeda, in numero così grande da giustificare il nome datogli dai valligiani di Monument, e da richiamare alla memoria uno di quegl'immensi cimiteri maomettani dell’Asia anteriore, che ci colpiscono per le infinite tombe, di cui sono gremiti.

Prime e mal sicure notizie sul gruppo del Coglians

Però altre cose, oltre Monument, aveano allora attratta la mia attenzione. Sopra quella località e imminente sulla frana, che ivi ha principio e che un 600 m. più in basso finisce presso la casera di Gran Plan o Val di Collina1 vedeva allora protendersi dei contrafforti rocciosi giganteschi e vari di forma, alternati con nevai scendenti dalle gole. Quantunque, come ho accennato, mi trovassi già a 2000 metri sul mare, quelle roccie sembravano elevarsi molto al di sopra di me, sicché non mi pareva di andar lungi dal vero valutandone l’altitudine a 2500 o 2600 metri. Esaminata la carta e presa lingua dalla guida, n’ebbi risposta che appartenevano al pizzo Collina, o, com'essa si esprimeva nel suo dialetto, alla crete di Culine.

Questo nome non mi suonava nuovo; anzi qualche tempo innanzi prendendo nota dei punti trigonometrici della provincia di Udine, secondo che erano stati calcolati dall’ingegnere Ugo Schnorr e comunicatimi privatamente, m’era venuto sott’occhio il monte chiamato nel suo manoscritto Colines, a cui spettavano le seguenti coordinate : latit. settentr. 46° 36' 37”, e long, orient., dall’isola del Ferro 30° 33' 47', cioè secondo il merid. di Roma 0° 25' 2"; mentre l’altezza attribuitagli era di ben 1435.3 klafter, il che corrispondeva a m. 2721.93. Le coordinate si riferivano perciò non propriamente alla vetta posta più accanto alla parola P.zo Collina della Carta, sibbene al triangoletto (Δ) disegnatovi alquanto ad ovest e che corrisponde precisamente a un punto trigonometrico. L’altezza indicata poi era tale da superare (secondo lo stato delle cognizioni ipsometriche d’allora) sensibilmente qual siasi vetta delle Alpi Carniche, dal passo del monte Croce di Sesto o di Padola a quello di Saifnitz.

Per allora fissai in mente la cosa ed anche un po’ il proponimento di salire una volta o quell’altra quel picco, tanto più che la mia guida, Nicolò Sottocorona da Collina, valente cacciatore di camosci, mi assicurava essere la cosa possibile e neanche molto difficile. Impedito per due anni di tentare l’impresa, nel frattempo andai pescando notizie. Ma queste, invece di recarmi “un po’ più di luce„, mi aveano fatto buio.

A sentire i valligiani del canale di Gorto (val del Degano) la vetta più alta di quella giogaia non rispondeva già al nome di Collina, ma a quello di Coglians, e veramente un monte con questo nome era segnato sulla carta, anzi appariva estendersi ad abbracciare più vette. Invece a sentir quelli del canal di S. Pietro (valle del But) il punto culminante del gruppo era appunto la cima da me intravvista, e che da essi veniva designata col nome di crete o cime di Colline.

Finalmente nella bella opera di Gilbert e Churchill, The Dolomite Mountains (pag. 184), m'ero imbattuto nella nota, che per comodo del lettore traduco:

Il monte Paralba a mezzodì della Gailthal, alto 8812 p. ingl. (m. 2686), era finora considerato il più alto monte delle Alpi Carniche. Il 22 settembre 1862 però Edmund von Mojsisovics salì il Kollinlkofel e determinò la sua altezza con una media di tre osservazioni barometriche in 8467 p. vienn. (2676 m.) ossia 30 piedi meno del Paralba, mentre le due Kellerspitzen, formanti parte del gruppo del Collina, poste alquanto più ad occidente e ch’egli non potè salire, le stimò alte almeno 500 piedi di più, cioè 9000 p. vienn., 9333 p. ingl. (2845 m.), solo 37 piedi (11.4 m.) meno del Terglou.

Per verità a questa nota si potrebbe trovare qualche cosa a ridire, e, tra altro, cioè, che già anteriormente si sapeva che il Peralba, meglio che Paralba (alto kl. v. 1418.8, cioè m. 2691), era vinto in elevatezza dal pizzo di Collina.

Oltre a ciò, la nota accennata mi metteva in imbarazzo per un altro motivo. Io non avea mai visto accennato il Kellerspitz nelle migliori carte di questa regione, né in quella in rame del Lombardo-Veneto (sc. 1/86.400), già citata; né in quella della Carinzia in iscala da 1/144.000; né finalmente in quella del Pauliny (Das Herzogthun Kärnten. Sc. 1/360.000). Solo mi rammentava di aver visto nelle carte del l’Atlante scolastico dello Stieler far capolino da qualche anno un Kellerwand, posto presso il gruppo Collina e che poteva benissimo corrispondere alla vetta accennata dal Mojsisovics.

L’esame delle carte accresceva intanto la confusione. Le due, quella ad 86.400 e quella a 144.000, non andavano d’accordo nella collocazione del punto trigonometrico, poiché in quest’ultima esso è posto almeno un 800 metri più ad oriente che non in quella, anzi sembra che proprio sia ad esso che spetti il nome di Kollinkofel, mentre nella prima il segnale trigonometrico sta in mezzo tra il P.zo Collina e il M. Coglians, e a libeccio del piccolo ghiacciaio che sovrasta alla valle Valentina.

Né allora si poteva giovarsi della nuova Carta Austriaca al 75,000, di cui il foglio Zona 19, col. VIII, che comprende il gruppo in questione, non venne pubblicato se non nel 1881. E d’altronde questo foglio medesimo, sempre rispetto al nostro gruppo, è, specialmente nella nomenclatura, tutt’altro che un modello del genere.

In fondo però, dalle informazioni assunte, ero, allora, da per me arrivato a questa conclusione: che la giogaia contava due cime maggiori, una più orientale, corrispondente al Collina, e l’altra più occidentale, corrispondente al Coglians dei valligiani della Cargna.

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Scarica questo file (La più alta giogaia delle Alpi Carniche.pdf)La più alta giogaia delle Alpi Carniche. Appunti vecchi e nuovi[Bollettino del Club Alpino Italiano - Vol. XXII (1888), n. 55, p. 122-173]36 Downloads
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