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IV In marcia pel Coglians

Lasciammo Collina alle ore 3.30 p. diretti alla casera Moreretto. Per giungervi, si doveva scendere un sentiero sostenuto alla meglio lungo un terrazzo mezzo franato del rio Moreretto, passar questo piccolo corso d’acqua sopra un ponte di travi posto alquanto a monte della sega di Collina, indi risalirlo fin poco lungi dalla sua sorgente. Sino al confluente del rio Canaletta, che scende dal passo di monte Canale o del lago di Volaia, il sentiero saliva in pendio dolce e ben poco sensibile e percorreva boschi e prati amenissimi, che noi traversavamo allegramente, intanto che il mormorio del ruscello rendeva, per così dire, animata e gradita la scena. Ma, appunto laddove le due vallettine s’incontrano, è duopo rivarcare il Moreretto, e tosto s’incontra uno sperone boscoso, erto e sempre più selvaggio, lungo il quale è giuocoforza montare i 350 metri di altezza, che ancora separano quella confluenza dalla casera. Quantunque il pendio del torrente sia fortissimo, pure quello della viuzza lo è ancora di più, come quella che a poco a poco s’innalza lungo la costa, abbandonando il thalweg. Esciamo dal bosco, che oramai va sempre più diradandosi, e cominciamo a salire i pascoli. Qui si cammina a vanvera, poiché sentiero non v’è, i sentieri son mille, quanti, cioè, dettò il capriccio ai valligiani o il bisogno di erba alle mucche. Il dosso si ripiega, si addolcisce e termina in un ripiano umidiccio dove già da lungi ci arriva alle nari quell’odore, così caratteristico, delle malghe. E ben presto ci siamo: sono le 5 p.; da Collina 1 ora 1/2 di marcia.

La casera Moreretto

Dei miei lettori ben pochi son certo quelli che non abbiano passato una notte in una cascina; non mi fermerò quindi a narrare le vicende della nostra permanenza al Moreretto, che nulla ebbero di straordinario, tranne forse una circostanza, che può succedere solo a chi viaggia munito di strumenti scientifici: e fu che a stazione provvisoria delle mie osservazioni scelsi a posta (appendendovi barometro Fortin, aneroide, termometro e termografo) un palo da quei creduli pastori destinato, mediante certi legnetti incrociati cabalisticamente, a rompere le stregonerie e le disposizioni infernali. Nulla mi pareva meglio del far sostegno di apparati scientifici un oggetto costruito a fini di ingenue superstizioni. Non so poi se il mio atto abbia anche avuto per effetto di favorire o di rompere qualche malìa; intanto noto che dalle mie osservazioni ebbi indicata una pressione che, confrontata con quelle segnate nella stessa ora a Tolmezzo e ad Ampezzo, mi diede per la casera di Moreretto l’elevazione di 1716 m. La temperatura alle 6 p. era di 13° 7; nella notte cadde a 9° 8.

L'ascesa

Si partì alle 3 a. del giorno 20. Cielo tutto coperto, buio pesto, per cui dovemmo prendere una lanterna; barometro abbassato; tempera tura piuttosto alta, 10°: cattivi pronostici.

Dalla vetta del Coglians, proprio verso sud, si sferra uno sprone, sulla cui vetta un tempo correva il confine tra il distretto di Tolmezzo e quello, soppresso nel 1854, di Rigolato. A circa un chilometro dalla vetta lo schenone si divide in due rami: uno va a scirocco e fa da spartiacqua tra il bacino del But e quello del Degano; il secondo volge a libeccio e termina presso Moreretto di Sotto. Noi dovevamo salire questo ciglione, indi portarci nel rugo che in direzione dapprima SO-NE, indi S-N per frane, nevai e roccia, mena rapido alla vetta.

Per un’ora o giù di lì la salita prosegue quasi sempre per un pendio costituito da zolle erbose, e si può dire di montare per un sentiero ma, raggiunto il cosidetto Ciadin di sòre (Bacino o catino di sopra) che appare anche dal tratteggio della Carta, la cosa cambia aspetto. Comincia la roccia, la frana, il nevaio e l’ignoto.

Appunto li (c.a 2100), ad un’ora dalla casera, il Gajer m’indicò una roccia sporgente sotto la quale l’ing. Pitacco e lui avevano passato orribilmente la notte del 6 agosto, che fu tutta burrascosa, non avendo l'ingegnere voluto fermarsi a Moreretto.

Lì presso si apre a destra il passo di Monument, fino al quale dovevasi pur tornare nella discesa, per poi, valicatolo, scendere a Plecken. Le portatrici avrebbero potuto aspettarci colà, ma preferirono di venire con noi sulla vetta; deposero però i loro gerli, prendendo solo gli scialli e un po’ di viveri. Fatto ivi un quarto d’ora di sosta, ripigliammo la marcia.

Il cielo andava rasserenandosi. Però lungo le valli, verso il monte Pertighe e sopra la malga Moreretto, salivano ogni tanto dei grossi ammassi nebbiosi, dei quali i più vicini a noi per poco non giungevano ad avvolgerci.

Però il monte Crostis, che si trovava al nostro livello, mostravasi sgombro da nubi, e già noi scorgevamo a destra sua il canale di Gorto chiuso a mezzogiorno dalla massa piramidale del Verzegnis e a sua sinistra i monti di Sutrio e lontano lontano le masse dell’Amariana e del Sernio.

Riprendemmo l’ascesa che si faceva sempre più faticosa ed aspra. Passammo un piccolo nevaio. Il cielo si schiariva sempre più; la nebbia sembrava non ardisse di alzarsi. Allo svoltare di una goletta, Toni, che , mi precedeva, si ferma ad un tratto e mi disse: “Guardi!"

Alzai gli occhi quanto potei, e proprio sopra la mia testa, fra mille picchi bizzarri, frastagliati ed acuminati al pari delle più ricercate, vette dolomitiche, ne scorgeva uno, il solo tinto d’oro dalla sorgente aurora, dominare gli altri.

Ci volgemmo. La cresta erbosa formata da scisti, la quale dal Crostis per Plumbs, Gola Bassa e passo di Monument, move al Coglians, allora cominciavamo a vederla sotto di noi in taglio, dimodoché ne scorgevamo entrambi i pendii, che ripidissimi andavano a intersecare i loro piani sull’ondulata ed esile sommità. Il pendio orientale, coperto da nebbia trasparente, si tingeva in un colore inesprimibile, misto di rosa, di azzurro, di viola, di lilla, esso pure sfumato, tutto velatura e trasparenza. A ponente invece la valle scendeva cupa e nerastra. Il verde dell’erba contrastava in basso col rosso degli scisti e in alto col bianco ardente delle roccie calcari, rese ancora più abbaglianti dalla luce sempre più viva che andava diffondendo il sole.

L’ascesa cominciava a farsi seria. Montiamo un primo caminone, dopo cui ci troviamo in un ripiano. A destra, sopra di noi, appare una piramide acutissima, che ci sembra molto elevata e che per un momento scambiamo per la vera cima, errore da cui tosto ci ritrasse la guida. Davanti ci si presentano due golettine rocciose: una ascende verso greco ed è occupata da neve; la seconda move a maestro, e non lascia scorgere nevai. Sulla carta al 86,400 sono segnate entrambe; l'una in direzione della lettera o, l’altra della lettera M della parola M. Coglians.

La guida prende risolutamente la prima. Il nevaio in basso era molto largo, forse duecento metri, ma a dolcissimo pendio; indi andava restringendosi fra le due pareti rocciose fino all’altezza di circa sessanta o settanta metri. Guardando in su, lo si vedeva quindi perdersi fra le rupi per uno strettissimo couloir, di cui si scorgeva solamente la bocca inferiore.

Pel primo tratto cominciammo a percorrerlo in catena, ognuno prendendo la sua via; poscia, dopo due o tre conche ondulate, si cominciò, a rallentare il passo. Il nevaio diventava sempre più ripido. La neve era abbastanza soda; ma, con una inclinazione del 60, 70 e in ultimo anche del 100 per 100, il piede stentava molto a trovar appoggio. Si procedeva a zig-zag, tenendosi però verso la parete a sinistra, la quale poscia dovevamo attaccare. Così s’impiegò circa 1/2 ora a superare un dislivello di c.a 120 m. La guida mi disse però che di solito il nevaio è molto più ristretto; allora lo trovammo così esteso per la copia straordinaria delle nevi cadute nell’inverno precedente e anche nella primavera, delle quali l’estate freddo e piovoso avea ritardato lo scioglimento.

Osservando la parete quasi verticale, questa ci si presentava dapprima come inaccessibile, ma quando, terminato finalmente il nevaio, ci fummo più vicino, la trovammo screpolata, a fenditure, a ripiani così da offrir modo ad una scalata non agevolissima, ma neanche delle più difficili, e colla quale infatti ci alzammo rapidamente. Ornai quella piramide acuta di roccia, che dapprima s’elevava sopra di noi a destra, s’era umiliata e appariva depressa; già più una sola pianticella, il ranunculus glacialis, slargava le sue corolle d’oro al sole crescente; già si sentiva una lieve brezza accarezzarci gli orecchi. Non provavamo stanchezza di sorta. Istintivamente si sollecitava il passo quanto lo permetteva l’asprezza del cammino, e l’idea di non precipitare al di sotto o quella di non recar danno ai compagni, ruinando loro addosso qualche macigno mal sicuro.

La cima del Coglians

In un momento la persona del Gajer torreggia dinanzi nell’azzurro del cielo. È la cresta. Di là vediamo ad un tratto il Volaja, il Canale, il Judenkofel e una sterminata quantità di vette e di macigni. Non ci badiamo. La cresta sale diritta a congiungersi al fastigio supremo del monte. Raddoppiamo di cautela, perché l’appoggio questa volta ci manca da entrambi i lati.

Ci siamo. Ecco la cima; su quel punto sorge un ometto; è stato eretto dal Grohmann e dalla guida Sottocorona nella prima ascensione. Ma io m’accorgo che la cresta va ancor salendo verso est; via di corsa a salti per lo stretto spigolo, e in due minuti ho raggiunto il punto culminante; qui troviamo una bottiglietta coi nomi dei primi salitori. Sono le 6.15: quasi 3 ore 1/4 dalla casera Moreretto, delle quali meno di 3 ore di cammino effettivo.

Sopra di noi il cielo era perfettamente azzurro. All’intorno lo era del pari in ogni verso, meno che a ponente, dal quale lato notavansi alcune lunghe nubi a strati. Così qualche vetta un po’ bassa cominciava a circondarsi di cumuli bianchicci, che, se ne rendevano meno spiccati i profili, nulla toglievano alla grandiosità della scena. Un leggiero venticello di maestro, fino e freddo, sorgeva a buffi, variando di forza e facendoci sperare che anche quei pochi ingombri sarebbero scomparsi lasciandoci goder più completo il panorama.

Il panorama

Specola migliore della nostra certamente non si poteva trovare nelle Alpi Carniche; poiché già fin d’allora il confronto col Peralba e col Crostis ci ammaestrava che non dovevamo esser più bassi dei 2800 metri sul mare.

Quello che maggiormente ci colpiva era a tramontana una sterminata catena lunga ed uniforme, alternata qua e là da ghiacciai che splendevano candidi al sole sorgente, e sopra la quale si elevavano delle piramidi imponenti di ghiaccio. Sotto di essa le vette più prossime e le valli già si annebbiavano. Giustamente, fin dal primo istante, la giudicammo pei Tauern, la più importante serie di catene delle Alpi Orientali, l’Alpe Norica dei geografi della vecchia scuola. Già la sua media altezza, di oltre 2800 metri, permetteva che la scorgessimo sopra le nubi. Da levante a ponente ne spiccavano, dopo le profonde fessure della Maltathal e di Rastadt, la Hochalmspitz (3355 m.) e l’Ankogel (3263 m.), riuniti da una muraglia più bassa, l’Hochnarr (3258 m.), che sovrasta a Gastein e finalmente il Gross-Glockner (3797 m.), coi suoi fianchi neri, che presentava l’a picco, con cui precipita nella valle di Kals, e la spalla dell’Adlersruhe, donde si passa per ascendere alla cima più eccelsa. Quindi, nel suo stesso gruppo, si vedevano il Montanitz, l’Hochschober (3250 m.) e il Kreuzeck (2704 m.), quindi nuovamente la solita muraglia. Un’altra vetta: è il Gross-Venediger (3659 m.), quasi più imponente del Gross-Glockner, come quella che copresi di una cupola di neve e si stacca ad angolo retto dall’acrocoro nevoso della Drei Herren-Spitz (3505 m.); poi il Riesen Ferner e via a sinistra le cime (3400 a 3500 m.) della Zillerthal, fino al Brenner, la cui depressione si poteva distinguere a meraviglia. Né lo sguardo si limitava a ciò, ché giungeva agli splendidi ghiacciai dell’Oezthal, al Similaun, e solo si fermava alla candida Weisskugel, termine gigantesco del nostro orizzonte.

Questo veniva quindi serrato dalla catena dolomitica del Tirolo e del Cadore, cominciando dalla Dreischusterspitz (3160 ni.) e proseguendo pel monte Cristallo (3199 m.), per la lunga parete delle Marmarole (2933 m.), per la curva ed ardita piramide dell’Antelao (3263 m.), dietro alla quale si mostrava il turrito baluardo del Pelmo (3169 m.) e fra i due giganti, più in fondo la Marmolada (3344 m.) con quel suo nastro di vedrette pel quale si attinge la vetta principale. Il torrione bastionato del Pelmo quindi, mediante una cortina di cime verdeggianti, raggruppavasi alla curva testa della Civetta (3220 m.), lasciando veder dietro a questa la Cima d’Asta (2348 m.) col suo grigio cocuzzolo, dopo la quale più in basso e isolati staccavansi dalle vette dolomitiche i titani delle venete Alpi: la Vezzana (3194 m), e forse il Cimon della Pala (3186 m.), e certamente la Pala di S. Martino (2998 m.), le due ultime solo da poco, allora, domate da piede italiano.

Ecco finalmente abbuiarsi ad un tratto la veneta pianura23 su cui a mala pena distinguevasi la modesta vetta del monte Cavallo (2248 m.) e quella del monte Raut (2024 m.) e quelle più modeste ancora delle altre nostre Prealpi, di cui una gran parte ci era coperta dal vicino monte Crostis, che ne prospettava a mezzogiorno. Però, a destra del Cavallo e al di qua delle montagne dolomitiche che occupano il bacino di sinistra del Piave, mostravasi un’altra serie di vette dentate, e pur esse all’apparenza dolomitiche, quelle che servono di spartiacque tra quel fiume e il Tagliamento, e fra esse notavasi specialmente il Duranno (2668 m.) e a sua sinistra il Pregoane, mentre a destra il Clapsavòn (2463 m.), a me ben noto, copriva il Premaggiore (2479 m.). A destra e a nord del Clapsavòn, si vedeva di profilo la mirabile e frastagliata catena che fronteggia a mezzodì l’altipiano di Sappada, indi il Terza-Grande (2586 m.), il Rinaldo (c.a 2400 m.), il Peralba (2691 m.), e proprio dirimpetto a noialtri il Volaia e il Canale colla depressione, che ne forma la valle del Volaia, tributaria del Gail.

Ancora: tra il velo che la nebbia stendeva a nostro libeccio, lo sguardo scendeva nella profonda vallata di Gorto, dove apparivano qua e là alcuni gruppi di case, che mal si potevano identificare con sicurezza per questa o per quella borgata, mentre l’occhio veniva attratto immediatamente dalla biancheggiante casa Toscani in Mione, che pareva un dado di avorio sopra un verde tappeto. Ogni tanto un guizzo di luce ripercosso dall’onde, vincendo il fitto dei vapori, ne palesava, in fondo la valle, il Degano, che la percorre. Lasciamo a destra il monte di Verzegnis (1915 m.), che si accovaccia vergognoso dietro le spalle del Crostis, e passiamo anche questo.

Vicino, a sua sinistra, scorgevansi l’Orvenis (1969 m.), la vetta Cresolina e i monti di Terzo e più indietro il ben noto Tersadia (1959 m.), a tergo ancora del quale e più elevata la piramide del Sernio (2187 m.), e nello sfondo del quadro il gigantesco acrocoro del M. Canin (2610 m.), che disegnavasi nero sul fondo azzurro del cielo. A tramontana una depressione: la val di Nevèa (1205 m.), indi confusamente il Jôf del Montasio (c.a 2755 m.), il Wischberg (2609 m.), la bianca parete, del Mangart (2678 m.), che in parte copriva le biforcuta vetta del Triglav (2864 m.), l’unico monte delle Giulie che ornai possa rivaleggiare col nostro Coglians. Quindi, proseguendo a nord, le Caravanche e la vedetta della Carinzia, il Dobracs o Alpe di Villaco (2167 m.) in parte coperto dal Kellerwand, spettante al nostro stesso gruppo, il Reisskofel (2369 m.) e più indietro i bacini di Spital e del lago di Millstadt, coi quali si riprenderebbe il giro dei Tauern, donde siamo partiti.

Le osservazioni

Ora alle osservazioni barometriche e termometriche: ne furono fatte alle 7, alle 8.15 e alle 9, mentre nella stazione meteorologica di Tolmezzo si istituivano pure alle 7 e alle 9, e in quella di Ampezzo alle 6 e alle 9. Riporto le osservazioni della vetta:

Ore Temperatura esterna Barom. Fortin Aneroide    Stato del
antim. all'ombra al sole Temp. Press. corr. cielo vento
7 - 5.7 - 5.4  549.09  546.5 2 s° m.h. NO a buffi. forza var. 1-2 e calm.
8.15 6.7 - 7.0  549.36  546.2 3 s° m.h calma
9 - 7.1 15.8 7.8  549.59  546.5 2 s° m. cresc. calma
NB. Il termografo a minima segnava 4° 3; punto di temperatura più basso da noi raggiunto durante la dimora sulla vetta.  

Altezza e storia alpinistica del Coglians

Più tardi, allorché mi venne dato di poter confrontare tali elementi con quelli delle due stazioni accennate, potei, servendomi della formula del Laplace, calcolare l’altezza del Coglians, ed essa mi risultò di metri 2796.7 se riferita a Tolmezzo e di metri 2801.2 se riferita ad Ampezzo, donde risulta la media di metri 2798.8 a rappresentare l’altitudine della vaschetta del barometro, ed, essendo questa di metri 1.80 più bassa della cima, l’altitudine di quest’ultima riesce di metri 2800.6, in numero tondo 2801 metri.

La bontà degli strumenti da me adoperati e di quelli esistenti nelle stazioni di confronto, strumenti che in quegli anni io aveva sovente occasione di paragonare fra loro, la diligenza delle osservazioni eseguite e ripetute in ottime condizioni meteoriche, la conveniente distanza delle stazioni di riferimento, e il notevole accordo degli elementi dai quali risulta la media di 2801, son tutti argomenti importanti per attribuirle un grande valore.

Il quale è anzitutto confermato da un primo confronto eseguito mediante l’aneroide, la cui misura, riferita alla casera Moreretto con 1716 in., avrebbe dato per la cima del Coglians l’altitudine di 2811 m.

Né da queste cifre si discosta molto la misura del Grohmann, eseguita nel 1865 essa pure mediante un barometro a mercurio, e secondo la quale tale altitudine sarebbe pari a 8886 piedi viennesi, ovvero a 2809 metri.

Finalmente, dopo il 1881, a queste tutte puossi aggiungere la cifra di metri 2799, dovuta alla carta austriaca 1/75,000. A proposito della quale cifra c’è però il guaio che, mentre essa è segnata al punto in effetto spettante al Coglians, tale punto, e lo vedemmo, porta in quella carta due nomi, così disposti:

Kellerwand
(M. Coglians),

dei quali il primo evidentemente sbagliato, il che permette sempre la esistenza del dubbio, cioè che avendo fatto migrare il nome di Kellerwand da levante a ponente, con esso non abbia migrato la quota rispettiva. Se ciò non fosse, e se veramente il dato della carta austriaca è collocato a suo giusto posto e risulta da una misura effettivamente eseguita, esso corrisponde assai prossimamente al mio, al quale viene così a dare un’importante conferma.

In generale le guide alpine un po’ vecchie, quella del Ball24 e quella del Frischauf25, attribuiscono al Coglians la quota ottenuta dal Grohmann, la quale venne adottata anche nell’ultima edizione dell’Atlas der Alpenländer del Mayr, mentre la prima aveva, chissà su quali criterii, accettata quella difettosissima di 2312 m. Finalmente le guide o le opere geografiche un po’ recenti: quelle, per esempio, del Meurer26 e del Böhm27 ed altre, preferiscono la quota di 2799 data dalla carta austriaca.

Il Meurer, dietro le orme del Grohmann, identifica bene la posizione del Coglians, al quale egli dà altresì il nome di Hohe Warte, già, a detta del Grohmann, usato per questo monte da taluno dei valligiani della Lessachthal (Gailthal superiore).

È strano però che il Meurer stesso, nella sua ancor più recente guida della parte più orientale delle Alpi Orientali28, non abbia trovata una parola di descrizione per questo importante e notevolissimo monte, e lo stesso, anzi più ancora, può ripetersi a proposito della guida del Rabl, pur abbastanza recente e per giunta speciale alla Carinzia29, sui cui confini sorge la nostra vetta.

La quale, in complesso, ad onta della sua elevazione, che, come vedremo, la costituisce il più alto punto di altitudine sufficientemente accertata, di tutte le Alpi Friulane, e dell’intera catena delle Carniche; ad onta dell’estesissimo panorama che offre e della relativa facilità di ascesa, è pochissimo visitata dagli alpinisti.

Salita la prima volta dal Grohmann (con un contadino detto Hofer, di Wodrnay nella Lessachthal, e colla guida N. Sottocorona) il 30 settembre 1865; la seconda dall’ingegnere Luigi Pitacco, assieme ai signori Galante e Menchini (colla guida Antonio Gajer) il 7 agosto 1876; per la terza dai fratelli Cesare e Guido Mantica, dal tenente Segala e da me il 20 agosto 1876; per la quarta dal signor avvocato Ottone Welter di Colonia colla guida Antonio Gajer, due giorni dopo di noi; per la quinta finalmente dall’avv. Enrico da Pozzo di Tolmezzo il 30 agosto 1877: la storia delle sue ascensioni finisce lì. Ogni anno si sente dire che una od un’altra brigata di cacciatori ha asceso il Coglians od aveva intenzione di ascenderlo; e del pari credo che lo abbia salito il dott. Arturo Magrini di Luint; ma non posseggo nessuna notizia sicura di tali imprese, delle quali non venne fatto cenno pubblico, né tenuto conto nelle effemeridi alpine.

Dopo un allegro intermezzo per la colazione, ripresi ad osservare e riflettere. Mentre dapprima nutrivo qualche dubbio che il Kellerwand di Mojsisovics non fosse altra cosa dal Coglians dei Friulani, adesso già il dubbio era andato sparendo. A nostro oriente, alla distanza di forse un chilometro, si vedevano tre vette molto elevate, quelle stesse, che in parte coprivano l’alpe di Villaco, il Dobracs. Due delle medesime particolarmente spiccavano per la loro altezza, che così a occhio non poteva di primo acchito stimare inferiore a quella del punto da noi occupato. Per isfortuna, non avevamo a nostra disposizione un livello, che potesse darci una risposta sicura. Il tenente Segala tentò di supplirvi alla meglio, costruendo una specie di archipendolo di cartoncino; istrumento imperfettissimo, il quale per altro bastò a convincerci che quella vetta doveva trovarsi pressoché al livello, se non più alta, della nostra. Il Gajer, interrogato se conosceva una via che colà ne conducesse, rispose: «Per queste Crette30 vanno solo i cotorni e le poane, né si reggerebbero nemmanco i camosci». Soggiunse che a suo giudizio, vi si poteva salire da Monument; e noi lo eccitammo a studiar la strada.

Mi alzai per esplorare daccapo accuratamente la vetta. Dal punto prima toccato, all’estremità orientale, misurata alla cordicella, essa ci apparve lunga novantasette metri, e diretta pressoché da ponente a levante. La forma è quella di una schiena di capra, tutta aspra di, macigni calcari, bianchi e talvolta chiazzati di roseo, variamente logo rati e sconnessi. La sommità del crestone lascia camminare sicuri e presenta una larghezza di almeno un metro anche nei punti più stretti; ma poi, dai lati, se ci allontaniamo dal ciglio supremo di soli due o tre metri, i piani, che si incontrano al vertice, scendono a picco per mille burrati e per mille barbacani, che s’infossano o sporgono sulla parete. Stando lassù, però non si vede appoggio, di sorta.

Mi spinsi sul termine orientale della cresta. A sud-est vedevasi quella medesima vetta piramidale, che, imminendo sulla nostra destra mentre salivamo, io aveva scambiata un momento pel Coglians; più a levante, verso le Kellerspitzen, una serie accidentata di vette precipitose e ruinose, affatto impraticabili, appunto giusta l’avviso del Gajer; a nordest, sotto i piedi, un vasto nevaio, che s’appoggiava da un lato a quelle medesime vette e da quelle calava, erto dapprima, poi sempre più dolce, a formare la valle Valentina, della quale si scorgevano due buoni terzi. A tramontana il passo della Valentina, che da questa valle conduce al lago di Volaja e congiunge, a mezzo di rupi dapprima, indi per creste erbose, il Coglians al Rauchkofel e poscia ai pascoli del Judengras e alle cime del Gamskofel, del Mooskofel e del Plengo.

Col cannocchiale cercai scoprire un passaggio pel Kellerwand, ma conclusi che da questa parte ogni tentativo sarebbe stato vano. Cercai altresì se fosse possibile vedere il ghiacciaio, della cui esistenza m’era già fin d’allora venuta qualche notizia all’orecchio; ma, non vedendo nulla, venni nel pensiero che doveva trovarsi ben elevato e chiuso fra le rupi, laddove esso è segnato sulla carta, cioè un mezzo minuto in longitudine più ad est del nostro meridiano.

Ad ovest la vetta scendeva degradando rapidamente a formare il cosiddetto Judenkofel o Judenkopf, che recentemente trovo ricordato dal Meurer anche col nome di Seenase e che non deve superare in altezza i 2500 m. Sicché hanno torto le due carte austriache (1:144,000 e 1:288,000)31 citate, di mettere il nome di Judenkopf, quasi fosse il più importante monte del gruppo, sotto il cerchiello che segna il punto trigonometrico, omettendo entrambi il nome di Coglians; errore in cui non è incorso il Pauliny nella sua carta citata (1:360,000); come han torto tutte queste carte e quella altresì da 1:86,400 nell’omettere il nome del Kellerwand, che col Coglians rivaleggia per essere forse il punto più elevato del gruppo32.

La discesa

Intanto, secondo il consueto, la nebbia, spinta dalle ordinarie brezze su per le vallate, veniva sempre più addensandosi intorno le vette più umili. Già ognuna delle cime della Carnia avea immerso il suo capo in una specie di enorme balla di cotone o, se si vuole, di enorme turbante; già un immenso anello nebuloso segnava il contorno dei Tauern. Ancora però la nebbia non era giunta fino a noi, limitandosi a cingere il nostro monte a 200 o 300 metri sotto la cima, di un colossale involucro di vapori. Poi i vari gruppi che pure cingevano le vette circostanti, si avvicinammo al nostro, parvero unirsi e in realtà si fusero assieme, e sotto i nostri piedi apparve un vasto piano ondulato, simile a un mare in burrasca, che lentamente sì, ma senza posa, saliva. E, in mezzo a questi cavalloni vaporosi, la vetta del Coglians spingeva nel sereno aere la sua esile cresta, somigliante in tutto ad un gigantesco vascello, che, colla chiglia arrovesciata, navigasse in un mare grigio e infuriato. Pochi colossi ormai gareggiavano con esso. La marea cresceva e noi quindi, per quanto ce ne dolesse, dopo tre ore di aerea dimora, decidemmo di abbandonare la nostra conquista.

Un incidente spiacevole

In un quarto d’ora siamo senza incidenti sul nevaio; ma, appena toccato questo, il Segala, mancatogli un piede, rotolò giù per un’ottantina di metri, andando a fermarsi su delle roccie miste a ghiaia e a detriti, dove avrebbe potuto battere in modo assai pericoloso. Per fortuna, non riportò che lievi graffiature.

In via per Plecken

Terminato il nevaio, raggiungemmo il passo di Monument (2308 m.), pel quale dovevamo scendere nel versante del But e verso il M. Croce. Quivi trovammo i gerli, deposti al mattino, e si fece una breve sosta. Erano le 11.15.

Il passo di Monument, uno fra i più elevati delle Alpi Carniche, è formato di scisti rossi e scuri che franano facilmente sotto i piedi. Approfittando appunto di tale loro qualità, scendemmo rapidamente, franando con essi. Quindi passammo presso certi stagni mezzo coperti ancora da neve, tinta in nero dalla polvere delle roccie schistose portatavi dal vento; poscia in breve raggiungemmo un rio, che apprendemmo chiamarsi rio Major di Collina, e, procedendo lungo il medesimo, in circa un’ora di tempo toccammo la casera detta di Sopra Collina Grande (1771 m.), dove si fece un’altra sosta, dirigendoci poi verso quella detta di Gran Plan o di Val di Collina (1416 m. al Cristo, un po' sotto la casera, ad est), posta sopra un ripiano erboso che separa il rio di Monument dal rio Major di Collina. Da una casera al l’altra stemmo 50 minuti.

Il sentiero qui cala al rio Monument, ove si trova un vero trivio, o un quadrivio: il sentiero che scende da Monument pel rio omonimo, e che seguita quindi ad incontrare il rio di M. Croce e lungo il medesimo cala a Timau, s’incrocia col sentiero che noi seguivamo e che mira al passo di monte Croce. Questo che percorrevamo, più che sentiero, è una traccia di poche orme, segnate attraverso il letto del rio dalle capre e dai contrabbandieri, che vogliono sfuggire i segugi della dogana. Questa volta noi ci dirigevamo a NE attraverso il cosiddetto Mal Pass (1282 m.), che, ad onta del nome, se lo fu in altri tempi, non è oggi un passo per niente pericoloso. Solo che, a motivo del sentiero franoso, in un punto si dovette assicurarlo con tronchi d'albero e sassi, sì che presenta quasi l’aspetto di una vera scala.

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