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V La strada del Monte Croce

Vuolsi da alcuni, e forse con buona ragione, che pel Malpasso transitasse la ben nota strada romana, della quale si sa che oltrepassava il varco del monte Croce. Staccavasi essa dalla grande via, pure romana, della Pontebba, presso Piani di Portis, all’affluenza del Fella in Tagliamento, indi per Amaro, Tolmezzo, Zuglio (Julium Carnicum), ovvero il suo sobborgo d’oltre But (Imponzo), Arta, Paluzza, Timau, il varco del Croce, Mauthen o Muda, e il Gailberg e Lienz (Aguntum), portava da Aquileia nel Norico. Essa è menzionata da un solo fra gli Itinerari, da quello d’Antonino, e porta il titolo da Aquileia a Veldidena (Vilten o Villau presso Innsbruck); ma la sua esistenza e il suo percorso son confermati da iscrizioni, da pietre migliarie e da altre reliquie dei tempi romani.

Iscrizioni e reliquie romane

Fra altro, nel breve tratto di appena 6 chm., che separa la borgata di Timau dal varco del Croce, tuttora si avvertono tre epigrafi33 scolpite nel masso, e notevoli traccie di antiche carreggiate o di costruzioni compiute per iscopo stradale. Due fra tali epigrafi, e cioè quella che comincia colla parola MVNIFICENTIA ed è intagliata in un colossale macigno, posto a mezz’ora dal monte a 1134 m. sul mare, in una spianatella che porta il nome caratteristico di Mercatovecchio (Altenmarkt) e l’altra veramente grandiosa, ma in gran parte logorata, che si trova a un centinaio di passi dalla sella e una cinquantina di metri sopra la strada attuale, spettano ai bassi tempi e accennano ai restauri fatti sotto Valente e Valentiniano, nel 373 dopo Cristo e poco appresso. Ma la terza iscrizione, assai erosa e incisa sul masso fuori di strada e precisamente sopra un sentiero che si dirige a sinistra di chi, movendo dalla parte italiana, ha quasi raggiunta la sommità del varco, è più antica delle altre, come quella che vi fu posta da RESPECTVS (è la parola questa, con cui comincia la iscrizione) servo villico di Saturnino appaltatore delle gabelle dell’Illiria, e può riferirsi al 157 dell’êra nostra. Le due ultime epigrafi accennano ad un ponte, che nei restauri della strada si volle evitato causa il pericolo che presentava ai viandanti, ponte che, secondo il dottor Cumano ed altri studiosi ricercatori, dovea trovarsi appunto nella direzione del sentiero da noi battuto e verso il quale si dirigono precisamente le vestigie della vecchia strada sopra cui pende la epigrafe RESPECTVS. Né è improbabile che il ponte in discorso valicasse appunto il burrato, intorno al quale s’aggira il Malpasso. Da qui al varco del Croce mena oggi una facile viottola, che si svolge ai piedi della conca erbosa, in su della quale sta la casera Collina di Sotto (ca 1370 m.) e che noi percorremmo in pochi minuti.

Il varco del monte Croce è senza dubbio uno fra i più importanti delle Alpi Carniche.

Anzitutto, dopo il passo di Saifnitz o Camporosso (797 m.) fra Tarvis e Pontebba, è la più notevole depressione che traversi la catena di spartiacque fra mar Nero e Adriatico, ovvero le Carniche principali, la cui linea di vetta in questo caso serve di confine tra il regno d’Italia (Friuli, provincia di Udine) e l’impero Austro-Ungarico (ducato di Carinzia). Come avviene poi sovente nelle catene montuose, questa massima depressione si adima accanto alle roccie che rappresentano la massima potenza di sollevamento della catena, cioè ai massi che costituiscono il gruppo del Kellerwand e del Coglians, i quali gli sovrastanno di almeno 1400 m., che è a dire più che il suo livello non sovrasti a quello del mare.

Vera figura di puerto pirenaico, esso intacca con un taglio netto e profondo la linea di vetta, congiungendo così la valle trasversale del But o canal di S. Pietro, colla valle longitudinale della Gail o Zeglia. Ma, in omaggio alla legge degli sbocchi, a tramontana e dirimpetto al passo del monte Croce, sta quello ancor più depresso del Gailberg (970 m.), che taglia in due le Alpi della Zeglia e congiunge due importanti valli longitudinali e parallele fra loro, quella cioè della Gail accennata e quella della Drava.

Il medio-evo

È in grazia della importanza orografica del passo di monte Croce, collocato pressoché a mezza strada fra quello del monte Croce di Sesto o di Padola e quello di Saifnitz, i due estremi delle Alpi Carniche, che io ho creduto di assegnargli la funzione di linea divisoria fra la loro sezione orientale e l’occidentale34. Com’è da attribuirsi alla sua grande depressione e alla sua corrispondenza col varco del Gailberg, se i Romani (e prima di loro probabilmente i Celto-Carni, anzi, a giudicare dalla lapide etrusca di Würmlach, altri popoli) ne riconobbero l’altissima importanza stradale.

La quale si conservò durante il medio Evo, com’è facile dedurre e dai versi di Venanzio Fortunato del VI secolo35, che dalla Drava e da Agunto per l'“Alpe Giulia„ (la quale non può intendersi altrimenti del monte Croce) passava in Friuli; nonché dalla stessa denominazione di Mauthen o Muda, cioè luogo di gabella, spettante alla prima borgata che s’incontra scendendo dal Croce verso la Gail.

D’altronde numerosi indizi e alcuni documenti ne comprovano evidente la esistenza nei tempi più avanzati del medio Evo, allorché i Patriarchi, a difesa del varco e della strada assai frequentata, costruirono o restaurarono nei pressi di Paluzza, la rocca Moscarda36, e più tardi, sotto il dominio veneto, apparendo frequentemente citata e nelle lettere del Savorgnano, e negli scritti di Jacopo Valvasone di Maniago e nelle relazioni dei luogotenenti veneti della Patria del Friuli, anzi apparendo disegnata in molte fra le più notevoli carte geografiche della regione.

Fu in questo secolo, che la importanza di quella strada decadde, specialmente dopo la ricostruzione (1839) della carreggiabile pontebbana, e più ancora dopo che, parallela a quest’ultima, si costruì quella mirabile ferrovia (1879) della Pontebba che costituisce il più breve tragitto fra le linee ferroviarie italiane e le austriache, ponendo Venezia a sole 10 ore da Vienna.

Tuttavia la strada del Croce, in questi stessi anni, fu più d’una volta riattata, essendo acconcia ai trasporti locali e alle comunicazioni fra la Carnia e la valle della Zeglia, per le quali il viaggio per Tarvis e per la Pontebbana rappresenta un giro vizioso ed oltremodo lungo. Ed io stesso nel settembre decorso (1888), percorrendo daccapo la strada del Croce, m’imbattei in pesanti carri di tavole, che trascinati da gagliardi bovi e a ruote incatenate, scendevano con grave pena e non minore pericolo i fortissimi pendii (in qualche punto non inferiori al 15 %) della via ristretta, mal tenuta e peggio riparata, ch’è quanto avanza della storica ed importante strada del monte Croce.

Questo varco poi, come ho accennato, a distinguerlo da quello più occidentale che intercede fra Padola (Comelico) e Sesto (sorgenti della Drava) dovrebbe chiamarsi del monte Croce di Timau, dal nome friulano (i valligiani della Carnia preferiscono la forma Tamau, come quelli della Gail, invece, quella tedesca di Tischilwang o Tischilbong) della borgatella, che sta a’ piedi del monte e sulla sponda del Flum (fiume), chè questo costassù è il nome del torrente But. Essa pure concorre ad accrescere interesse al varco, come quella che è la terza (e forse la meno caratteristica) delle sporadi linguistiche tedesche (Sappada, Sauris e Timau), che s’attrovano nel versante meridionale delle Carniche e che vi costituiscono altrettante curiosità etniche ed idiomatiche.

Il passo di Monte Croce di Timau o Pleckner Pass

Ho accennato che il passo del monte Croce (cui i tedeschi chiamano Pleckner Pass, passo di Plecken) è una vera porta fra due roccie enormi, propaggini, la occidentale dello Zellonkofel (2238 m.), la orientale del Pal Piccolo (1881 m.).

Sul sommo della insellatura e nel bel mezzo dell’apertura che forma il varco, due pali a sbiaditi colori, tinto l’uno in bianco, rosso e verde e l’altro in giallo e nero, segnano il confine fra l’Italia e l’Austria, e una casa in legno serve di dimora e di riparo alle guardie di dogana italiane. Qui alle 4 pom. feci la misurazione altimetrica.

A dir vero, dell’altitudine di questi punto si possedevano parecchi altri dati. Taccio di quello erroneo di 1656 m. adottato dal Di Saluzzo e poi ripetuto dal Mezzacapo, dal Maestri, dall’Antonini e da altri e che certamente spetta al passo del monte Croce di Padola e non a questo nostro, a cui fu malamente attribuito. Ma per quest’ultimo esi stono già il dato dello Stur di 1321 m.; quello del Preftner in 1363 o 1360 m., quello del Mojsisovics in 1304, e quello finalmente del Grohmann in 1260, tutti di provenienza barometrica; poi uno d’incerta provenienza in 1365 m., menzionato dal Wagner e Hartmann. Fra i due dati estremi quindi correva una differenza di oltre 100 m. Sino dal 1873 io ne aveva pure determinato l’altezza mediante un buon aneroide e riferendo le mie misure a Timau con 832 m.: m’eran risultati 1356 m. Ripetuta questa volta la misura col barometro Fortin, m’ebbi la piena conferma del dato ottenuto tre anni innanzi, cioè 1356 m. Qualche anno appresso la carta austriaca 1/75,000, attribuendo a questo passo la quota di 1360 m., con leggera divergenza dai miei due dati e con per fetta coincidenza con uno fra quelli del Prettner (seppure essa non ha adottata la quota ottenuta appunto dal compianto meteorologo carintiano) veniva a fissare con grande approssimazione l’altitudine del varco e in pari tempo a condannare recisamente il dato del Mojsisovics e più ancora quello del Grohmann, erronei notevolmente in meno.

Plecken e il suo re

A chi passa il monte Croce, si presenta uno stupendo contrasto.

Il versante italiano, su cui corre la strada, è tutto brullo, franoso, sterile. Invece, appena varcato il confine, si presenta verde e ridente una bella conca erbosa, che scende imboscandosi foltamente verso Mauthen. A compire il paesaggio, in alto, a destra, appare la vetta del Pollinig (2333 m.); a sinistra quella del Mooskofel (2516 m.), poi quella della Mauthner Alpe (1785 m.); in fondo la catena di spartiacque tra Gail e Drava ed il passo del Gailberg (970 m.), mentre in mezzo alla conca, sorge una chiesetta a metà diroccata, la Madonna della Neve (Maria Schnee); indi un complesso di vasti edifici annessi ad un ospitale albergo, quello del signor Joseph Klaus. Il quale, se da altri venne chiamato il re di Plecken, si merita tal nome, chiamandosi appunto con quello di auf der Plecken la convalle e l’abitato, ai quali i Friulani danno invece il nome di Stali o in Stali, parola che non è veramente la traduzione del vocabolo carintiano, il quale corrisponderebbe più ad una cosa che si mostra, che vien fuori, o ad un abbassamento di terra, di quello che a significare uno stavolo o un fenile, come suona la voce friulana.

La casa di Plecken, mentre è un albergo, è altresì il centro di vasti pascoli ubertosi, di cui era allora proprietario il signor Klaus, una persona di forme gigantesche, di tratto alquanto imperioso e forse un po’ rozzo, ma ricco e potente tanto da sottrarsi alle ordinarie disposizioni di legge, come avvenne allorché, aboliti i pedaggi nella Gailthal, egli continuò a farli pagare egualmente ai carradori che transitavano pel monte Croce, obbligandoli a passare pel suo albergo. Non sembrava dolce di maniere il signor Klaus; ma, come albergatore, era un uomo a modo, com'era una vera fortuna che i suoi milioni non lo avessero distolto dalla sua “Gasthaus„. Così Herr Klaus e i suoi maggiori si erano sostituiti all’Ospizio che, secondo ogni probabilità, quivi sorgeva nel Medio Evo, quando la strada era tanto più frequentata di adesso, anche nel cuor dell’inverno, e che deve quindi aver prestato ottimi servigi ai viandanti, come ne offre di ottimi la Plecknerhaus oggi agli alpinisti che amano salire il Pollinig o il Plengo, o semplicemente godere di quel bellissimo tappeto verde, di quell’aria pura e vivificante.

Si arrivò all’albergo (c.a 1 chm. dal passo) alle 5 pom. Era pieno di forestieri, cosicché per l’alloggio dovemmo adattarvici alla meglio.

La media di due misure fattevi col barometro alle 6 p. di quel giorno e la mattina seguente mi diede per il pian terreno della Plecknerhaus 1217 m., risultato che s’accorda con quello delle misure precedenti del Prettner (1214 m.) e dello Stur (1211 m.), e con la quota (1215 m ) della Carta austriaca al 75,000; non però con quella (1166 m.) data dal Mojsisovics, col quale invece vado abbastanza d’accordo nella ricerca della temperatura della fonte a sud dell’albergo, da me trovata quel giorno di 7° 9 C. (l’anno scorso ai 14 settembre la trovai di 8° C.) e da lui di 6° 5 R.

A Plecken ebbi la fortuna di far la conoscenza del dott. Otto Welter di Colonia, deputato al Parlamento tedesco, egregio alpinista e scrittore, il quale, desiderando di salire il Coglians, accettò la nostra proposta di venire con noi a Collina per indi muovere alla salita colla nostra guida. Così determinammo di percorrere assieme il mattino appresso la valle Valentina, risalendola sino alla sella omonima o Valentino Thörl dei valligiani della Zeglia, per questa sella raggiungere il lago di Volaia o di monte Canale, e per l’analogo passo discendere a Coglians [Collina]. Questo giro, oltre che esserci nuovo, ci evitava di ripetere la strada del giorno prima e ci prometteva nuova e forse più curiosa veduta del monte Coglians e della giogaia, di cui fa cospicua parte.

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Scarica questo file (La più alta giogaia delle Alpi Carniche.pdf)La più alta giogaia delle Alpi Carniche. Appunti vecchi e nuovi[Bollettino del Club Alpino Italiano - Vol. XXII (1888), n. 55, p. 122-173]28 Downloads
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