« Prev
7/10 Next »

VI Il Kellerwand e la sua storia

Il dottore Welter mi comunicava delle notizie per me oltremodo interessanti rispetto al gruppo montuoso, il cui studio mi stava tanto a cuore. Fu anzi da lui ch’ebbi conferma come la priorità nelle investigazioni alpinistiche della giogaia, spettava al Mojsisovics ; e seppi come il merito di averne ostinatamente tentate e superate pel primo le vette più elevate e più ardue spettava al Grohmann.

Il Mojsisovics e il Grohmann

Al Mojsisovics37 accadde per la prima volta di vedere quella massa montuosa, ch’egli, seguendo la Carta dello Stato Maggiore austriaco, chiama del Kollinkofel, il giorno 11 settembre del 1863, dal Reisskofel, dalla quale vetta essa gli apparve dietro il Pollinig e di gran lunga dominante su questo monte, pur alto 2333 m., come sopra un minore satellite. Tosto concepiva l’idea di esplorare e di salire quella imponente muraglia calcare, generalmente giudicata assai alta dai valligiani della Gail. Il 21 dello stesso mese egli partiva da Mauthen col signor Ad. Waldner da Dellach e col fabbro del paese, buon cacciatore di camosci, che asseriva di essere stato sulla cima ambita.

La compagnia pernottava a Plecken, donde partiva il 22 alle 4 a., e, pel passo del monte Croce, raggiungeva la casera di Collina Bassa (untere Kollinalm) e Collina Alta (obere Kollinalm), dove pervenne alle 5. Da questo punto, che, secondo il Mojsisovics, è elevato 1567 m., i salitori mossero in direzione occidentale, dapprima per una vallettina, indi volgendo a dritta per un ripiano alternato di frane e disseminato di potenti macigni e per successivi pendii assai ripidi, coperti da edelweiss.

Così raggiunsero il ciglione del Collina, che corre verso sud e che precipita a ponente con pareti verticali verso il circo del Kellerwand, e per tale ciglione senza difficoltà essi toccarono alle 9 la Kollinspitz o, “come la chiamano gl'Italiani, la creta Grande„. Si accorsero però tosto di trovarsi sulla cima orientale e più bassa del gruppo, poiché lungo il pettine, che s’accompagna al confine politico, dirigendosi a ponente, si vedevano le due Kellerspitzen alzarsi ad una elevazione maggiore di almeno 500 piedi (o 160 metri) ciò che loro veniva ad assegnare un’altezza di 2845 m. Tali cime però apparivano separate dal Collina mediante un abisso intransitabile forse in via assoluta e certamente senza mezzi speciali, fra cui una corda, ch’essi non possedevano.

Il Mojsisovics tuttavia trovò di grande interesse l’ascesa del Collina. Da esso partono quattro filoni montuosi quasi in forma di croce: verso ponente il pettine che mena al Kellerspitz; verso mezzodì il ciglione, pel quale erasi compiuta l’ascesa; verso levante quello che, dopo una considerevole depressione, si rialza a formare lo Zellon e poi si divide in due rami, uno diretto al passo del Croce e l’altro a separare la valle della Valentina da quella di Plecken; finalmente quello verso tramontana e verso la valle Valentina. È quest’ultimo che forma l’avvallamento in cui giace il breve ghiacciaio del Collina, chiuso d’ogni parte da alte pareti, salvo a nord, e a cui il geologo austriaco attribuisce un’altitudine fra 5 e 6000 piedi, cioè da 1600 a 1800 metri. Dal Collina esso lo vedeva fortemente inclinato e traversato da grandi e larghi crepacci. Il panorama, sì vicino che lontano, magnifico: notevoli in quest’ultimo le cime dei Tauern dall’Hochnarr all’Hochalmspitz, l’Antelao, le Caravanche, il Terglou e l’altipiano nevoso del Canino.

Compiute le osservazioni ed eretto un ometto di pietra, essendosi il cielo, fin allora sereno, coperto di nubi, che aveano determinato un forte abbassamento di temperatura a - 1°, ad 11 ore abbandonarono la cima. Senonché la nebbia fece loro a più riprese smarrire il sentiero, sicché, avendo deviato verso lo Zellon, non raggiunsero la malga di Collina Alta se non alle 2 pom. e Plecken un’ora appresso.

L’idea di raggiungere poi il Kellerspitz da ponente, allora concepita dal Mojsisovics, fu mandata a vuoto dal tempo nevoso.

Nel libro dei viaggiatori di Plecken si trova una nota di pugno del Grohmann, colla quale il valente alpinista viennese avverte come lo stesso giorno “15 luglio 1868, partito da Plecken, avesse asceso l’ancor vergine e tuttora reputato inaccessibile Kellerwand„, al quale egli attribuisce 9000 p. vienn. (2845 m.) d’altezza (d'accordo in ciò col Mojsisowics), mentre fa merito alla propria tenacità e perseveranza il successo di tale ascensione, “ch’egli non può chiamare facile, abbenché esistano vette più difficili„. Guide Joseph Moser da Kötschach (Catescio) e Peter Salcher da Luggau nella Lessachthal.

Più tardi, io ebbi tra mani gli scritti dell’egregio alpinista viennese, e precisamente quello che porta il titolo “Aus den Carnischen Alpen". In esso v’hanno preziose notizie riguardanti questo gruppo, dal quale certamente era e forse è ancora la migliore illustrazione per quanto riguarda la sua orografia e la nomenclatura geografica. Il Grohmann saliva, e lo vedemmo, il Coglians nel 30 settembre 1865 e ne determinava l’altezza in 2809 m.; il Collina nel 20 luglio 1867, mentre, condotto da Nicolò Sottocorona, credeva guadagnare l’agognata cima del Kellerwand, e lo trovava alto 2530 m. (cifra certamente e di molto inferiore al vero); finalmente nel 1868, e anche questo abbiam visto, dopo molti inutili tentativi, gli riuscì di toccare la cima del Kellerwand. Fu peccato poi ch’egli, a motivo di un temporale, che si addensava rapidamente, non credesse di far uso del barometro per determinarne l’altezza, né potesse servirsi del livello, per esser coperte il più delle vette circostanti. Per questi motivi, l’altezza, che nella sua dettagliata relazione della salita del Kellerwand offre per questa vetta, cioè di metri 2813, è dedotta a vista e presenta un valore discutibile; quantunque io pure, paragonandola a quella del Coglians, non la reputassi molto lontana dal vero. Il dato di 2845 m., segnato da lui sul libro dei viaggiatori di Plecken, naturalmente è quello stesso del Mojsisovics. Però egli medesimo lo corresse dappoi e nella relazione resa pubblica; mentre la quota esagerata venne accettata qua e là nelle guide, anzi il Ball la innalzò ancora, portandola, è vero, in via approssimativa, a 2896 m. (9500 p. ingl.)38 cioè ad un valore più grande di quello del Terglou, arrotondato ed esagerato ancora dal Meurer e dal Rabl a 3000 m..

Dirò poi che il Grohmann, sperimentato che né dal Coglians, né dal pizzo Collina (e qui veramente egli si trovava in errore), né dalla parte della Valentina si poteva raggiungere la vetta da lui presa di mira, allo scopo di compiere la sua impresa, il pomeriggio del 14 luglio 1868 partiva da Plecken, e per la casera ch’egli chiama der oberen Collin, cioè di Collina di Sopra o Collina Alta, toccava la Grüne Schneide, e si portava per Comodo tragitto a passar la notte sul versante della Valentina, in un ripiano erboso, posto a 1707 m. sul mare e prossimo ad uno sperone orientale del Kellerwand. Tale ripiano si può egualmente raggiungere andando per lo Zellon direttamente allo scopo. La mattina successiva, movendo per roccie, zolle erbose e frane e oltrepassata una piccola sella, arrivava al ghiacciaio ch’egli stima alto 6000 p. vienn. (1900 m. c.a) e di cui la parte inferiore solcata da frequenti crepacci e fortemente inclinata, si nascondeva ai suoi occhi. Impiegato circa un quarto d’ora a traversarne la testata superiore, trovò serio ostacolo nel superare il crepaccio periferico, che separa il ghiacciaio dalle pareti del Kellerwand. Raggiunte abilmente queste, a piedi ora scalzi ora calzati, si portò fino al cosiddetto Schnakel, una spalla del Kellerwand ai piedi della cima propria. Un ripido couloir, ripieno di neve gelata, indicò la strada da tenere per raggiungerla. Però sovente i nostri salitori dovettero ripiegarsi sulle roccie fragili e rampicarvisi a piedi scalzi. Così, due ore dopo abbandonato il ghiacciaio, il Grohmann colle sue due guide toccarono la biforcuta cima del Kellerwand. Il temporale, che li minacciava lassù, impedì loro le osservazioni e li fece rapidamente discendere. Aveano appena oltrepassato il crepaccio periferico, che scoppiò la burrasca.

Prima ascesa dell'Hocke

L’ascesa del Grohmann, come fu la prima, così fu, per molti anni, la sola che gli alpinisti potevano vantare come compiuta sul terribile Kellerwand.

In realtà un nuovo tentativo venne fatto fin dal 30 luglio 1877 dall’ingegnere L. Pitacco, assieme ai signori Galante Pietro di Mielis e Antonio Menchini di Tolmezzo. Fidandosi essi della parola del Gajer, al quale sì il Pitacco che io avevamo raccomandato di studiare quella ascensione, si recarono a pernottare in una piccola grotta a circa 200 m. sopra la casera Collinetta e quindi a circa 1570 m. sul mare. La mattina successiva in 3 ore 1/2 raggiunsero facilmente la cima della cresta di Collina; ma, giudicato assolutamente impossibile da lì raggiungere il Kellerwand, e mostrandosi il Gajer affatto inesperto dei luoghi, retrocessero senza arrivare alla meta. Così toccò a loro precisamente quanto era toccato al Grohmann con Nicolò Sottocorona.

Più fortunato di loro fu il signor Hocke di Udine, il quale pervenne sul Kellerwand dal pizzo Collina, per la cresta, mentre il Grohmann come si è veduto, vi montò per la Grüne Scheide e il ghiacciaio39.

Mosse egli insieme con Adam Riebler, un fabbro di Mauthen, alle 5 1/2 a. del 13 luglio 1878 dalla malga Collinetta Superiore (1 ora da Plecken per il passo di M. Croce). Alle 8.10 raggiunsero la cima del Collina. Vista stupenda, ma non paragonabile con quella che offre il Kellerwand; magnifico lo sguardo sul sottostante ghiacciaio. Un crestone strettissimo, solcato da frequenti e profonde spaccature, unisce il Collina al Kellerwand.

È questo (scrive l’Hocke) il crestone che limita verso mezzodì, quasi enorme e trarotta parete, l’elevato ed erto ghiacciaio che scende verso vai Valentina, ed esso appare così frastagliato e minaccioso che finora fu ritenuto impraticabile, tanto che nessuno vi si era arrischiato prima del Riebler che ebbe la fortuna di scoprirlo per caso inseguendo i camosci.40

Lasciata alle 9 la vetta del Collina e legatisi, si calarono per ertissima roccia sulla prima spaccatura, fermandosi su uno stretto spigolo nevoso: l’ultimo passo fu un salto. Poi successivamente con scalate e salti, con veri esercizi da ginnasta, girarono e traversarono altre cinque spaccature coi relativi spuntoni, trovando il cammino sempre arduo e difficile per lisci lastroni di roccia, detriti mobili, ecc. In 1 ora 1/4 la cresta fu percorsa e alle 10.15 stavano sulla punta più alta del Kellerwand. Osservata con un cannocchiale a livello la punta toccata dieci anni prima dal Grohmann, l’Hocke constatò infatti che questa era più bassa. Si recò anche su questa e ci trovò quasi distrutto dai fulmini l’ometto costruito dall’alpinista viennese. Tempo nebbioso, nessuna vista.

Lasciato sulla vetta più alta un ricordo dell’ascensione, partirono alle 11 rifacendo il crestone, e alle 12.15 toccarono di nuovo il pizzo Collina. Alle 2 arrivarono alla malga Collinetta e alle 3 a Plecken.

Il Riebler mostrò qualità da vera guida.

Così il Kellerwand era stata asceso da due alpinisti, tedesco l’uno, italiano l’altro (il quale anzi, per dir così, fece la prima ascensione completa, giungendo sulla sommità per una via nuova e toccando per il primo la vetta più alta) ma sempre con guide tedesche.

I fratelli Mantica

Un mese e mezzo più tardi, il 28 agosto 1878, i fratelli Mantica mossero con una guida italiana, Silverio Nicolò detto Cletz, di Timau, recandosi da questo paese alla casera Collinetta di Sopra (circa 1640 m.), nell’intento di salire il Kellerwand per il pizzo Collina (via Hocke) e discendere per il ghiacciaio (via Grohmann)41. Il Kellerwand a Timau si chiama Cianevate (canovaccia).

Lasciata la malga alle 4 1/4 a. del 29, con tempo bellissimo, in 2 ore 1/4 furono sul pizzo Collina, dove si fermarono 1/2 ora, per passare poi sul crestone che lo unisce alla Cianevate: è lungo forse più di 1 chm., e gira in linea curva prima verso ovest, poi a nord. Cosicché dal Collina la Cianevate è visibilissima.

Ricordata l'ascensione dell’Hocke e rivendicata la scoperta di questa strada al Silverio, da cui il Riebler l’aveva appresa, il Mantica così prosegue la sua relazione:

S'immagini adunque questo crestone che noi dovevamo superare, differente da quanti finora ne vedemmo, perché rotto ben sei volte da spaccati, profondi da 10 a 20 m., tutti franosi e ripidissimi, i quali, pur non presentando veruna difficoltà, stancano ed annoiano terribilmente. All’opposto, nel girare i suoi pinnacoli, s’incontrano grossi macigni, disposti l’uno sopra l’altro con numerose punte e fenditure. La faccenda qui è più seria; ma nessuna grave difficoltà, e mai apparvero necessarie né la corda, né l’aiuto della guida. Dopo due ore di buona ginnastica, giungemmo ai piedi del corridore (couloir), che ci dovea condurre alla vetta e lo trovammo sgombro da neve come tutti gli altri: era lungo e stretto, ma era l’ultimo, e noi lo scalammo febbrilmente.
La più alta vetta della Cianevate era raggiunta alle 9 3/4; .... sulla vetta superba volemmo fosse provata la nostra presenza, lasciando i biglietti di visita, colle notizie più importanti, ben racchiusi in una bottiglia nera, assicurata sulla vetta di mezzo, che la livelletta a bolla riflessa indicava per la più alta.
La qualità della roccia (che compone la cima della Cianevate) è però simile a quella del Coglians, calcare marmoreo del paleozoico; essa ha differente aspetto sui due versanti, meridionale e settentrionale; questo di roccia compatta, colle pareti perpendicolari verso val Valentina, segate dai “coladors„ stretti stretti, senza una frana; quello, al contrario, presenta un ammasso confuso, una rovina di grossi massi, di fenditure e di ghiaie mobilissime, che scendono per parecchie centinaia di metri.
Sull’ultima vetta verso occidente, distante trenta metri dalla nostra, si trovò in una piccola bottiglia bianca un biglietto con queste parole che indicano l’ascesa del Grohmann nel 1868: P. Grohmann aus Wien, Joseph Moser aus Kotschach und Peter Salcher aus der Lukau bestiegen die Kellerwand am 15 Juli 1868. Vi aggiungemmo i nostri nomi e rimettemmo la bottiglia a posto.
L’aneroide per altezze superiori ai 2500 m. non dava nessuna pressione, laonde i dati del Grohmann non si poterono verificare; la temperatura eguale a 14° cent.
Osservato il Coglians colla livelletta, ci si mostrava alquanto più basso, forse 30 m.; la distanza però, 1 chil. circa, e l’incertezza del calcolo potrà far modificare questa differenza approssimativa. Ritenendo il Coglians a 2803 m., si avrebbero così 2830 m. sul livello del mare, da cui risulterebbe esser questa del Kellerwand la vetta più alta delle Alpi Carniche42.
Una conca profonda separava da noi il Coglians; il Silverio, cacciando, v’era una volta disceso, ma non aveva tentato di salire il Coglians.
Di lassù si scopriva un tratto estesissimo di paese; ben disegnate sull’orizzonte apparivano le catene dei Tauern e le Alpi Giulie fino al Grintouz; la val Valentina e quella del Gail sotto di noi; poi le montagne del Tirolo, l’Antelao e le catene dolomitiche; più vicini a noi il Peralba, il Verzegnis al di là della valle del Tagliamento, che noi dominavamo interamente, il S. Simeone, l’Amariana e finalmente le vette dolomitiche del Canino e del Montasio colle Alpi di confine: ai nostri piedi la valle del But e Timau ed i passi di Monument, Gola Bassa e Plumbs.
Il cielo intanto, rimasto sereno sino alle dieci, andava oscurandosi, la nebbia correva verso di noi lungo le sottostanti vallate; ci preparammo a lasciare la vetta. E dopo avere ancora una volta girato lo sguardo sul paese, alle 11 e 1/2 cominciammo a scendere per quel versante che gli alpigiani credono ancor oggi affatto impraticabile.
Non un palmo di neve, la roccia nuda nuda; Grohmann invece, quando dieci anni or sono compì l’ascesa di questo versante, avea trovato molta neve che gli facilitò (!) il cammino43. Proseguivamo assai lentamente e mirando ad ogni fermata il ghiacciaio che vedevamo biancheggiare 300 metri sotto di noi; si scendeva sempre e mai non vi si giungeva. Procedeva mio fratello assicurato alla guida con una corda; io veniva ultimo sostenendomi colle braccia alle sporgenze delle roccie. Ne uscimmo con poche graffiature, e per i lastroni ci avvicinammo al ghiacciaio. Dopo i primi passi ci togliemmo le scarpe, perché la pendenza e la levigatezza non davano presa ai ferri.
Ecco il ghiacciaio: un ultimo salto e ci siamo! Ma un salto impossibile; e per la distanza troppo grande e per vuoto sotto il ghiacciaio, che chissà a quale profondità andava a finire! Trovammo un altro passo dove la roccia era parecchi metri più alta della neve e vi fummo calati colla corda; agli alpenstok ed ai mantelli fu fatto fare un volo magnifico; ultima la guida con destrezza e bravura impareggiabile, ci raggiunse.
Sulla neve prendemmo la corsa e alle 3 e 1/2 ci fermammo dove scorreva l’acqua a 2° 8 del cent.; ne bevemmo in quantità, senza averne a soffrire danno e dopo esserne stati digiuni dodici ore.
Il ghiacciaio è a 2348, dunque 200 metri più alto del passo della Valentina e 771 più della sorgente del torrente Valentina, che molto probabilmente viene da esso alimentato.
Superata la Grüneschneide, ci sorprese la nebbia, poco dopo la pioggia, e per un sentiero roso dalle acque scendemmo in un’ora e mezzo alla casera. Aspettammo che la pioggia cessasse; alle 6 ripartimmo toccando la malga Collinetta di Sotto (ca 1400 m.) e per la strada romana alle 7 e 3/4 fummo a Timau; ripartiti alle 8, arrivammo alle 9 e 1/2 di notte a Paluzza.
A girare l’intero gruppo avevamo impiegato 17 ore, delle quali due in riposi ; credo però che, senza perder tempo, si possa fare la medesima strada in dodici ore.
L’esito felicissimo di questa nostra salita lo dobbiamo in gran parte alla guida Niccolò Silverio detto Cletz di Timau, bravo, premuroso, audace fors’anche troppo, instancabile...

Altre ascese

Ho voluto riportare tanta parte di questo scritto, perché, a mio avviso, completa le informazioni che ho riassunto dalla relazione Hocke per ciò che riguarda il tratto interposto fra il Collina e il Kellerwand, e ne tempera alquanto le tinte, forse soverchiamente fosche, ed in pari tempo aggiunge qualche notizia utile a ciò che il Grohmann dice del ghiacciaio e del tratto che corre fra questo e la cima.

Dopo questa del 1878 conosco ancora quattro ascese del Kellerwand, compiute da alpinisti italiani, della Società Alpina Friulana, condotti sempre dalla guida Silverio.

La prima fra esse (quarta in ordine numerico) fu compiuta da Giacomo Brazzà il 4 agosto del 1880; ma, salvo la memoria di una breve descrizione orale fattami dal compianto e carissimo amico mio, altro non conservo di essa.

Invece, a 23 luglio dell’83, ripeteva ancora tale ascensione il bravo signor Giovanni Hocke. Salita importante questa, ed è la quinta in ordine numerico, per le determinazioni altimetriche in essa compiute. L’Hocke dormiva Timau e battè, sì in andata come in ritorno, la stessa via seguita nel 1878. Fino sotto alle roccie del pizzo Collina, cioè a circa 2470 m, fu accompagnato anche dai suoi ragazzi (da 8 a 10 anni). (Da lettera 24 luglio 1883.)

L’84 segnò due ascese del Kellerwand. La prima (sesta in ordine) fu compiuta dal signor avv. L. Billia di Udine assieme al signor Giovanni Cozzi di Piano d’Arta, proprietario della malga Collinetta di Sotto, dove la compagnia pernottò44. La mattina di poi (1 luglio), ne ripartirono a 3 ore 3/4 per la solita strada, che il Billia chiama “non difficile, ma molto ripida, lunga e monotona, perché spoglia di vegetazione" e alle 8 circa raggiunsero il pizzo Collina.

Il tragitto al Kellerwand, che durò due ore, parve al Billia non solo "difficile, ma qualcosa di molto peggio.

Ho dovuto convincermi che in quel che s’era detto sulla difficoltà di quest’ultimo tratto dell’ascesa non c’era nulla di esagerato, perché, a non aver testa fredda e piede sicuro, c’è da arrischiare la pelle. E un ascesa questa non consigliabile certamente ad alpinisti novizi, e nella quale c’è continuo bisogno della guida.

Soltanto alle 7 della sera il Billia ed il suo compagno, colti nella discesa dalla grandine, erano di ritorno alla casera Collinetta.

L’ultima ascesa (e settima di numero) del Kellerwand a me nota, è quella del signor Edoardo Tellini di Udine (nel 1884) e questa pure presenta molta importanza per le misure altimetriche, alle quali diede campo. Da una relazione privata che n’ebbi, ricavo qualche notizia.

Il Tellini, assieme ad altri alpinisti, passò la notte del 13 agosto nella solita casera di Collinetta; dalla quale partito alle 3.30 a. del 14, in 3 ore toccò la sommità del pizzo Collina e in circa 1 ora e 1/4 compì la traversata da questa cima al Kellerwand, sulla cui sommità poneva il piede alle 8 in punto. A mezzogiorno era già di ritorno a casera Collinetta, senz’essersi menomamente stancato. Egli assicura che, per quanto abbia studiato, non gli venne fatto di scoprire pericoli di sorta. Specialmente per chi, invece di scarpe ferrate, si servisse di “scarpezz„, cioè di scarpe di pezza alla Carnica, la traversata riescirebbe facile e piacevolissima.

Dalle varie relazioni risulta essere il Kellerwand una cima non difficile per un provetto alpinista che voglia ascenderla dal pizzo Collina e in buona stagione; difficile e forse pericolosa per chi voglia ascenderla dalla parte del ghiacciaio. Dico questo, dovendo dare un certo valore comparativo ai giudizi dei signori Tellini e Mantica, dei quali ho potuto apprezzare la forza alpinistica. Credo quindi che la fama di terribilità, da cui viene circondata, dipenda in gran parte dal ricordo dei vani tentativi compiuti dapprima dal Grohmann, dalla deficienza di buone guide, dall’apparente invarcabilità del tragitto fra il pizzo Collina e la cima, e finalmente dal confronto colle altre cime delle Alpi Friulane, ben poche fra le quali possonsi dire difficili o pericolose.

L’altezza del Kellerwand

Le ultime ascese permettono poi di tornare ancora sulla questione dell’altitudine del Kellerwand.

I dati altimetrici che si riferiscono alla sua cima e che io conosco sono i seguenti:

ALT. IN METRI AUTORE METODO E AVVERTENZE
2345 Mojsisovics stima (dal Pizzo Collina)
2813 Grohmann      »      (dal Kellerwand)
2810 Marinelli      »      (dal Coglians)
2830 o 2800 circa     Mantica      »      (dal Kellerwand)
2810 Carta austr. 1/75,000        ?
2767 Hocke aneroide
2756 Tellini      »
2896 Ball      ?
3000 Meurer      ?
3003 Rabl      ?

Ora, un po’ di commento.

Fin dalle prime vanno esclusi dall’esame i dati del Ball (forse un arrotondamento di quello del Mojsisovics) e del Meurer45 e Rabl46 non confortati da nessuna osservazione, neanche dalla semplice stima e nemmeno dall’aiuto di uno strumento. Di più, dalla descrizione fattane, apparisce che né il Meurer, né il Rabl conoscano il gruppo per esperienza propria.

E nemmeno grande importanza io penso si possa attribuire alle determinazioni a stima; non certamente alle tre prime (la mia compresa) fatte ad occhio, e meno che tutte a quella del Mojsisovics, che si trovava situato in una località notevolmente più bassa del punto di cui voleva determinare l’altezza. Chi ha compiuto qualche stima ad occhio delle altitudini relative e poi abbia avuto occasione di verificarle confrontandole con dati attendibili, sa a quali errori enormi si può andare incontro, anche osservando in buone condizioni di tempo.

Di queste misure a stima, la sola che avrebbe un certo peso, sarebbe quella del Mantica, eseguita a mezzo di una livelletta a mano a bolla riflessa. Strumento del resto comodo sì, ma assai imperfetto e che non dà differenze angolari, ma soltanto avverte se il punto traguardato sia posto sull'orizzontale dell’occhio dell’osservatore o sotto o sopra di essa. Quindi non si può attribuire nessun valore assoluto alla differenza di circa 30 m. in più, che il Mantica trovò rispetto al Coglians e ch’egli stesso riferisce in forma dubitativa.

Restano quindi le tre ultime quote, le quali dovrebbero corrispondere ad altrettante misure effettivamente eseguite.

Si dev’essere tuttavia sicuri che la misura di 2810 m. della Carta Austriaca 1/75,000 sia stata effettivamente eseguita? Non si posseggono argomenti tali che permettano di negarlo. Tuttavia sta il fatto che, lungo la zona di confine e al di qua dello stesso, la Carta Austriaca si è servita spesso di quote tolte a fonti diverse. Così il foglio stesso (Zona 19, Col. VIII) che comprende il gruppo in questione per la parte italiana, riporta numerose le quote da me medesimo determinate col barometro e pubblicate pochi anni innanzi che vedesse la luce detto foglio. Aggiungasi che la nomenclatura difettosa del gruppo indica una certa trascuratezza nella costruzione della relativa carta, trascuratezza che autorizza qualche dubbio anche intorno all’autenticità ed alla bontà di altri elementi introdotti nella carta medesima. Per il che io inclino a credere che tale quota non sia se non il dato stesso di 2813 m. dedotto a stima dal Grohmann e arrotondato in 2810 m.

Certamente esso si stacca di molto, cioè di non meno che 43 o 54 metri, dai risultati delle due misure effettivamente eseguite dell’Hocke (2767 m.) e del Tellini (2736 m.). Vero è che queste due misure furono eseguite mediante l’aneroide e con riferimenti successivi. Ma lo strumento adoperato, cioè l’aneroide Naudet (di 12 cent, di diametro) della Soc. Alpina Friulana, è (o almeno era) un buon strumento, da me più volte paragonato e usato con felici risultati; le stazioni di confronto (Timau con 832 m. e casera Collina Bassa con 1366 m.) di altezza sufficientemente accertata e per di più poste a breve distanza; gli osservatori esperti e diligenti; i calcoli da me stesso eseguiti con ogni cura. Aggiungasi che fra le quote così risultanti la differenza è relativamente piccola. Per tutto questo io sarei d’avviso che la media fra questi due ultimi dati, arrotondata a 2760 m., rappresenta molto davvicino l’altitudine del Kellerwand o, per lo meno, è quella cifra, che, allo stato presente della questione, si deve preferire per designare l’altitudine di tale cima.

Altre altitudini

Le due ascensioni dell’Hocke e del Tellini, permisero una più giusta conoscenza altimetrica anche di altri punti del gruppo.

Per es., del pizzo Collina prima dell’83 si possedevano: la vecchia ed incerta determinazione che si diceva trigonometrica e di provenienza dall’Istituto Geografico viennese, comunicata privatamente dall'ing. Ugo Schnorr e che corrispondeva alla cifra di 2722 m.47; poi le misure barometriche del Mojsisovics (2675 m.)48 e del Grohmann (2530 m.), non contando quella di 2591 m. (8500 p. ingl.) del Ball, d’ignota provenienza. Le misure del Grohmann, compiute in quei giorni, sono tutte difettose in meno, come risulta dal confronto delle quote riferibili al passo del M. Croce e a Plecken. Le quote dell’Hocke (2689 m.) e del Tellini (2660 m.) si avvicinano maggiormente a quella del Mojsisovics, sicché la media delle tre cifre (2675 m.) coincide con quella appunto offerta dal celebre geologo austriaco.

Non ho poi argomenti per respingere il dato di 2238 m., che la Carta austriaca più volte citata attribuisce a quel dossone ch'essa chiama col doppio nome di

Cellonkofel
(P. Collmetta)

e del quale il versante meridionale è conosciuto col nome di creta des Pioris, cretta delle Pecore, perché vi vanno al pascolo le pecore della malga Collinetta o Collina Alta. Lo Zellonkofel dista di forse 1 chm. 1/3 verso ONO dal passo di monte Croce.

Epperciò le cifre da preferirsi a rappresentare le altitudini dei punti culminanti del gruppo, secondo il mio avviso sarebbero le seguenti:

Coglians m. 2801
Kellerwand » 2760
Pizzo Collina » 2675
Zellonkofel » 2238

La più elevata montagna delle Alpi Friulane

Con ciò si vede che, allo stato attuale della conoscenza altimetrica del gruppo, io reputo esserne il Coglians il punto culminante di altitudine accertata con sufficiente approssimazione.

Dato questo: il Coglians viene a risultare il punto culminante di tutte le Alpi Friulane, dacché al Jôf del Montasio, al Peralba e al Duranno non si possono assegnare più di 2760, di 269449 e di 2668 m., e questi sarebbero i soli punti estranei al gruppo da noi studiato che potrebbero contendergli la primazia.

Tuttavia non sarebbe esso con pari sicurezza il punto culminante delle Alpi Carniche, una volta che giusta la divisione da me proposta50, se ne estendano i limiti settentrionali alla Drava, imperocché in quella loro diramazione che si suole chiamare col nome di Alpi della Zeglia o della Gailthal, e precisamente nel gruppo del Kreuzkofel, che s’eleva, a mezzogiorno di Lienz, sorge la Sandspitz, alla quale cima la Carta austriaca 1/75,000 assegna la quota di 2801 m., cioè, per singolare caso, un’altezza identica a quella che io reputo spettare al Coglians.

Resta a dire alcunché sull’altitudine delle due casere, che si toccano movendo alla cima, e su quella del ghiacciaio.

Per la casera di Collina Alta o Collina di Sopra (obere Collin Alm) o semplicemente Collinetta, come altri la chiamano, si posseggono le seguenti misure:

Mantica   aner.   1651 m.   Tellini aner.   1625 m.
Hocke    » 1019 m.   Mojsisovics    bar. 1567 m.

Quest’ultima misura si stacca troppo dalle altre, per non ritenerla affetta da un qualche errore d’osservazione o d’altra natura. Le altre, e massime le due del Tellini e dell’Hocke, s’accordano abbastanza fra loro per poter autorizzare ad assumere la loro media, arrotondata a circa 1630 m., come cifra rappresentante l’altezza della cascina.

Per la casera Collinetta di Sotto o Collina Bassa o untere Kollin Alm si hanno due sole misure: una di 1369 m. determinata dal Mantica; l’altra di 1366, dovuta al Tellini; misure che s’accordano mirabilmente fra loro e quindi permettono di accettarne senz’altro la media (1367 o 1368 m.) per quota d’altezza della località.

Quanto al ghiacciaio, che s'appoggia al versante settentrionale della giogaia interposta fra il Collina e il Kellerwand e discende verso val Valentina, il Grohmann, lo vedemmo, gli attribuisce suppergiù l’altezza (media?) di 1900 m.; adottata identica o di poco variata (1900 m. Amthor, 1830 m. Ball) da alcune guide alpine. Il Mojsisovics lo stima elevato fra 1606 e 1900 m.; il Mantica invece determinò l’altezza della testata superiore a 2310 m. Non avendo motivo di credere errata quest’ultima cifra, inclino a ritenere la media altitudine del ghiacciaio trovarsi a circa 2000 m. e quella della fronte a circa 1800 m.

Ma, essendo che questo giudizio è basato sopra elementi assai incerti, lo espongo con tutte le riserve immaginabili.

La sola altitudine da potersi accettare rispetto al ghiacciaio è quella di 2273 m., che si riferisce ad uno sprone roccioso senza nome, segnato sulla Carta Austriaca 1/75,000 quale limite settentrionale della vedretta stessa e a sud quasi perfetto della casera Valentina di Sopra.

« Prev
7/10 Next »
Scarica
Scarica questo file (La più alta giogaia delle Alpi Carniche.pdf)La più alta giogaia delle Alpi Carniche. Appunti vecchi e nuovi[Bollettino del Club Alpino Italiano - Vol. XXII (1888), n. 55, p. 122-173]9 Downloads
sei qui