« Prev
8/10 Next »

VII Val Valentina

La mattina del 21 agosto, poco dopo le 6, lasciammo, insieme col dott. Welter, la Plecknerhaus.

La valle Valentina, verso la quale eravamo diretti, ha il suo cominciamento superiore alla forcella omonima, posta a NNO del Coglians ed imminente al lago di Volaia. Da tale forcella, che nelle carte austriache porta il nome di Valentino o Valentina Thörl, scende verso levante dapprima, poi verso greco e di nuovo verso levante, un vasto e perenne nevaio, che s’allarga e scema in pendio man mano che cala verso la casera Valentina di Sopra. Nel 1876 al 21 agosto la neve si scioglieva 600 a 700 m. a ponente della casera, e in non molto diverse condizioni ebbi a trovarla dodici anni dopo, cioè ai 14 dello scorso settembre. E sì che il 1888 fu anno assai nevoso e copioso di valanghe, che ancora in quella stagione avanzata mantenevano le loro reliquie fin nel fondo della vallata, come le ruine da loro prodotte e l’accatastamento caotico dei legnami da loro portati a valle, rendevano più difficile e penoso e a volte quasi impossibile il procedere.

Dalla casera Valentina di Sopra la valle prosegue verso levante, passando col filone più depresso a mezzogiorno della casera Valentina di Sotto (1237 m.), finché 200 m. più in basso, volgendo con dolce curva a greco, si fonde colla valle che scende da Plecken. Stretta, ma oltremodo pittoresca e abbellita da folta foresta d’abeti, essa si dirige quindi a Mauthen, dove si unisce alla grande vallata del Gail. Uno spumoso e precipitoso torrente d’acque copiose e freddissime ne solca il fondo e risponde al nome di rio Valentina, nome che, così frequentemente ripetuto, forse era quello che la strada romana, riattata sotto Valente e Valentiniano (come afferma taluna delle iscrizioni del Croce) portava nei bassi tempi, e poi (perché no?) passato alla valle, al rio, alle casere e al passo omonimi.

Da Plecken, per raggiungere la vallata, non v’è di meglio del sormontare i bei pascoli erbosi, che limitano il bacino di Plecken a levante e che si stendono sui contrafforti settentrionali dello Zellonkofel, e il secolare bosco di faggi, che fa loro seguito. Così per un discreto sentiero si raggiunge il thalweg e si passa il rio appunto presso alla ca sera Valentina di Sotto.

La valle quivi apparisce melanconica e sterile, almeno in basso, poiché il sentiero sale lungo la sinistra del torrente attraverso grossi macigni che interrompono incessantemente ora il pascolo ora la macchia boscosa. Ma in alto la vista non poteva essere più imponente. A destra una catena interrotta a striscie di verde e di bigio, prato e roccia, che congiunge il Mooskofel col Rauchkofel e quindi col gruppo del Plengo; a sinistra una enorme, spaventevole parete a picco ci mostrava ogni tanto qualche dente e qualche tacca, per la quale spingendo lo sguardo, s’arrivava a colpire alcune delle somme aguglie del Kellerwand e del Coglians. Ma chi dalla Valentina vede sopra la propria testa imminente il gigantesco muraglione non può persuadersi che colassù esista il ghiacciaio, che pur così bene si scorge da Kotschach. A levante la scena ha per sfondo la vetta del Pollinig che copre in parte quella del Reisskofel.

Risalendo, come noi facevamo, la valle, si vede a poco a poco scemare il rio romoroso, finché a due ore da Plecken si arriva alla sua scaturigine. Essa è posta un 300 metri a ponente della casera Valentina di Sopra e pressoché allo stesso livello di questa. L’acqua sgorga ad un tratto copiosa dalla roccia, e fredda: 2°7, essendo 11°7 la temp. dell’aria51. Tale frigidità è causata senza dubbio dal derivare essa per filtrazione dalle nevi circostanti e forse dal ghiacciaio superiore, il che potrebbe anche spiegare la sua abbondanza nel cuor dell’estate, dopo parecchi giorni secchi, e mentre molte sorgenti erano ormai all’asciutto. Misurata quel giorno la sua altezza sul mare, la trovai di m. 1577. La Carta Austriaca assegna alla non lontana casera quella di m. 1571.

Ripreso il cammino, svoltammo a sud-ovest. Qui la valle assume un carattere completamente selvaggio e qui ci si presentò di faccia il nevaio, che si scorge ascendere ascendere fin a terminare alla vetta del Coglians, che nuda e rocciosa, chiude superiormente il panorama. Adesso noi vedevamo dal basso quello spettacolo stesso che, ventiquattr’ore prima, scorgevamo dall’alto di quell’enorme pinnacolo, che ora ci sovrastava. Il nevaio appariva molto lungo. Infatti supera certamente in lunghezza orizzontale il chilometro e mezzo, e, siccome tra la sua base e la sua parte superiore verso il passo della Valentina v’è una differenza di livello di circa 550 metri, così si può dedurre la pendenza inedia pari al 37 per cento. Esso però non rappresenta un solo campo di neve; ma, pari ad un fiume, vari rami o nevai confluenti scendono dalle gole rocciose del Coglians a portargli il loro tributo di neve e di valanghe, cosicché la massima sua larghezza appare precisamente allorché ci avviciniamo alle pareti rocciose del monte e il nevaio di nuovo volge a ponente, ascendendo verso la sella della Valentina.

Il sentiero risale serpeggiando sul nevaio medesimo, e, a quanto asserivano le guide, è frequentato specialmente dagli abitanti del canal di Gorto, che vogliono recarsi nella Gailthal media ed inferiore, quantunque per molti mesi dell’anno sia reso impraticabile e pericoloso dalle abbondantissime nevi52.

Il pendio del campo di neve, che noi percorrevamo, era abbastanza dolce. Si camminava da un’ora, allorché, giunti al punto della massima larghezza, dovemmo traversarlo per portarci sulla costa, che lo limita a sinistra sua, e a destra del nostro cammino. Qui (come mi diceva l’aneroide) eravamo già a 2000 m., e qui cominciavano sulla neve ad apparire segni di un ghiacciaio embrionale; neve gelata e ridotta in lastre cristalline, e crepacci. Posto che perdurassero parecchi inverni molto rigidi di seguito, non sarebbe da meravigliarsi se vi si formasse un vero piccolo ghiacciaio53.

Poco più su facemmo una sosta di una mezz’ora durante la quale il sole scottava fortemente, tanto da far segnare al termometro espostovi oltre i 25°; mentre all’ombra non se ne notavano più di 15°. Rifocillatici alquanto, seguitammo ad ascendere verso la sella, cui alle 10.45 raggiungemmo. Dal principio della Valentina avevamo impiegato circa 4 ore, delle quali una in osservazioni e riposi.

Il passo presenta una vista bellissima. A greco ed oltre la Zeglia, si avvertono le vette del Jauken e del Reisskofel, dei quali monti una parte rimane nascosta; mentre quasi intera apparisce a loro destra la massa del Pollinig. A tramontana alcuni dossi erbosi intramezzati da gole e da roccie rappresentano il Rauchkofel. A ponente scende stretto un nevaio, il cui candore scintillante ai raggi del sole fa strano contrasto coll’azzurro specchio del laghetto di monte Canale e colla lunga serie di roccie brune e grigie, che compongono la massa del Volaia o del Piegen.

Ci trovavamo già ad una notevole altezza. La pressione era discesa a 596 mm. e la temperatura a 13°5; un venticello leggero ci carezzava dolcemente, ma forse un po’ troppo frescamente la faccia. Eravamo a 2148 m., secondo la mia misura, ovvero a 2128 m., secondo quella del Grohmann. Più tardi la Carta austriaca assegnava a questo punto 2136 m.

Il lago di monte Canale

Non dimorammo sulla sella oltre quello che esigeva l’osservazione barometrica, stanteché avevamo deciso di fermarci a prender ristoro al laghetto di monte Canale. Di consueto esso vien chiamato nelle guide lago di Volaia, e passo di Volaia si chiama quel varco, che dal lago conduce al villaggio di Collina e separa il gruppo del monte Coglians da quello del monte Volaia. Ma in realtà il monte Volaia è lontano e dal lago e dal passo, che i valligiani chiamano col nome di Canale, come monte Canale è il nome di quella vetta, che più prossima si specchia nel lago a libeccio di questo, e Canaletta è quello del rugo che dal passo scende ad unirsi al torrente Moreretto. Di più, a ponente del monte Volaia esiste un altro laghetto, dai valligiani detto di Bordaglia, ma sulle carte anonimo, e che, per essere prossimo alla vetta, potrebbe essere scambiato col nastro; e finalmente il monte Volaia è attraversato da un passo, che conduce dalla casera Bordaglia alla casera di Volaia, e quindi a questo più meritamente va attribuito l’appellativo di passo di Volaia, male adoperato per quello che il 21 agosto noi stavamo per attraversare.

Dal passo della Valentina al lago conduce un vallone stretto fra pareti molto alte, specialmente a sinistra, e tanto ripido che noi, in poco più di 15 minuti, saltando e scivolando, lo avevamo già percorso per intero. Esso da cima a fondo è ricolmo di neve, né questa si scioglie se non a una dozzina di metri dal lago.

Raggiunta ormai la sua sponda, cominciai col saggiare la temperatura dell’acqua all’ombra, e mi risultò molto alta, 12°, mentre mi fu riferito che altri l’avevan trovata poche settimane prima di solo 5°. Ai 14 settembre 1888 l’acqua era a 9°, mentre l’aria era a 12°.

La periferia del lago poi apparve di 900 metri, il che non è cosa da poco, qualora si pensi che questo bacino d’acqua è posto a 1959 m. sul livello marino, cioè viene ad essere uno dei più alti laghi alpini delle Alpi Orientali. La sua superficie si può valutare a 5 o 6 ettari. Non sembra che contenga pesci, ma bensì salamandre in copia. Ci fu affatto impossibile valutarne la profondità, la quale non riterrei molto grande a giudicarne dalla inclinazione delle sponde generalmente poco ripide e dagli interrimenti, a cui è soggetto per le frane, che precipitano specialmente da quello sprone occidentale del Coglians, che sulla carte porta il nome di Judenkofel e che, secondo il Grohmann, non ha nome alcuno presso i valligiani.

Il laghetto è copiosamente alimentato dai nevai circostanti. Girandolo, m’accorsi che in realtà ha uno scaricatore sotterraneo, il quale porta le sue acque nel rio Volaia, posto a sua tramontana e dapprincipio presenta una direzione da est verso ovest. Questo giro merita di esser fatto, poiché è bellissimo vedere specchiarsi nell’acqua, man mano che si procede, le varie vette che contornano il lago, e specialmente quella del Judenkofel, che gli sovrasta minaccioso. A tramontana e a maestro il lago è separato dal rio di Volaia mediante un argine naturale roccioso ed erboso, il quale appunto a maestro si abbassa lasciando libero lo sguardo verso la valle di Volaia superiore. Questa corre dapprima verso ponente, volge quindi a tramontana, indi a greco, scendendo nella direzione di Birnbaum, dove si apre nella Zeglia. La segue nella sua totalità un sentiero, che, dal passo di monte Canale conduce a Birnbaum e ad esso, presso la casera Volaia di Sopra, convergono due altri sentieri, che movono da Forni Avoltri verso la stessa meta.

Sul passo della Valentina avevamo trovato predominare gli scisti; qui invece, lungo la costa occidentale del lago appaiono enormi massi di un calcare compatto rosso, che sembrano precipitati dagli sproni settentrionali del monte Canale e che si fermano talvolta in bizzarre posizioni a metà costa. E macchie rosse, quasi arnioni di cinabro, notansi chiazzare i calcari bianchi circostanti.

Ritorno a Collina

A breve distanza dal lago, si apre il passo di monte Canale (confine italiano). Pochi metri sotto ad esso sostammo per un’ora a prender ristoro. Erano le 12 1/2 quando ci movemmo, salendo al valico.

A primo aspetto, sembra che un tempo il laghetto avesse dovuto scolare pel rio Canaletta e che, ad interrompere tale comunicazione e forse a formare il lago, abbia avuto azione la massa enorme di detriti che scende dal Judenkofel, e che sembra distribuita a formare una diga di congiunzione fra questo monte e il monte Canale. Ma in realtà, osservando attentamente, si scorge che l’argine, appena sotto i primi detriti, è formato di roccie in posto e che quindi da questo lato il lago non avrebbe potuto scaricarsi, almeno nelle ultime epoche geologiche.

Perciò esso è da ritenersi appartenere al bacino della Zeglia e alla Carinzia, e difatti spartiacque e confine scendono dal Judenkofel al passo e risalgono ad ovest lungo le creste di monte Canale.

Misurata l’altezza del varco, mi risultò di 1989 m. sul mare, mentre al Grohmann apparve di 2001 m., differenza, come si vede, abbastanza piccola per dar valore ad entrambi i dati. La carta austriaca anche stavolta sta fra i due, assegnandogli l’altitudine di 1997 m.

Fra i passi di confine delle Alpi Carniche, esso è certamente uno dei più notevoli per altezza, non essendo superato se non da alcuno fra i più occidentali. A levante del giogo Veranis, posto tra Forni Avoltri e Maria Luggau, anzi, io non conosco verun passo di confine di altezza accertata che tocchi i 1900 m. I passi di Monument e di Gola Bassa, già da noi accennati, non sono né di confine, né di spartiacque, ma spettano all’Italia e al versante meridionale della catena divisoria fra le acque della Gail e del Tagliamento.

Dal passo a Collina conduce un sentiero erto, ma buonissimo a scendersi, e che attraversa una serie di poggi a metà erbosi, a metà franosi, in alto, tutti coperti di leontopodi bellissimi, di cui facciamo ricca messe. Quel giorno io era stato fortunato coi fiori, poiché nella val Valentina, poco lungi dal giogo, avea raccolto un fiorellino dalle corolle variamente colorate, una Linaria alpina. Del resto, tutta questa regione va famosa presso i botanici per molte specie rare. Se prendete in mano la guida della Carinzia di Wagner ed Hartmann, o quella del Ball, vi avvertiranno che in questa regione s’incontrano il Dianthus barbatus, il Trifolium noricum, la Saussurea discolor, l'Anthemis alpina e tante altre piante rare da fare la consolazione di un drappello di naturalisti.

Camminando molto comodamente, in breve raggiungemmo il torrente Moreretto, così compiendo il giro intorno al gruppo, che ormai ognuno deve riconoscere come il più elevato delle Carniche.

A Collina si arrivò alle 2.40, cioè in circa due ore dal valico di monte Canale, mentre di passo ordinario questo tratto si può percorrere in 1 ora 1/2 o poco più. In complesso, da Plecken a Collina per la strada da noi battuta un buon camminatore impiega circa 5 ore.

Il giorno seguente, da Collina, il dott. Welter salì col Gajer in circa 5 ore il Coglians. Lo ritrovai a Sappada, dove ci avevamo fissato convegno, e dove pochi giorni appresso ci separammo54, dopo aver assieme studiata quella interessantissima sporade tedesca, intorno alla quale sentirei di aver tante cose da dire.

Sarà per un’altra volta. Per questa mi chiamerò contento se qualcuno, dopo avermi seguito benevolmente fin qua, vorrà riconoscere che la più alta giogaia delle Carniche meritava veramente che si riunissero, come ho inteso di far io in questo scritto, le cognizioni e i dati che si avevano sull’andamento delle sue creste, su la postura, l’elevazione e la nomenclatura delle sue vette e sulla storia delle loro esplorazioni, e vi si aggiungessero anche indicazioni sulle valli che la fiancheggiano e sui centri turistici da cui muovere alle principali salite. Ciò non si era ancor fatto nelle pubblicazioni del nostro Club, ed io ho messo ogni studio per colmare in qualche modo (meglio tardi che mai) questa lacuna. Di queste pagine, più d’una forse sarà riuscita troppo lunga e poco divertente, ma non dispero che fra esse abbia pure a trovarvi notizie non inutili qualcuno che, se non mosso dai miei eccitamenti, venisse dai fati condotto a visitare codesto gruppo delle Alpi Orientali, non privo certo d’attrattive e degno per molti rispetti d’esser conosciuto e studiato.

Padova, gennaio 1889.

G. Marinelli (Sezione di Vicenza).
« Prev
8/10 Next »
Scarica
Scarica questo file (La più alta giogaia delle Alpi Carniche.pdf)La più alta giogaia delle Alpi Carniche. Appunti vecchi e nuovi[Bollettino del Club Alpino Italiano - Vol. XXII (1888), n. 55, p. 122-173]19 Downloads
sei qui