PIETRO CELLA

 

MEMORIE DI GIVIGLIANA

A oltre settanta anni dalla morte di don Pietro Cella, si pubblicano in questa veste le Memorie di Givigliana, edite nel 1928 dal Premiato Stabilimento Tipografico L. Lukezic di Gorizia e da lungo tempo introvabili.
A breve verrà resa disponibile anche una versione in formato pdf dell'opera, contornata da indici analitici e da qualche nota. Le immagini inserite nel testo sono quelle dall'edizione del 1928. (A.P.)

Memorie di Givigliana
Memorie di Givigliana - Copertina della prima edizione

Prefazione

Questo opuscolo che contro ogni previsione vede la luce a stampa per festeggiare la faustissima sagra della Messa nuova del Sac. Della Martina Amedeo, è un piccolo studio sul paese di Givigliana in tutte le sue vicende, dalle origini fino ai giorno d’oggi, per quanto fu possibile rilevarlo dalle memorie, dalla tradizione, dai documenti rimasti, raccolti un po’ dovunque per le case e negli archivi della Mansioneria, della Parrocchia, della Pieve.

È l'umile studio della vita del popolo, che non ha grandi fatti da portare all’ammirazione del pubblico, e si svolge lenta ed oscura, ma potente. Si manifesta nei costumi e nelle istituzioni, che sono il capolavoro dei paesi, nelle vicende della proprietà, nella fortuna delle famiglie.

Fa sempre piacere a conoscere le vicende del proprio paese e ciò serve a guardarsi dagli errori del passato ed a far meglio per l’avvenire. Leggano i vecchi per ravvivare nelle famiglie le buone memorie del passato pur troppo offuscato dalla mania delle novità; leggano i giovani di buona volontà e abbiano l’orgoglio di unirsi a fare il molto che urge a bene del paese per lasciare buona memoria di sé.

E per questo giorno di festa, i migliori auguri al nuovo Sacerdote.

Givigliana - Panorama
Givigliana - Panorama

Le origini

Givigliana! Che cosa può significare quel nome dalla risonanza italianissima? Da che cosa può essere derivato? Mistero. Qualche vecchio ricorda che il paese ebbe anche un posticcio nome tedesco, Kuksberg, che significa monte di osservazione, e risponde perfettamente alla positura di Givigliana, da cui si gode ampia vista sulla valle di Gorto. Ma quel nome non entrò mai nell’uso comune.

Il villaggio non vanta origini molto remote. 11 vicino borgo di Vuezzis ha pretese assai più forti di antichità, e nei dintorni circola insistente anche la tradizione d’un caseggiato antichissimo in Faus, sopra Vuezzis stesso. Ma il ronco di Faus non offre spazio nemmeno a un borgo di pochissime catapecchie.

Le voci sulla origine di Givigliana sono assai povere. Chi parla d’un cacciatore, chi d’un boscaiolo che vi avrebbe costruita la prima baita; ma la voce più volentieri accolta, parla del rifugio di un bandito solitario, venuto dalla Gaila. Chi fosse colui e quando piantasse quel suo rifugio, nessuno lo sa precisare.

Nelle prime memorie scritte che ci restano, Givigliana figura già molto in vista fra tutti i paesi dei dintorni. Anzi perfino la chiesa di Rigolato e quella di Prato sono ricordate la prima volta in testamenti di benefattori da Givigliana. La chiesa madre del canale era allora la Pieve di Corto, a cui concorrevano nelle maggiori feste i fedeli di tutti questi dintorni; la parrocchiale di Rigolato era una delle cappelle filiali della Pieve stessa.

Ecco quei primi ricordi.

Nel 1322, ai 13 marzo, un certo Giovanni fu Teudo da Givigliana lasciava, a suffragio dell’anima sua e dei suoi parenti, alla chiesa della Pieve, e alle cappelle di S. Canciano in Prato Carnico e di S. Giacomo in Rigolato tre libre d'olio all’anno, una per ciascuna chiesa, da pagarsi il giorno di Natale, e per ciò vincolava un suo campo situato in Nava di Sotto, nella Tavella di Givigliana, confinando da una parte con Romano di Givigliana. dall'altra con Vecellio anch’esso da Givigliana, e dalla terza parte con la strada pubblica. Il giorno primo di maggio dello stesso anno 1322 un Vecellio fu Gussetto da Givigliana, anch’esso in suffragio dell’anima sua e dei suoi parenti lasciava al lume della chiesa di Pieve di Gorto, a S. Giorgio di Comeglians e a S. Giacomo di Rigolato tre libre d’olio, vincolando un suo campo con prati posto in Val, nella tavella di Givigliana, confinante da una parte con Gusettino, suo fratello. Presenti al contratto sono Giovanni Teudo e Vecellio fu Guarnerio da Givigliana fra vari altri di Ludaria e di Sigilletto.

Eccoci dunque già nel 1322 con un primo gruppo di cinque famiglie, cioè un Giovanni fu Teudo, un Vecellio fu Guarnierio, un Romano, un Vecellio fu Gusetto e Gusettino suo fratello. Il piccolo borgo aveva le casupole a travi di legno intrecciate e coperte di tetto e attorno e sotto delle case, in Val e in Frassin, c’era qualche spiazzo di campagna.

Il resto era tutto boscaglia che quegli uomini andavano qua e là dissodando. Nel 1348 è ricordato un Nicolò, pronipote d'una Guerra da Givigliana sposata a Mione, che riceve in fitto perpetuo un manso nella tavella di Givigliana con l'obbligo di donare ogni anno due libre d’olio al lume di ciascuna delle chiese, della Pieve, S. Giorgio di Comeglians. S. Giacomo di Rigolato e S. Nicolò di Vuezzis. Un altro lascito simile lo fa nel 1386 un Romano figlio di Marino, e uno ancora nel 1394 Candido fu Giacomo da Givigliana. Come si vede, il paese figura bene nel beneficare le chiese di Gorto, mentre è ancora lontano dal pensare ad una chiesa propria. Nel 1390 è ricordato un Freduccio fu Teudo.

Nel 1397 ci vien fatto di entrare con la nostra cronaca nell’episodio più caratteristico della storia medioevale della Carnia.

La Carnia era allora, e restò fino a Napoleone, divisa in quattro Quartieri: Tolmezzo, Gorto, San Pietro e Socchieve. La terra di Tolmezzo aveva una certa supremazia su tutta la Carnia e godeva le entrate dei dazi e delle dogane di confine. Ma non contenta ancora di questi suoi privilegi, cercava di tiranneggiare in tutto contro i Quartieri. In quegli anni aveva proibito ai Quartieri di Gorto e di Socchieve di vendere vitelli, da Pasqua a Pentecoste, cioè nel tempo di maggiore produzione, nei paesi di là dal Tagliamento, e ciò perché cadessero sotto il dazio di Tolmezzo. I due Quartieri protestarono e fecero resistenza contro l’arbitrio e nello stesso tempo mandarono ambasciatori con un ricorso al Patriarca, che era il sovrano della Patria del Friuli. I tolmezzini sorpresero gli ambasciatori e li percossero, e con una spedizione militare contro le terre d’Invillino devastarono le campagne e saccheggiarono le case, minacciando allo stesso tempo la forca a chi desse ricovero alla povera gente che fuggiva. Ma gli uomini di Gorto e di Socchieve, furibondi, radunarono milizia, e alla loro volta fecero contro Tolmezzo una spedizione così gagliarda e diedero a quella terra tale vigoroso assalto, da far sbollire per sempre la baldanza dei tolmezzini che pretendevano di dominare tutta la Carnia. Tanto i due Quartieri che la Terra di Tolmezzo ricorsero ancora al Patriarca, ma mentre i rappresentanti dei Quartieri, consci delle loro buone ragioni, si presentarono quasi tutti in persona, di Tolmezzo si presentarono pochissimi o nessuno. Il Patriarca diede ragione ai Quartieri contro Tolmezzo. Ora fra quegli uomini dei Quartieri presentatisi al Patriarca, per Gorto erano: Daniele, Notaio di Luincis; Cristoforo da Comeglians, Canal di Gorto; Domenico Minigutto di Givigliana di Carnia; Francesco Trapolino di Lauco, Pieve d’Invillino.

Quel Domenico Minigutto doveva dunque essere persona di qualche conto. Era nativo da Ludaria, ma venuto ad abitare a Givigliana. Il soprannome gli veniva dal padre, Domenico anch’esso, ma storpiato all’uso popolare in Menigutto. Lo si ricorda ancora nel 1418.

In seguito le memorie del paese si fanno per due secoli più rare ed incerte, però quelle poche che ci restano, danno agio di precisare la formazione di due casati che sembrano gli originari del paese.

Nel 1322 incontriamo un Giovanni fu Teudo, nel 1390 un Freduccio fu Teudo, nel 1471 un Theudo fu Romano Freduccio e nello stesso anno un Theudo figlio di Freduccio; insomma è il nome di Teu o Theu o Theudo, abbreviato di Mattheus o Matteo che si ripete in una famiglia, a catena, da padre in figlio o da avo in nipote. È facile capire che la famiglia dai molti Mattei fosse soprannominata, nel parlar volgare abbreviato, dei Teuts, o mischiando il latino al volgare dei Thieut. Ed ecco formato il primo cognome Thieut.

Questa famiglia dei Thieut fu la più benefica del paese. Essa, come vedremo, diede i fondi e provvide a costruire la prima chiesetta.

Ora vediamo il secondo cognome.

Sotto l’anno 1471 nell’elenco degli uomini scelti a soldati della guerra contro i Turchi che mise capo alla battaglia di Lepanto, per Givigliana è un certo Antonio Margarete. Anche su questo Antonio bisogna fermare l’attenzione. In seguito, lungo il secolo, i suoi discendenti furono un Domenico Toni, e un Antonio figlio di Domenico Antoni. Ecco formato in schema il soprannome, e poi il cognome dei De Antonis di Givigliana.

Era proprio quello il secolo, fra il 1400 e il 1500, che dovunque si venivano formando i cognomi, i quali prima non esistevano.

Già allora si ricordano campi e prati vicini al paesuccio, coi nomi che in parte ancora restano, cioè Val di Pecol, Nava, Las Perarias, Sot Celàr, Frassin.

C’era poi in paese una famiglia. Fontana, proveniente da Sappada, che durò per poco, ma che diede il nome al prato detto di Fontana, il quale formava un manso.

Invece nessun documento ci resta a chiarire la comparsa in paese e la derivazione della famiglia dei Gortana. Quando e da dove vennero? Certo è che il cognome deriva da Gorto e indica che qualcuno capitò di laggiù in paese. Allora il nome di Gorto si restringeva ai soli territori di Comeglians, di Ovaro e della Pieve e si allargò solo molto più tardi. Sicché da Gorto salì a Givigliana una famiglia intiera, oppure una donna gortana vi venne a sposarsi, e diede, con quel suo naturale soprannome di gortana, il cognome a tutta la discendenza? Relazioni anche di parentela con Gorto non mancavano. Non è ozioso di ricordare che già nel 1348 una Guerra di Givigliana era sposata a Mione. Che poi la farina fosse un giorno ricambiata, nulla sarebbe di strano.

I Thieut e i De Antonis, che non furono mai numerosi, ebbero i loro beni in preferenza nei migliori posti attorno del paese, come Fondo di Sopra, in Val, Autemos, Pisin, Miol, Frassin; segno che furono i primi ad occuparli. I Gortana, sopravvenuti dopo, li ebbero più lontano. Ma in seguito essi prosperarono rapidamente, raccolsero per compere o per eredità le sostanza dei Thieut e in parte anche quelle dei De Antonis, allargarono ampiamente la cerchia della campagna, soverchiarono in numero, divennero per qualche tempo la famiglia più caratteristica del paese.

II luogo delle prime abitazioni fu certamente presso la sorgiva dell’acqua, dov’è la vecchia casa di Pocon, e anche nell'orto dei Thieut, dove c’è memoria che sorgesse una casetta ora affatto demolita. Il borgo si sviluppò attorno della sorgiva con laboriose escavazioni a monte per fare il piano delle case, e il materiale veniva rovesciato a riempire la scanalatura del ruscello che di lì andava a scolare nel Riu Bon. Givigliana conservò a lungo l’aspetto di caseggiato quasi selvaggio aperto come un occhio fra la boscaglia. Raggruppato come gregge al pascolo sul dorso di destra del ruscello, si allungò in grame casupole su e giù pel groppone del dorso stesso. Un graduale diboscamento verso Chiampridòul e Autemos aprì magnifiche chiazze di campagna dall’erba folta e dai quadretti di campi, biondi nel luglio di orzo, frumento e segala.

Verso il 1600 il paese contava circa una dozzina di famiglie: due o tre di Thieut, tre di De Antonis, cinque di Gortana e una di Fontana.

Come in tutta la Carnia di allora, anche Givigliana faceva Comune a sé ed amministrava da solo i suoi beni. Il capo del paese era il Meriga, che era assistito dai Giurati, due per solito, scelti fra gli uomini più esperti del paese, mentre il Meriga era scelto in turno per tutte le famiglie e durava in carica un solo anno. Gli affari più importanti si deliberavano nella Vicinia del paese, che era la radunanza di tutti i capi famiglia. Qualche Vicinia si teneva ogni anno per gli affari civili e anche per l’amministrazione della chiesa. La Comune poi metteva capo al Quartiere di Corto che univa tutte le ville del Canale e amministrava gli affari generali. Il capo del Quartiere era il Capitanio maggiore dell’Onorando Quartiere di Gorto, e veniva eletto anno per anno fra i Merighi delle Ville radunati nella Comandaria o riunione dei Merighi e Giurati di tutte le Ville di Gorto.

Nel 1653 fu Capitanio Maggiore dell’Onorando Quartiere di Gorto un Pietro Gortana di Givigliana.


La chiesetta

Un gruppo di case non può chiamarsi paese o villaggio finché non abbia un simbolo visibile della sua unione spirituale. Fra noi il primo di tutti i simboli è la chiesa. Vero paese senza chiesa è impossibile.

Givigliana tirò a lungo per più che trecento anni senza una sua chiesa propria. Il borgo era piccolo e fuor di mano. Per ogni assistenza spirituale le poche famiglie ricorrevano al Curato di Rigolato e a quella chiesa, oltre che a quella di Vuezzis. Ma le strade erano scabrose e specialmente d’inverno impraticabili.

Nel paese, in luogo chiamato ancor oggi del Mai, sorgeva una anconetta, davanti alla quale le poche famiglie si raccoglievano a recitare le loro preghiere. Ma era poco.

Chiesa di Givigliana
Chiesa di Givigliana

Della famiglia dei Thieut dopo il 1600 si ricordano due fratelli, Vito e Mattia. Vito doveva essere un venditore ambulante per la Stiria. Morì prima del 1637, in Germania, come dicevasi vagamente allora. Certo era accasato da quelle parti, dove nel 1648 morì anche sua moglie Domenica Gortana. Egli lasciò per testamento il capitale per costruire la chiesa che doveva essere per sua volontà dedicata a S. Vito, suo protettore e a S. Pietro. Mattia Thieut, suo fratello, e Valentino Gortana, suo cognato, furono incaricati di eseguire i lavori. Così potè sorgere la chiesetta.

La tradizione racconta che sorse contesa sul luogo da scegliere per fondarla e che, per finirla, gli uomini decisero di sciogliere assieme e far uscire dalle stalle tutti i buoi della villa e scegliere il luogo di quella stalla in cui fosse rientrato il primo bue.

Fatto sta che fu scelto il luogo dove è ancor oggi la chiesa. Il vecchio Mattia Thieut fu l’anima dell’impresa; il paese gli diede mano volenterosamente, e la chiesetta fu compiuta verso il giugno del 1638. Era senza sacrestia né campanile e lunga circa due terzi di quanto sia ora, e di fuori non intonacata, ma il paese ne fu felice. L’altare, in legno intagliato e indorato come son tanti nella Carnia, non si sa come fosse provvisto. Mattia Thieut fece istanza al Vicario Patriarcale perché la nuova cappella venisse benedetta e dedicata ad onore di S. Pietro Apostolo e S. Vito Martire, e promise di tenerla in perfetto ordine, fornita di tutto quanto fosse necessario per le sacre funzioni. La Benedizione fu fatta il giorno 24 agosto 1638, essendo officiante l’Arcidiacono della Carnia, P. Giuseppe Gottardis, e assistenti P. Gaspare Vescovello curato di Sopraponti, P. Biasio Moner curato di S. Giorgio di Comeglians e P. Liberale De Dominicis curato di Rigolato.

Gran sagra a Givigliana quel giorno!

Tutti i capifamiglia, riuniti in Vicinia nella casa di Mattia Thieut, promisero all’Arcidiacono di far officiare la loro Cappella almeno una volta al mese oltre i giorni di San Vito e di San Pietro.

L’atto notarile della promessa e della benedizione fu stesso durante la Vicinia, sul poggiuolo della casa di Mattia Thieut, dal Nodaro Pietro Monch di Povolaro. Nell'anno seguente, 1639, si festeggiarono per la prima volta i giorni di S. Vito e S. Pietro.

Fedeli alla loro promessa, le famiglie vincolarono col tempo vari loro beni con l’obbligo di pagare certi affitti pel mantenimento della Cappella. Si ricordano fra l'altro, varie rate nel campo di Nava, nel monte del fieno ed altrove. Ad amministrare tali rendite fu costituita una confraternita che prese il nome di San Pietro, con a capo un sindaco che teneva i conti, riscuoteva. provvedeva alle cose della chiesa.

Il vecchio Mattia Thieut morì dieci anni dopo, e con lui, che non lasciò figli, si estinse la stirpe dei Thieut.


I rivenditori ambulanti

Dopo questi anni, non ci resta nessuna carta che valga a chiarire le vicende particolari del villaggio per più d’un secolo. Solo qua e là qualche nome o qualche brevissima notizia. Si sa però che era in voga l’emigrazione da rivenditori ambulanti per la Carintia, per la Stiria, il Tirolo, e in generale per la Germania. Vendevano droghe, medicinali, imaginette, corone, stoffe, e un po’ di tutto, ricavandone buoni guadagni. Alcuni, favoriti dalla fortuna, riuscivano a metter su negozio fisso in paesi o in città e finivano per accasarsi là senza più tornare in patria. Di tali fu Vito Thieut, che morì nella Stiria, un Pietro Gortana accasato a Beisckirken, un Giuseppe Gortana a Katarin, e altri. Alcuni invece morirono nella loro vita randagia, come Martino Gortana a Vienna e Tommaso De Antonis nella Stiria. Però i più andavano e tornavano per tutta la loro vita. La professione era esercitata largamente. La via dei rivenditori o kromers, era per Val di Croce, la Furchita, la Gran Forca, e quindi per il sentiero di sinistra, alla fontana dei Kromers, che da loro prese il nome, e di lì a Monte Croce.

Quelli che restavano a casa facevano i contadini e un po’ ogni mestiere, ma gli affari noni andavano affatto bene. Certi fondi di campagna erano già in mano di forestieri, e sul monte del fieno i migliori pezzi erano in possesso dei signori Pianesi.


Le lotte pei confini

Nel 1480 Givigliana litigava già con Collina per il possesso della Montagna Chiampiùt. La Montagna fu divisa a rate per famiglie, ove si mettevano, nell’estate, a montear i buoi. Le rate appartenevano a consorti di Givigliana e di Collina e tanto l’un paese che l’altro cercava di trarre l’intiera montagna in suo possesso. Di qui una lunga contesa che si trascinò per più di due secoli con atti giudiziari e con dispetti delle parti, né consta con chiarezza dell’esito della lite.

Givigliana lottò da ogni parte per il possesso dei suoi confini naturali. Pare che verso Collina si volesse prendere a confine il corso del rio Fulin fino presso Collina e poi la linea di fondo della vallata di Plumbs fino alla Gran Forca. Un po’ troppo, veramente!

Collina invece, sconfinando di qua dal ciglione del Zùof, voleva invadere anche il bosco di Tassaris e Tors. Tutto il terreno interposto fu oggetto di contese. Una causa pel bosco di Pezzeit si risolvette a favore di Collina; un’altra pei boschi sopra Tors fu risolta con sentenza arbitrale favorevole a Givigliana.

Altra causa con Rigolato per Clevos.

Quelli di Rigolato con ogni disinvoltura si permettevano tagli di legnami per uso di negozio e per fuoco in tutta l’estensione del bosco di Clevos, e largamente praticavano il pascoleggio con animali bovini e capre e pecore fin sotto la tavella di Givigliana. Quelli di Givigliana, vedendo l’abuso, inibirono con lettere avvocatesche ogni taglio di qualsivoglia specie di legnami e il pascolo con qualunque genere di animali, ma gli altri allegarono l’uso antichissimo di pascolo e di taglio. Era il caso di arrischiarsi in una lite intrigatissima, dispendiosa e d’incerto esito, ma i due paesi vennero ad un equo accomodamento. Stabilirono che Rigolato potesse tagliar legna da fuoco, di faggio e cespugli, ove Givigliana non si serviva per suo conto, ma ciò solo per uso privato, escluso ogni negozio. Restò proibito per contro a quelli di Rigolato il taglio di pedali di larice, dana, alvero, aiero, frassino e tiglio per ogni uso e sotto pena di multa oltre la rifusione dei danni. Il pascolo, pei bovini venne permesso fino alla Pausa dei Muarz, e per le capre solo in dicembre, gennaio e febbraio. Per gli abusi in questo ultimo accordo era riservato il diritto di sequestrare le capre e ciò anche se nei mesi d’inverno venissero sorprese nella tavella di Givigliana.

Questo accordo fu fatto il 5 luglio 1766.


La prima divisione

Quando gli eredi di una famiglia si separavano facendo famiglia ognuno per conto suo, dei beni ereditati si facevano divisioni private, per mezzo di uomini pratici dei paesi vicini. Tali divisioni riguardavano i beni già posseduti di vecchia data e tramandati per eredità. Questi erano i più vicini al paese, avevano confini precisi e il loro dominio era indisturbato. Ma la campagna s’era allargata ampiamente con diboscamenti a usurpo sui beni comunali e gli usurpi avevano dato luogo a mille contese tra le famiglie in causa dei confini. Ciò rese necessario un rilievo e un comparto di tutti i beni occupati da poco nella campagna nuova. Quell’atto fu provocato da una lite e fu fatto con pieno accordo di tutto paese, il 28 luglio del 1736. La lite era sorta fra Giuseppe Gortana che, in Somp Clevos, aveva occupato un gran pezzo di terreno comunale, e Valentino Gortana, col quale confinava a levante. La contesa s’inasprì, e fu portata alla pretura di Tolmezzo: ma poi il paese si accordò a fare la divisione generale in parti uguali per tutte le famiglie. Arbitri furono Francesco Puschiasis da Ludaria e Gio. Ratta Renzon di Cadore.

Ecco il sunto della divisione.

Il paese contava venti famiglie; quattro di De Antonis e sedici di Gortana. I De Antonis avevano i loro beni nuovi in Pisin, Autemos, Miol, Fondo; i Gortana in Colador, Somp Clevos, Riu d’Autemos, Chiamperos, Chiampridòul, Runch, Runcùt di Fondo, Renzòn, Fontanivos.

Con senso di previdenza, le famiglie stabilirono che sopra la strada di Autemos, dal Riu di Miol fino in Chiampridòul, restasse proibito a ciascheduno di tagliar legna, acciocché non ne ricevessero danno i sottostanti proprietari e la strada, per il pericolo di valanghe ed altro.

Siccome il ragguaglio non riusciva in tutto esatto, alcune parti maggiormente beneficate erano tenute, in compenso, a far celebrare, a beneficio comune, alcune SS. Messe.

Tutti accettarono la divisione, solo Valentino Gortana non ne volle sapere. Giuseppe Gortana, nel settembre seguente, si presentò dal Gastaldo di Tolmezzo a chiedere l’investitura del suo fondo di Somp Clevos per poterlo ridurre a coltura, e l’ottenne, con la rituale imposizione dell’anello d’oro al dito indice, mentre egli, genuflesso, prestava il giuramento di fedeltà. Ricevette l’obbligo di pagare sei soldi all’anno al Gastaldo il giorno di S. Michele e di rinnovare l'investitura ogni dieci anni.


La Mansioneria

Erano passati ormai più di cento anni che la chiesetta era sorta, e la officiava come poteva il Curato di Rigolato. Era provvista alla meglio dalla generosità del popolo per mezzo della Confraternita. Velia campagna fu assegnato anche ad essa un prato, che fu detto Prato di S. Pietro, e si trovava fra le paludette di Cros e il ruscello di Chiampridòul. Di esso si ha memoria già nel 1678. Più tardi venne alla chiesa una cospicua elargizione privata. Pietro De Antonis, nel 1744, le cedeva un orto in villa, un campo in Fondo di sopra, un prato in Pala, un prato in Goventas, due rate della Montagna Chiampiùt; il tutto del valore circa di L. 740.

Ma il paese era cresciuto, il servizio religioso del Curato di Rigolato era scarso ed incerto, le strade per la parrocchia impraticabili. Insomma occorreva il sacerdote in paese. Ce l’avevano già a Collina e a Tualis, bisognava provvederselo anche a Givigliana.

Da ciò nacque il pensiero di formare una Mansioneria.

Ma l’accordo fu difficile. Già verso il 1740 s’era fatto qualche tentativo. Se non che le famiglie erano poche e non tutte di buona volontà.

Nel 1743 Giovanni fu Daniele Gortana aveva disposto per testamento un legato di L. 400 in favore della Mansioneria da istituirsi, se non che, dieci anni dopo, non essendo essa ancora istituita, né essendovi apparenza che in breve si volesse istituire, revocò e annullò il legato, e revocò anche un legato patrimoniale di L. 200 che aveva disposto in favore di P. Giacomo Gortana, suo nipote, già divenuto sacerdote.

L'affare si trascinò per le lunghe, ma quando Dio volle, e cioè parecchi anni dopo, raccordo fu finalmente raggiunto. Vi cooperarono attivamente anche i rivenditori ambulanti, i quali raccolsero da amici e conoscenti, delle cospicue offerte per la Mansioneria da erigersi. Per esempio, un certo Francesco Giordano da Leoben donò L. 275. A dare poi il colpo di grazia, venne il testamento di Giacomo fu Leonardo Gortana, che assegnava la sua casa per abitazione del Mansionario, più ducati 180 alla Mansioneria, vincolando per quell’importo il campo di Nizul, il campo in Pian di Sera e alcuni chirografi. Questa donazione fece risolvere l’affare.

Il mercoledì 12 agosto 1760, nel luogo della pubblica Vicinia, uniti il Meriga, i Giurati e gli uomini di Givigliana, presente il Nodaro Romanin. si istituì la Mansioneria con contratto irrevocabile di rendita perpetua al Mansionario. Erano circa quindici famiglie, due di De Antonis e tredici di Gortana, che vincolarono parecchi loro beni per un importo di L. 10469, che dovevano dare il frutto annuo di L. 526.09. Il più generoso donatore fu Valentino Gortana, che assegnò beni per un capitale di L. 4069. Il paese, in complesso, vincolò beni per L. 7275; benefattori forestieri avevano fatto donazioni per L. 3194. Il Mansionario dunque veniva a godere la rendita annua di L. 526.09 venete, più la casa di abitazione con tutti i mobili lasciata dal fu Giacomo Gortana.

Gli uomini fecero quindi istanza al Vicario abaziale di Moggio, da cui dipendeva tutto il canal di Gorto, facendo presente le difficoltà di recarsi alla parrocchia per il servizio religioso, in causa della somma copia di nevi e ghiaccio e le frequenti inondazioni che asportavano il ponte del Degano, e pregavano di concedere i sagramenti e la celebrazione della S. Messa nei giorni festivi, fuorché la prima e terza domenica di mese, l’avvento e la quaresima e le feste mobili, in cui restava l'obbligo di recarsi tutti alla parrocchia. L’abate nel 1763, e l’Arcivescovo di Udine, Bartolomeo Gradenigo, nel 1764, accordarono ogni cosa.

Non altro restava che l’elezione del Mansionario.


Il primo Mansionario

Il giorno di sabato 21 luglio 1764 gli uomini di Givigliana, radunati come il solito in pubblica Vicinia, con pieno accordo, elessero P. Giacomo Gortana, sacerdote del paese, a loro primo Mansionario.

D. Giacomo Gortana
D. Giacomo Gortana

Pre Giacomo Gortana, figlio di Leonardo, era nato nel 1725, da famiglia di possidenti. Divenne sacerdote verso il 1750 e per parecchi anni servì ora a Ludaria, ora come coadiutore del parroco di Rigolato. La Mansioneria di Givigliana fu per lui una fortuna, e vi restò attaccato fino alla morte.

Gli uomini del paese in quella Vicinia lo elessero a vita come Mansionario, ma poi ripensandoci su, corressero l’elezione cambiandola, all’uso degli altri paesi, a tre anni. Fra le obbligazioni del Mansionario, importante è quella della scuola ai fanciulli nella stagione invernale. Si può dire che con questo patto comincia la scuola di Givigliana. Essa giovò molto specialmente per gli emigranti.

In quegli anni si ripensò anche alla chiesetta. Essa era ormai troppo angusta, e per di più senza campanile, né sacrestia. Perciò, nell’anno 1768, con muratori da Gemona e da Pesaris, ché del paese non ce n’erano, fu costruito il campanile, che nella parte inferiore serve anche da sacrestia. La chiesetta cambiò subito aspetto. Dieci anni più tardi si volle ampliarla, portandole avanti la facciata per circa tre metri, alla grandezza che ancora conserva. Anche qui l'affare si trascinò per le lunghe; il lavoro fu interrotto a mezzo per mancanza di denaro, poi ripreso e nel 1785 condotto a termine; ma i muri erano nudi e la chiesa non faceva bella figura. Finalmente nel 1799 fu anche intonacata dentro e fuori. Questi ultimi lavori furono fatti dal muratore illetterato Giovanni Ceccon della villa di Vito d’Asio, che poi mise su famiglia in paese.

La villa, ormai con la chiesa, e col mansionario che fa scuola, è posta su buona strada. Ma qui cominciano le lotte con la parrocchia di Rigolato.

Il paese e anche il mansionario non erano contenti di doversi recare a Rigolato tante feste senza la S. Messa a Givigliana, e veramente i patti erano gravosi. Il mansionario cominciò ad abusare. In qualche festa, e sempre con maggiore frequenza, si permise di celebrare la S. Messa in paese sebbene fosse proibita. Ma un bel giorno gli capitò da parte dell’Abate di Moggio una severa rampogna, con l’ordine, sotto minaccia di pene severe, di desistere dall’abuso e di osservare il decreto e i diritti della parrocchia di Rigolato. Pre Giacomo Gortana dovette mordere il freno e piegarsi. Però qualche anno dopo fece delle pratiche in piena regola e ottenne che l’obbligo di recarsi a Rigolato senza celebrare la S. Messa a Givigliana venisse ristretto alle sole feste estive di Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Corpus Domini, Dedicazione della chiesa parrocchiale e Assunzione di Maria Vergine.

In questo tempo si trova che la Confraternita di S. Pietro era assai fiorente e largamente diffusa anche nei paesi vicini. Contava più di un centinaio di associati, metà circa di Givigliana e metà dei paesi vicini. La sagra di S. Pietro diventò notoria nei dintorni e anche clamorosa, e poi degenerò in' festa profana.

La Confraternita restò viva fino circa il 1820, poi perdette ogni forza. Continuarono intanto anche i benefattori della mansioneria: Pietro fu Valentino Gortana assegnò un prato Drio la Corona; un benefattore di Germania un capitale di L. 125; e nel 1794 Giombatta Michise da Ludaria, con testamento, istituiva erede universale di buona parte dei suoi beni, mobili e stabili, capitali e crediti, la Fabbriceria di Rigolato, con l’obbligo di passare l’annua rendita a beneficio dei Mansionari di Ludaria e di Givigliana, metà per cadauno. I mansionari dovevano celebrare ogni anno dodici messe, una al mese, alternativamente, e l’anniversario della sua morte un anno per parte.

Oscura è la sorte di queste rendite, che le due mansionerie non godono più. Il mansionario Pre Giacomo Gortana negli ultimi tempi della sua vita si ridusse impotente, tanto che venne a coadiuvarlo, verso il 1798, il sacerdote Antonio Lena da Terzo, e dopo lunga malattia, morì il giorno 21 agosto dell’anno 1800, all’età di anni 75 e mezzo. Fu sacerdote di vecchio stampo, che visse alla buona ma fu benefico per il paese, che in grazia sua migliorò tanto la chiesa e la mansioneria.

Dopo la sua morte restò mansionario per poco Pre Antonio Lena, ma, l’anno seguente, anche lui se ne andò, essendo fatto Vicario di S. Maria Oltre But, e Givigliana restò senza mansionario.


Le famiglie nuove

Delle vecchie famiglie di Givigliana, i Thieut erano estinti, restavano i De Antonis e i Gortana. In questi anni comparvero le diverse famiglie dei Della Martina, Zanier, Ceccon, Faleschini. La loro venuta si spiega in parte coi loro mestieri. A Givigliana le case erano di grosso muro allo zoccolo e di travi intrecciate e squadrate sopra, come, del resto, anche negli altri paesi vicini. Ma in paese non c’erano né muratori, né abili squadradori, e ciò spiega la venuta degli operai forastieri.

Il boscaiuolo squadradore Osualdo Della Martina, sopranominato di Prato, era venuto in paese per ragione di lavori ancora da giovine, cioè verso il 1766. Era da Dogna, nel Canal del Ferro. Sposò Gortana Teresa e prese abitazione nella casupola in cima della villa, sulla strada di Vuezzis, che ora è degli Agnese. Pietro Zanier venne a Givigliana come fittavolo, e lo si ricorda già nel 1775; nel 1783 era già amministratore della chiesa e nel 1787 accettava in pegno per quattordici anni il molino. Era oriundo da Clauzetto.

Il molino! Poiché l'abbiamo nominato, facciamone parola. Lo si ricorda già nel 1693, quando Domenica, moglie di Giovanni Gortana, fu presa nell'ingranaggio della ruota di fuori e morì stritolata. Esso fu proprietà di Filippo De Antonis, poi di diversi Gortana, ma col passare di mano in mano, andò diroccato, tanto che nel 1787 era reso inservibile, fracida la ruota di fuori, affatto rovinata la vasca. Era situato in Pis Fontana. Per goderne l'esercizio, i proprietari dovevano ricevere l’investitura dal Gastaldo di Carnia, a Tolmezzo, con l’imposizione dell’anello d'oro e obbligarsi a pagare ogni anno dodici soldi di tassa il giorno di S. Michele.

Nell anno 1787 lo prese in pegno il Zanier Pietro, col permesso di migliorarlo e la promessa di goderne i frutti per buon tempo.

Presente al contratto di pegno era Domenico Faleschini da Moggio del Canal del Ferro. Giovanni Ceccon, di cui abbiamo fatto parola, si trova in villa nel 1777. Queste diverse famiglie di forastieri furono a lungo riguardate come avventizie e tenute estranee al paese, com’era uso in tutta la Carnia; furono aggregate alle altre famiglie solo assai tardi e con riluttanza. Una prima prova per essere aggregato la fece Zanier Pietro nel 1789 e riuscì a tirare dalla sua tre uomini del paese che cercarono di persuadere gli altri ad accettarlo come originario, ma fu una protesta generale e nella Vicinia di quell’anno, che si tenne il 5 febbraio, la proposta fu respinta per votazione. La Vicinia era in maggioranza una mandria furibonda di donne, con a capo il vecchio ed arcigno Pietro Gortana Caporal.

Le famiglie forestiere non avevano merito di essere trattate così, poiché prendevano parte ai gravami comuni e avevano aiutato con un bel capitale la fondazione della Mansioneria, come abbiamo veduto.


I beni di campagna e di monte

Il paese tirava avanti in condizioni di vita piuttosto povere. Verso l’ottocento l’emigrazione venne a cessare quasi del tutto. La campagna era adatta a poche colture; i prati, vasti, fornivano abbondante foraggio di buona qualità, anche perché ben soleggiati. L’allevamento del bestiame era buono; i campicelli fornivano orzo, patate, frumento e ortaggi, ma non bastavano che in piccola parte al mantenimento delle famiglie. Il bosco fu una fonte continua di risorse e servì spesse volte a sovvenire, con tagli di legnami, alla povertà delle famiglie, oltreché ognuno, nella costruzione di casa e di stalle, ricorreva liberamente al bosco per il legname che occorreva. Ma tutto questo non bastava a vincere la miseria che talora era resa gravissima dalle intemperie della stagione che rovinavano il raccolto. E così, le famiglie erano costrette a vendere i lori beni privati. D’altra parte, per i beni di monte, c’erano degli speculatori che li tenevano ben d’occhio e ne tentarono più volte l’incetta. Anche delle rate di Chiampiùt si faceva facile traffico. Nel 1750 un certo Carlo D’Orlando da Cazzaso tentò di farne una prima incetta, forse con l’intenzione di fare una nuova malga unita a quella di Plumbs che già possedeva. E vi condusse animali per qualche anno, e anzi pel passaggio pei prati di Givigliana, fece contratto di donare ogni anno alla chiesa di S. Pietro un formaggio di monte. Ma non tutti consentirono di cedergli la loro rata, e così l’affare restò sospeso. Nel 1793, in solita Vicinia, i capifamiglia decisero di vendere un taglio di legname per ricuperare in consorzio, dagli eredi D’Orlando, le rate di Chiampiùt. Se non che l’incetta fu ricominciata da Nicolò De Prato di Chialina, subito dopo, e a lui, oltre le rate, furono venduti anche certi prati privati di monte. Egli infatti, nel 1797, aveva acquistati dei belli prati a Casòn di Zùof, in Gof, in Val di Croce, e sulla Furchita. Givigliana era in continuo pericolo di perdere del tutto i suoi prati di monte. Ma anche questo tentativo fu un nulla a confronto di quello di Commessatti, il cui ricordo non è ancora cancellato in paese.

Agostino Commessatti da Tolmezzo, nuovo padrone della malga di Plumbs, a colpo d’occhio comprese quali smisurati vantaggi gli sarebbero derivati dall’allargamento della malga fino in Val di Croce e la conversione in prato irrigato e coltivato di tutto il fondo della valletta, coi comodi pascoli dei prati d'intorno, fino sul dorso di Monte Bioichia. Si diede pertanto risolutamente all’incetta dei prati, e parecchie famiglie caddero nel suo laccio. Le sorelle Maddalena e Lucia Gortana, anche per il fratello Giacomo domiciliato a Weyer, nella Stiria, gli vendettero il prato, in Sora Ruvis, di sei settori, e un altro sulla Furchita di altri sei settori, il tutto stimato a corpo, cioè alta carlona, per L. 123. Un altro prato, pure in Sora Ruvis, pii vendeva un Valentino Gortana. Candido De Antonis gli aveva ceduti i suoi prati di Val di Croce, Coglietta Prant, Mioletis; Giacomo Gortana, Nava Balgòn e Gof. Così, da compera in compera, il Commessatti procedeva a gonfie vele nel suo affare. Nella sicurezza ormai di riuscirvi rapidamente, egli costruì in Val di Croce uno stallone che però non finì completamente. Nel 1809 cominciò a riversare in Val di Croce al pascolo le mandrie di Plumbs. Ala alcuni proprietari di prati rimasti frammezzo a quelli dell’incettatore, con avveduta caparbietà, si rifiutarono ad ogni offerta, ad ogni preghiera, ad ogni migliore condizioni di cederli o di lasciarvi passare le mandrie. Un Gortana della famiglia di Denèl aveva un suo prato proprio sotto la Furchita, sulla via di passaggio da Plumbs a Val di Croce. Il Commessatti, con ripetuti ed ostinati assalti, tentò di levarglielo di mano, ma inutilmente. Alla fine una volta, disperando di ogni tentativo, gettò sul tavolo al Gortana la borsa piena di zecchini d’oro fiammante, invitandolo a prendersene quanti ne volesse, purché cedesse. Ala l’oro, caso raro, non abbagliò il Gortana, che restò irremovibile nel suo rifiuto.

Altrettanto fecero alcuni altri e aggiunsero molestie e dispetti contro il Commessatti, costringendolo ad abbandonare l’impresa. Così fu scongiurato il pericolo più grave contro il monte del fieno di Givigliana.


Notizie varie

Nell'anno 1800 Givigliana contava 24 fuochi, compresi i forestieri; 115 abitanti; 100 in; paese e 15 in Germania. Uomini in villa 19, giovani 18, donne 28 donzelle 26, ragazzi 19. Uomini in Germania 11, giovani 4. Bestiame: armente 46, manze 30, vitelli 6, capre 5, pecore 16.

Pesanti erano gli aggravi. Le famiglie erano obbligate a pagare: al Parroco, al Cooperatore, al nonzolo di Rigolato, al Mansionario e al nonzolo del paese; pel mantenimento del ponte del Degano; per la macina; per le seghe e al pastore che conduceva le mandrie al pascolo per tutti.

Non si tenevano più buoi. Essi avevano servito assai a lungo a trascinare i legnami e il fieno ed anche ad arare e a trascinare il letame in campagna. Nell'estate erano mandati a montear in Chiampiùt, e il giorno di San Matteo, 21 settembre, i padroni, tutti assieme, andavano a prenderli; giunti in Val di Croce e nelle vicinanze, caricavano le slitte del fieno di monte, e i buoi tornavano in villa trionfalmente, trascinando il loro carico.

È tradizione che Givigliana sia stato due volte incendiato; una volta la parte a levante e una quella a ponente e che tutte due le volte la casa dei Gortana Denèl sia rimasta illesa, si dice perchè P. Giacomo vi stese sul tetto lenzuola bagnate di vino bianco. Ala non c’è carta, fra tante che pur ci restano di quei tempi, che a quegl’incendi in nessun modo accenni. A uno di essi si vuol far risalire anche il voto della processione al Cristo di Timau o di quella di San Floriano, ma sembra più verosimile che la processione al Cristo abbia origine da quest’altro fatto. Il giorno 21 agosto 1801, alle sei di sera, si scatenò un tale temporale che parve volesse schiantare il paese intiero. La popolazione era terrorizzata. Rovesci d’acqua, lampi e tuoni, colpi di bufera, da parere un finimondo. Caddero parecchi fulmini tutt'intorno; uno colpì e incendiò lo stallo di Sotamer, ma il paese, come per miracolo, restò salvo. Riconoscenti per la grazia ricevuta, i capifamiglia si riunirono nella pubblica Vicinia dello spavento, con a capo Giacomo Gortana Vice-Meriga, e si obbligarono con voto e contratto rii osservare rigorosamente tutte le feste, senza profanarle con lavori di nessuna sorte e di colpire con multa di L. 6.— chi osasse trasgredirle, da erogarsi parte in celebrazione di SS. Messe, e parte in offerte alla cassa di S. Pietro. Non si parla del voto al Cristo, ma l’idea può essere germogliata in seguito. Il primo accenno alla processione si ha nel 1823, ma non si ricorda nessun fatto che in questi anni abbia potuto darle origine, all’infuori di questo.


I primi aggregati

Tra le vecchie famiglie originarie e le nuove, così dette dei forestieri, vi erano continui contrasti, specialmente in causa del diverso trattamento fatto alle une ed alle altre. Le famiglie vecchie erano unite in consorzio e possedevano beni in comune, specialmente boschi, da cui traevano aiuti. Le famiglie nuove non avevano diritto di essere chiamate a Vicinia, e sopratutto non dovevano partecipare alle divisioni dì boschi come consorti, né a loro si faceva parte quando si facevano tagli di legnami. Negli anni di miseria le vecchie famiglie ricevevano aiuti dalla comune, le nuove no. Per contro erano obbligate a pagare tutte le tasse, anche verso il Mansionario, per il ponte e la macina. Volendo tagliar legna nel bosco per uso di famiglia, e mandare le armente al pascolo col pastore di villa, dovevano pagare una tassa alle famiglie originarie. Questo trattamento fu un focolare di ardenti e continue discordie.

Finalmente in una Vicinia del 1813 i vecchi capifamiglia s’indussero ad aggregare a loro, in uguaglianza di diritti e di doveri, e dietro il versamento di italiane L. 71,63 la famiglia di Giovanni fu Pietro Zanier, che fu messa a parte anche al taglio del bosco Vedrinis. Il consorzio, nel gennaio del 1817, decise di dividere fra i privati le località comunali di Plan des Clas e Plains, a mezzo di uomini pratici del paese; estrasse a sorte i pezzi compartiti secondo la qualità buona e cattiva del terreno e li distribuì in possesso privato. A questa divisione risale un abbozzo di statuto del consorzio che poi si perfeziona in seguito. In esso si stabilisce che i consorti hanno il pieno privato dominio dei beni divisi, ma nessuno di essi ha facoltà di vendere la sua parte a persone che non siano della frazione. I pedali esistenti nel luogo diviso devono essere tagliati in comune. I transiti devono essere i più brevi.

A questa divisione prendono parte 17 famiglie, due di De Antonis, tredici di Gortana e due di Zanier.


I Mansionari

Affare difficilissimo fu, dopo la morte di Pre Giacomo Gortana, il provvedere un nuovo mansionario. I capifamiglia avevano il diritto di eleggerlo, ma tale diritto si risolvette poi nella ricerca affannosa d’un sacerdote che si adattasse ad accettare il posto. Provvisoriamente, dal 1802 in poi, fu sacerdote festivo P. Gregorio Giorgessi da Avausa. Nel 1806 venne mansionario stabile P. Giuseppe Facci da Sezza, il quale però poco dopo dichiarava di doversene andare in causa del magro stipendio. Di lui null’altro si sa, se non che si dilettava di lavori di falegname.

Il 25 novembre 1812 fece l’ingresso a Givigliana come mansionario fisso P. Gregorio Giorgessi. Nell’aprile dell‘anno seguente fu fatto un vero capitolato fra lui e il paese. Egli si obbligava di restare almeno tre anni in villa; di celebrare le 72 messe a beneficio comune e di prestare il servizio spirituale. Ogni anno in agosto doveva ricevere L. 212.50 come reddito della mansioneria; in ottobre da ogni famiglia il pesenale di frumento secco e ben crivellato; in febbraio una libra e mezzo di burro ben cotto; sette passi di legna in novembre e febbraio, e come diritto speciale, tre pesenali di sorgo turco il primo di agosto. Egli si fermò in paese fino a tutto il 1816.

Il 6 marzo 1817 fece il suo nuovo ingresso, e questa volta come vero mansionario, il vecchio e santo sacerdote P. Antonio Lena.

Uomo di soda virtù e dottrina, giovò assai al paese, che ne ricorda ancora le opere di penitenza. Fu predicatore compassato ma diligente e profondo nelle argomentazioni e ricchissimo di citazioni scritturali.

Vari piccoli fatti si ricordano della sua vita di mortificazione.

Nel risalire da Rigolato fu visto caricarsi le tasche di sassi per fare maggior fatica. Quando cucinava qualche discreta pietanza, dopo di aversela preparata ed essersi posto avanti quasi a gustarla, esclamava: — Ti piacerebbe, eh! Antonio! Ma no, questo pasto non è per te. A te basta una scodella di jota.

E gettava il cibo in pasto ai topi.

Quando lasciò il paese la prima volta, una corona di bambini gli si pararono avanti facendogli siepe per non lasciarlo partire, ed egli, commosso dallo spettacolo, esitò, esclamò ripetutamente: — Obbedisci, Antonio, obbedisci agli innocenti! E fu sul punto di restare.

Certo fu in merito suo se il paese nel 1823 fu punto dal rimorso di coscienza per gli sfacciati furti di legname nel bosco e ne fece ammenda con promessa di correggersi.

In quel tempo fu costruita la Linda nella chiesa, e la piccola tettoja davanti la porta.

Pre Antonio Lena rimase a Givigliana per tutto il resto della sua vita. Le sue virtù e la sua penitenza lo avevano reso santo. Il suo corpo era consunto dalle mortificazioni. Nel 1825 lo prese una polmonite acuta, (ponte) e morì dopo brevissima malattia, nella notte sul 10 febbraio. Aveva 68 anni. Fu sepolto nel cimitero di Rigolato.

Dopo la sua morte, la questione del mansionario si fece anche più scabrosa. Dal 1825 al 1830 ci fu una lunga vacanza interrotta per appena un anno, nel 1828, da un mansionario che fu Giombatta De Giudici da Cazzaso. Contrariamente al buon P. Antonio Lena, egli era venuto per forza, con intenzione di fuggirsene al più presto. Givigliana godeva già fama di paese di relegazione, e pareva un vero spauracchio. 11 nuovo mansionario piangeva la sua disgrazia di trovarsi a Givigliana scherzando, con una poesia che ancora si ricorda, e che comincia con i versi:

Ce pechiàt astu fat, Tite,
che il Signor ti à chiastiàt?

Nell’anno stesso egli discese a Rigolato a fare il cooperatore e il maestro. Il paese di Givigliana restò seriamente preoccupato dalla difficoltà di trovarsi un Mansionario. Alcuni provarono a scrivere a Pietro Gortana di Greifenstein perchè cedesse alla mansioneria una sua tenue eredità avuta per la morte di Lucia Gortana Marins, ed egli acconsentì, ma le due sorelle Maddalena e Lucia Gortana Marins vi si opposero, non lasciarono vedere le carte e così tutto andò a monte.

Nel febbraio del 1830 il capofrazione Giovanni Zanier a nome del paese intiero rivolse istanza al Commissario distrettuale di Rigolato facendogli presente di essere arrivati a tempi che difficilmente si poteva trovare un religioso a fare le funzioni di mansionario nel villaggio, a causa del meschinissimo compenso, il quale si riduceva ad austriache L. 258.96 all'anno. Pregava quindi l’Inclito R. Commissario di voler permettere un taglio di N. 400 piante di abete nel bosco di Tassaris per aumentare il capitale della mansioneria e facilitare il rinvenimento di un sacerdote. Il taglio fu permesso, e fu allora che col 1. novembre 1832 la mansioneria passò sotto la tutela dell’amministrazione del Comune di Rigolato. Il frutto annuo della mansioneria fu portato a L. 400. Gli interessi livellari sui fondi e sui capitali in denaro che fino allora venivano dalle famiglie pagati direttamente al Mansionario, fu prescritto che da quell’anno in poi si dovessero pagare all’esattore comunale. Da ciò ne risultò una maggiore regolarità nei pagamenti. Il Consiglio comunale non doveva avere altra ingerenza che quella di curare che il prodotto fisso della mansioneria passasse alla cassa comunale e da questa al Mansionario. Restava fisso il contributo annuo delle famiglie, che erano ridotte a ventuna.

Con questi sforzi si riuscì ad avere un nuovo Mansionario, D. Pietro Sellenati da Sutrio. Il paese, insieme con lui, fece un nuovo capitolato che fa vedere la gran buona volontà delle famiglie; gli accordò una nuova munta di latte e un’altra ne promise in caso che il parroco gli permettesse la benedizione delle armente. Qualora poi il Comune istituisse una scuola a Givigliana, egli era obbligato ad assumerla. Fino allora la scuola era di paese e non pagata. La processione di Collina doveva essere gratuita, quella di S. Marco anche in caso che il parroco si fosse indotto a concederla.

Caso pietoso! Dopo un anno anche il nuovo Mansionario se ne andò. Qui assistiamo ad un lagrimevole via vai di mansionari che non ostante le migliorate condizioni, vengono, provano e fuggono.

Il primo novembre 1834 capitò quasi di sorpresa il nuovo sacerdote D. Daniele Movia da Fresis, uscito fresco dal seminario, e fu proprio con lui che successe una strana batosta.

Il paese in quel tempo era in fermento per un guaio in cui era caduto cedendo l’amministrazione della mansioneria al comune. L’esattore comunale nella vacanza del 1834 riscosse gli interessi sui fondi vincolati. Proteste e malcontento nelle famiglie. Come? Pagare anche nelle vacanze? Ma perché, se non c’era mansionario? E a chi andavano i denari? E giù un ricorso all’I. R. Commissario distrettuale, in cui si dichiarava ingiusto che la contribuzione fosse pretesa nelle vacanze. Ma fu fatica inutile. L’ordine fu mantenuto, e i malumori si estinsero a poco a poco.

Una agitazione ancora più grave avvenne per causa del povero mansionario. La frazione nel 1833 aveva fatto istanza all’I. R. Commissario distrettuale Stefani affinché istituisse usa scuola pubblica sussidiaria a Givigliana. Fino allora la scuola era di paese, quasi privata, inerente all’ufficio di mansionario, e si riduceva a pochi mesi d’inverno. Proprio in quegli anni si venivano creando le scuole pubbliche in tutti i paesi maggiori dei dintorni. A Collina e a Sigilletto erano ormai in funzione. Il fatto venne dai frazionisti invocato a rinforzare le loro buone ragioni. Fatto sta che l’I. R. Governo austriaco, con decreto del gennaio 1834, istituì anche la scuola sussidiaria di Givigliana, con il pingue stipendio di L. 50 annue (diconsi lire cinquanta all’anno!)

Givigliana credette di aver toccato il cielo col dito.

Con l’autunno dell’anno 1834 la scuola pubblica di Givigliana doveva aprire le sue porte, e il nuovo mansionario doveva esserne il maestro.

Ma ecco, il guaio a rompere la festa.

D. Daniele Movia, come tutti i sacerdoti nuovi, per un anno non poteva confessare donne, e non era abilitato a fare scuola.

Apriti cielo!

Il paese fu in subbuglio ed esplose la sua burbanza in un virulento memoriale contro il parroco, reo di non aver consultato i capifamiglia nella scelta del mansionario. Fra errori d’ogni pelo, si dichiarava:

  1. Che il diritto di scegliere il Mansionario di Givigliana spettava al paese e non all’Arcidiacono di Rigolato.
  2. Che il mansionario doveva essere confessore come di uomini, così di donne.
  3. Che era obbligato a fare scuola tanto ai fanciulli che alle fanciulle.

Non avendo il nuovo sacerdote questi requisiti, doveva essere respinto. Il paese per il passato non avere mai scelti, né accettati di tali mansionari. Infine si intimava al parroco di rimediare al mal fatto, minacciando di ricorrere in caso di rifiuto. Ma chi sa che cosa volevano dire? A ogni modo però la è grossa! E si pensi se non dovette restar male quel povero mansionario! Il parroco se lo aveva procurato dal seminario per evitare al paese le umilianti ricerche quasi alla cieca. Nessun prete poi, almeno nei dintorni, aveva l’abilitazione a fare scuola.

D. Daniele Movia si fermò appena un anno.

Altra vacanza e poi altro mansionario d’un anno, P. Gregorio Busolini da Fusea. Il parroco non volle impicciarsi nella ricerca d’altri sacerdoti per Givigliana, e così il paese dovette riprendere la ricerca. Per ordine del Cameraro della chiesa, un Giovanni Gortana si recò a Pesaris da Pre Valentino Gonano a pregarlo di accettare il posto di Givigliana. Quegli accettò, e il due dicembre del 1837 venne a prendervi il posto. Fece scuola pure non essendo nemmeno lui idoneo, e si fermò per sette anni, fino al 1844.


Il Capitale di Germania

Per qualche tempo il mansionario godette anche le rendite del cosiddetto Capitale di Germania. Questo capitale era stato formato da alcuni emigranti dei De Antonis e dei Gortana che trafficavano nei pressi di Leoben. Essi, non potendo pagare il mansionario in paese, eppure sentendosene obbligati, o volendo in qualche modo concorrere a migliorarne le sorti, cominciarono col 1769 a depositare alcune somme presso il Monastero delle Nobilesse di Göss nella Stiria superiore; vi aggiunsero altre somme donate da diversi benefattori, costituendo così un capitale che nel 1784 raggiunse l’importo di fiorini 906. Il frutto del cinque per cento fu assegnato in rendita perpetua al mansionario e lo si riscuoteva il sette agosto, ogni anno o a periodi di anni. Tale rendita subiva in apparenza forti variazioni, spiegabili con il cambio della moneta da austriaca a veneta o italiana. Pre Antonio Lena nel 1817 ricevette L. 183.15, e così negli anni seguenti. Nel 1828, forse per quei tre anni intieri di vacanza, l’amministratore Pietro Gortana ricevette circa L. 450, cioè fiorini 135.54 e annui fiorini 45.18. Era un buon aiuto per il mansionario.

Però col tempo si cominciarono in paese a nutrire serie apprensioni riguardo a quel capitale. Cambiamenti di governi e rovesci di fortune del monastero, potevano facilmente rovinarlo. Forse le guerre e le invasioni napoleoniche avevano insegnato qualche cosa. Pietro Gortana di Sopra da Weyer scrisse in paese consigliando di mandare a Gòss un uomo a prelevare il capitale. In paese se ne discusse; il 10 maggio del 1819 fu chiamata Vicinia e fra i capifamiglia se ne parlò animatamente; parecchi volevano mandare subito a togliere il capitale, ma Zanier Pietro, Gortana Valentino, Gortana Giacomo fu Daniele, Lucia De Antonis vi si opposero recisamente e la proposta andò a monte. La carta che ricorda il fatto, conclude malinconicamente dicendo : — «Che Dio li perdoni».

Dopo il 1829, di quel capitale si perde ogni traccia.


La ricupera dei prati di monte

L’impresa Commessatti pei prati di monte era rimasta ferma; bisognava rovesciarla. Tra Illario, figlio di Agostino Commessatti, e alcuni proprietari rimasti frammezzo ai suoi acquisti, c’era scambio continuo di molestie. Suo padre nel 1811 era giunto a mettere in sua ditta per usurpo un prato in Goventas; inoltre faceva tagliare larici sul comunale pel suo stallone, danneggiava i fondi dei privati con le mandrie. I proprietari ricambiavano come potevano. Fra le parti si intentarono anche una causa. Il Commessatti dovette pagare i danni dei prati, ma anche gli altri, avendo falciato per abuso del fieno sul suo, dovettero rifondere il danno. Le molestie continuarono anche dopo, sicché suo figlio Illario, alla fine non potendone più, si mostrò disposto a rivendere i prati. I consorti del bosco di Vedrinis e Compèda l’11 marzo 1837 cedettero al Commessatti un taglio di 603 piante pel valore di venete L. 3275 e riacquistarono in società i prati che già altre volte erano di ragione di varie famiglie del paese. Il Commessatti cedette subito il godimento dei beni. Ma ecco ora l’imbroglio in casa! Alcuni consorti tenevano già in affitto dal Commessatti alcuni di quei fondi. Il patto di ricupera voleva che tutti i prati fossero rimessi a disposizione della società, per farne la divisione in parti uguali fra tutti i consorti, poiché tutti ne avevano diritto uguale. Ma non furono di tal parere Giacomo Gortana, fittuale in Nava Balgòn, e Gof; e Giovanni Zanier, fittuale in Val di Croce, Coglietta Prant e Mioletis. Costoro al tempo della falciatura s’impuntarono a non cedere, e il consorzio dovette ricorrere al Commessatti per farli cedere. I rompiscatole non mancano mai! Solo nel 1843 i consorti poterono dividere i prati in parti uguali e prenderli a godimento.


La Vicinia per i boschi

I tagli abusivi privati sì di bore che di taglie furono, dal 1800 in poi, numerosissimi e anche sfacciati, tanto che il consorzio dovette mettere un freno, benché l’abbondanza dei boschi permettesse larga tolleranza. La cosa giunse al segno che il bosco si diradava a vista d’occhio, e nonostante le dissimulazioni, ognuno sapeva degli altri. Finalmente i capifamiglia, per tranquillizzare la loro coscienza, e allo scopo di togliere ogni ulteriore disordine e violazione delle leggi boschive, il 6 giugno del 1823, si chiamarono in adunanza. I Gortana e i Zanier confessarono di aver tagliate, complessivamente e per abuso, da un anno, quasi N. 500 piante. Gli altri meno, ma quasi tutti un po' troppo. Essendo troppi colpevoli, si accordò una sanatoria generale; per l’avvenire si propose di denunciare all'autorità giudiziaria chi osasse recidere piante senza permesso del paese. Quelli che abbisognassero di legnami per costruire case o stavoli, dovevano consultare la Vicina ed ottenere il voto e pagar le piante secondo giustizia. Nei casi d’incendi si stabilì di concedere ai disgraziati, senza pagamento, le piante per riattare o rifare le fabbriche. Tanto le famiglie originarie che le avventizie le quali avessero abusato nei tagli, avuto un minimo di condonazione generale, furono multate in ragione del legname appropriatosi. Gli originari ebbero una multa di L. 275; i forestieri L. 236; complessivamente L. 511. Con metà di tale somma si beneficiarono quattro famiglie di donne bisognose; l’altra metà fu distribuita in parti uguali fra le 19 famiglie originarie.


La Vicinia del 1827

Il paese si divideva ancora in famiglie originarie e in famiglie cosiddette dei forestieri. Fra le due parti c’erano continui contrasti; i forestieri volevano approfittare dei pascoli e dei boschi, gli originari sequestravano animali e legna. Fino a quegli anni la distinzione era in uso per tutti i paesi e riconosciuta, ma una nuova disposizione imperiale dell'Austria dichiarava che tutti i cittadini dell’impero si dovessero considerare uguali, ovunque trasportassero il loro domicilio. Sicché non era più possibile di tener duro. Così nella Vicinia del 3 gennaio 1827 si radunarono assieme, finalmente, originari e forestieri e si dichiararono aboliti i privilegi. Le famiglie dei forestieri, dietro pagamento di L. 100 ciascuna da passare alla chiesa, ottennero di essere aggregate e pareggiate con le originarie del paese. Esse erano quelle di Della Martina Pietro, Della Martina Osualdo, Ceccon Pietro, Faleschini Giovanni, Faleschini Valentino, Marin Giacomo, Agostini Giombatta, Gracco Pietro, Schwander Leonardo.

Marin Giacomo era venuto fittuale, dai paesi di là dal Tagliamento: Schwander Leonardo, venuto dall’Austria, era stato famiglio a Sutrio, poi aveva trovato moglie e s’era accasato a Givigliana.

Le famiglie titolari del paese furono fissate a venti tre. Esse acquistarono il diritto di partecipare, in ragione di un carato ciascuna, alla divisione del bosco consorziale.

Seduta stante, la Vicinia vendette a Giuseppe Capellari di Rigolato, per un vecchio debito, il terreno boschivo e pascolivo di Sotto Zùof, Corona del ponte Lans, Pozolàr e Sotto Tors, dal Degano alla strada di Collina.


Il nuovo ordinamento civile

Rifacendoci un po’ indietro, dobbiamo notare che nelle guerre napoleoniche Givigliana concorse con L. 125.11 nel 1813 al mantenimento delle truppe italiane a Osoppo. Il Comune di Rigolato aveva mandate due armente e due carradori al servizio delle truppe imperiali austriache.

Con Napoleone, cioè verso il 1810, fu cambiato tutto l’ordinamento civile. I Quartieri e i piccoli Comuni di ogni villa furono aboliti. Furono istituiti invece i Comuni più grandi, con gruppi di frazioni, come sono ancora adesso; cioè, in Gorto, i Comuni di Rigolato, Forni, Comeglians. Prato, Ovaro, ecc. Givigliana restò così una frazione del Comune di Rigolato. Il vecchio Quartiere di Gorto si cambiò nel Cantone di Rigolato, sotto i Francesi, e nel Distretto di Rigolato, e poi di Gorto sotto l’Austria. L’amministrazione degli affari di paese passarono al Consiglio comunale. Furono aboliti i Meriga di villa e i Giurati, e in loro luogo furono eletti i Deputati comuali, che poi col tempo si chiamarono più modestamente Consiglieri comunali. Fu tolto ogni valore alle Vicinie, le quali in seguito cambiarono anche il nome, chiamandosi radunanze, e si continuarono a tenere solo per disbrigare piccoli affari particolari di paese, e a Givigliana anche gli affari del Consorzio.

Tuttavia anche nel nuovo ordinamento comunale, Givigliana conservò il suo bilancio separato, come molte altre frazioni di Gorto, conservando i nuovi comuni quasi il carattere di aggregati di piccoli comuni vecchi di villa.

Come si vede da questa cronaca, anche dopo della riforma civile si continuarono, per vecchia consuetudine, a fare e a chiamare Vicinie; ma dopo di quella del 1827 non se ne fecero più di così importanti, e se ne perdette anche il nome.


Il Consorzio — I boschi

Il Consorzio! Ecco un grande attore nella cronaca del paese. Esso è il privilegio delle famiglie originarie.

Consorzi ci furono quasi in ogni paese, in causa della divisione tra famiglie originarie e famiglie avventizie; consorzi esistono ancora a Collina e a Tualis, per ricordare i più vicini.

Il Consorzio di Givigliana ebbe azione sul Mazo di Tors, sui boschi di Palùz, Vidrìnis e Compèdo; fece tagli di legnami, compere, vendite di fondi, divisioni. Il Consorzio era una fonte di grandi benefici; perciò i consorti erano restii a farne parte agli avventizi; ma anche questi, se riuscivano a farsi aggregare fra i consorti, venivano presi dallo stesso spirito conservatore contro altri avventizi.

Ora il diritto di consorzio a Givigliana non esiste più ma il suo sapore si conserva nell’aria di privilegio che ancora si attribuiscono certe famiglie.

Nella Vicinia del 1827, come abbiamo detto, s'erano fissate a ventitré le famiglie con diritto al consorzio e s’erano escluse due o tre. Nel 1841 il consorzio decise di dividere i boschi cedui e i pascoli di Plains, Gravòn, Ponte Lans e Sotto Zovo. Quel bosco, negli otto anni sciagurati di proprietà consorziale, fu sfigurato da tagli in comune e in privato. Fu dunque diviso in ventitré carati ed estratti a sorte i lotti.

Intanto era rinata la gramigna del malcontento. Nuove famiglie vantavano diritti al consorzio. Osualdo Agnese da Cercivento, raccolto agghiacciato sulla neve nella strada di Cleva, era sposato con Della Martina Santa ed abitava nella vecchia casa dei Della Martina. Zanier Pietro, capo del secondo ramo dei Zanier e lontano parente del primo, aveva famiglia propria in paese. Tutti due pretendevano la loro parte nel consorzio. Erano escluse invece le due sorelle Caterina ed Elisabetta Gortana Macilot, e da ciò garrule critiche da parte loro e dei mariti. Era presente in paese anche la nuova famiglia di Pinzan Nicolò, venuto su da Lenzon di Ovaro, ma ancora non pretendeva di essere presa in considerazione.

Il Consorzio trovò che il bosco di sotto Zovo, dopo scompigliato dai tagli, era meglio che fosse di proprietà comunale, anche perché più lontano e scomodo. Pertanto fu retrocesso al comune e i consorti scelsero da dividere la bella fascia di abeti a monte del paese. Ciò avvenne il 15 giugno del 1851. Se non che, data l’importanza del bosco, l’affare suscitò un nuovo vespaio di litigi. Le famiglie più anziane pretendevano più carati, le ultime venute pretendevano di entrare, nel consorzio. Chi batteva il chiodo dei ventitré carati irreducibili, chi voleva romperla con le anticaglie. Si dovette affidare la controversia a dei periti che la decidessero in modo irrevocabile. Questi furono il Dott. Michele Grassi di Formeaso e Pietro Bruseschi di Pesaris. Essi negarono il carato alle sorelle Macilot. ne assegnarono metà ciascuno ad Agnese Osualdo e a Zanier Pietro. Portarono il numero dei carati da ventitré a ventisei. Carati tre erano in mano dei Capellari da Rigolato, acquistati da Gortana Leonardo, sorelle Marins e Gerin Giacomo. Carati due e mezzo erano di Gortana Giovanni Denel, due e mezzo di Gortana Pietro Caporal, uno di Di Qual Pietro, genero di Agostinis Giombatta, e finalmente uno ciascuna delle restanti diciasette famiglie.

Ancora si dichiarava che il numero dei carati dovesse essere inalterabile, malgrado la presenza di nuove famiglie in paese.

Si ribadiva la disposizione che i carati non si potessero vendere a persone non domiciliate in paese o non consorti. L’infrazione di tale obbligo importava la decadenza da ogni diritto nel consorzio. Ma fu lettera morta. Infatti già nel 1827, il Capellari da Rigolato aveva un carato nel consorzio. Con ciò la porta ai forastieri era aperta, e se ne videro subito le conseguenze. Fu rinnovato lo statuto del 1827, si stabilì che i tagli si dovessero fare solo in comune e che i privati potessero recidere piante cedue solo per usi domestici. I fondi non riservati ad esclusivo uso di bosco doveansi fittare per asta. L’amministrazione del consorzio durava in carica tre anni e si poteva rieleggere. Teneva i conti e le carte del consorzio e ne dirigeva gli interessi.

Se non che lo statuto del consorzio contrastava alle intenzioni dei grossi mercanti forestieri, che, avidi dei boschi, circuivano i consorti come avvoltoi per ghermirne i carati. E il male è che, alla incetta si prestarono anche certuni del paese. Carati del bellissimo bosco sopra Givigliana ne comperarono i fratelli Screm di Comeglians, i fratelli Raber pure di Comeglians, la ditta Durigon di Rigolato e altri, tanto che oggi quasi tutto il bosco è dei forestieri. E fa compassione il vedere con quanta facilità i consorti si lasciarono abbindolare. Il 3 gennaio del 1868 alcuni consorti protestarono per la vendita dei carati ai forestieri, e diedero procura a tre fra loro perché ne tentassero la recupera al prezzo di vendita. Ma fu fatica sprecata. Gli speculatori non se li lasciarono sfuggir più di mano, e ancora li tengono, ricavandone lauti guadagni.


L’ultimo speculatore

È strano! I consorti, tenacissimi sostenitori per spirito ereditario di ogni diritto e di ogni proprietà, ora cedono le più preziose risorse del loro avvenire. Certo che la miseria delle famiglie in quegli anni fu grande e il raggiro degli speculatori fu scaltro. Ciò però non toglie che questo non sia un punto nero, nerissimo nella storia del consorzio e del paese. Da questo momento si può dire che il consorzio cessa di esistere.

È un bel vanto per il villaggio l’essere riuscito ad aver ragione, almeno in parte, delle voracità a cui si offrì in bersaglio volta a volta. Collina e Rigolato ai confini, il D’Orlando in Chiampiùt, i Pianesi, i De Prato, i Commessatti sul monte del fieno, i D’Agaro in campagna, i Capellari, gli Screm, i Raber, i Durigon nei boschi, tutti furono cancri che minacciarono la vita del paese. Ma solo in questi anni, a sua vergogna, il paese si lascia prendere la Ornano, si arrende.

Dannosa fu anche la dittatura di Giuseppe Capellari di Rigolato. Lui fornitore di generi alimentari, lui perito, lui consultore, ebbe una ingerenza sconfinata su tutti gli affari del paese. Il deputato comunale Pietro Gortana Caporal non fu che il suo docile luogotenente; in villa nessuno osava opporsi al suo influsso. L’acquisto di Sotto Zovo e Pozalar del 1827 fu un buon affare. Alcuni frazionisti recalcitrarono contro le proposte di rinuncia definitiva, ma lui al S. Pietro del 1840, con duecento lire di regalie riusci a strappare le firme che gli bastarono. Per farsi riconoscere poi nel consorzio con tre carati, rinunciò, dandosi l’aria di generoso, al possesso di Sotto Zovo, fino alla strada di Collina.

Anche la montagna di Ciampiùt cadde nelle sue mani.

Essa, dopo ricuperata dagli eredi D'Orlando, fu rivenduta subito, con deplorevole leggerezza, in gran parte a De Prato Nicolò di Chialina e da questo passò al Capellari che ne finì l’incetta. Ultima rata libera restò quella di S. Pietro a beneficio della mansioneria di Givigliana. Pietro Gortana Caporal, nipote di quello del 1789, deputato comunale, un bel giorno, con intrigo che restò sempre occulto, la cedette al Capellari stesso, né risulta che da tale vendita sia venuto alla mansioneria alcun vantaggio.

Non basta. Le rate di Chiampiùt riguardavano esclusivamente il terreno pascolivo. Dopo vendute quelle rate, restava ancora libera, in proprietà della frazione di Givigliana la cretaglia fino al ciglione di monte Giacinto, e del Crostis, che serviva di pascolo alle pecore e alle capre. Al Capellari recava molestia quell’avanzo di dominio estranio prominente sulla sua conca di Plumbs, e allora, non parendogli che valesse la pena di gettar danaro per simile inezia, raggirò il paese con una elegante promessa.

La chiesa di Givigliana non era consacrata. Egli era nipote del signor Zio Vescovo di Vicenza. Promise che la prima volta che fosse venuto a Rigolato il signor Zio, lo avrebbe fatto salire a Givigliana a compiere solennemente la cerimonia della consacrazione. Il paese andò in acqua di giuggiole per la promessa e fu felice, felicissimo, di offrire al suo geniale benefattore la rinuncia di tutta la cretaglia.

Naturalmente, Monsignor Zio Vescovo è ancora da venire!


Il lascito Marins

Fino al 1847 la canonica di Givigliana era sempre la vecchia casa di Gortana Giacomo, situata nella parte alta del paese, e che, ora, affatto rinnovata, è l’abitazione della famiglia di Pietro Di Qual.

Anche i proventi della mansioneria, fino a quel tempo, erano sempre scarsi, e non ostanti tutti gli sforzi del paese, non contentavano i mansionari. Ora venne a migliorarli un lascito notevole, che fu l’ultimo a favore della mansioneria.

In fondo del paese, nella casa Marins, abitavano le due sorelle Lucia e Maddalena Gortana, nubili ed ormai vecchie. Esse avevano dei conti da rendere col paese e con la mansioneria, poiché già nel 1823, con magre scuse, avevano impedito che il patrimonio della mansioneria venisse accresciuto con l’eredità di Pietro Gortana di Greifenstein, avuta da una vecchia Lucia Marins. L’imbroglio aveva lasciato molto malcontento in paese e a lungo andare anche le due sorelle si sentirono pungere dal rimorso. Ora sentendosi prossima alla morte, la vecchia Maddalena Gortana Marins fu Mattia, volle regolare le sue cose con testamento scritto il 10 giugno 1847. Con quel testamento essa lasciò alla mansioneria di Givigliana in proprietà perpetua il suo fondo arativo chiamato Tamar, presso della villa, e il suo pezzo di prato chiamato Bearzo, situato sotto la sua casa e sotto la strada. Lasciò inoltre parte della mobilia di casa a uso del mansionario.

La casa delle Marins fu cambiata con la vecchia canonica. Questa fu ceduta agli eredi e la casa delle sorelle Marins fu adibita a nuova canonica. Primo ad abitarla fu il mansionario Benedetti.

In quella occasione fu ceduto al mansionario anche l’orto e un quarto della stalla attigua alla casa. Per il resto furono beneficiati gli eredi, cioè la famiglia di Pietro Di Qual.

L'eredità ebbe l’approvazione civile ed ecclesiastica nel 1851.

Il mansionario si obbligava, accettando il temporaneo godimento dei beni, di custodirli e conservarli per sé e successori, pagandone le tasse, e di celebrare ogni anno due SS. Messe a suffragio della benefattrice e dei suoi defunti.

La donazione migliorò veramente il beneficio della mansioneria, ed anche la casa di abitazione parve e fu, per allora, più bella e comoda.


I Mansionari

Dopo la partenza di P. Valentino Gonano, trasferitosi a Cleulis, venne mansionario P. Luigi Benedetti da Ampezzo. Questi fu il primo a trasportare la sua residenza nella nuova canonica, vivendo ancora la vecchia Maddalena Marins. Si fermò per circa cinque anni. In luglio del 1850 capitò P. Giombatta Vidoni da Forgaria, che fu il primo, a erodere il lascito Marins, riconosciuto e approvato dall’autorità civile. La durò per due anni appena.

Una breve comparsa la fece poi P. Giombatta Machin da Pesaris, per circa due mesi e con gli ultimi del 1854 arrivò P. Vito De Caneva, da Liaris. Il primo gennaio 1855 il paese fece con lui un capitolato, ricalcando i vecchi diritti e i vecchi doveri. Fu rialzato il contributo delle famiglie; ciò che fa pensare che ancora fosse difficile il poter pretendere un sacerdote. Lo stipendio di maestro fu portato a L. 100. Fra i doveri del mansionario è nuovo e caratteristico quello di non potersi allontanare dalla villa nei mesi di giugno, luglio e agosto, nei quali, avverandosi facilmente casi di maltempo con minaccia di pioggia, fulmini, burrasche e grandini, il mansionario era obbligato a scongiurarli pregando e benedicendo secondo il rituale romano. Pre Vito, grasso e alla buona, passò in paese quasi tre anni di vita quieta, senza disturbare e senza essere disturbato. Dopo di lui, per quasi quattro anni troviamo P. Serafino Capellari di Forni di Sopra, poi per nove mesi Carlo Mazzolini di Fusea e nel 1861 P. Pietro Beorchia da Trava. Questo mansionario ebbe un aumento di stipendio di L. 50 all’anno, eppure se ne andò spirato appena l’anno.

Che fatica a trattenerli, questi benedetti mansionari! Tutti cercavano di fuggire al più presto, come dal fuoco.

Finalmente, cercato e pregato, arrivò P. Giacomo Crosilla da Liaris, vecchio già frustato in altre cure e senza fumi per la testa. Aveva bisogno di riposo. Dopo quattro anni di ministero quieto ed alla buona, una sera fu colto a letto da improvviso malore e nel domani fu trovato cadavere.

Per mezzo anno fu mansionario D. Angelo Federici da Rive d’Arcano. Una commissione si recò allora a Povolaro a offrire il posto di Givigliana a P. Lorenzo De Grach. uscito fresco dalla prigione sofferta per ragioni politiche all’occasione del passaggio della Carnia al regno d’Italia. Egli accettò e fece il suo ingresso a Givigliana il 12 dicembre 1867, restandovi per il lungo periodo di undici anni e tre mesi. Uccellatore appassionatissimo, fece della caccia la sua gran professione, percorrendo in lungo ed in largo la zona di Givigliana, cingendola tutta di una fitta rete di lacciuoli e di altri tranelli che oltre i pali a vischio e lo schioppo, gli procuravano immensa preda di uccelli, della quale ne andava superbo e se ne gloriava. La scuola fu sotto di lui, naturalmente, trascuratissima. Egli si prestò anche a far vendere a mercanti di Comeglians carati di boschi del consorzio, a ciò lo pose in mala vista in paese.

Quando l'Italia incamerò tutti i beni ecclesiastici per costituire il così detto fondo per il culto, anche la mansioneria di Givigliana passò un brutto quarto d'ora. Venuto l’ordine di denunciarne i beni, e di esporre le proprie ragioni nel caso che non si volesse che fossero assorbiti dal demanio, Pre Lorenzo lasciò fare, ma poi accortosi dell’inganno, corse ai ripari.

L’eredità Marins che fu causa della minacciata conversione, fu dimostrata come un bene molto secondario, di trascurabile importanza, tale da non pagare nemmeno le spese d'ufficio della conversione; si spiegò consistere la sostanza della mansioneria nel contributo annuale comunale e privato, senza patrimonio immobile fisso. La cosa passò, e con questa accortezza la conversione fu evitata. P. Lorenzo De Grach lasciò Givigliana il 30 marzo 1879.

Questa volta il paese fu deliziato d’un nuovo mansionario di suo gusto in P. Sebastiano Badino da Mortegliano che assunse la cura il 22 maggio dello stesso anno. Dalla persona alta e rimpolpata, dal gesto largo e disinvolto, dalla voce sonora, dal fare maestoso, egli abbagliò il paese che nulla chiedeva di meglio che le apparenze. Era un po’ claudicante e tutto grigio di capelli, ma sapeva dissimulare tali suoi difetti in modo che quasi nessuno mai se n'accorse. I capelli li tenne costantemente tinti del più bel nero lucido che il sole abbia mai visto. Era insomma un prete di magnifica presenza, e non è poco! Cominciò subito una strana opera di sommovimento del paese contro la parrocchia, rinfocolandone le animosità, vellicando le voglie di separazione, mentre a dir il vero, la parrocchia era un po’ mastina nel largheggiare.

Egli divenne in breve l’idolo di Givigliana.

Il parroco si lamentava accorato che la Curia volesse sempre punirlo nei mansionari di Givigliana e che. D. Badino volesse così presto farla da curatello indipendente, ed aveva ragione. Ma per altre cause la Curia, nel gennaio del 1881, ordinò a D. Badino l’immediata partenza per Avaglio. Egli disobbedì e allora fu privato della celebrazione della S. Messa. Egli restò, recitando in chiesa il rosario invece della S. Messa e aizzando il popolo contro il parroco e tutti i superiori. Dovette intervenire l’Arcidiacono di Gorto, e finalmente Pre Badino partì per il Comelico, ma lasciando in paese deplorevoli furori.

Allora il parroco si procurò un sacerdote di suo gusto, P. Vincenzo Deotti, da Verzegnis. Quando la nuova trapelò in paese, fu un fragore di proteste. La fama del nuovo sacerdote non era brillante; inoltre era il parroco che lo proponeva, il crucifissore di D. Sebastiano. Ciò era fin troppo di impudenza contro i sacrosanti diritti di Givigliana e il suo amor proprio così profondamente ferito. I capifamiglia mandarono al parroco un violento memoriale, tutto veleno, che ricorda quello del 1834, dichiarando che non un soldo della mansioneria né del paese, anzi nemmeno la canonica sarebbe concessa al nuovo sacerdote, e che il parroco, prima di occupare il posto di Givigliana con pretuzzi, volesse essere compiacente di consultare l’opinione del paese. L’accoglienza al nuovo mansionario fu naturalmente ostile. Il parroco presentandolo ad alcuni capifamiglia, li esortò a rallegrarsene, avendo in D. Vincenzo un ministro secondo il vero spirito della Chiesa; ma il paese non voleva sentire da quell’orecchio. Benché ai fatti l’acredine del memoriale si fosse un po’ stemperata, pure lo spirito di avversione restò vivo. Gortana Benvenuto rispose al parroco: — Lo proveremo, ma per soli quindici giorni, non più. Fatto sta però che i quindici giorni si prolungarono in quattro anni, D. Vincenzo, serio e sparuto, di magra presenza, aveva le migliori intenzioni. Egli fu il rovescio di D. Sebastiano, tutto per la parrocchia, anche più che non occorresse. Fosse carattere o vedesse nel popolo lo spettro di una insanabile avversione contro di lui, egli fu sempre aspro quasi con tutti. Lasciò capire che avrebbe beneficata la chiesa e la mansioneria se avesse potuto entrare nelle simpatie del paese. Lasciò tuttavia alla canonica vari oggetti di cucina. Alla sua partenza seguì una lunga e dannosa vacanza di ben tre anni, che il paese interpretò come punitiva della poca benevolenza usata verso l’ultimo mansionario; ma in realtà non ad ogni svolto di strada si trovavano sacerdoti che si volessero relegare a Givigliana. Nel 1887 fece una breve comparsa di appena cinque mesi il sacerdote D. Antonio Trojero da Sappada e finalmente, nel 1888, arrivò il già vecchio sacerdote Pre Giacomo Marzona da Verzegnis. Questo buon mansionario si trovò bene con gli uomini di vecchio stampo. Trascurato della persona, anche perché andò pazzo dell’allevamento del bestiame, fu però di vita intemerata e di virtù saldissima, si da farsi perdonare volentieri anche la sua matta passione. Fu predicatore d’effetto, ma rarissimo, e più che altro ad ornamento delle solennità. Lasciò dar voga a certe sue virtù di esorcizzatore che al popolo, ghiotto di occultismo, parvero miracolose, e la fama non è peranco dispersa. La scuola però fu con lui molto trascurata. Egli morì il 10 febbraio 1898, e i funerali riuscirono una grandiosa manifestazione di lutto. Egli fu il primo sacerdote sepolto nel cimitero di Givigliana.

Giusto un mese dopo la sua morte arrivò l'ultimo mansionario D. Luigi Della Savia.

D’indole diversa da quella di Pre Giacomo; D. Luigi si diede con tutto amore alla chiesa ed alla scuola, ottenendone in principio risultati felici, e si rese svogliato solo negli ultimi suoi anni di ministero in causa sopratutto dei contrasti del paese che lo molestarono assai. Sostenne il fervore delle famiglie quando si comperarono le nuove grandi campane, spinse il paese a ornare la chiesa di arredi sacri dei quali era sprovvista e tentò anche l’opinione pubblica del paese per rifare la chiesa stessa, troppo piccola e squallida rispetto alla grandezza ed all’agiatezza del villaggio. Non riuscì. Se n’andò il 14 dicembre 1908 e seguirono altri quattro anni di vacanza. Dall’otto settembre 1912 fino al 30 novembre 1923 fu mansionario D. Pietro Cella.


La scuola

Givigliana comprese assai presto l’importanza della scuola. Già nel 1764 aveva istituita una scuola invernale di paese con obbligo al mansionario d’insegnarvi. Tale obbligo restò inerente all’ufficio di mansionario fino al 1834. Insegnarono così P. Giacomo Gortana, P. Giuseppe Facci, P. Gregorio Giorgessi, P. Antonio Lena, P. Pietro Sellenati.

Il frutto di tale scuola è ignoto; però dalle carte del tempo, salvo qualche bella eccezione, si rileva una istruzione letteraria assai primitiva. Tuttavia è da notare che almeno fra gli uomini il numero degli analfabeti non fu mai, relativamente agli altri paesi, molto rilevante. E c’è da notare che in paese ci fu sempre qualcuno che tenne nota degli avvenimenti importanti, delle Vicinie, delle divisioni e dei contrasti. Quelle note per lo più sono affatto scorrette, ma anche oggi fra il popolo non c’è maggiore capacità letteraria.

Nel 1834 fu istituita, come si è detto, la scuola pubblica, con lo stipendio di L. 50 all’anno, e primo maestro fu D. Daniele Movia. Lo stipendio verso il 1840 fu elevato a L. 100. Continuarono a fare scuola sempre i mansionari, fino a questi ultimi tempi, salvo in qualche vacanza che la tenne qualche altro maestro provvisorio secolare. Il mansionario D. Luigi Della Savia fece anche scuola serale per gli adulti. Con lui lo stipendio era salito a L. 500.

La scuola vagò per molto tempo dalla casa di Denèl alla canonica e ad altre case. Finalmente nel 1906 si fece il locale apposito, ma con progetto infelicissimo. Da prima il progetto fu per una sola aula, poi anche per un’altra senz’altro sovrapposta. Così ne fu compromessa la solidità. Per giunta una società del paese assunse i lavori in sottoimpresa, e per ottenere qualche guadagno usò materiale scadente. Appena qualche anno dopo, la pressione del terreno soprastante mosse le fondamenta del locale, così che nel 1912 fu giudicato pericoloso. Durante le piogge dell’autunno del 1926 cadde un muro intiero e tutto il locale fu dovuto demolire. Ora si è fatto uno nuovo.

Nella vecchia scuola del secolo passato si insegnava prima a leggere e poi a scrivere. Le fanciulle dovevano solo leggere. L’insegnamento versava per lo più sulla dottrina cristiana e sui conti e la storia sacra. Erano scuole stentate, alla buona e con dura disciplina.

Nel 1910 fu istituita la seconda scuola di Givigliana, con nuovo insegnante, e in seguito fu messa su la quarta classe; ma tale miglioramento non fu sfruttato a dovere.


Gli ultimi tempi

Verso la metà del secolo passato i vecchi mestieri erano scomparsi e ci fu per lungo tempo gran crisi di lavoro nella quale il paese si era anche più impoverito e molti debiti erano venuti a gravare sulle famiglie sicché, come s’è già detto, anche i preziosi carati del bosco furono in gran parte venduti. Ma gli uomini, è specialmente i giovani, in gran parte laboriosi ed intelligenti, cambiarono mestieri; si fecero muratori, tagliapietre, falegnami, abili boscaiuoli, emigrando arditamente in Austria, in Germania, in Romania, e un po’ dovunque. Con i frutti sudati dell’emigrazione a poco a poco i debiti scomparvero, i terreni vincolati si liberarono da ogni aggravio; si cominciarono a realizzare dei risparmi. Ma per molt'anni ci fu una specie di gara nel lavorare a cottimo per più guadagnare e più risparmiare, e per l’eccesso non senza danni, pero che la salute ne soffrì spesse volte, ed uomini di belle speranze furono ancora giovani portati al sepolcro.

Quella vita di eccessivo lavoro accese e sviluppò negli operai una oscura coscienza quasi di fatale condanna alla vita degli stenti e perciò furono facile esca alle fantasie socialistiche e ai sensi di viva avversione contro i ricchi. Ma ciò non di meno, anche nei più arrabbiati l’attaccamento alla loro piccola proprietà si mantenne fortissimo. Socialismo per ricevere, non per dare. E il senso cristiano della vita non fu mai morto.

Tutti furono molto industriosi per la casa. A memoria di vecchi, tutto il paese fu trasformato; scomparvero a una a una le vecchie case di travi intrecciate e tetto di paglia o scandole e sorsero via via, fra molti stenti, le belle casine nuove, igieniche, sane, intonacate. 11 declivio del terreno renderebbe impossibile una migliore sistemazione degli abitati. Anche le stalle nuove, di cui è tutta cosparsa la campagna, sono costruite con buon gusto, e abbastanza sane.

I miglioramenti sono continui, sebbene non sempre abbastanza giudiziosi; ma solo per la proprietà privata. Per quanto concerne invece la proprietà pubblica, lo sperpero e l’abbandono non potrebbero essere più deplorevoli. La diffidenza vicendevole, la discordia, l’invidia rovinano tutto. Piaga di molti paesi. E mentre qualche uomo coscienzioso resse la cosa pubblica con assennata economia anche a rischio d’ingiuste critiche, altri, portati al potere dal capriccio e quasi dal furor popolare, fecero lagrimevole scempio del pubblico danaro. La solita storia; economia in piccolo, sperpero in grande. Givigliana potrebbe avere assicurata l'esistenza delle sue più vitali istituzioni, la chiesa, la mansioneria, la scuola, la latteria, il beneficio comunale, e invece per malgoverno tutto è a male.

Nell’anno 1877 fu costruito finalmente un piccolo cimitero in paese, con che si finirono di fare i lunghi funerali a Rigolato; ma ben presto risultò troppo ristretto e fu dovuto ampliare. Fu allora che, lavorando in economia, col denaro stanziato dal Comune per quell’ampliamento, si poterono finir di pagare le campane. Le nuove campane furono acquistate nell'anno 1901 a spinta del mansionario Della Savia Ma furono troppo grandi per l’ampiezza del campanile, sicché per collocarle a posto fu dovuta demolire la cella campanaria. La sostituì, a capocchia su quel tronco di campanile, una impalcatura di ferro ricoperta di travicelli e tavole; una baracca traballante.

Il 28 marzo 1913, al funerale di Gortana Giovanni Denel, suonando una compagnia di giovinotti dalla cella campanaria a sfrenata distesa, l’armatura cedette, i perni uscirono dai cuscinetti e le due campane maggiori stramazzarono con orribile fracasso sull’impiantito, sfondando parte delle pareti. Per miracolo non ci fu nemmeno un ferito, ma il raccapriccio fu generale. Poteva esserci un vero massacro.

Il concerto delle campane non si potè più rimettere a posto.

Il vecchio acquedotto del paese, male eseguito e mai collaudato, riceveva acqua piovana, aveva mille difetti e costituì sempre un vero pericolo per la salute pubblica. Ora, con spesa duplicata, è fatto il nuovo.

Invece nel 1914 fu costruito un acquedotto privato per le abitazioni e le stalle sparse per la campagna, molto bene eseguito e che funziona sempre egregiamente. È questa forse, la migliore opera fatta in società dal paese di Givigliana.

La latteria, istituita circa venticinque anni fa, funzionò da prima in case private, poi, si rifugiò nel piano sotterraneo della scuola, fu sempre turnaria, tirò avanti e tira ancora con criteri così poveri che la fanno crepare di miseria. Non un risparmio sociale, mai, salvo i proventi di qualche carnevalesca festa da ballo prolungata fino all’esaurimento fisico, e qualche pazza multa. Con questi frutti proibiti non si riesce mai ad altro che a racconciare alla men peggio i vecchi attrezzi e il malsano locale, senza portare mai un miglioramento radicale. Né è possibile intervenire, perché il paese, e sopratutto i caporioni, hanno tutto l’interesse che la vada così, e non soffrono affatto interventi estranei. Ma è deplorevole che a questi tempi una latteria, la quale potrebbe essere fiorente, sia condannata a tirare avanti così a stento.

Nel 1914 fu istituito anche un Circolo di cultura a intonazione socialista, che non fu altro che una osteria sociale con qualche sfogo di minuta propaganda demagogica. Quanto a cultura, zero.

I nostri più bravi socialisti non conoscono che un po’ di tecnica geometrica e contabile mentre ogni idea umana di civiltà e progresso, ogni intuizione spirituale esula completamente dal loro animo. La storia del Circolo lo dimostra.

Il Circolo fiorì, fece fortuna, realizzò, senza sacrificio dei soci, qualche notevole risparmio, specialmente durante la guerra. Ma nell’anno dell’invasione a domanda dei più focosi socialisti, fu sciolto, e il fondo di cassa diviso. Dopo la liberazione risorse, più feroce di prima; e ancora fece fortuna; se nonché nel 1926 fu di nuovo sciolto, e questa volta per legge, e di nuovo il capitale risparmiato, di circa settemila lire, anziché essere devoluto a beneficio comune di qualche altra istituzione vitale, come l’asilo che avrebbe tanto bisogno di sorgere, fu disperso fra i soci. Il socialismo non insegna vedute più vaste e sensi più generosi.


Durante le guerra

Negli ultimi anni prima della guerra Givigliana si trovava, in linea generale, in condizioni agiate, sebben non paresse.

Il senso religioso era abbastanza vivo, ma un po’ a suo modo. La vita morale, fra una media normale ed ottimi esempi di bontà, aveva anche oscuramenti spiacevoli. La gente era allegra, festosa, quasi senza pensieri.

La guerra portò un sovvertimento generale nella vita del paese, che venne a trovarsi entro la linea del fuoco. Nella confusione dei primi giorni, e cioè il 6 giugno 1915, la popolazione dovette sgombrare il paese, come quella di Forni e Collina, e disperdersi, desolata e piangendo, col bestiame, giù per Rigolato e Comeglians e Ovaro, con miseria e senza lavori; ma poi, a metà luglio, poté rientrare in villa. Da allora, per due anni, Givigliana fu un bivacco di guerra, pieno di soldati di passaggio per la fronte o discesi a riposo dal Bioichia e dal Crostis e Moraretto. Cominciarono i lavori militari. Tutto il ciglione di monte Bioichia e Crostis fu rigato da linee di trincee e camminamenti e posti di artiglieria e gallerie, e sul davanti tutto un saettare di strade militari che da Ponte Lans, su per i boschi e per i prati di monte salivano a raggiungere la cima del Crostis. Qua e là sorsero dei baraccamenti militari, e i più notevoli a Casa Borean e in Val di Croce. La popolazione valida del paese fu tutta requisita, come nei dintorni, per i lavori militari, salvo quella necessaria per casa e campagna. E furono guadagni facili ed insperati, ma non mancarono anche le dure fatiche. A sovvenire i soldati in montagna, nel primo inverno, tra il freddo più rigido e l’imperversare della bufera di neve; ogni giorno, colonne d'uomini e di donne e perfino di fanciulli risalivano il Crostis coi viveri, con le legna, con le granate.

Se a questo si aggiunge la cordialissima ospitalità con la quale tutte le famiglie accolsero e trattarono i soldati di ogni arma, soccorrendoli di quanto potevano, di alloggio, di riscaldamento, di cibi famigliari, ci pare che basti a persuadere dei sensi di vero e sano patriottismo di questa gente.

Ma la confusione della guerra, ma le lusinghe della vita militare, ma i guadagni ogni giorno più facili, fecero salire i fumi alla testa. Quante pazzie! Pareva che né di Dio né di leggi ci fosse più bisogno, che la gran cuccagna dovesse durare eterna. L’aria famigliare fu tutta dissipata, la voce della fede parve morta, la chiesa desolata. Per tutti no, ma per molti, anzi per troppi, si.

Nella ostinata siccità primaverile del 1917 il paese ebbe delle spaccature di terreno che fecero temere una profonda frana; ne soffrirono segnatamente le case di Pluzer e di Ceccon, ma tutto il danno finì poi lì.

In quegli anni i boschi furono diradati e quasi distrutti dai tagli continui di abeti per necessità militare con poca previdenza, e i capitali ricavati furono, come si dice, in gran parte male adoperati e anche dispersi senza utile pubblico; sicché la cassa frazionale di Givigliana restò sempre povera. Inoltre i militari tagliarono piante per baraccamenti e le squadre di operai per i lavori di strade e copertura di trincee e armamenti di gallerie. Lo scempio del povero bosco fu spietato.

La raccolta del 1917 fu singolarmente abbondante per tutto ciò che la campagna può dare, quasi a presagio della prossima carestia; ma le famiglie non si erano curate di fare oltre la raccolta di campagna le provvisioni d’inverno, contando le più di tirare avanti giorno per giorno coi viveri militari. Sicché anche per questo l’invasione fu un grave spavento.


L’anno dell’invasione

La piovosa domenica del 28 ottobre fu singolarmente tragica per le dicerie oscure e confuse di sequestro degli operai sparsi come il solito ai lavori militari. Alla sera gli operai tornarono, raccontando le loro strane vicende.

Sul far della notte cominciarono gli incendi dei baraccamenti militari, a Rigolato, a Forni, per la cerchia delle montagne. Dall’osservatorio di Givigliana lo spettacolo appariva imponente, spaventoso. Pareva la rovina universale. Talora si udiva anche il rombo cupo d’un ponte che saltava o d’una mina che esplodeva. Verso mezzanotte cominciò a passare la colonia dei militari che discendevano in ritirata dai monti. Erano silenziosi, tristi della immensa sventura, si vergognavano di loro stessi. Quella lunga colonna serpeggiante giù per la eleva pareva un interminabile corteo funebre notturno.

Era la patria che, suo malgrado, ci abbandonava alla sorte più oscura. Nel domani tutto Givigliana restò in vedetta a osservare ciò che avveniva a Rigolato, senza osare di muoversi. Pareva di essere in un mondo fantastico e che i Tedeschi dovessero comparire come d’incanto da ogni parte. Verso sera qualche uomo si accorse che a Rigolato si dava fondo ai magazzini militari, e allora giù in folla a fare provvisioni. I giorni seguenti via ai monti, in Val di Croce, in Crostis, in Plumbs, a fare raccolta degli avanzi militarii. Dei soldati discesi in ritirata dai monti, uno arrivò in paese e fu raccolto moribondo e morì senza poter dire nemmeno il suo nome. Fu sepolto con un bel funerale nel cimitero di Givigliana, unico soldato di guerra.

Una pattuglia di tedeschi, i primi, arrivò in perlustrazione il giorno tre novembre. Essi avevano paura di noi, noi di loro.

I primi tempi ci fu da vivere della raccolta dei magazzini militari e delle provvisioni fatte nei negozi rimasti, ma già nell’inverno i viveri cominciarono a mancare.

Subito cominciarono le requisizioni per le case, di armi, e indumenti militari, ma senza grave danno. Fu creata una commissione comunale per il censimento della gente e del bestiame per ordine degli invasori e si fece subito un primo prelevamento di vacche da macello.

La scuola, chiusa in ottobre, fu riaperta in gennaio, come le altre del comune. Si era chiusi in una specie di limbo oscuro, senza giornali, senza notizie. Le voci più fantastiche prendevano forma di verità ed erano credute e talora mettevano subbuglio nella gente. Un giorno si diceva che gli italiani erano in avanzata dal Cadore, un altro che erano arrivati al Tagliamento. I patimenti fisici e morali facevano sperare in una prossima miracolosa liberazione. A Prato Gamico un fattucchiere si mise a spacciare notizie magiche e subito ci fu un grande accorrere a sentire i suoi oracoli.

In febbraio avvenne la requisizione delle campane. Furono spezzate e portate via le due maggiori, restò la minore in grazia che prima, in tutta fretta, si erano fatte scomparire tutte le traccie della campanella antica. Ma poco i nemici ebbero da godere della rapina. Quasi cinque quintali, dei diciotto che pesavano le due campane, furono sottratti ai soldati, mentre di mala voglia trascinavano i pezzi a Rigolato. Merita ricordato per zelo e per singolare ardimento il povero Giuseppe Gortana Pelai, morto noi tragicamente nel 1919.

Il giorno che le campane furono spezzate e gettate dal campanile fu quanto mai doloroso per il paese. Il povero vecchio Giacomo di Svualt, ardente patriota di antico stampo, che in altri tempi aveva provato il duro giogo tedesco, assisté tremando di impotente rabbia all’iniquo spettacolo, imprecando con tutti contro i barbari, e ne ebbe tale scossa nella salute, che poco di poi morì.

In marzo cominciò a farsi sentire sul serio la penuria dei viveri e da allora cominciò e durò poi per tutta l’estate, la migrazione, in carovane d’uomini e di donne, in cerca di grano per il Friuli, portando denaro e specialmente vestiari e burro e formaggio per il cambio, e le usure dei friulani in quelle occasioni furono spesso incredibili. Chi saprebbe ripetere le traversie ed i patimenti di quei tristi pellegrinaggi? Tutta l’estate passò così, tetra, paurosa. La raccolta del diciassette era stata abbondante, ma nell’inverno e nell’autunno una vera invasione di accattoni del Comelico aveva battuto alle porte e la gente impietosita e nella speranza di una prossima liberazione aveva dato con abbondanza. S’aggiunga l’invasione dei prigionieri russi che sbucavano dai boschi e discendevano giganteschi e timidi alle case per un boccone qualunque da sfamarsi; e quella dei prigionieri italiani che il buon cuore delle famiglie non si rifiutava mai di soccorrere, e si capirà che le scorte di viveri dovettero presto esaurirsi. La raccolta del diciotto fu molto misera e fu quasi tutta consumata già prima del tempo della maturazione. Molte famiglie patirono la fame o si nutrirono di cibi impossibili. Le requisizioni, quanto mai spietate, ridussero d’autunno il paese a pochissime vacche da latte. Non mancarono le ingiustizie fra i caporioni del paese, e le scene di povere famiglie senza mezzi, private anche dell’unica risorsa, l’ultima vacchetta, furono strazianti. La desolazione era terribile e solo in Dio si sperava salute.

Risorsero alcune industrie casalinghe: la filatura della canapa e della lana e la distillazione, con, alambicchi improvvisati, del grappoli di melissa, di sambuco e anche di radice di genziana per estrarre acquavite, ma con poco tornaconto. La ricerca poi di tabacco selvatico per i boschi fu generale. Non mancarono dispetti arditi e pericolosi contro gli invasori, come la raccolta ostinata di ogni cosa di guerra, anche perché non venisse utilizzata dal nemico, fra cui armi e ogni sorta di polveri. Anche un cannone di bronzo e un mortaio furono trafugati sotto l’occhio ai tedeschi.

Un giorno il mansionario passando per Collina inferiore, vide schierati sulla piazzetta tre bellissimi cannoni di bronzo, del peso ciascuno di Kg. 487, e un mortaio. Ad un uomo di Collina che passava di lì chiese:

— Perché sono qui questi cannoni?
— I tedeschi li hanno fatti raccogliere e domani li condurranno in giù.
— E perché li avete lasciati sequestrare?
— Ma … e che ci dovevamo fare?
— Nasconderli, cari signori, nasconderli. Son valori questi, e a lasciarli al nemico è dargli arma contro di noi. Dove erano?
— Su pei monti, uno qua, uno là. Li avevamo tra i piedi quando si saliva a cercare roba militare nelle trincee.
— E non li avete rotolati giù pei burroni, che almeno non li potessero estrarre? Non valgono questi cannoni ben più che mille stracci?
— Eh si, caro signore, rispose l’uomo; lei ha un bel dire, ma sa pure che siamo fra le spie, e chi si può fidare? Si sta poco ad essere fucilati.
— Pur troppo è vero, continuò il mansionario, ma quando proseguiranno con quei cannoni?
— Oggi la gente di Collina riposa e domani li trascina a Rigolato. Intanto i tedeschi vanno al Volaia.
— Al Volaia? Ce ne sono anche lassù?
— Sì uno.
— Grande?
— Come quelli lì, di quasi cinque quintali.
— E lo lasciate requisire?
— Lo hanno già in nota. Chi osasse portarlo via sarebbe fulminato senza misericordia.
— Peccato di quei magnifici cannoni!
— Ma si veramente, peccato!

Il mansionario tornò di corsa a Givigliana, fece chiamare Gortana Giuseppe che era nella fluitazione del legname, raccolse altri quattro uomini, di cui tre sono ancora viventi, e li avvisò.

— In Volaia c’è un cannone di bronzo di cinque quintali. Domani non sarà più; i tedeschi lo requisiranno. Questa notte bisogna farlo sparire. La luna è tonda, rischiara tutta la notte. Corde e leve di legno, e partenza. Intesi?

La piccola pattuglia partì. Furono fatiche mortali, ma il cannone fu nascosto al sicuro, sotto una rovina di sassi e ghiaione; la slitta che lo portava fu allontanata dal posto per farne perdere le traccie e un mortaio di bronzo da un quintale fu portato a seppellire in paese.

Nel domani e per vario tempo l'argomento del giorno a Collina e dintorni, fu la scomparsa misteriosa del cannone di Volaia. Il tenente di artiglieria tedesco addetto al ricupero ne era furibondo. Fu sparsa ad arte anche la voce che potesse essere trafugato da tedeschi di là dal confine. Il tenente fece proibire di lasciarsi vedere nell'antica zona del fuoco, pena la fucilazione; fu ordinato di denunciare i temerari autori del furto, ma la cosa restò un mistero per tutti.

Tornati gli italiani, il cannone ed il mortaio furono denunciati, ma il comando militare ne fu quasi seccato. Un drappello di soldati di artiglieria venne a Givigliana a prendere il mortaio, ma con aria quasi di sospetto contro chi l’aveva nascosto. Del cannone di Volaia nessuno si preoccupò altro che per proibire che il paese lo raccogliesse per farne qualcosa per il monumento ai Caduti. Ora poi è trafugato davvero, e non si sa quando né da chi, o si sa anche troppo bene. Così vanno le cose!

Per tutto l’anno tormentato dell'invasione i viveri ed i vestiari di casa furono dovuti tenere nascosti sotterra o in antri segreti, con gran pericolo di essere scoperti, e molta roba marcì a quel modo e altra fu perduta. Era una vita di continue angustie. Ognuno era preoccupato per sé, però molti si aiutavano fraternamente del poco che potevano e avevano. Le sofferenze morali e gli spaventi erano ugualmente rovinosi. Gli uomini erano in continuo pericolo di essere deportati per lavori dove si sentiva dire che molti morivano di stenti, e il nome di Toblach risuonava come un sinistro spauracchio. L’anelito per la liberazione era vivissimo; ovunque si facevano funzioni religiose propiziatorie. A Givigliana fu fatta il giorno 26 giugno.

Gli ultimi giorni di schiavitù furono addirittura atroci.

Infieriva in paese una specie di febbre spagnola. Ai venti ottobre avvenne una ultima requisizione di vacche, quella che riduceva all’osso troppe disgraziate famiglie. Il pianto delle povere donne era straziante. Fu tenuta una tumultuosa adunanza in casa del consigliere anziano, dove alcune povere donne, a cui si portava via l’ultima vacchetta mentre la si lasciava a certi caporioni, non poterono che sfogarsi in lagrime e grida di imprecazione. Era l’ultima prova. Fu sparsa anche la voce di fuggire con le vacche ai monti, ma non fu ascoltata, per paura di peggio.

Finalmente ai Santi venne la liberazione.

I campanili, muti a forza, si trovarono come per incanto imbandierati di tricolori e la gioventù del paese si ornò di coccarde italiane; ma gli italiani liberatori non si videro che molto tardi.


Gli ultimi anni

Durante l’inverno del 1919 si sentì ancora, e molto bene la miseria. Continuò per forza il pellegrinaggio in Friuli; pochi aiuti vennero dai liberatori. In seguito vennero i lavori e con questi il danaro, ma al tempo stesso, quasi a sfogo della terribile compressione dell’anno di schiavitù, la vita pubblica con gli uomini tornati dalle fatiche di guerra, si sfogò in un pazzo delirio di balli e di sfrenate libertà.

Nel venti imperversò il socialismo più furibondo. A Givigliana si imprese a costruire il tratto di strada carrozzabile dal Gravon al paese, con grande spreco di danaro e poca produzione di lavoro, con scioperi a ripetizione per ogni sciocchezza. Si ebbe un gran gridare allora anche contro i preti e le chiese. Salirono altissimi i prezzi dei boschi e per molti furono buoni affari. Invece le denunce, modestissime per lo più, dei danni di guerra, non ebbero esito, e ciò in grazia di un emerito pescecane, imboscato tutta la guerra, da Comeglians, il quale tornato da profugo dopo la liberazione, si fece grande alfiere di patriottismo, dispensando a suo piacimento certificati di austriacantismo e di italianità presso le autorità italiane di cui era, a burla dell’onore della patria, fiduciario.

Coro della chiesa e immagine della B. V. Addolorata
Coro della chiesa e immagine della B. V. Addolorata

Fu denunciato anche il danno delle campane requisite e qui si corse un altro grave guaio, poiché la denuncia portava un ammanco di ben quattro quintali al vecchio concerto, e ci volle del bello per rimediare al mal fatto. Le due nuove campane, fuse dalla fonderia Colbacchini di Padova, ai primi dicembre del 1922 salirono in festa il monte di Givigliana; furono benedette in paese da Mons. Arcivescovo, e poi, durante l’inverno, fu costruita un’armatura di legno a fianco della chiesa e furono collocate sopra, dove, a mezzo febbraio, cominciarono a suonare, fra il giubilo della popolazione. Erano fra le prime dei dintorni. Se non che, col tempo, il baraccamento di legno, a forza di suonare, fu sconnesso, e per evitare guai, le campane si dovettero lasciare ferme.

Una istituzione nuova e salutare per il paese fu la festa della B. V. Addolorata. Con raccolte cominciate già in tempo di guerra si formò il fondo di cassa per una immagine sacra, e la festa, le terza domenica di settembre, si cominciò a fare, ma in forma ridotta, già nel 1917; finché, nel 1920, divenne vera sagra, con le encenie della immagine sacra, opera dello scultore Demetz di Val Gardena. La processione di Collina che per solito veniva a Givigliana a S. Pietro, fu trasportata alla festa della Madonna, e quella di Givigliana a Collina il giorno del Sacro Cuore anziché alla sagra della chiesa.

Altra cosa migliorata a Givigliana fu la canonica, che era sotterranea, mal compartita nei vani, ridotta inabitabile, umida, tetra. Nel 1921 fu rifatta quasi a nuovo, bella, sana, comoda, che per il paese non sarebbe possibile desiderare di meglio, in parte a titolo di riparazione per danni di guerra, in parte con sovvenzioni del comune.

Anche la chiesa fu in questi ultimi anni migliorata. Nel diciassette fu fatta in cemento la pietra dell'acqua santa; nel diciotto i banchi nuovi e il confessionale e fu data con poca spesa comunale la tinta a tutta la chiesa e fatte migliore all'altare e scavata la nicchia del battistero.


Morti in guerra

Come ogni altro paese, così anche Givigliana pagò il suo contributo di sangue e di fiorenti vite umane alla gloriosa guerra italiana.

Abbiamo già rilevato che i tre anni di guerra, tra soldati in servizio e operai reclutati per i lavori militari al fronte, si può dire che tutto il paese, uomini e donne, fosse mobilitato in permanenza.

Si contano alcuni invalidi e mutilati, e cinque morti della guerra.

Caduti in guerra
Caduti in guerra
  1. Della Martina Arturo — dell’ottavo reggimento alpini, battaglione Tolmezzo — morto a Pal Piccolo il 29 aprile 1916, lacerato da urta bombarda mentre procurava di mettere in salvo i propri compagni. Prese parte a tutte le azioni del Pal Piccolo e del Pal Grande, dall’inizio della guerra.

  2. Gortana Vittorio — del secondo reggimento fanteria. Prese parte a molte azioni al Monte Santo, e durante la ritirata, alla battaglia di Casarsa; forse per ferite e per i disagi della ritirata, moriva a Treviso il 4 novembre 1917.

  3. Gortana Silvestro — del ventiquattresimo reggimento fanteria, morto a Solarolo e sepolto al Col Dell’Orso, il 26 giugno 1918. — Prese parte alle azioni del Monte Grappa dall’inizio della difesa sul Piave, poiché coi suoi compagni della classe 1899 accorse a fermare il nemico invasore. — Morì colpito alla testa da una scheggia di granata.

  4. Zanier Andrea — addetto al Comando del primo reggimento genio, quinto corpo d’armata. Partecipò ai disagi di guerra nelle zone di operazione. Fu colpito dalla febbre spagnola e morì a Bersato il 2 novembre del 1918.

  5. Zanier Giovanni — del trentaquattresimo reggimento fanteria, primo reparto Zappatori. Prese parte alle azioni del Monte Santo e dintorni e fu fatto prigioniero al momento dell’invasione. Dopo lunga fame e lunghi stenti di prigionia sofferti nei concentramenti di Boemia, ad Heinricksgrim, lontano dai suoi e dalla Patria, fu strappato da una dolorosa morte di nefrite, il 2 giugno 1918, e si trova nella tomba N. 487, nel cimitero da campo di Heinricksgrim.

Una preghiera ed un memore pensiero per il loro sacrificio e per il loro valore a beneficio della causa nazionale.


Conclusione

La gente di Givigliana è di indole laboriosissima.

Gli uomini in massima parte emigrano a lavorare ormai per ogni luogo dove ci sia lavoro e riescono a farsi notare per la loro destrezza nei mestieri. Parecchi conquistano posti di sorveglianti in piccole imprese, ma non è da tacere che trovandosi assieme, spesso si sfruttano fra loro e che da questo nascono litigi e inimicizie tra le famiglie. Il paese è da sé di natura litigiosa, ma non trascende quasi mai a violenze. Però i ripicchi personali soverchiano sempre ogni ragione di bene comune.

A Givigliana non c’è spirito di paese; c’è invece molto, forse troppo spirito di parte, fatto per lo più a base di tornaconto personale. E manca quasi del tutto il sano ardimento.

Tornando all’abitudine di lavoro, è da rilevare che ogni anno si vedono nelle case, nelle stalle, nei terreni, dei miglioramenti indovinati e diffusi ovunque, e ciò non ostanti le difficoltà singolari per le costruzioni. Infatti nella zona di Givigliana manca la sabbia ed il sasso da calce, che perciò si devono trascinare da Collina, da Tors e dal Degano. Abbonda il legno, ma non essendovi segheria, tocca trascinarlo alle segherie di Rigolato per riportare poi le tavole, con fatiche mortali, a spalle su per la cleva. E per quella terribile cleva che confisca la salute del paese le donne devono trasportare tutto l’anno i viveri ed ogni cosa necessaria in casa.

Le donne lavorano la campagna, posta in proverbiale distesa, e la montagna del fieno. Lavori spesso forzati e rovinosi. Per il trasporto del letame, della legna da ardere, del fieno di monte, si fa largo uso di slitte apposite; per il resto, tutto va a suon di gerla sulla schiena ricurva delle povere donne. L’allevamento del bestiame è molto curato, ma le vacche da latte, forse per causa del crudo clima di montagna che domina in paese, non rendono abbastanza. Su circa un centinaio di vacche, la latteria lavora appena quattro quintali di latte, in media, al giorno.

Givigliana non ha costumi caratteristici, se non forse quello di certi cibi ancora primitivi. Il linguaggio è quello dell’Alto Degano, chiuso e originale sia nella cadenza a cantilena, sia nelle terminazioni femminili in o, ed in certe espressioni tutte proprie del luogo. È il vernacolo che si parlava quattro secoli fa in tutto il Friuli. Però anche a Givigliana c’è la sciagurata tendenza a modernizzarlo. Solo alcune buone famiglie lo parlano ancora senza riguardi, nella sua espressione più genuina.

Le leggende e la poesia popolare mancano quasi del tutto. Appena c’è qualche canto e qualche racconto di contrasti fortunati con i paesi vicini, specialmente Collina e Rigolato. Invece Givigliana è oggetto di motteggi per lo più sciocchissimi, da parte degli altri paesi. Anche su «La Guida della Carnia», a dir vero con spirito molto grossolano ed usato molto a sproposito, per suggerimento dei certi buontemponi di Rigolato, è stato affibbiato a Givigliana un vecchio canto popolare comunissimo nella Carnia.

Il canto nella chiesa non è più il canto popolare carnico, ma una nenia affatto diversa, introdotta circa quarantanni fa da qualche sacerdote forestiero. Un tempo l’aria del paese risuonava di allegre canzoni tutte le stagioni dell'anno e sopratutto in primavera ed estate, quando le ragazze erano sparse a lavorare per la campagna e sul monte del fieno; oggi non più tanto. Perdura invece la frenesia dei balli e a carnevale si rinnova sempre qualche poco spiritosa mascherata.

La salute, in generale, sia per l’eccessivo lavoro, sia per i troppo frequenti matrimoni fra consanguinei o per altre cause, non è florida, benché il paese sia in esposizione soleggiata di mezzogiorno e l’igiene delle abitazioni per lo più ben curata. La gioventù si presenta bene, ma specialmente le donne troppo presto deperiscono.

Il paese cresce poco. In ogni tempo, e negli ultimi anni ancora più, famiglie intiere hanno emigrato a trapiantarsi giù per Corto o nel Friuli o altrove, in posti meno disagiati. Non ci fu mai a Givigliana una famiglia veramente ricca, ma nemmeno si ebbero degli straccioni mendicanti. Famiglie di contadini e di operai piccoli proprietari che reggendosi col lavoro godono di una discreta agiatezza, ecco il carattere economico del paese. Ed anche l’istruzione popolare è discreta. Non esiste quasi più analfabetismo; parecchio si legge, se pure non sempre con discrezione. Alcuni uomini hanno frequentato in Austria già prima della guerra e altri anche in Italia corsi d’istruzione professionale con buon esito.

La scuola del paese è ben frequentata e l’istruzione appresavi è poi dai giovani sviluppata ed integrata con accortezza. Ma nel passato nessuno fece un corso superiore di studi all’infuori del primo mansionario P. Giacomo Gortana. Ora il paese ha già migliorato anche in questo, contando il nuovo Sacerdote e due maestri.

Al giorno d’oggi Givigliana è nel complesso, disorganizzato e disorientato, e spiritualmente va alla deriva, perché da troppo tempo manca il sacerdote mansionario che guidi e rincuori i buoni cristiani sulla strada del bene. Ci sono delle eccellenti qualità e delle ottime intenzioni da incoraggiare, da utilizzare, da far trionfare di fra mezzo alle troppe cattiverie seminate dalla guerra e dalla emigrazione. C’è da creare lo spirito delle buone istituzioni. Anche l’asilo, la chiesa, la latteria aspettano di essere messi in piedi o rinnovati. Dio voglia che tempi migliori si aprano.

Oggi celebra, fra il giubilo di tutto il paese, la sua prima S. Messa il nuovo sacerdote D. Amedeo Della Martina, a distanza di centoventisei anni dalla morte di P. Giacomo Gortana. Mentre rinnovo al caro festeggiato i miei fervidi rallegramenti, mi auguro che il caro popolo di Givigliana comprenda che nella sana vita religiosa e laboriosa sta il segreto della sua vera felicità.


Note

Nota N. 1. — Fra i Morti in guerra di Givigliana dobbiamo annoverare anche il soldato Kotrer Fioravante fu Giuseppe, di cui aggiungiamo la fotografia. Esso era del casale di Sglinghin, ai piedi della cleva.

Kotrer Fioravante
Kotrer Fioravante

Nota N. 2. — È merito di giustizia ricordare e ringraziare Mons. Basilio Durigon da Rigolato, Canonico Onorario della Metropolitana di Udine, Cavaliere dell’Ordine Militare del S. Sepolcro, del vivo interessamento preso, per benevolenza verso il Nuovo Sacerdote, alla festa della Messa Nuova e alta pubblicazione di queste memorie.
Anche alcuni giovani di Givigliana, buone speranze dell'avvenire, vanno ricordati per la loro fervida cooperazione, mentre per ultimo è giusto segnalare la famiglia del fu Giovanni Gortana Denèl che, fra le altre, offrì senza ombrosità la maggior copia di carte che rese possibile la compilazione di questo opuscolo.

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