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I beni di campagna e di monte

Il paese tirava avanti in condizioni di vita piuttosto povere. Verso l’ottocento l’emigrazione venne a cessare quasi del tutto. La campagna era adatta a poche colture; i prati, vasti, fornivano abbondante foraggio di buona qualità, anche perché ben soleggiati. L’allevamento del bestiame era buono; i campicelli fornivano orzo, patate, frumento e ortaggi, ma non bastavano che in piccola parte al mantenimento delle famiglie. Il bosco fu una fonte continua di risorse e servì spesse volte a sovvenire, con tagli di legnami, alla povertà delle famiglie, oltreché ognuno, nella costruzione di casa e di stalle, ricorreva liberamente al bosco per il legname che occorreva. Ma tutto questo non bastava a vincere la miseria che talora era resa gravissima dalle intemperie della stagione che rovinavano il raccolto. E così, le famiglie erano costrette a vendere i lori beni privati. D’altra parte, per i beni di monte, c’erano degli speculatori che li tenevano ben d’occhio e ne tentarono più volte l’incetta. Anche delle rate di Chiampiùt si faceva facile traffico. Nel 1750 un certo Carlo D’Orlando da Cazzaso tentò di farne una prima incetta, forse con l’intenzione di fare una nuova malga unita a quella di Plumbs che già possedeva. E vi condusse animali per qualche anno, e anzi pel passaggio pei prati di Givigliana, fece contratto di donare ogni anno alla chiesa di S. Pietro un formaggio di monte. Ma non tutti consentirono di cedergli la loro rata, e così l’affare restò sospeso. Nel 1793, in solita Vicinia, i capifamiglia decisero di vendere un taglio di legname per ricuperare in consorzio, dagli eredi D’Orlando, le rate di Chiampiùt. Se non che l’incetta fu ricominciata da Nicolò De Prato di Chialina, subito dopo, e a lui, oltre le rate, furono venduti anche certi prati privati di monte. Egli infatti, nel 1797, aveva acquistati dei belli prati a Casòn di Zùof, in Gof, in Val di Croce, e sulla Furchita. Givigliana era in continuo pericolo di perdere del tutto i suoi prati di monte. Ma anche questo tentativo fu un nulla a confronto di quello di Commessatti, il cui ricordo non è ancora cancellato in paese.

Agostino Commessatti da Tolmezzo, nuovo padrone della malga di Plumbs, a colpo d’occhio comprese quali smisurati vantaggi gli sarebbero derivati dall’allargamento della malga fino in Val di Croce e la conversione in prato irrigato e coltivato di tutto il fondo della valletta, coi comodi pascoli dei prati d'intorno, fino sul dorso di Monte Bioichia. Si diede pertanto risolutamente all’incetta dei prati, e parecchie famiglie caddero nel suo laccio. Le sorelle Maddalena e Lucia Gortana, anche per il fratello Giacomo domiciliato a Weyer, nella Stiria, gli vendettero il prato, in Sora Ruvis, di sei settori, e un altro sulla Furchita di altri sei settori, il tutto stimato a corpo, cioè alta carlona, per L. 123. Un altro prato, pure in Sora Ruvis, pii vendeva un Valentino Gortana. Candido De Antonis gli aveva ceduti i suoi prati di Val di Croce, Coglietta Prant, Mioletis; Giacomo Gortana, Nava Balgòn e Gof. Così, da compera in compera, il Commessatti procedeva a gonfie vele nel suo affare. Nella sicurezza ormai di riuscirvi rapidamente, egli costruì in Val di Croce uno stallone che però non finì completamente. Nel 1809 cominciò a riversare in Val di Croce al pascolo le mandrie di Plumbs. Ala alcuni proprietari di prati rimasti frammezzo a quelli dell’incettatore, con avveduta caparbietà, si rifiutarono ad ogni offerta, ad ogni preghiera, ad ogni migliore condizioni di cederli o di lasciarvi passare le mandrie. Un Gortana della famiglia di Denèl aveva un suo prato proprio sotto la Furchita, sulla via di passaggio da Plumbs a Val di Croce. Il Commessatti, con ripetuti ed ostinati assalti, tentò di levarglielo di mano, ma inutilmente. Alla fine una volta, disperando di ogni tentativo, gettò sul tavolo al Gortana la borsa piena di zecchini d’oro fiammante, invitandolo a prendersene quanti ne volesse, purché cedesse. Ala l’oro, caso raro, non abbagliò il Gortana, che restò irremovibile nel suo rifiuto.

Altrettanto fecero alcuni altri e aggiunsero molestie e dispetti contro il Commessatti, costringendolo ad abbandonare l’impresa. Così fu scongiurato il pericolo più grave contro il monte del fieno di Givigliana.

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