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I Mansionari

Affare difficilissimo fu, dopo la morte di Pre Giacomo Gortana, il provvedere un nuovo mansionario. I capifamiglia avevano il diritto di eleggerlo, ma tale diritto si risolvette poi nella ricerca affannosa d’un sacerdote che si adattasse ad accettare il posto. Provvisoriamente, dal 1802 in poi, fu sacerdote festivo P. Gregorio Giorgessi da Avausa. Nel 1806 venne mansionario stabile P. Giuseppe Facci da Sezza, il quale però poco dopo dichiarava di doversene andare in causa del magro stipendio. Di lui null’altro si sa, se non che si dilettava di lavori di falegname.

Il 25 novembre 1812 fece l’ingresso a Givigliana come mansionario fisso P. Gregorio Giorgessi. Nell’aprile dell‘anno seguente fu fatto un vero capitolato fra lui e il paese. Egli si obbligava di restare almeno tre anni in villa; di celebrare le 72 messe a beneficio comune e di prestare il servizio spirituale. Ogni anno in agosto doveva ricevere L. 212.50 come reddito della mansioneria; in ottobre da ogni famiglia il pesenale di frumento secco e ben crivellato; in febbraio una libra e mezzo di burro ben cotto; sette passi di legna in novembre e febbraio, e come diritto speciale, tre pesenali di sorgo turco il primo di agosto. Egli si fermò in paese fino a tutto il 1816.

Il 6 marzo 1817 fece il suo nuovo ingresso, e questa volta come vero mansionario, il vecchio e santo sacerdote P. Antonio Lena.

Uomo di soda virtù e dottrina, giovò assai al paese, che ne ricorda ancora le opere di penitenza. Fu predicatore compassato ma diligente e profondo nelle argomentazioni e ricchissimo di citazioni scritturali.

Vari piccoli fatti si ricordano della sua vita di mortificazione.

Nel risalire da Rigolato fu visto caricarsi le tasche di sassi per fare maggior fatica. Quando cucinava qualche discreta pietanza, dopo di aversela preparata ed essersi posto avanti quasi a gustarla, esclamava: — Ti piacerebbe, eh! Antonio! Ma no, questo pasto non è per te. A te basta una scodella di jota.

E gettava il cibo in pasto ai topi.

Quando lasciò il paese la prima volta, una corona di bambini gli si pararono avanti facendogli siepe per non lasciarlo partire, ed egli, commosso dallo spettacolo, esitò, esclamò ripetutamente: — Obbedisci, Antonio, obbedisci agli innocenti! E fu sul punto di restare.

Certo fu in merito suo se il paese nel 1823 fu punto dal rimorso di coscienza per gli sfacciati furti di legname nel bosco e ne fece ammenda con promessa di correggersi.

In quel tempo fu costruita la Linda nella chiesa, e la piccola tettoja davanti la porta.

Pre Antonio Lena rimase a Givigliana per tutto il resto della sua vita. Le sue virtù e la sua penitenza lo avevano reso santo. Il suo corpo era consunto dalle mortificazioni. Nel 1825 lo prese una polmonite acuta, (ponte) e morì dopo brevissima malattia, nella notte sul 10 febbraio. Aveva 68 anni. Fu sepolto nel cimitero di Rigolato.

Dopo la sua morte, la questione del mansionario si fece anche più scabrosa. Dal 1825 al 1830 ci fu una lunga vacanza interrotta per appena un anno, nel 1828, da un mansionario che fu Giombatta De Giudici da Cazzaso. Contrariamente al buon P. Antonio Lena, egli era venuto per forza, con intenzione di fuggirsene al più presto. Givigliana godeva già fama di paese di relegazione, e pareva un vero spauracchio. 11 nuovo mansionario piangeva la sua disgrazia di trovarsi a Givigliana scherzando, con una poesia che ancora si ricorda, e che comincia con i versi:

Ce pechiàt astu fat, Tite,
che il Signor ti à chiastiàt?

Nell’anno stesso egli discese a Rigolato a fare il cooperatore e il maestro. Il paese di Givigliana restò seriamente preoccupato dalla difficoltà di trovarsi un Mansionario. Alcuni provarono a scrivere a Pietro Gortana di Greifenstein perchè cedesse alla mansioneria una sua tenue eredità avuta per la morte di Lucia Gortana Marins, ed egli acconsentì, ma le due sorelle Maddalena e Lucia Gortana Marins vi si opposero, non lasciarono vedere le carte e così tutto andò a monte.

Nel febbraio del 1830 il capofrazione Giovanni Zanier a nome del paese intiero rivolse istanza al Commissario distrettuale di Rigolato facendogli presente di essere arrivati a tempi che difficilmente si poteva trovare un religioso a fare le funzioni di mansionario nel villaggio, a causa del meschinissimo compenso, il quale si riduceva ad austriache L. 258.96 all'anno. Pregava quindi l’Inclito R. Commissario di voler permettere un taglio di N. 400 piante di abete nel bosco di Tassaris per aumentare il capitale della mansioneria e facilitare il rinvenimento di un sacerdote. Il taglio fu permesso, e fu allora che col 1. novembre 1832 la mansioneria passò sotto la tutela dell’amministrazione del Comune di Rigolato. Il frutto annuo della mansioneria fu portato a L. 400. Gli interessi livellari sui fondi e sui capitali in denaro che fino allora venivano dalle famiglie pagati direttamente al Mansionario, fu prescritto che da quell’anno in poi si dovessero pagare all’esattore comunale. Da ciò ne risultò una maggiore regolarità nei pagamenti. Il Consiglio comunale non doveva avere altra ingerenza che quella di curare che il prodotto fisso della mansioneria passasse alla cassa comunale e da questa al Mansionario. Restava fisso il contributo annuo delle famiglie, che erano ridotte a ventuna.

Con questi sforzi si riuscì ad avere un nuovo Mansionario, D. Pietro Sellenati da Sutrio. Il paese, insieme con lui, fece un nuovo capitolato che fa vedere la gran buona volontà delle famiglie; gli accordò una nuova munta di latte e un’altra ne promise in caso che il parroco gli permettesse la benedizione delle armente. Qualora poi il Comune istituisse una scuola a Givigliana, egli era obbligato ad assumerla. Fino allora la scuola era di paese e non pagata. La processione di Collina doveva essere gratuita, quella di S. Marco anche in caso che il parroco si fosse indotto a concederla.

Caso pietoso! Dopo un anno anche il nuovo Mansionario se ne andò. Qui assistiamo ad un lagrimevole via vai di mansionari che non ostante le migliorate condizioni, vengono, provano e fuggono.

Il primo novembre 1834 capitò quasi di sorpresa il nuovo sacerdote D. Daniele Movia da Fresis, uscito fresco dal seminario, e fu proprio con lui che successe una strana batosta.

Il paese in quel tempo era in fermento per un guaio in cui era caduto cedendo l’amministrazione della mansioneria al comune. L’esattore comunale nella vacanza del 1834 riscosse gli interessi sui fondi vincolati. Proteste e malcontento nelle famiglie. Come? Pagare anche nelle vacanze? Ma perché, se non c’era mansionario? E a chi andavano i denari? E giù un ricorso all’I. R. Commissario distrettuale, in cui si dichiarava ingiusto che la contribuzione fosse pretesa nelle vacanze. Ma fu fatica inutile. L’ordine fu mantenuto, e i malumori si estinsero a poco a poco.

Una agitazione ancora più grave avvenne per causa del povero mansionario. La frazione nel 1833 aveva fatto istanza all’I. R. Commissario distrettuale Stefani affinché istituisse usa scuola pubblica sussidiaria a Givigliana. Fino allora la scuola era di paese, quasi privata, inerente all’ufficio di mansionario, e si riduceva a pochi mesi d’inverno. Proprio in quegli anni si venivano creando le scuole pubbliche in tutti i paesi maggiori dei dintorni. A Collina e a Sigilletto erano ormai in funzione. Il fatto venne dai frazionisti invocato a rinforzare le loro buone ragioni. Fatto sta che l’I. R. Governo austriaco, con decreto del gennaio 1834, istituì anche la scuola sussidiaria di Givigliana, con il pingue stipendio di L. 50 annue (diconsi lire cinquanta all’anno!)

Givigliana credette di aver toccato il cielo col dito.

Con l’autunno dell’anno 1834 la scuola pubblica di Givigliana doveva aprire le sue porte, e il nuovo mansionario doveva esserne il maestro.

Ma ecco, il guaio a rompere la festa.

D. Daniele Movia, come tutti i sacerdoti nuovi, per un anno non poteva confessare donne, e non era abilitato a fare scuola.

Apriti cielo!

Il paese fu in subbuglio ed esplose la sua burbanza in un virulento memoriale contro il parroco, reo di non aver consultato i capifamiglia nella scelta del mansionario. Fra errori d’ogni pelo, si dichiarava:

  1. Che il diritto di scegliere il Mansionario di Givigliana spettava al paese e non all’Arcidiacono di Rigolato.
  2. Che il mansionario doveva essere confessore come di uomini, così di donne.
  3. Che era obbligato a fare scuola tanto ai fanciulli che alle fanciulle.

Non avendo il nuovo sacerdote questi requisiti, doveva essere respinto. Il paese per il passato non avere mai scelti, né accettati di tali mansionari. Infine si intimava al parroco di rimediare al mal fatto, minacciando di ricorrere in caso di rifiuto. Ma chi sa che cosa volevano dire? A ogni modo però la è grossa! E si pensi se non dovette restar male quel povero mansionario! Il parroco se lo aveva procurato dal seminario per evitare al paese le umilianti ricerche quasi alla cieca. Nessun prete poi, almeno nei dintorni, aveva l’abilitazione a fare scuola.

D. Daniele Movia si fermò appena un anno.

Altra vacanza e poi altro mansionario d’un anno, P. Gregorio Busolini da Fusea. Il parroco non volle impicciarsi nella ricerca d’altri sacerdoti per Givigliana, e così il paese dovette riprendere la ricerca. Per ordine del Cameraro della chiesa, un Giovanni Gortana si recò a Pesaris da Pre Valentino Gonano a pregarlo di accettare il posto di Givigliana. Quegli accettò, e il due dicembre del 1837 venne a prendervi il posto. Fece scuola pure non essendo nemmeno lui idoneo, e si fermò per sette anni, fino al 1844.

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