« Prev
23/31 Next »

I Mansionari

Dopo la partenza di P. Valentino Gonano, trasferitosi a Cleulis, venne mansionario P. Luigi Benedetti da Ampezzo. Questi fu il primo a trasportare la sua residenza nella nuova canonica, vivendo ancora la vecchia Maddalena Marins. Si fermò per circa cinque anni. In luglio del 1850 capitò P. Giombatta Vidoni da Forgaria, che fu il primo, a erodere il lascito Marins, riconosciuto e approvato dall’autorità civile. La durò per due anni appena.

Una breve comparsa la fece poi P. Giombatta Machin da Pesaris, per circa due mesi e con gli ultimi del 1854 arrivò P. Vito De Caneva, da Liaris. Il primo gennaio 1855 il paese fece con lui un capitolato, ricalcando i vecchi diritti e i vecchi doveri. Fu rialzato il contributo delle famiglie; ciò che fa pensare che ancora fosse difficile il poter pretendere un sacerdote. Lo stipendio di maestro fu portato a L. 100. Fra i doveri del mansionario è nuovo e caratteristico quello di non potersi allontanare dalla villa nei mesi di giugno, luglio e agosto, nei quali, avverandosi facilmente casi di maltempo con minaccia di pioggia, fulmini, burrasche e grandini, il mansionario era obbligato a scongiurarli pregando e benedicendo secondo il rituale romano. Pre Vito, grasso e alla buona, passò in paese quasi tre anni di vita quieta, senza disturbare e senza essere disturbato. Dopo di lui, per quasi quattro anni troviamo P. Serafino Capellari di Forni di Sopra, poi per nove mesi Carlo Mazzolini di Fusea e nel 1861 P. Pietro Beorchia da Trava. Questo mansionario ebbe un aumento di stipendio di L. 50 all’anno, eppure se ne andò spirato appena l’anno.

Che fatica a trattenerli, questi benedetti mansionari! Tutti cercavano di fuggire al più presto, come dal fuoco.

Finalmente, cercato e pregato, arrivò P. Giacomo Crosilla da Liaris, vecchio già frustato in altre cure e senza fumi per la testa. Aveva bisogno di riposo. Dopo quattro anni di ministero quieto ed alla buona, una sera fu colto a letto da improvviso malore e nel domani fu trovato cadavere.

Per mezzo anno fu mansionario D. Angelo Federici da Rive d’Arcano. Una commissione si recò allora a Povolaro a offrire il posto di Givigliana a P. Lorenzo De Grach. uscito fresco dalla prigione sofferta per ragioni politiche all’occasione del passaggio della Carnia al regno d’Italia. Egli accettò e fece il suo ingresso a Givigliana il 12 dicembre 1867, restandovi per il lungo periodo di undici anni e tre mesi. Uccellatore appassionatissimo, fece della caccia la sua gran professione, percorrendo in lungo ed in largo la zona di Givigliana, cingendola tutta di una fitta rete di lacciuoli e di altri tranelli che oltre i pali a vischio e lo schioppo, gli procuravano immensa preda di uccelli, della quale ne andava superbo e se ne gloriava. La scuola fu sotto di lui, naturalmente, trascuratissima. Egli si prestò anche a far vendere a mercanti di Comeglians carati di boschi del consorzio, a ciò lo pose in mala vista in paese.

Quando l'Italia incamerò tutti i beni ecclesiastici per costituire il così detto fondo per il culto, anche la mansioneria di Givigliana passò un brutto quarto d'ora. Venuto l’ordine di denunciarne i beni, e di esporre le proprie ragioni nel caso che non si volesse che fossero assorbiti dal demanio, Pre Lorenzo lasciò fare, ma poi accortosi dell’inganno, corse ai ripari.

L’eredità Marins che fu causa della minacciata conversione, fu dimostrata come un bene molto secondario, di trascurabile importanza, tale da non pagare nemmeno le spese d'ufficio della conversione; si spiegò consistere la sostanza della mansioneria nel contributo annuale comunale e privato, senza patrimonio immobile fisso. La cosa passò, e con questa accortezza la conversione fu evitata. P. Lorenzo De Grach lasciò Givigliana il 30 marzo 1879.

Questa volta il paese fu deliziato d’un nuovo mansionario di suo gusto in P. Sebastiano Badino da Mortegliano che assunse la cura il 22 maggio dello stesso anno. Dalla persona alta e rimpolpata, dal gesto largo e disinvolto, dalla voce sonora, dal fare maestoso, egli abbagliò il paese che nulla chiedeva di meglio che le apparenze. Era un po’ claudicante e tutto grigio di capelli, ma sapeva dissimulare tali suoi difetti in modo che quasi nessuno mai se n'accorse. I capelli li tenne costantemente tinti del più bel nero lucido che il sole abbia mai visto. Era insomma un prete di magnifica presenza, e non è poco! Cominciò subito una strana opera di sommovimento del paese contro la parrocchia, rinfocolandone le animosità, vellicando le voglie di separazione, mentre a dir il vero, la parrocchia era un po’ mastina nel largheggiare.

Egli divenne in breve l’idolo di Givigliana.

Il parroco si lamentava accorato che la Curia volesse sempre punirlo nei mansionari di Givigliana e che. D. Badino volesse così presto farla da curatello indipendente, ed aveva ragione. Ma per altre cause la Curia, nel gennaio del 1881, ordinò a D. Badino l’immediata partenza per Avaglio. Egli disobbedì e allora fu privato della celebrazione della S. Messa. Egli restò, recitando in chiesa il rosario invece della S. Messa e aizzando il popolo contro il parroco e tutti i superiori. Dovette intervenire l’Arcidiacono di Gorto, e finalmente Pre Badino partì per il Comelico, ma lasciando in paese deplorevoli furori.

Allora il parroco si procurò un sacerdote di suo gusto, P. Vincenzo Deotti, da Verzegnis. Quando la nuova trapelò in paese, fu un fragore di proteste. La fama del nuovo sacerdote non era brillante; inoltre era il parroco che lo proponeva, il crucifissore di D. Sebastiano. Ciò era fin troppo di impudenza contro i sacrosanti diritti di Givigliana e il suo amor proprio così profondamente ferito. I capifamiglia mandarono al parroco un violento memoriale, tutto veleno, che ricorda quello del 1834, dichiarando che non un soldo della mansioneria né del paese, anzi nemmeno la canonica sarebbe concessa al nuovo sacerdote, e che il parroco, prima di occupare il posto di Givigliana con pretuzzi, volesse essere compiacente di consultare l’opinione del paese. L’accoglienza al nuovo mansionario fu naturalmente ostile. Il parroco presentandolo ad alcuni capifamiglia, li esortò a rallegrarsene, avendo in D. Vincenzo un ministro secondo il vero spirito della Chiesa; ma il paese non voleva sentire da quell’orecchio. Benché ai fatti l’acredine del memoriale si fosse un po’ stemperata, pure lo spirito di avversione restò vivo. Gortana Benvenuto rispose al parroco: — Lo proveremo, ma per soli quindici giorni, non più. Fatto sta però che i quindici giorni si prolungarono in quattro anni, D. Vincenzo, serio e sparuto, di magra presenza, aveva le migliori intenzioni. Egli fu il rovescio di D. Sebastiano, tutto per la parrocchia, anche più che non occorresse. Fosse carattere o vedesse nel popolo lo spettro di una insanabile avversione contro di lui, egli fu sempre aspro quasi con tutti. Lasciò capire che avrebbe beneficata la chiesa e la mansioneria se avesse potuto entrare nelle simpatie del paese. Lasciò tuttavia alla canonica vari oggetti di cucina. Alla sua partenza seguì una lunga e dannosa vacanza di ben tre anni, che il paese interpretò come punitiva della poca benevolenza usata verso l’ultimo mansionario; ma in realtà non ad ogni svolto di strada si trovavano sacerdoti che si volessero relegare a Givigliana. Nel 1887 fece una breve comparsa di appena cinque mesi il sacerdote D. Antonio Trojero da Sappada e finalmente, nel 1888, arrivò il già vecchio sacerdote Pre Giacomo Marzona da Verzegnis. Questo buon mansionario si trovò bene con gli uomini di vecchio stampo. Trascurato della persona, anche perché andò pazzo dell’allevamento del bestiame, fu però di vita intemerata e di virtù saldissima, si da farsi perdonare volentieri anche la sua matta passione. Fu predicatore d’effetto, ma rarissimo, e più che altro ad ornamento delle solennità. Lasciò dar voga a certe sue virtù di esorcizzatore che al popolo, ghiotto di occultismo, parvero miracolose, e la fama non è peranco dispersa. La scuola però fu con lui molto trascurata. Egli morì il 10 febbraio 1898, e i funerali riuscirono una grandiosa manifestazione di lutto. Egli fu il primo sacerdote sepolto nel cimitero di Givigliana.

Giusto un mese dopo la sua morte arrivò l'ultimo mansionario D. Luigi Della Savia.

D’indole diversa da quella di Pre Giacomo; D. Luigi si diede con tutto amore alla chiesa ed alla scuola, ottenendone in principio risultati felici, e si rese svogliato solo negli ultimi suoi anni di ministero in causa sopratutto dei contrasti del paese che lo molestarono assai. Sostenne il fervore delle famiglie quando si comperarono le nuove grandi campane, spinse il paese a ornare la chiesa di arredi sacri dei quali era sprovvista e tentò anche l’opinione pubblica del paese per rifare la chiesa stessa, troppo piccola e squallida rispetto alla grandezza ed all’agiatezza del villaggio. Non riuscì. Se n’andò il 14 dicembre 1908 e seguirono altri quattro anni di vacanza. Dall’otto settembre 1912 fino al 30 novembre 1923 fu mansionario D. Pietro Cella.

« Prev
23/31 Next »
sei qui