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Gli ultimi tempi

Verso la metà del secolo passato i vecchi mestieri erano scomparsi e ci fu per lungo tempo gran crisi di lavoro nella quale il paese si era anche più impoverito e molti debiti erano venuti a gravare sulle famiglie sicché, come s’è già detto, anche i preziosi carati del bosco furono in gran parte venduti. Ma gli uomini, è specialmente i giovani, in gran parte laboriosi ed intelligenti, cambiarono mestieri; si fecero muratori, tagliapietre, falegnami, abili boscaiuoli, emigrando arditamente in Austria, in Germania, in Romania, e un po’ dovunque. Con i frutti sudati dell’emigrazione a poco a poco i debiti scomparvero, i terreni vincolati si liberarono da ogni aggravio; si cominciarono a realizzare dei risparmi. Ma per molt'anni ci fu una specie di gara nel lavorare a cottimo per più guadagnare e più risparmiare, e per l’eccesso non senza danni, pero che la salute ne soffrì spesse volte, ed uomini di belle speranze furono ancora giovani portati al sepolcro.

Quella vita di eccessivo lavoro accese e sviluppò negli operai una oscura coscienza quasi di fatale condanna alla vita degli stenti e perciò furono facile esca alle fantasie socialistiche e ai sensi di viva avversione contro i ricchi. Ma ciò non di meno, anche nei più arrabbiati l’attaccamento alla loro piccola proprietà si mantenne fortissimo. Socialismo per ricevere, non per dare. E il senso cristiano della vita non fu mai morto.

Tutti furono molto industriosi per la casa. A memoria di vecchi, tutto il paese fu trasformato; scomparvero a una a una le vecchie case di travi intrecciate e tetto di paglia o scandole e sorsero via via, fra molti stenti, le belle casine nuove, igieniche, sane, intonacate. 11 declivio del terreno renderebbe impossibile una migliore sistemazione degli abitati. Anche le stalle nuove, di cui è tutta cosparsa la campagna, sono costruite con buon gusto, e abbastanza sane.

I miglioramenti sono continui, sebbene non sempre abbastanza giudiziosi; ma solo per la proprietà privata. Per quanto concerne invece la proprietà pubblica, lo sperpero e l’abbandono non potrebbero essere più deplorevoli. La diffidenza vicendevole, la discordia, l’invidia rovinano tutto. Piaga di molti paesi. E mentre qualche uomo coscienzioso resse la cosa pubblica con assennata economia anche a rischio d’ingiuste critiche, altri, portati al potere dal capriccio e quasi dal furor popolare, fecero lagrimevole scempio del pubblico danaro. La solita storia; economia in piccolo, sperpero in grande. Givigliana potrebbe avere assicurata l'esistenza delle sue più vitali istituzioni, la chiesa, la mansioneria, la scuola, la latteria, il beneficio comunale, e invece per malgoverno tutto è a male.

Nell’anno 1877 fu costruito finalmente un piccolo cimitero in paese, con che si finirono di fare i lunghi funerali a Rigolato; ma ben presto risultò troppo ristretto e fu dovuto ampliare. Fu allora che, lavorando in economia, col denaro stanziato dal Comune per quell’ampliamento, si poterono finir di pagare le campane. Le nuove campane furono acquistate nell'anno 1901 a spinta del mansionario Della Savia Ma furono troppo grandi per l’ampiezza del campanile, sicché per collocarle a posto fu dovuta demolire la cella campanaria. La sostituì, a capocchia su quel tronco di campanile, una impalcatura di ferro ricoperta di travicelli e tavole; una baracca traballante.

Il 28 marzo 1913, al funerale di Gortana Giovanni Denel, suonando una compagnia di giovinotti dalla cella campanaria a sfrenata distesa, l’armatura cedette, i perni uscirono dai cuscinetti e le due campane maggiori stramazzarono con orribile fracasso sull’impiantito, sfondando parte delle pareti. Per miracolo non ci fu nemmeno un ferito, ma il raccapriccio fu generale. Poteva esserci un vero massacro.

Il concerto delle campane non si potè più rimettere a posto.

Il vecchio acquedotto del paese, male eseguito e mai collaudato, riceveva acqua piovana, aveva mille difetti e costituì sempre un vero pericolo per la salute pubblica. Ora, con spesa duplicata, è fatto il nuovo.

Invece nel 1914 fu costruito un acquedotto privato per le abitazioni e le stalle sparse per la campagna, molto bene eseguito e che funziona sempre egregiamente. È questa forse, la migliore opera fatta in società dal paese di Givigliana.

La latteria, istituita circa venticinque anni fa, funzionò da prima in case private, poi, si rifugiò nel piano sotterraneo della scuola, fu sempre turnaria, tirò avanti e tira ancora con criteri così poveri che la fanno crepare di miseria. Non un risparmio sociale, mai, salvo i proventi di qualche carnevalesca festa da ballo prolungata fino all’esaurimento fisico, e qualche pazza multa. Con questi frutti proibiti non si riesce mai ad altro che a racconciare alla men peggio i vecchi attrezzi e il malsano locale, senza portare mai un miglioramento radicale. Né è possibile intervenire, perché il paese, e sopratutto i caporioni, hanno tutto l’interesse che la vada così, e non soffrono affatto interventi estranei. Ma è deplorevole che a questi tempi una latteria, la quale potrebbe essere fiorente, sia condannata a tirare avanti così a stento.

Nel 1914 fu istituito anche un Circolo di cultura a intonazione socialista, che non fu altro che una osteria sociale con qualche sfogo di minuta propaganda demagogica. Quanto a cultura, zero.

I nostri più bravi socialisti non conoscono che un po’ di tecnica geometrica e contabile mentre ogni idea umana di civiltà e progresso, ogni intuizione spirituale esula completamente dal loro animo. La storia del Circolo lo dimostra.

Il Circolo fiorì, fece fortuna, realizzò, senza sacrificio dei soci, qualche notevole risparmio, specialmente durante la guerra. Ma nell’anno dell’invasione a domanda dei più focosi socialisti, fu sciolto, e il fondo di cassa diviso. Dopo la liberazione risorse, più feroce di prima; e ancora fece fortuna; se nonché nel 1926 fu di nuovo sciolto, e questa volta per legge, e di nuovo il capitale risparmiato, di circa settemila lire, anziché essere devoluto a beneficio comune di qualche altra istituzione vitale, come l’asilo che avrebbe tanto bisogno di sorgere, fu disperso fra i soci. Il socialismo non insegna vedute più vaste e sensi più generosi.

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