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L’anno dell’invasione

La piovosa domenica del 28 ottobre fu singolarmente tragica per le dicerie oscure e confuse di sequestro degli operai sparsi come il solito ai lavori militari. Alla sera gli operai tornarono, raccontando le loro strane vicende.

Sul far della notte cominciarono gli incendi dei baraccamenti militari, a Rigolato, a Forni, per la cerchia delle montagne. Dall’osservatorio di Givigliana lo spettacolo appariva imponente, spaventoso. Pareva la rovina universale. Talora si udiva anche il rombo cupo d’un ponte che saltava o d’una mina che esplodeva. Verso mezzanotte cominciò a passare la colonia dei militari che discendevano in ritirata dai monti. Erano silenziosi, tristi della immensa sventura, si vergognavano di loro stessi. Quella lunga colonna serpeggiante giù per la eleva pareva un interminabile corteo funebre notturno.

Era la patria che, suo malgrado, ci abbandonava alla sorte più oscura. Nel domani tutto Givigliana restò in vedetta a osservare ciò che avveniva a Rigolato, senza osare di muoversi. Pareva di essere in un mondo fantastico e che i Tedeschi dovessero comparire come d’incanto da ogni parte. Verso sera qualche uomo si accorse che a Rigolato si dava fondo ai magazzini militari, e allora giù in folla a fare provvisioni. I giorni seguenti via ai monti, in Val di Croce, in Crostis, in Plumbs, a fare raccolta degli avanzi militarii. Dei soldati discesi in ritirata dai monti, uno arrivò in paese e fu raccolto moribondo e morì senza poter dire nemmeno il suo nome. Fu sepolto con un bel funerale nel cimitero di Givigliana, unico soldato di guerra.

Una pattuglia di tedeschi, i primi, arrivò in perlustrazione il giorno tre novembre. Essi avevano paura di noi, noi di loro.

I primi tempi ci fu da vivere della raccolta dei magazzini militari e delle provvisioni fatte nei negozi rimasti, ma già nell’inverno i viveri cominciarono a mancare.

Subito cominciarono le requisizioni per le case, di armi, e indumenti militari, ma senza grave danno. Fu creata una commissione comunale per il censimento della gente e del bestiame per ordine degli invasori e si fece subito un primo prelevamento di vacche da macello.

La scuola, chiusa in ottobre, fu riaperta in gennaio, come le altre del comune. Si era chiusi in una specie di limbo oscuro, senza giornali, senza notizie. Le voci più fantastiche prendevano forma di verità ed erano credute e talora mettevano subbuglio nella gente. Un giorno si diceva che gli italiani erano in avanzata dal Cadore, un altro che erano arrivati al Tagliamento. I patimenti fisici e morali facevano sperare in una prossima miracolosa liberazione. A Prato Gamico un fattucchiere si mise a spacciare notizie magiche e subito ci fu un grande accorrere a sentire i suoi oracoli.

In febbraio avvenne la requisizione delle campane. Furono spezzate e portate via le due maggiori, restò la minore in grazia che prima, in tutta fretta, si erano fatte scomparire tutte le traccie della campanella antica. Ma poco i nemici ebbero da godere della rapina. Quasi cinque quintali, dei diciotto che pesavano le due campane, furono sottratti ai soldati, mentre di mala voglia trascinavano i pezzi a Rigolato. Merita ricordato per zelo e per singolare ardimento il povero Giuseppe Gortana Pelai, morto noi tragicamente nel 1919.

Il giorno che le campane furono spezzate e gettate dal campanile fu quanto mai doloroso per il paese. Il povero vecchio Giacomo di Svualt, ardente patriota di antico stampo, che in altri tempi aveva provato il duro giogo tedesco, assisté tremando di impotente rabbia all’iniquo spettacolo, imprecando con tutti contro i barbari, e ne ebbe tale scossa nella salute, che poco di poi morì.

In marzo cominciò a farsi sentire sul serio la penuria dei viveri e da allora cominciò e durò poi per tutta l’estate, la migrazione, in carovane d’uomini e di donne, in cerca di grano per il Friuli, portando denaro e specialmente vestiari e burro e formaggio per il cambio, e le usure dei friulani in quelle occasioni furono spesso incredibili. Chi saprebbe ripetere le traversie ed i patimenti di quei tristi pellegrinaggi? Tutta l’estate passò così, tetra, paurosa. La raccolta del diciassette era stata abbondante, ma nell’inverno e nell’autunno una vera invasione di accattoni del Comelico aveva battuto alle porte e la gente impietosita e nella speranza di una prossima liberazione aveva dato con abbondanza. S’aggiunga l’invasione dei prigionieri russi che sbucavano dai boschi e discendevano giganteschi e timidi alle case per un boccone qualunque da sfamarsi; e quella dei prigionieri italiani che il buon cuore delle famiglie non si rifiutava mai di soccorrere, e si capirà che le scorte di viveri dovettero presto esaurirsi. La raccolta del diciotto fu molto misera e fu quasi tutta consumata già prima del tempo della maturazione. Molte famiglie patirono la fame o si nutrirono di cibi impossibili. Le requisizioni, quanto mai spietate, ridussero d’autunno il paese a pochissime vacche da latte. Non mancarono le ingiustizie fra i caporioni del paese, e le scene di povere famiglie senza mezzi, private anche dell’unica risorsa, l’ultima vacchetta, furono strazianti. La desolazione era terribile e solo in Dio si sperava salute.

Risorsero alcune industrie casalinghe: la filatura della canapa e della lana e la distillazione, con, alambicchi improvvisati, del grappoli di melissa, di sambuco e anche di radice di genziana per estrarre acquavite, ma con poco tornaconto. La ricerca poi di tabacco selvatico per i boschi fu generale. Non mancarono dispetti arditi e pericolosi contro gli invasori, come la raccolta ostinata di ogni cosa di guerra, anche perché non venisse utilizzata dal nemico, fra cui armi e ogni sorta di polveri. Anche un cannone di bronzo e un mortaio furono trafugati sotto l’occhio ai tedeschi.

Un giorno il mansionario passando per Collina inferiore, vide schierati sulla piazzetta tre bellissimi cannoni di bronzo, del peso ciascuno di Kg. 487, e un mortaio. Ad un uomo di Collina che passava di lì chiese:

— Perché sono qui questi cannoni?
— I tedeschi li hanno fatti raccogliere e domani li condurranno in giù.
— E perché li avete lasciati sequestrare?
— Ma … e che ci dovevamo fare?
— Nasconderli, cari signori, nasconderli. Son valori questi, e a lasciarli al nemico è dargli arma contro di noi. Dove erano?
— Su pei monti, uno qua, uno là. Li avevamo tra i piedi quando si saliva a cercare roba militare nelle trincee.
— E non li avete rotolati giù pei burroni, che almeno non li potessero estrarre? Non valgono questi cannoni ben più che mille stracci?
— Eh si, caro signore, rispose l’uomo; lei ha un bel dire, ma sa pure che siamo fra le spie, e chi si può fidare? Si sta poco ad essere fucilati.
— Pur troppo è vero, continuò il mansionario, ma quando proseguiranno con quei cannoni?
— Oggi la gente di Collina riposa e domani li trascina a Rigolato. Intanto i tedeschi vanno al Volaia.
— Al Volaia? Ce ne sono anche lassù?
— Sì uno.
— Grande?
— Come quelli lì, di quasi cinque quintali.
— E lo lasciate requisire?
— Lo hanno già in nota. Chi osasse portarlo via sarebbe fulminato senza misericordia.
— Peccato di quei magnifici cannoni!
— Ma si veramente, peccato!

Il mansionario tornò di corsa a Givigliana, fece chiamare Gortana Giuseppe che era nella fluitazione del legname, raccolse altri quattro uomini, di cui tre sono ancora viventi, e li avvisò.

— In Volaia c’è un cannone di bronzo di cinque quintali. Domani non sarà più; i tedeschi lo requisiranno. Questa notte bisogna farlo sparire. La luna è tonda, rischiara tutta la notte. Corde e leve di legno, e partenza. Intesi?

La piccola pattuglia partì. Furono fatiche mortali, ma il cannone fu nascosto al sicuro, sotto una rovina di sassi e ghiaione; la slitta che lo portava fu allontanata dal posto per farne perdere le traccie e un mortaio di bronzo da un quintale fu portato a seppellire in paese.

Nel domani e per vario tempo l'argomento del giorno a Collina e dintorni, fu la scomparsa misteriosa del cannone di Volaia. Il tenente di artiglieria tedesco addetto al ricupero ne era furibondo. Fu sparsa ad arte anche la voce che potesse essere trafugato da tedeschi di là dal confine. Il tenente fece proibire di lasciarsi vedere nell'antica zona del fuoco, pena la fucilazione; fu ordinato di denunciare i temerari autori del furto, ma la cosa restò un mistero per tutti.

Tornati gli italiani, il cannone ed il mortaio furono denunciati, ma il comando militare ne fu quasi seccato. Un drappello di soldati di artiglieria venne a Givigliana a prendere il mortaio, ma con aria quasi di sospetto contro chi l’aveva nascosto. Del cannone di Volaia nessuno si preoccupò altro che per proibire che il paese lo raccogliesse per farne qualcosa per il monumento ai Caduti. Ora poi è trafugato davvero, e non si sa quando né da chi, o si sa anche troppo bene. Così vanno le cose!

Per tutto l’anno tormentato dell'invasione i viveri ed i vestiari di casa furono dovuti tenere nascosti sotterra o in antri segreti, con gran pericolo di essere scoperti, e molta roba marcì a quel modo e altra fu perduta. Era una vita di continue angustie. Ognuno era preoccupato per sé, però molti si aiutavano fraternamente del poco che potevano e avevano. Le sofferenze morali e gli spaventi erano ugualmente rovinosi. Gli uomini erano in continuo pericolo di essere deportati per lavori dove si sentiva dire che molti morivano di stenti, e il nome di Toblach risuonava come un sinistro spauracchio. L’anelito per la liberazione era vivissimo; ovunque si facevano funzioni religiose propiziatorie. A Givigliana fu fatta il giorno 26 giugno.

Gli ultimi giorni di schiavitù furono addirittura atroci.

Infieriva in paese una specie di febbre spagnola. Ai venti ottobre avvenne una ultima requisizione di vacche, quella che riduceva all’osso troppe disgraziate famiglie. Il pianto delle povere donne era straziante. Fu tenuta una tumultuosa adunanza in casa del consigliere anziano, dove alcune povere donne, a cui si portava via l’ultima vacchetta mentre la si lasciava a certi caporioni, non poterono che sfogarsi in lagrime e grida di imprecazione. Era l’ultima prova. Fu sparsa anche la voce di fuggire con le vacche ai monti, ma non fu ascoltata, per paura di peggio.

Finalmente ai Santi venne la liberazione.

I campanili, muti a forza, si trovarono come per incanto imbandierati di tricolori e la gioventù del paese si ornò di coccarde italiane; ma gli italiani liberatori non si videro che molto tardi.

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