PIETRO CELLA

 

Il Dott. GIOVANNI GORTANI E L’ARCHIVIO STORICO DELLA CARNIA

 

Per una lettura comparata con Il Dott. Giovanni Gortani e l’Archivio di Arta si rimanda a Pietro Cella e l'Archivio Gortani - Due testi a confronto, inserito nella rubrica Letture.

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Scarica questo file (GIOVANNI GORTANI E LO ARCHIVIO STORICO DELLA CARNIA.pdf)Il Dott. GIOVANNI GORTANI E L’ARCHIVIO STORICO DELLA CARNIA[PR. STAB. TIP. L. LUKEZIC, GORIZIA, 1930]13 Downloads

 

Indice

  1. Prefazione
  2. Il Dott. Giovanni Gortani
  3. Vicende dell’Archivio Storico
  4. La riesumazione
  5. ARCHIVIO DOMESTICO GORTANI
  6. [ELENCO DEI MANOSCRITTI RIESUMATI]
  7. Funzione dell'Archivio storico

PREFAZIONE

Finalmente si riesce ad inaugurare l'ARCHIVIO STORICO DELLA CARNIA.

Credo che nessuno avrebbe sparato di arrivare a tanto fra i pochi che le memorie nostre hanno a cuore e che davano come irrimediabilmente perdute tutta l'opera del Dott. Giovanni Gortani.

E quest’opuscolo che si dà fuori per l'occasione, vuol essere ben altro che un tardivo elogio funebre o un freddo marmo infiorato sulla tomba del Gortani stesso.

È uno scritto che per merito dell’argomento pretende, e non è pretesa, di farsi leggere per tutta la Carnia a rivendicare e rievocare la memoria del nostro storiografo, quasi sepolta dalla comune dimenticanza e far conoscere l’Archivio che fu cura assidua di tutta la sua vita, ed ora, salvato per avventura in buona parte da pericolose vicende e ingrata indifferenza, con angustie e fatiche penose, a diciott'anni dalla morte del suo autore, riesce, come dico, ad essere raccolto in una sia pure modesta aula del Municipio di Arta e dichiarato istituzione pubblica.

L'affare fu portato a compimento così tardi perché altri non lo fece prima e perché al sottoscritto mancò la possibilità, non il desiderio, di fare più presto.

È necessario di portare a conoscenza comune la vita e l'opera del Gortani, la consistenza dell'Archivio che egli lasciò e di quello che ci resta, la funzione del nuovo Archivio storico nel presente e nel futuro.

Lavoro, si spera, utile e gradito.

L’aula dell’Archivio può parere inferiore alla sua funzione; la raccolta dei manoscritti e dei documenti non abbastanza voluminosa a chi la guardi dal di fuori. Ma l'essere riusciti, comunque, a piantare l'Archivio, ente pubblico, in un'aula della sede municipale di Arta, è per ora una grande conquista, una vera vittoria, per chi sa la via sparsa di rovi e di terreno mancante che ad essa condusse.

L'Archivio pubblico, più vasto di contenuto che di mole, è e sarà il vero, il degno, il vivo monumento alla memoria del Dott. Giovanni Gortani, e sarà pure nel futuro se l’ignavia degli uomini non lo ucciderà di nuovo, il germe della resurrezione storica della Carnia la quale finora non ha avuto né il suo archivio né la sua storia.

La sorte dell'Archivio Gortani dopo la morte del suo autore fu cosa da medioevo, tanto per negligenza d’uomini che per favore della fortuna.

Gli uomini lo abbandonarono, inerti o ignari, alla ventura.

Ancor oggi forse pochissimi sanno che l'Archivio storico esistette fino alla guerra ed all’invasione, che esso era la raccolta più ricca e ordinata delle nostre memorie storiche e folkloristiche; pochissimi ricordano che mezzo secolo fa il Gortani unico nel suo genere, dedicava tutta la sua operosa vita, con mirabile tenacia e pari oculatezza, al culto di quelle memorie.

All’ombra di tanta indifferenza il suo archivio storico, gloria dello Carnia, fu sul punto di naufragare proprio alla gran luce del nostro tempo, fra gente dimentica e svogliata del presente ma capacissima per petulanza di deplorare le negligenze antiche.

Ora, per stare in tono, sono previste le meraviglie e le critiche per l'opera compiuta ma non materialmente vistosa e per la divulgazione, o sia pure la pubblicità, che a ragione o a torto se ne vuol fare, per tanto poco. Ma non per questo si pensa di disfare.

L'importanza dell'Archivio storico della Carnia, libro del passato e germe dell’avvenire, non persuaderà, è risaputo, i neghittosi; potrà far sorridere i profani, i fantastici, ma interesserà gli intelligenti ed i veri amici della Carnia.

Ed è quanto ci basta.

Il Dott. Giovanni Gortani

Il borgo di Avosacco, patria del Dott. Giovanni Gortani, si disperde in vari e belli caseggiati, sulla riviera di campagna fra Arta e Piano, nel bel mezzo del Canal di San Pietro di Carnia. Ora il paese ha assunto aspetto moderno, con case e ville e alberghi rimessi o che vanno rimettendosi a nuovo in grazia della villeggiatura estiva frequentatissima e la cura dell'Acqua Pudia. Il grandioso albergo Rossi, a forma di castello turrito, domina tutta la riviera.

Nel caseggiato centrale di Avosacco, proprio al sommo della strada che porta a Piano, si trova la vecchia casa dove nacque, il 20 luglio 1830, Giovanni Battista Gortani, lo storico e novellista della Carnia.

Era Figlio di Pietro Antonio Gortani da Cabia, venuto a stabilitisi ad Avosacco dopo il suo matrimonio con Elisabetta Pellegrini da Piano.

Giovanni ebbe un fratello e due sorelle; al fratello, Vincenzo, fu singolarmente affezionato. Fanciullo, egli venne su timido ed ambizioso, rivelando una buona indole per il disegno. Ogni volta che gli capitava sottomano uno straccio di carta, con uno stecco qualunque che faceva da penna si metteva o fare scarabocchi. A otto anni fu mandato presso lo zio paterno, Mons. Giuseppe Gortani canonico a Cividale, a frequentare quelle scuole elementari, e in quelle scuole, che egli ricorda vivamente, non si espose mai troppo con le sue birichinate, così che non ebbe né ceffoni né castighi, ma disegni e scarabocchi, seri e buffi di compagni e di maestri, furono, di soppiatto che ben s'intende, la sua preferita occupazione di quegli anni. Fu sempre cupo e lunatico, e per quella età troppo serio, anche perché troppo presto fu privato, per la lontananza da casa, delle amorevoli cure della famiglia. Non sciupò mai un soldo in giocatoli o ghiottonerie ma li spese solo in piccoli modelli di pittura, santini o figure di animali o di soldati, che barattava poi, insieme coi suoi disegni, fra i compagni, alla scuola o alla dottrina della festa.

Fra i compagni ebbe due rivali nel disegno, uno dei quali fu il pittore Antonio Dugoni, e la gara fra loro affinò il gusto di tutti tre, che forse battendo con perseveranza la strada delle belle arti avrebbero potuto riuscire a qualche cosa; ma la sorte li disperse.

Nel 1840 passò alle scuole grammaticali di Udine e poi al corso di umanità ed infine al liceo, che pure percorse senza sapersi decidere sul partito da prendere in seguito. Lo zio canonico sperava di farne un sacerdote, ma il giovine, quando poté rendersene conto, mostrò subito di non pensarci affatto, sebbene la carriera ecclesiastica fosse tradizionale nella famiglia Gortani. A Udine si infervorò dei sentimenti nazionali e rivoluzionari che turbinavano nell’atmosfera ardente di quegli anni e in quei sensi pare che trovasse il vero riposo dell’animo. Il suo più grande e più gradito divertimento consisteva nel soffermarsi in giardino per delle lunghe ore a guardare incantato la truppa che manovrava o nell’assistere alle sfilate militari.

Nel fatidico quarantotto la sua vocazione si rivelò in pieno, e fu quella di insaccarsi in una divisa militare, per girare il mondo alla ventura, come i cavalieri di re Artù; prender parte in ogni modo a qualche fatto d’arme e magari morire in battaglia con gli scarponi ai piedi. Se non che la burrasca rivoluzionaria del quarantotto durò a Udine appena un mese, e Giovanni che non ancora aveva compiuti diciotto anni, timido ed incerto com’era, non seppe darsi fuori nel giusto momento e la bella occasione gli sfuggì. Tornato in famiglia ad Avosacco, perché le scuole erano chiuse, si ammalò gravemente e penò a lungo per più che tre mesi a rimettersi, proprio mentre tanta balda gioventù fuggiva a Venezia per arruolarsi volontaria alla famosa difesa; cosicché egli, fra tanta effervescenza nazionale, dovette, a malincuore, ringozzarsi e rimettere ad altri tempi tutti i suoi battaglieri propositi.

Ristabilitosi in salute, tornò a Cividale, fra i vecchi compagni, dove si trovava più al suo posto che a casa. Fu chiamato a decidersi tra l’accettare un impiego con la ditta Foramitti, dove aveva lavorato anche suo padre, già morto da sette anni, oppure studiare l'avvocato. A lui, astratto nel sogno della rivincita, poco importava della scelta; male un partito e peggio l’altro. Messo alle strette, scelse la via delle leggi, alla cieca, senza pensarci su né domandare consiglio a nessuno, e, lo dice lui, una scelta peggiore non la avrebbe potuta fare.

Egli conservò sempre una invincibile avversione per quella professione, che non esercitò mai, e nella novella «L’erede occulto» la definisce come la manco esigente, la più feconda di uscite, la più accessibile per le vocazioni sbagliate. Poveri avvocati!…

Così si inscrisse al corso di legge nella Università di Padova, dove lo seguì due anni dopo, nel corso di ingegneria, suo fratello Vincenzo.

Intanto aveva cominciato a scribacchiare qualche abbozzo di novella di genere fantastico ma tolto dalla vita della Carnia. Questo genere di scritti fu per allora il suo preferito e vi si esercitò a lungo, facendo e rifacendo, e sempre meglio avvicinandosi agli usi, all'aria, ai paesaggi della Carnia.

Nel 1853 prese la laurea in legge e poi si portò a Cividale a far pratiche di notariato, ma tutte cose per forza.

Passò quegli anni sfaccendato un po’ a Cividale, un po’ a casa, facendo penare la madre e la famiglia con le sue ombrosità. Scrisse alcuni racconti e qualche novella, cioè «Mariella», «L’assedio di Osoppo», «Un mal compagno», «La famiglia di Manfredi», «La rocca di san Zenone» e a Cividale nel 1855-56 «Cividale sotto i duchi» e «Una beltà sventata». Nell’aprile del 1856, visitando Aquileia, fu preso dalla voglia di tessere un racconto sul fare dei «Martiri» di Chateaubriand o degli «Ultimi giorni di Pompei» di Buliwer; un racconto che ritraesse Aquileia all’epoca di Attila e finisse con la sua distruzione. Il disegno restò un puro sogno.

Dei racconti pubblicò, nel 1860, l’Assedio di Osoppo, e nel 1861 l’Annunciata su La Rivista Contemporanea, e Mariella sul Corriere, nel 1861.

Nel 1860 corse ad arruolarsi tra i volontari di Garibaldi come semplice soldato ma non arrivò a prender parte alla fortunata avventura di Sicilia. Attraversò il Tirreno tra il 16 e il 20 settembre, fu al Volturno ed a Gaeta, pur troppo a cose quasi finite, mentre sognava battaglie e vittorie e tanto era il suo ardore guerriero che stimava premio ambito la fortuna di morire in piena lotta con l’armi alla mano.

Ma non era fatto per quelle fatiche e presto fu rimandato a casa, anche perché il corpo dei volontari fu sciolto.

Della causa italiana fu però sempre infatuato, sebbene in senso repubblicano, e di cose militari studiosissimo, tanto da acquistarne una sorprendente competenza.

Per un futile contrasto con la madre e col fratello Vincenzo, nel 1861 abbandonò la casa e cercò impiego a Milano, presso la ditta Lampugnani, fermandovisi circa tre anni a scrivere su giornali e riviste finché fu richiamato a casa per la malattia del fratello, il quale poi morì.

A Milano conobbe Caterina Percoto, Pacifico Valussi, Dall’Ongaro, Coiz e altri e fece parte con essi al famoso cenacolo di patrioti e letterati friulani fuorusciti che tennero alto e onorato il nome della piccola patria.

La perdita immatura del fratello aprì nell’animo del Dott. Giovanni un inestinguibile dolore che lo tenne per molto tempo disorientato e quasi esiliato sulla terra. Quasi a distrarsi, l’anno 1865 si diede al più intenso novellare di cui fosse capace. Scrisse: La sfilera; Cuore infranto; Agnesina; Il ritorno; L’erede occulto; La Nera; tutte novelle a soggetto carnico, che poi furono raccolte e pubblicate nel 1885 col titolo: Bozzetti alpini.

Sono queste le migliori novelle italiane di Giovanni Gortani, lette con viva compiacenza in tutta la Carnia. Sono disseminate di sprazzi verissimi di vita popolare, con scenette e figure tutt’affatto nostrane; ma l’intreccio sa troppo di artificio e l’intenzione a tesi rovina l’ispirazione d’arte. La lingua qua e là è lambiccata e spesso infarcita di preziosismi letterari di cattivo gusto che stancano ed oscurano la scorrevolezza del racconto.

Però, nonostante questi difetti, i Bozzetti alpini sono ancora ricercati in Carnia, essendo essi l’unica raccolta di novelle di autore e di soggetto carnico.

Appena finite le novelle si diede a raccogliere le villotte o canti popolari della Carnia dalla viva voce del popolo e li venne assestando e raggruppando secondo la loro indole. Sono le frottole d’amore, com’egli stesso dice, che a guisa di un’unica e monotona corda, toccano l’estro popolare della Carnia.

Qualche guizzo poetico qua e là frastaglia le molte nasi sentenziose e smorte e scema il disgusto di certi verismi volgari.

La raccolta dei canti popolari fu pubblicata in coda ai Bozzetti alpini.

Queste fatiche letterarie il Dott. Gortani le sostenne fra le cure e i fastidi dell’amministrazione comunale, poiché nel 1864, regnando ancora l’Austria, fu eletto consigliere e poi sindaco del comune di Arta, lui, ardente garibaldino. Proprio in quell’anno 1864 si ebbero in Friuli i moti delle bande garibaldine e proprio nel comune di Arta venne a sciogliersi la banda di Tita Cella.

Il Dott. Gortani doveva, come sindaco, informare minutamente la polizia austriaca dei moti rivoluzionari. Egli giocò la polizia e segretamente riuscì a salvare i garibaldini.

Nel 1870 gli fu addossata la carica di Ispettore scolastico, ma da Gemona venne mossa una fortissima opposizione a quella sua nomina perché volevano che l’Ispettore fosse di Gemona o risiedesse a Gemona. Anche in Carnia, come Ispettore, ebbe fastidi ed opposizioni, specialmente fra il clero, essendo noti i suoi spiriti per sentimento nazionale avversi alla religione. Dopo un anno rinunciò per sempre alle cariche di ispettore e di sindaco. Della famiglia non si occupava e non si occupò mai, ma essendogli morta nei 1867 anche la madre e trovandosi solo al timone della casa, si decise finalmente, nel 1871, cioè a quarant’anni suonati, a prender moglie.

Sposò Anna Pilosio da Cividale, di vent’anni più giovine di lui.

Per buona sorte egli era di famiglia agiata e la moglie tu sollecita della casa, così che egli poté dedicarsi senza preoccupazioni ai suoi studi prediletti. In quello stesso anno 1871 fu nominato socio corrispondente dell’Accademia di Storia patria di Udine, con che venivano riconosciuti e molto presto, i suoi menti di studioso di storia carnica.

Finita la sua vita randagia e liberatosi dall’impaccio delle cariche, il Gortani poté concentrarsi nella sua vera vita di studio. Anche il suo animo, da prima vagante senza briglia e senza meta per tutte le strade della fantasia, dal verseggiare burlesco al novellare folklorisfico, si ritrovò e si venne raccogliendo attorno al suo vero argomento; la ricerca storica delle antichità carniche. E prima gli si presentò alla mente com’era naturale, l’antichità di Giulio Carnico e della Carnia romana, tramandata dalla storia in un viluppo di leggende dai particolari affatto inverosimili. Egli praticò nella campagna di Zuglio, tra il 1874 ed il 1875, degli scavi che gli diedero felici risultati, poiché riuscì a rintracciare le fondamenta della antica basilica o cattedrale dei vescovi, povera ma preziosa scoperta, di cui egli in seguito scrisse la relazione.

Al tempo stesso si diede a raccogliere per Arta e Piano e Zuglio tutti i documenti del passato, sia antico che medioevale o moderno, che riguardassero il Canal di San Pietro ed i singoli paesi.

A che cosa mirasse con quelle sue prime appassionate ricerche nemmeno lui da principio non sapeva rendersi conto. Dalla voglia di veder chiaro nella storia di Giulio Carnico il piano si allargò per necessità alla Carnia romana e preromana delle strade, dei sepolcreti, dei nomi romani o etruschi; quindi alle memorie medioevali di Avosacco, di Piano, di Arta, di tutto il Canal di San Pietro, e per necessario intreccio, da luogo a luogo, a tutta la Carnia.

Le storie del Cecchetti, del Bassi, di Quintiliano Ermacora, del Grassi, non erano da prendere sul serio, specialmente per la loro mancanza di senso critico ed anche perché erano parziali, e ormai troppo vecchie.

Partendo dalla fantasia delle leggende, che accozzate insieme potevano suggerire racconti eroici e grandiosi, per successivi sfrondamenti il Gortani si venne accorgendo della vera vita storica della Carnia, più povera, più frammentaria, famigliare. Volle vedere il fondo di tutte le epoche, e con eroica risoluzione si accinse all’immane lavoro di raccogliere, riordinare e trascrivere le pergamene, le carte, i fascicoli di archivi parrocchiali o comunali, i protocolli notarili, le carte private che riuscì a scovar fuori. Fece dunque del suo studio famigliare il centro degli studi storici della Carnia e intraprese le sue periodiche migrazioni tutt’intorno nei diversi paesi; allargò man mano il cerchio delle sue investigazioni a tutti quattro i canali della Carnia, sopportando disagi e fatiche non indifferenti, con minute ma continue spese e senza aiuto di sorta.

Quella sua instancabile migrazione per tutta la Carnia perseverò per quaranta e più anni senza tregua. Egli girava sempre a piedi frettolosamente, con quella sua persona lunga e magra, un po’ ripiegala in avanti, trasandato nel vestire ed astratto nelle sue meditazioni, portando sempre dei fasci di carte sotto il braccio o per le tasche.

A non conoscerlo nessuno lo avrebbe preso per l’uomo ch’egli era.

Per Piano e Zuglio e dintorni frugò ogni ripostiglio; fece gran preda a Tolmezzo nell’archivio del municipio ed altrove; a Sutrio, a Paularo, a Cercivento diede fondo agli archivi parrocchiali; passò ad Invillino per i documenti del castello e per le tombe romane e preromane di Madonna del Ponte; si portò a Socchieve per le memorie della villa di Buarta, a Nonta ed a Feltrone per i ricordi dei Gismani, a Raveo per le carte del Romitorio. Fece delle scorse ad Ampezzo per le vicende di quella parrocchia e di quella comunità; arrivò ai Forni di Savorgnano a riesumare le carte di quelle Signorie; a Pieve di Gorto scovò la bazza delle pergamene, a Muina le carte Spinotti, a Luincis quelle dei Gismani di Gorto; si spinse perfino in Canal Pedarzo e per l'Alto Degano dove prese a ricopiare l’archivio della parrocchia di San Giovanni in Frassenetto. Nella bassa Carnia, ad Amaro, a Cavazzo, a Verzegnis rovistò per tutti gli armadi, per tutti i cassoni parrocchiali, comunali ed anche privati.

Questa sua strana febbre di ficcarsi non chiamato nelle cose altrui non passò in tutto liscia e senza incidenti; se in certi luoghi fu apprezzata, in altri parve importuna, fastidiosa. Qualche porta al suo presentarsi si chiuse rumorosamente, altre stentarono a lasciarlo entrare. Non pareva vero che l’uomo si potesse dare tanta briga per puro amore di erudizione, ed anche in questo supposto il prestarsi troppo non era ritenuto scevro di pericoli. Chi poteva assicurarsi che quel mattacchione spregiudicato, il quale riempiva la Carnia dei suoi frizzi e rompeva senza riguardi tradizioni venerate, non portasse alla luce pubblica ed a suo modo certe cose che per amore di quiete era bene non toccare? I pregiudizi non mancano mai.

E non mancarono nemmeno certe invidiuzze fra gente di rango più elevato, per cui al Dott. Gortani restarono precluse alcune miniere di notizie non indifferenti. Ma per fortuna queste furono eccezioni isolate.

Il Gortani contava parecchie amicizie e larghe conoscenze fra le persone istruite o autorevoli della Carnia ed era poi il burbero amicone di molti preti, lui, salace dileggiatore di preti per spirito garibaldino.

La sua fama di studioso versatissimo in cose carniche si venne via via diffondendo e consolidando e la sua singolare figura di asceta frugalissimo, ruvido e franco, venne ad assumere l’apparenza di nume della Carnia.

Col passare degli anni egli si rese così ben noto che ovunque si presentasse a chiedere carte, per lo più cadevano da sé le resistenze e si spalancavano i segreti.

In comune di Arta egli era per questo verso signore assoluto. Anche i più oscuri popolani gli portavano, spontaneamente e con vanto, qualunque anticaglia, monete, pergamene, cimeli o altro che si trovassero a rinvenire. Con tutte le persone di qualche conto della Carnia e specialmente con molti parroci era legato in una fitta rete di corrispondenze epistolari che spesso gli annunciavano nuove miniere di documenti o nuove rovine o lapidi che egli accorreva ad esaminare.

Ma a chiarire la storia della Carnia non bastavano affatto le sole carte della Carnia stessa; troppe lacune, troppe oscurità ne frastagliavano il panorama. Bisognava per necessità attingere anche alle fonti esterne, dove la Carnia aveva avuto scambio di influssi o ragioni di dipendenza. Perciò il Gortani passò il Fella e si spinse a Venzone, a Moggio nell’archivio dell’Abazia, per tutto il Canal del Ferro che è quasi un appendice della Carnia, e si mise in relazione con l’abate Bianchi che a Gemona riportava alla luce le memorie di quella terra; col Joppi e col prof. Wolf, i quali negli archivi di Udine riesumavano le fonti storiche di tutto il Friuli.

Di ritorno dalle sue peregrinazioni, col fascio sempre nuovo dei polverosi, ingialliti o guasti documenti; il Gortani si ritirava felice nella sua solitaria casetta di Avosacco, dove, per lo più alla sera, sfogliava, faceva stirare e riordinare le carte e quindi si metteva a trascriverle sui suoi quaderni appositi, con quel suo caratterino minuto, uguale, nitido, che si fa leggere così piacevolmente; e la trascrizione continuava di notte, al chiaro d’un lucernino ad olio coperto da un paralume bianco che faceva piovere la rosa di luce solo sul centro del tavolo.

Attorno tutto era buio e silenzio.

Il monastico lavoro si protraeva regolarmente per ore ed ore, qualunque fosse il tempo o la stagione, non ostanti le preoccupazioni della famiglia, fino ad oltre mezzanotte; e durante la accurata ricopiatura l’animo del Gortani meditando filtrava per l’intreccio di vicende che le carte rivelavano e si affinava al senso della povera, minuta, ma vera vita storica della Carnia.

Il Gortani non era solo a riesumare e studiare cronistoria carnica.

In comune di Zuglio l’abate Siccorti da Sezza scriveva la storia dei vescovi di Giulio Carnico e del Capitolo di San Pietro; il parroco Piemonte raccoglieva le memorie dei Signori di Illegio e della antica Pieve di San Floriano; Giacomo Nait di Terzo ricostruiva la cronistoria dell’Arcidiaconato e della Pieve di Tolmezzo; altri minori f[ra cui] alcuni ancora viventi si interessavano di ricerche particolari. Ma il piano del Gortani abbracciava tutta la Carnia in tutte le sue epoche e sotto tutti gli aspetti ed era perciò come il vasto grembo che racchiudeva anche gli studi degli altri e in parte ne veniva agevolato. Fra il Gortani e il Siccorti ci fu continua collaborazione ma non mancarono scambi di corrispondenza nemmeno con gli altri.

Per i primi quindici anni, cioè dal 1866 a circa il 1880, il Gortani lavorò in silenzio tenace e costante, accumulando materiale e notizie e intanto chiariva e sistemava il piano del suo archivio storico. Il museo di antichità creato con i resti ritrovati negli scavi di Zuglio si veniva arricchendo di sempre nuovi oggetti che provenivano da ogni angolo della Carnia; oggetti talora preziosi, talaltra di valore archeologico minore o insignificante. Armi, sassi, fossili, vecchi mobili, cocci, arnesi da lavoro, tutto trovava posto, qualche volta senza merito, nella ordinatissima raccolta dello storiografo.

Al tempo stesso egli diede principio alla sua vasta, collezione di monete. La numismatica fu la sua passione particolarissima, il ramo di erudizione universale preferito, che si estese a qualunque genere di monete, sia antiche che medioevali o moderne; tanto dei diversi stati italiani quanto di tutti quelli dell’Europa e dell’Asia, dell’America e dell’Africa.

Egli trascrisse, raccogliendo da libri e riviste e cataloghi, numerosi volumi ed opuscoli di numismatica, rilevando in essi, con quella sua facile abilità di disegnatore in miniatura, la figura precisa in grandezza naturale di ogni moneta e facendone la descrizione e la storia.

Consultando quei suoi volumi è facile arguire quanta fosse la ricchezza della sua raccolta di monete, ora sciaguratamente tutta dispersa.

Altra cura, diremo così, laterale, fu la trascrizione dei volumi di Miscellanea, dove raccolse o ricopiò, con pazienza e cura certosina, le notizie più svariate di scienza, di storia, di cronaca, di letteratura, togliendole da libri, giornali, riviste, e preferendo quelle locali, quelle dei fasti e nefasti della patria e sopratutto le notizie militari italiane di cui era infatuato. Trascorrendo gli indici di Miscellanea vien fatto di pensare che il Gortani avesse voluto con intenzione circondarsi di tutto l’universale sapere per averselo docile, a portata di mano, ogni momento, come un’enciclopedia di consultazione. Ma non si comprende se tanta fatica sia stata ripagata da pari utilità.

Museo archeologico, raccolta numismatica, archivio storico, furono le gravissime fatiche che il Gortani si addossò e sopportò per tutto il periodo della sua robusta virilità e della sua forte vecchiaia.

Passati i primi quindici anni di intenso e silenzioso raccoglimento, dopo il 1880 cominciarono a piovere le richieste di monografie storiche, specialmente per nozze, per messe nuove o per ingressi di parroci. Il Gortani, pure continuando l’opera sua, ne diede fuori parecchie e svariate, fra cui alcune anche non richieste.

Ecco le principali:

  • 1882 — Memorie di Piano d’Arta.
  • 1884 — I Turchi in Friuli.
  • 1884 — Il Castello d’Invillino; cenni storici.
  • 1885 — Canal Pedarzo.
  • 1886 — Il lago di Soandri, il castello di Sutrio e la contessa Priola.
  • 1886 — La leggenda del lago di Monte Cucco.
  • 1887 — La Pieve di San Lorenzo in Carnia.
  • 1889 — La vertenza fra Paluzza e Timau.
  • 1889 — I Parroci di Piano d’Arta.
  • 1890 — L'Arengo e il Consiglio di Tolmezzo.
  • 1892 — Il borgo e la chiesa di Chiusini.
  • 1894 — Memorie di Avosacco.
  • 1894 — I Signori di Nonta.
  • 1897 — I Prepositi di S. Pietro in Carnia.
  • 1898 — Le vecchie famiglie di Gorto.
  • 1898 — I Micoli di Muina.
  • 1898 — Trava in un giorno di sagra.
  • 1898 — La pieve di Cavazzo.
  • 1900 — Memorie di Paluzza.
  • 1901 — Le mura, le torri e il castello di Tolmezzo.

Nel 1888 usciva in Udine la rivista Pagine Friulane, magnifica palestra di scritti folkloristici, storici e letterari, in italiano ed in friulano, che fu per quasi vent’anni il breviario dei cultori di cose nostre. Il Gortani vi collaborò assiduamente, con scritti storici e novelle friulane.

Appartengono ai primi i seguenti:

  • 1889 — Alpini in mare.
  • 1894 — Un episodio dei 1848.
  • 1894 — Sulle rovine di Aquileja.
  • 1894 — I Pagani delle leggende.
  • 1895 — Il don Rodrigo di Raveo.
  • 1895 — I Somma di Piano.
  • 1896 — Fabio Quintiliano Ermacora.
  • 1897 — Sepolcreto romano di Amaro
  • 1897 — Sull’erezione della Pieve di Castoia.

Dalla varietà di queste monografie si scorge la vastità delle indagini dello scrittore.

Frattanto la fama del Gortani aveva fatto sì che la sua modesta casetta di Avosacco fosse divenuta, al tempo della villeggiatura estiva, il festoso convegno degli amici friulani ed anche di scrittori celebri che si recavano a villeggiare nel Canal di S. Pietro. Fra gli ospiti più assidui furono Caterina Percoto, Pacifico Valussi, Alessandro Wolf, Jacopo Cavalli, Valentino Osterman; e tra i visitatori Giovanni Marinelli, Giosuè Carducci ed altri. In quei convegni, tra le barzellette e il chiasso, si scambiavano informazioni, si accendevano dispute, si delineavano progetti. Per merito del Gortani la Carnia prendeva un posto onorato nel concetto della piccola patria.

Le Pagine Friulane avevano suscitato nel Friuli una gara appassionata di scrivere in friulano in tutti i generi letterari che la lingua friulana comportasse, cercando di nobilitarla e di allargare il suo dominio. La rivista portava ogni varietà di scritti: leggende, racconti, poesie, poemetti, brani storici, scene drammatiche, saggi di prediche.

In Carnia i maggiori collaboratori furono Giovanni Gortani e suo cugino, l’ingegnere e botanico Gortani Luigi, tutti due raccoglitori di tradizioni, di leggende, di canti popolari. I loro migliori scritti in friulano, per senso d’arte, li pubblicarono fra il 1890 ed il 1900.

I due scrittori erano di indole affatto diversa.

Luigi Gortani riproduceva, spesso completandole, le più varie leggende, con fine intuito d’arte e viva freschezza di stile friulano, ma senza troppo badare alla aderenza storica dei racconti. Giovanni Gortani invece, per la sua stessa indole nutrita di minuta erudizione storica locale, meglio riuscì nei racconti che rievocavano scene dal vero.

Egli cominciò la sua produzione originale friulana nel 1892, con la commedia Filantropie, pubblicata per nozze l’anno seguente. Opera monotona e pesante. Nel 1893 scrisse: Lis istoriis di Paladio; nel 1894: Sot consei di vuere; e: Il meracul di Sant Antoni; nel 1897: Il mior giornal d’Italie. Nel 1898 fu preso addirittura dal furor del novellare in friulano. Scrisse: 1° — A la sagre di Mion; 2° — Une gnot in-t-un segrat; 3° — Giazz spiritàz; 4° — Un muss cal va frari; 5° — Tre rafaei in jerbe; 6° — Il viac di Vidisson; 7° — Il vermenacul; 8° — Une gnot in-t-un broili; 9° — Une gnot in-t-un chaschel; 10° — Lascin il mont come cal è; 11° — Lant jù pa Tresemane.

Nel 1900 scrisse: — Un gustà diplomatic; e: — L’an dal giubileo.

Le migliori di queste novelle furono raccolte e pubblicate in volume a sé nel 1904, sotto il titolo friulanamente improprio e sgraditissimo di: — Machietis legendaris. Esse sono lo specchio dell’autore, cerebrale e compassato. Arieggiano la dimostrazione, lasciano affiorare troppo evidente la preoccupazione di ribattere o canzonare credenze religiose o popolari; troppo spesso lo scrittore si compiace di scivolare in volgarità repugnanti e di soffermarvisi più che il comune senso di decoro non comporti.

Era un po’ l’aria del tempo ed il Gortani se n’era molto bene investito.

Ma dove lo scrittore in queste sue vere prose d’arte, liberandosi dall’intenzione dimostrativa e preconcetta si abbandonò alla pura ispirazione artistica, là ci diede dei veri capolavori di prosa narrativa friulana, dei migliori che la piccola patria ancora vanti.

La lingua del Gortani è dura, impropria, irta di italianismi, sia nel lessico quanto nella struttura grammaticale, specialmente dove il racconto sa d’artificio; ma dove l’ispirazione d’arte è piena vi sono pagine in cui il friulano si fa fluido, vivo, espressivo e si sostanzia di una magica forza rievocatrice di fatti e scene del vecchio mondo carnico e della giovinezza dell’autore.

Fra i migliori racconti che resteranno nella letteratura friulana come perfetti modelli di prosa narrativa, meritano ricordati i seguenti:

Tre rafaei in jerbe, bruttissimo titolo della graziosa autobiografia dell'autore, piena di speranze deluse, di malinconica rassegnazione, sulla quale trascorre, a tardivo conforto, un’infarinatura di scetticismo sorridente.

Une gnot in t’un broili; comico racconto tutto pieno di verità paesana, dove la minchioneria delle persone serie serve di sollazzo ai burloni del vicinato.

Un gustà diplomatic; gustoso quadro della vita politica del Quartiere di S. Pietro al tempo dei merighi e dei capitani.

A la sagre di Mion; dove la Carnia tutta intiera si palleggia ricordi pepati e burle.

Sot consei di vuere; il più perfetto racconto del Gortani, esuberante di umorismo campagnolo, che illustra una pagina del nostro passato meglio di un volume di storia.

Tra Carnia e Friuli, a riflesso di loro eterna rivalità, ci fu sulle Pagine Friulane un vivace e continuo palleggiarsi di scritti burloni. I due Gortani sostennero brillantemente la parte della Carnia con saporiti racconti, fra cui furono tipici quelli di Gortani Luigi; — Il prin giat a Glemone; Il tor di Muec; Il marchiàt di Vile.

Giovanni Gortani, con eguale intento, scrisse: — Lis istoriis di Paladio.

In questi racconti la ragion polemica guasta per lo più il valore letterario. I friulani risposero con vari scritti fra cui è da ricordare quello del Baldissera: — La basiliche di Zui.

La fioritura dei bozzetti letterari e delle monografie storiche furono quasi degli sfoghi ricreativi che interruppero ad ora ad ora il vasto e lento lavoro di trascrizione e sistemazione dei documenti, lavoro che formava ormai la piattaforma della vita del Gortani.

Il materiale archivistico s’era abbondantemente arricchito di ogni sorta di memorie, una vera congerie che lo storiografo veniva diligentemente ordinando e catalogando con minuziosa premura.

Ma il momento della storia della Carnia non veniva. Più il Gortani ci pensava e più il vero filo si perdeva nelle più inafferrabili profondità. Il gran volume dei documenti aveva frazionato il supposto panorama unitario della Carnia storica in svariate vedute particolari, troppo spesso frammentarie ed incomplete, deludendo a fondo l’aspettativa dello storico. Era un po’ come il gioco dell’orco nascosto, che affascina, seduce con le sue voci vicine, e quando con gran fatica si crede di raggiungerlo, ecco che si fa sentire più lontano, più addentro nel buio, e finalmente con una smorfia scompare.

Ma aveva da fare con un uomo indomito, che non smise, non si scoraggiò finché le forze lo sostennero, sebbene ormai declinasse verso la vecchiaia.

Compiuto il possibile spoglio delle carte raccolte, a confronto delle quali i documenti non ancora scovati ben poco potevano modificare l’intreccio, e resosi conto del da fare attraverso l’infinita varietà cronistorica delle particolari vicende, con certosina pazienza ed uguale fermezza il Gortani si accinse alla prima parte costruttiva: gli abbozzi delle monografie particolari.

Raccolse un fascicolo per ogni paese del Canal di S. Pietro e per molti altri paesi della Carnia, stralciando i documenti che li riguardavano dagli atti notarili, dagli spogli d’archivio, dalle pubbliche raspe, ed aggiungendo certi atti rinvenuti sui luoghi, che li riguardassero in modo particolare.

Oltre a ciò imprese a raccogliere dei fascicoli per ogni sorta di istituzioni. Uno per ogni quartiere, vari sui Gismani, tutti quelli che poté per le pievi e le chiese; uno speciale su Zuglio; uno sulla Collegiata di S. Pietro; un fascicolo su Monte Croce, uno sul Romitorio di Raveo; un volume sui castelli. Molti fascicoletti dedicò alle genealogie di famiglie notevoli.

Tolmezzo aveva abbondanza di notiziario a sé.

Ma la raccolta più poderosa, il nerbo dell’archivio storico, furono gli Annali, fonti svariatissime della storia carnica della più diversa provenienza, disposte in ordine cronologico a cominciare dall’anno 568 fino a quasi tutto l’ottocento.

Gli Annali constavano di circa trenta volumi del formato e della grossezza di libri ordinari, scritti col solito carattere finissimo del Gortani. La maggior parte erano a quinterni sciolti e taluni anche con fogli o quinterni di carta in bianco, riservati ad eventuali documenti non ancora esumati. Solo alcuni tra i primi volumi erano rilegati e con copertina a cartoncino. La serie si apriva col volume delle fonti medioevali, dal 568 al 1250.

Seguiva un volume per ogni cinquantennio fino al 1600, ma con dei volumi anche paralleli. Il seicento che fu il secolo più ricco di memorie, contava un volume ogni decennio; il settecento uno ogni ventennio con l’aggiunta di mezzo volume per il 1797; chiudeva la serie il volume sull’ottocento.

Gli Annali, necessariamente incompiuti, erano anche senza indice e senza numerazione di pagine.

Nel 1898 il Gortani diede fuori per la Guida della Carnia i suoi «Cenni storici sulla Carnia».

Lo stesso titolo fa vedere che non era la vera storia, sebbene fosse senza confronti il migliore tentativo critico e divulgativo di storia della Carnia che fino allora avesse veduto la luce. Quei «Cenni» erano ancora ben lontani da ciò che l’autore sognava di scrivere, e a chi illuso lo sollecitava a rompere gli indugi e dar mano all’opera, rispondeva insoddisfatto che troppe oscurità ancora, troppe lacune frastagliavano o rompevano il panorama; di troppi fili incerti o guasti era tessuta la trama. E si sentiva ancora irretito dalla cangiante illusione di poter trovare l’asse della nostra storia, com’era e com’è d’uso, troppo alto, nelle vicende delle dominazioni, anziché terra terra, nelle fortune del popolo.

Anche nei «Cenni» si sente ancora l’influsso di questo abbaglio.

Ma a mettersi a rifare tutto era impresa superiore alle sue forze. Si sarebbero dovute rinverdire e completare le tante cronistorie particolari prima di potersi accingere con sicura mano all’opera generale che ne dovesse riuscire la sintesi succosa; opera perciò di molte vite, mentre la sua, sebbene confortata da robusta e laboriosa vecchiezza, non poteva illudersi di bastare. Egli solo vedeva l’immenso ginepraio entro il quale si era cacciato.

Altro è parlare della Carnia presa tra le maglie delle alterne dominazioni attraverso i secoli e ricordare le rare briciole di benefici che ne ebbe in compenso delle tante angherie sofferte e taciute, con l’aggiunta di quel po’ di guerresco o fazioso con cui essa Carnia partecipò di buon grado o per forza a quei domini, e altro è descrivere l'origine e lo sviluppo di essa nella sua fisionomia propria.

È questa la storia da scrivere, la vera storia.

Il suo perno visibile migra da Giulio Carnico a Tolmezzo, ma tutti quattro i canali, tutti i paesi sono ripieni di sostanza storica.

Il Gortani aveva raccolto e sistemato il grosso del materiale, lo scheletro; ma sarebbe stato opportuno che un largo stuolo di collaboratori sparsi per tutti i paesi si fossero assunto l’impegno non impossibile di dar fondo alle indagini in tutte le case private e ricostruire le memorie dei singoli villaggi, segnando anche l’apporto che ciascuno aveva dato alla storia comune della Carnia. Opera ideale, ma per comune indolenza irrealizzabile.

E poi chi macera tutta la sua vita nella gramola dell’erudizione minuta non può sentirsi accendere dentro da vecchio il genio animatore della materia, di farsi artista della storia.

Il Gortani ha gran merito per essersi rassegnato alla parte più ingrata del compito.

I «Cenni storici della Carnia», scritti in una tregua del malcontento, con la mira di segnare una tappa avanzata, erano contenuti in un solo manoscritto che l’autore non ebbe tempo di ricopiare e ripulire, perché la tipografia premeva impaziente. Ma sulla Guida della Carnia essi Cenni comparvero malamente manomessi e mutilati, per necessità tipo grafiche. Il Gortani ne fu addolorato e sdegnato che non più. Protestò, inutilmente. Si arrabattò per riavere indietro il manoscritto, scrisse, si recò a Udine: tutto invano. Del malmenato manoscritto non riebbe più copia.

Dopo il 1900 il Gortani non scrisse più cose di qualche importanza.

Negli ultimi anni della sua lunga vita, ultimo sopravvissuto della gloriosa schiera degli scrittori friulani del risorgimento, egli si venne sempre più isolando e quasi involgendo nel tesoro dei suoi ricordi, nell’assestamento definitivo del suo museo archeologico, della raccolta numismatica, dell’archivio storico.

Nel 1903 raccolse le sue migliori monografie storiche, sette sole, e le pubblicò in unico fascicolo, col titolo: — Frammenti di storia patria; nel 1904 raccolse e pubblicò le novelle friulane che più rispondono agli intenti d’arte, sotto lì titolo: — Macchietis legendaris.

Per i nuovi studiosi egli era l'oracolo della Carnia, ma di un mondo passato. Gradiva le visite, era generoso di notizie e di spiegazioni, anzi per un suo certo senile compiacimento si dilungava volentieri in illustrazioni minuziose che stancavano la pazienza degli ascoltatori. Deluso nel desiderio di lasciare in famiglia continuatori dell'opera sua, si compiaceva se qua e là per la Carnia venivano su dei nuovi appassionati di cose storiche.

Egli però declinava sconfortato mentre il silenzio e la dimenticanza si addensavano attorno al suo nome.

L’amico P. Pietro Siccorti era morto soddisfatto avendo compiuto l’opera sua nella documentaria storia della Collegiata di S. Pietro; Giacomo Nait pure aveva finita la cronistoria dell’Arcidiaconato e della Pieve di Tolmezzo; il parroco Piemonte aveva scritta prima di morire l’ultima parola sulla Pieve di S. Floriano e la Signoria di Illegio. Il Dott. Gortani era rimasto a mezzo. Lo aveva esaurito il lavoro di preparazione e come prezzo di una vita gli pareva davvero un sacrificio senza adeguata gloria.

Gli acciacchi della vecchiaia, specialmente i frequenti capogiri che talora finivano in brevi svenimenti, effetto del lungo lavoro mentale e della digestione rovinata, nonché qualche dispiacere domestico, rattristarono gli ultimi anni della sua lunga e feconda vita.

Morì nella sua casetta di Avosacco il 2 agosto 1912.

Vicende dell’Archivio Storico

Il Dott. Gortani morendo lasciò intatto ed ordinatissimo nella vecchia casa paterna il suo archivio, quasi intatta la raccolta numismatica, ben disposto il museo di antichità carniche. Però gli amici del defunto nutrivano dei dubbi e delle angustie sulla sorte di tutto quel materiale abbandonato alla ventura, senza fidi ed intelligenti custodi, ed espressero ripetutamente il desiderio che il comune di Aria o quello di Tolmezzo o la Società Storica Friulana o qualche altra istituzione si facesse ad acquistare almeno l’archivio storico. Ma restarono vani desideri.

Una larga indifferenza che a poco a poco si cambiò in dimenticanza, circondò il ricordo del Gortani e dell’opera sua e le famiglie eredi si ridussero sole, ultime vestali, a custodire le deprezzate raccolte come un tesoro famigliare. Si parlò anche di offerte, di proposte rimaste oscure, da parte di enti pubblici o persone private, ma sta di fatto che al sopravvenire della guerra e poi dell’invasione, cioè cinque anni dopo della morte del Gortani, l’archivio ed il museo erano ancora intatti e intatta in gran parte anche la raccolta, di numismatica.

L’invasione austro-germanica sconvolse la Carnia.

Un immenso ingombro di truppe e convogli militari in ritirata e gente in fuga tra scoppi e crolli e spaventosi incendi e sotto ostinatissimi acquazzoni, fu il quadro apocalittico dei primi giorni.

Anche le famiglie degli eredi Gortani partirono profughe lasciando le case chiuse abbandonate alla sorte.

I rimasti parvero caduti fuori di ogni legge.

Dopo il primo sbalordimento, il saccheggio e la distruzione divennero quasi una mania collettiva, ereditata dall’atmosfera di guerra e stimolata dalla tragica ora che si viveva.

In uno dei primi giorni di novembre di quell’infausto 1917 una frotta di fanciulli randagi discendevano da Piano giù per Avosacco. L’estro li portò ad entrare per una porta aperta di casa Gortani. Sui pavimenti vi erano traccie di sangue e penne di galline. In brev’ora, inosservati, invasero tutte le stanze; in una trovarono una scansia dì libri disposti in bell’ordine, intatti, e dall’altra parte un armadietto con due serie di graziosi cassettini. Ad un monello saltò il ghiribizzo di aprire di scatto uno di quei cassetti e ne balzarono su numerose monete, parte delle quali caddero sul pavimento, parte si sparsero per il cassetto, in disordine.

Fu questo il segnale del saccheggio.

La frotta accorse tutta addosso al tesoro nascosto. Trassero fuori i cassetti con violenza e con furia, facendo a chi più ne vuotasse o rompesse. Le monete rimbalzarono alla rinfusa e grandinarono sul pavimento, tra la gioia chiassosa dei piccoli briganti, i quali si sopraffacevano a raccattare quelle che più loro davano nell’occhio. Raccolsero con particolare cura quelle più grandi per giocare a piastrelle.

Fecero poi scempio di libri e di mobili che rovesciarono e sparsero per la stanza e quindi se ne andarono a divulgare tra i compagni la loro scoperta, la loro cuccagna. E ne derivò un accorrere sfrenato di tutta la ragazzaglia dei dintorni, e dalla stanza delle monete passarono alla casetta del museo archeologico, e l’armi furono impugnate per le battaglie campali degli scolari e i mille oggetti preziosi per importanza storica servirono a tutte le frotte per sollazzo e capriccio nei giochi, finché non li gettarono fracassati come oggetti inutili.

La stanza dell’archivio non si sa chi entrò a scompigliarla.

In quei giorni ovunque lì attorno erano sparsi documenti, carte, libri, a tappezzare la strada, a coprire l’orto, a ingombrare le stanze.

Nell’universale sbalordimento nessuno pensava a ricuperare quel materiale e così restò abbandonato alla ventura. Solo qualche donniciuola, ricordando il gran lavoro del Scior Zaneto raccoglieva qualche fascio di carte e lo riportava dentro o lo metteva in salvo. Furono visti anche dei passanti prender su libri o fascicoli e portarli a seppellire per sempre nel mistero delle loro case.

In seguito la cronaca si fa slegata, per episodi.

Le case scompigliate respingono i vandali che non vi hanno più nulla da distruggere. La casa Gortani si ebbe le porte sprangate e inchiodate alla meglio dalle guardie di Avosacco.

Intanto si stabilì in Arta il posto di gendarmeria austriaca, e per Piano ed Avosacco, qua e là, nelle case più comode, o negli alberghi, si annidarono dei comandi austriaci e degli ufficiali in riposo o in cura, con intiere famiglie.

Uno di questi ufficiali, quel tenente che si trovava alloggiato nell’albergo Rossi di Avosacco, fu visto un giorno entrare esso stesso, con la moglie e l’attendente, nella casa Gortani e uscirne poi, l’attendente sotto il pesante carico di una cassa piena, lui con delle scatole e cestelle più leggere, e la signora essa pure con degli involti. La refurtiva, qualunque sì fosse, scomparve entro il castello Rossi e non se ne seppe più nulla.

All’archivio nocque anche la notorietà del Gortani.

Un giorno dell’estate, luglio o agosto del 1918, capitò in una famiglia di Arta un ufficiale austriaco che si disse di Gorizia e chiese della casa Gortani, professandosi amico dello storico. Si ebbe le informazioni che poteva pretendere, vaghe ed evasive. Si recò tuttavia ad Avosacco e con grave scandalo di chi furtivamente osservava fu visto scavalcare una finestra ed entrare in casa. Là dentro restò più che due ore, avendo agio di visitare ogni cosa e di sequestrare tutto ciò che gli andava a talento. Che cosa portò via? Chi nascostamente spiava garantisce che se ne andò con parecchi libri.

Qualche giorno dopo il comando di gendarmeria di Arta fece caricare una o due barelle di documenti e manoscritti dell’Archivio e trasportarli in casa Molinari, sede della gendarmeria stessa, dove furono chiusi in un cassone della soffitta.

Ciò avveniva evidentemente in seguito a suggerimento di quell’ufficiale, rivelando l’intenzione di sequestrare magari tutto l’archivio.

Ma il progetto fu, per buona sorte, interrotto.

Le carte requisite restarono nella soffitta della gendarmeria e altre requisizioni in casa Gortani non si fecero.

Ciò va posto in relazione con la situazione militare, divenuta allora raccapricciante, dell’Austria, dove gli ufficiali, sentendosi perduti nella immensa sciagura, abbandonarono frettolosamente i grandi progetti di requisizioni architettati nel bel tempo dei trionfi e delle speranze, per darsi al si salvi chi può.

Non meno pericolosa fu la sorte dell’archivio al ritorno degli italiani.

In quel tempo e anche dopo, alcuni libri e opuscoli manoscritti giravano, a testimonianza comune, di mano in mano, per Arta, per Piano, per Avosacco e Cedarchis e altrove.

Invano chi scrive queste righe ne seguì, nel 1926, le fuggenti traccie. Liberate le terre invase, ritornarono soldati ed ufficiali e di nuovo per le case furono piantati comandi militari e alloggi di truppa. Anche la casa Gortani fu di nuovo ripiena di ufficiali e soldati.

Ritornarono, alla spicciolata, i profughi a riordinare le loro sconvolte abitazioni. Le figlie del Gortani, con le loro famiglie, ritornarono al più presto. Videro subito che le carte dell’archivio giacevano sossopra e venivano adoperate dai soldati a tutti gli usi. La figlia Maria riuscì a portarne un mucchio nella sua cantina, fuori di mano; molte altre, sparse per l’orto e per le stanze, i soldati le avevano già raccolte in falò nel cortile e bruciate. Alla signora Pierina, altra figlia del Gortani, la quale in un momento di sdegno si lamentò vivamente della devastazione inconsulta della sua casa, un ufficiale rispose: — Ci ringrazi piuttosto, signora, poiché le abbiamo purgata la casa da tanta robaccia. Guardi che gran mucchio abbiamo fatto raccogliere e bruciare!…

E per vero, nel cortile si vedeva ancora la larga macchia nera del rogo, con intorno avanzi bruciacchiati di carte e tizzoni spenti.

Ma la sorte fu più benigna degli uomini.

Le carte e i manoscritti portati a barelle nel cassone della soffitta di casa Molinari restarono lì infatti e chiusi anche alla fuga della gendarmeria austriaca! Avvenuta la liberazione, in quella casa si insediò un comando militare, poi un ospedaletto. Pericoli immanenti in ogni circostanza, poiché la casa era lasciata a discrezione del personale di comando prima, dell’ospedaletto poi. Ed erano tempi che non si avevano riguardi di sorta; nulla era sacro, nulla rispettato. Il pericolo si manifestò allo sgombero della casa da parte del personale militare. I soldati, abbisognando di carta da scrivere e non ne trovando, scassinarono i cassoni della soffitta, vi gettarono fuori in disordine quei tormentati documenti e manoscritti e si diedero a stracciare le carte rimaste in bianco.

Da questo fatto si devono lamentare gravi perdite, sopratutto nei volumi degli annali. Nello scompiglio dell’archivio quei volumi sciolti furono dispersi a quinterni, a fogli, a carte. Molti quinterni furono trovati anche dai soldati nel cassone. Essi nella furia della ricerca di carta bianca, gli uni a dispetto degli altri, portarono via o stracciarono anche la parte scritta degli annali. Uguale sorte toccò pure a parecchi fascicoli sciolti.

I volumi di annali che restano e quelli che in parte si poterono riunire dalla raccolta dei quinterni e fogli dispersi, sono in buona parte incompiuti, senza numerazione di pagine e senza indice. Perciò non si può calcolare se non a occhio l’importanza della parte mancante. Il volume sciolto sui castelli della Carnia è tutto smarrito ed altrettanto il Collettaneo.

E veniamo all’ultima curiosa vicenda.

Nella primavera del 1919 i soldati dì truppa e gli ufficiali che alloggiavano in casa Gortani, come Dio volle, e pochi alla volta, se ne andarono. Or avvenne che uno di quei soldati, un tanghero meridionale dall’aria scimunita, all’atto di partire, portasse giù in casa della signora Elisabetta Gortani, prima figlia dello storico, due casse di birra ben inchiodate, raccomandando alla signora in persona che gliele spedisse a casa non appena egli le avesse mandate sue notizie. La signora, in buona fede, gli diede sicura promessa ed egli partì tranquillo. Se non che le sue notizie si fecero aspettare a lungo e invano, con giustificata meraviglia della signora, mentre le casse giacevano intatte e ben vigilate nel portico di casa. Alla fine, lavorando la famiglia a restaurare e riassettare la casa, le casse ingombranti furono rimosse dal loro posto e qualcuno di famiglia manifestò allora qualche dubbio sul loro contenuto, proprio in vista che il soldato non si faceva più vivo. Furono aperte, e con estrema sorpresa furono trovate piene di terraglie delle più fine, trafugate proprio in casa Gortani prima del ritorno dei profughi, e la signora le riconobbe a prima vista. Nel fondo della cassa stavano nascosti manoscritti del Gortani, suo padre; una ventina dr libri ed opuscoli in sorte.

Il brav’uomo ne aveva fatta incetta nella casa paterna e aveva portato le casse in salvo nella casa della figlia.

La sorte, ripeto, fu più benigna degli uomini.

La riesumazione

Le figlie del Dott. Gortani appena ritornate da profughe si diedero subito attorno con devota premura a ricuperare e mettere in salvo quanto ancora restava in casa dell’opera del padre.

Il mucchio di carte rimaste in casa Molinari e nel tramestio confuse con altre, furono dal padrone scelte e rimandate alla signora Pierina.

E qui finirono i pericoli esterni; ma poi un’oscura dimenticanza seppellì l’opera intiera, tanto che anche i dotti credettero che tutto fosse perduto. Ma la maggior parte dell’archivio, per ciò che riguarda i manoscritti, è ricostruito, e per buona parte di ciò che è perduto, sulla scorta dei documenti che restano, si ritiene ricostruibile.

Ripugna a parlare del lavoro di riesumazione, tanto fu ingrato. Entrare non desiderati in tutte le porte, esporsi ai malestri ed alle più varie dicerie, divenire la favola del vicinato, non è cosa da sopportarsi ridendo. Ma urgeva non lasciar fuggire l’occasione propizia. Certe famiglie si adombravano e non c’era caso di farle uscire dalla diffidenza; cert’altre sfuggivano alle richieste o sorridevano commiserando a tanta briga. Non mancarono le aperte ostilità, le paroline pungenti; una donnina schiamazzò a lungo e fece il diavolo a quattro fra le comari contro l’importuno inquisitore.

Ma a onor del vero ci fu anche il buono. Molte furono le indicazioni date, se ben per lo più vaghe, ed alla prova fallaci. Qualche famiglia fu premurosa e perfino riconoscente della buona impresa. Esemplari furono le figlie del Gortani stesso.

Presso di loro fu rinvenuta la maggior parte dei manoscritti.

Per le case di Arta, Piano, e altrove furono scovati fuori un paio di volumi intieri di Annali e molti quinterni; un libro di Pubbliche Raspe; il Protocollo del notaio Camuzzino di Tolmezzo; uno del notaio Terenzio Alessandri di Socchieve; uno del notaio G. B. Chiussi di Piano; l’opuscolo sul Quartiere di Tolmezzo; quello sul Quartiere di S. Pietro sopra Randice; e vari altri. In ultimo, nel mese di dicembre del 1926 mi fu portato in casa, tolto da una legnaia di cucina dove aspettava il suo turno per accendere il fuoco, il volume su Giulio Carnico e le sue antichità, mutilato di alcune pagine in principio ed alla fine.

Qualche altro volume di processi civili e criminali ed altri scritti furono ritrovati in mani sicure, ed anche un volume su Cercivento.

Non crederei compiuta la relazione se non dessi notizia di alcune ricerche rimaste senza frutto. Sono queste:

1° — In Arta subito dopo la guerra giravano ancora per le mani dei giovani cinque o sei manoscritti. Per quante ricerche abbia fatte, non sono riuscito a rintracciarli. Mi auguro che altri possa essere più fortunato di me.

2° — Un signore di Avosacco portò in casa sua un grosso manoscritto, ma poi ebbe perquisizioni e manomissioni in casa, e in seguito quel libro non riuscì più a ritrovarlo.

3° — Anche per Cedarchis girò qualcuno di quei manoscritti, ma senza lasciare traccie. E ne furono veduti in mano dei soldati.

Fra i manoscritti inesorabilmente perduti se ne devono annoverare due importantissimi, cioè: — Il Collettaneo, o Collezione Gortani, con documenti fra il 1400 ed il 1500, proprio quando si venivano formando i cognomi; ed: — Il Quartiere di San Pietro, dove erano raccolti gli atti dell’amministrazione civile fino a Napoleone.

Altre perdite sono meno importanti, e quelle che riguardano i manoscritti sulla Prepositura e le copie delle pergamene di S. Pietro si potranno forse supplire con gli scritti dell’archivio Siccorti di Zuglio e Sezza.

A proposito, come i due raccoglitori, Siccorti e Gortani, pure lavorando in campo e con intenti diversi, tuttavia si prestavano mano l’un l’altro, così i due archivi si completerebbero a vicenda. Sarebbe perciò opportuno che anche gli scritti del Siccorti, sparpagliati per Sezza e Zuglio e destinati a sicure perdite, si raccogliessero in luogo sicuro.

Le notizie per questo scritto furono desunte, oltre che dalle informazioni dirette, da scritti dell’archivio stesso, dalla biografia del Gortani «Tre rafaei in ierbe», dagli articoli della Patria del Friuli — agosto 1912 e dalla relazione del Battistella in Atti dell'Accademia di Udine del 1912.

ARCHIVIO DOMESTICO GORTANI.

Elenco dei manoscritti e dei documenti che esistevano nell’Archivio domestico del Dott. Gortani — tratto da sue note non definitive.

  • Scaffale vecchio:
    • Polemiche (Giornali).
    • Scartafaccio.
    • Strazzo.
    • Corrispondenza (autografi).
    • Manoscritti
      • inediti;
      • pubblicati.
    • Appiè della piramide.
    • Leggenda e favole.
    • Nomi locali.
  • DOCUMENTI
    • Madonna di San Pietro.
    • Duomo di Tolmezzo (placiti).
    • Monte di Terzo.
    • Ligosullo (Comune).
    • Piano (famiglia Cozzi).
    • Avosacco (Prati Fontana).
    • Protocollo Pascoli 1676.
    • Storia della Carnia (lettera Marinelli).

       

  • Note cronologiche.
  • Serie cronologiche.
  • Fascicoli
    • le chiese;
    • i Gastaldi;
    • i Gismani;
    • i Pagani;
    • piene e incendi;
    • note filologiche;
    • note altimetriche;
    • note statistiche.
  • Fascicoli

    • Note d'attualità;
    • L’Italia in Africa;
    • Poesie in lingua e dialetto.
  • Volumi:

    • Appunti di storia antica.
    • Appunti medioevo.
    • Cronaca locale.
  • Mappa di Avosacco.
    • Fascicoli
    • Cividale;
    • Venzone;
    • Gemona;
    • Sappada.
  • Miscellanea 1867.
  • Documenti Prampero, Barnaba e altri.

  • QUARTIERE DI S. PIETRO. - Famiglie

    • Gortani;
    • Jacotti;
    • Venturini;
    • Agostinis;
    • Bertuzzi;
    • Blanzan;
    • Chilutto;
    • Del Negro;
    • Minutti;
    • Chilutti;
    • Chiussi;
    • Cozzi;
    • Dereatti;
    • Fais;
    • Filippi;
    • Gortani;
    • Leschiutta;
    • Paulini;
    • Pellegrini;
    • Pianese;
    • Seccardi;
    • Somma;
    • Talotti;
    • Tauseani.
  • QUARTIERE DI S. PIETRO SOTTO RANDICE.

    • La Collegiata.
    • Il Quartiere:
      • Arta;
      • Avosacco;
      • Cabia:
      • Cadunea;
      • Cedarchis;
      • Fielis;
      • Formeaso;
      • Lovea:
      • Piano;
      • Rivalpo Valle;
      • Sezza;
      • Zuglio.

(Fascicoli, questi, compilati su stralci del sec. XVII — Protocolli dei Notai; spoglio d’archivi e d’atti notarili).

  • QUARTIERE DI S. PIETRO SOPRA RANDICE.

  • QUARTIERE DI GORTO.

  • QUARTIERE DI SOCCHIEVE.

    • Invillino;
    • Enemonzo;
    • Socchieve;
    • Ampezzo;
    • Forni Inferiori;
    • Forni Superiori.
  • QUARTIERE DI TOLMEZZO — (Le Comunità).

    • Amaro;
    • Illegio;
    • Imponzo;
    • Paularo;
    • Caneva;
    • Casanova;
    • Cazzaso;
    • Cavazzo;
    • Fusea;
    • Terzo;
    • Verzegnis.
  • SIGNORIA DI FORNI.

  • CANAL DEL FERRO — ABAZIA DI MOGGIO.

  • VOLUMI.

    • Pagine friulane.
    • Thesaurus Ecclesiae Aquilejensis.
    • Joppi, Vicari Capitolari.
    • Paoluzzi, Calend. Repubbl.
    • Meyer, Accetta di pietra.
    • Keller, Scavi di Mauthen
    • Gortani, Stampati.
    • Bianchi, Regesti.
    • Ciconi, Udine e provincia.
    • Grassi, Carnia.
    • Cecchetti, idem.
    • Di Prampero, Glossario.
    • Pauli Diaconi, Historia.
    • Bassi, Carnia.
    • Arboit, Carnia.
    • Q. Ermacora, Carnia.
    • C. Puppo, Cernia.
    • Cecchetti, Note.
    • Statuti di Tolmezzo.
  • MANOSCRITTI.

    • Prepositura I.
    • Prepositura II.
    • Prepositura III.
    • Prepositura Note.
    • Prepositura Note.
    • Abazia.
    • Privilegi e ducali.
    • Collettaneo.
    • Investiture.
    • Pascoli, Minutario I.
    • Pascoli, Minutario 2.
    • Pascoli, Minutario 3.
    • Pascoli, Minutario 4.
    • Dereatti, Minutario.
    • Jacotto. Minutario 1.
    • Jacotto, Minutario 2.
    • Jacotto, Minutario 3.
    • P. Venturini, Minutario 1.
    • A. Venturini, Minutario 1.
    • G. B. Chiussi, Minutario 1.
    • G. B. Chiussi, Minutario 2.
    • G. B. Chiussi, Minutario 3.
    • G. Chiussi, Filze 1.
    • G. Chiussi, Filze 2.
    • G. Chiussi, Filze 3.
  • MANOSCRITTI — (legati).

    1. — Annali da 700 a 1400.
    2. — Annali da 1401 a 1300.
    3. — Annali da 1301 a 1600 1°.
    4. — Annali da 1.301 a 1600 11°.
    5. — Placiti di Cristianità 1412-19.
    6. — Placiti di Cristianità 1615-16-68-74.
    7. — Tolmezzo, Corrispondenza 1472-75.
    8. — Tolmezzo, Corrispondenza 1501.
    9. — Tolmezzo, Conti Camerari 1661-81.
    10. — Rotolo Bruni, 1517-35.
    11. — Libro di Raspe 1536-85.
    12. — Libro di Raspe 1603-10.
    13. — Libro di Raspe 1661-65.
    14. — Libro processi criminali 1520.
    15. — Libro processi criminali 1611.
    16. — Libro processi civili 1645, 1744-59.
    17. — Arengo e Consiglio I°.
    18. — Arengo e Consiglio II°.
    19. — Tolmezzo e Gismani I°.
    20. — Tolmezzo e Gismani II°.
    21. — Caneva e Fusea.
    22. — Monte Arvenis.
    23. — Strada di Gorto.
    24. — Parrocchia di Ampezzo.
    25. — Curazia di Ligosullo.
    26. — Curazia di Treppo.
    27. — Quartiere di San Pietro.
    28. — Campi di Panis.
    29. — Monte Promosio.
    30. — Collegiata di San Pietro.
    31. — Piano, la chiesa I°.
    32. — Piano, la chiesa II°.
    33. — Piano. Terminazioni.
    34. — Piano. Famiglie.
    35. — Sutrio, chiese 1655-75 A.
    36. — Sutrio, chiese 1601-700 B.
    37. — Sutrio. chiese 1701-1500 C.
    38. — Cercivento, chiesa.
    39. — Paluzza, chiese.
    40. — Pieve di Corto, chiese I°.
    41. — Pieve di Corto, chiese II°.
    42. — Socchieve, rotolo della Pieve.
    43. — Giovanni Alessandri 1652-53.
    44. — Terenzio Alessandri 1705-10 I°.
    45. — Terenzio Alessandri 1711-15 II°.
    46. — Terenzio Alessandri 1716-20 III°.
  • MANOSCRITTI SCIOLTI.

    1. — Mondo antico.
    2. — Zuglio.
    3. — I castelli.
    4. — Annali fin al 1300.
    5. — Annali 1301-50.
    6. — Annali 1351-1400.
    7. — Annali 1401-1450.
    8. — Annali 1451-1500.
    9. — Annali 1501-1550.
    10. — Annali 1551-1600.
    11. — Annali 1601-1610.
    12. — Annali 1611-1620.
    13. — Annali 1621-1630.
    14. — Annali 1631-1640.
    15. — Annali 1641-1650.
    16. — Annali 1651-1660.
    17. — Annali 1661-1670.
    18. — Annali 1671-1680.
    19. — Annali 1681-1690.
    20. — Annali 1691-1700.
    21. — Annali 1701-1720.
    22. — Annali 1721-1740.
    23. — Annali 1741-1760.
    24. — Annali 1761-1780.
    25. — Annali 1781-1800, e 1797.
    26. — Annali Secolo XVIII.
    27. — Annali 1801….
    28. — Cercivento.
    29. —       “
    30. —       “
    31. —       “
    32. —       “
    33. —       “
    34. — Paluzza.
    35. — Paularo.
    36. — Paularo.
    37. — Gorto.
    38. — Invillino.
    39. — Enemonzo.
    40. — Socchieve.
    41. — Collegiata.
    42. Piano — Libri canonici.
    43. Zuglio — idem.

In questo quadro dell’archivio storico si nota qualche ripetizione e qualche imprecisione ed alcune omissioni. Segno che non era il quadro definitivo, il quale dev’essere andato smarrito, non potendosi pensare che un annotatore diligentissimo qual’era il Dott. Gortani, avesse trascurato di redigerlo.

[ELENCO DEI MANOSCRITTI RIESUMATI]

Prospetto dei manoscritti esumati e che formano la consistenza dell’Archivio storico della Carnia — oltre ai documenti non ancora descritti.

  • Fascicoli:
    • Note cronologiche;
    • Serie cronologiche;
    • Le chiese;
    • I Gismani;
    • Poesie in lingua e dialetto;
    • Quartiere di S. Pietro;
    • Famiglie:
      • Gortani;
      • Jacotti;
      • Venturini;
      • Agostinis;
      • Bertuzzi;
      • Blanzan;
      • Chilutto:
      • Del Negro;
      • Minutti ;
      • Chiussi;
      • Cozzi;
      • Dereatti,
      • Fais;
      • Filippi;
      • Gortani;
      • Leschiutta;
      • Paulini;
      • Pellegrini;
      • Pianese;
      • Seccardi;
      • Somma;
      • Talotti;
      • Tauseani
  • Paesi:

    • Arta;
    • Avosacco;
    • Cabia;
    • Cadunea;
    • Cedarchis;
    • Piano;
    • Amaro;
    • Cavazzo;
    • Illegio;
    • Verzegnis;
    • Imponzo;
    • Fusea;
    • Invillino;
    • Socchieve;
    • Ampezzo;
    • Forni inferiori;
    • Forni Superiori.
  • Volumi sciolti:

    • Signoria di Forni;
    • Canal del Ferro: abazia di Moggio;
    • Miscellanea 1897.
  • Volumi legati:

    • Prepositura II°;
    • Privilegi e ducali;
    • Investiture;
    • Pascoli, Minutario I°;
    • Pascoli, Minutario II°;
    • Pascoli, Minutario III°;
    • Pascoli, Minutario IV°;
    • Dereatti, Minutario.
    • Jacotto, Minutario I°;
    • Jacotto, Minutario II°;
    • P. Venturini, Minutario;
    • A. Venturini, Minutario;
    • G. B. Chiussi, Filze I°;
    • G. B. Chiussi, Filze II°;
    • G. B. Chiussi, Filze III°;
    • G. Chiussi, Filze I°;
    • G. Chiussi, Filze II°;
    • G. Chiussi, Filze III°.
  • Volumi legati e numerati:

    • 2 — Annali 1401-1500.
    • 3 — Annali 1501-1600 I°.
    • 6 — Placiti di Cristianità 1615-1668-74.
    • 7 — Tolmezzo, corrispondenza, 1472-75.
    • 8 — Tolmezzo, corrispondenza 1501.
    • 9 — Tolmezzo. Conti Camerari 1661-81.
    • 10 — Rotolo Bruni. 1517-35.
    • 11 — Libro di raspe, 1536-85-85.
    • 12 — Libro di raspe, 1603-10.
    • 13 — Libro di raspe, 1661-65.
    • 14 — Processi criminali 1520.
    • 15 — Processi criminali 1611.
    • 17 — Arengo e Consiglio I°.
    • 18 — Arengo e Consiglio II°.
    • 19 — Tolmezzo e Gismani I°.
    • 21 — Caneva e Fusea.
    • 22 — Monte Arvenis.
    • 23 — Strada di Gorto.
    • 24 — Parrocchia di Ampezzo.
    • 25 — Curazia di Ligosullo.
    • 28 — Campi Panis.
    • 30 — Collegiata di S. Pietro.
    • 31 — Piano, La chiesa I°.
    • 32 — Piano, La chiesa II°.
    • 33 — Terminazioni.
    • 34 — Piano, le famiglie.
    • 36 — Sutrio-Chiese 1601-1700 B.
    • 37 — Sutrio-Chiese 1701-1800 C.
    • 38 — Cercivento, Chiesa.
    • 40 — Pieve di Gorto-Chiese I°.
    • 41 — Pieve di Gorto-Chiese II°.
    • 42 — Socchieve-Rotolo della pieve.
    • 45 — Terenzio Alessandri 1711—15 II°.
  • Volumi sciolti numerati:

    • 2 — Zuglio, strappato in principio e fine.
    • 4 — Annali fin al 1300.
    • 5 — Annali 1301-1350.
    • 6 — Annali 1351-1400.
    • 10 — Annali 1551-1600.
    • 12 — Annali 1611-1620
    • 13 — Annali 1621-1630. Incompleto.
    • 14 — Annali 1631-1640.
    • 15 — Annali 1641-1650.
    • 16 — Annali 1051-1660. Incompleto.
    • 17 — Annali 1661-1670. Incompleto.
    • 18 — Annali 1671-1680.
    • 19 — Annali 1681-1690.
    • 20 — Annali 1691-1700. Incompleto.
    • 22 — Annali 1721-1740. Incompleto.
    • 23 — Annali 1741-1700. Incompleto.
    • 24 — Annali 1701-1780.
    • 25 — Annali 1781-1800 e mezzo volume 1797.
    • 27 — Annali 1801 …
    • 28 — Cercivento.
    • 29 —       "
    • 30 —       "
    • 35 — Paularo.
    • 37 — Gorto. Da pag. 89 a pag. 177.
    • 30 — Enemonzo.
    • 41 — Collegiata.
    • — Piano — Libri canonici.
    • — Zuglio — Libri canonici.

Si hanno poi i seguenti manoscritti che non figurano nel quadro dell'Archivio domestico Gortani:

  • Annali 1401-1440.
  • Un libro di pubbliche Raspe.
  • Annali 1251-1300.
  • Protocollo di Francesco Camuzzino. 1702-1722.
  • Il Romitorio di Raveo.
  • Santa Croce di Luincis: fascicolo.
  • S. Giovanni in Frassenetto, due quinterni di volume.

Funzione dell'Archivio storico.

L'Archivio storico della Carnia vuol essere, per il presente e futuro, una istituzione ed una partita aperta, un vivaio, non un cimitero.

Deve vivere e svilupparsi, non giacere nel sonno dei morti.

Vivere come cenacolo di cultura carnica, di ogni ramo, che ne raccolga gli studiosi.

I quali studiosi per ora svolgono opera slegata, ognuno per proprio conto e quasi all'insaputa gli uni degli altri, senza organizzazione, senza intesa, e coi danni insiti alla disorganizzazione.

La prima mira dell'Archivio sarà quella di continuare a raccogliere le memorie di qualche importanza che riguardano la Carnia.

Questa funzione è essenziale e va organizzata.

Le memorie disperse·qua e là per i paesi vanno incontro a sicure distruzioni o perdite, e nel passato, remoto e prossimo, ciò è avvenuto fin troppo spesso, sia per incuria, per ignoranza o pregiudizi di privati, sia perché spesso non si sapeva dove porre al sicuro quei documenti. La stessa sorte, recentissima, dell'Archivio Gortani, ne è la più grave riprova.

Gli archivi parrocchiali furono·sempre i migliori asili per le memorie del passato, ma anche là o incendi o topi o altro, compresa certa trascuranza di parroci, fecero scomparire cose preziosissime.

Quelli che hanno delle memorie da salvare sapranno d'ora in poi dove affidarle, almeno in copia, da custodire.

Non s'intende con questo di garantire all'Archivio una sicurezza assoluta ed eterna; le cose umane son sempre umane: ma una certa maggiore garanzia sì, garanzia che deriva dall'essere l'Archivio elevato ad ente pubblico, retto e sorvegliato da un consiglio di persone degne, e posto sotto la tutela dello Stato.

Giustizia vuole poi che le memorie vi siano nella maggior copia possibile depositate a comodità degli studiosi, che altrimenti difficilmente se le potrebbero procurare, perché l'Archivio è aperto a tutti.

Da qualche tempo, in alcuni rami della vita pubblica, si nota un vero risveglio nella cura di conservare o assicurare le memorie cronistoriche man mano che i fatti si svolgono. I parroci hanno l'obbligo del libro storico della parrocchia; i maestri, nella cronaca della scuola, segnano anno per anno i fatti e lo sviluppo della vita scolastica. L'Archivio storico conta di avere collaborazione e soccorso dalla rete in buona parte salda e capace dei parroci e da quella anche più fitta ma più debole dei maestri, sebbene non essendo nemmeno la cronistoria cosa da tutti, i loro scritti si presentino talora viziati da vedute meschine o partigiane.

I direttori delle scuole, riassumendo le cronache, potrebbero fornire anno per anno un quadro sostanzioso della vita scolastica della Carnia.

Ma sarebbe opportuno che anche ogni comune tenesse un suo libro storico.

Il Consiglio dell'Archivio cercherà di provocare annualmente dai comuni un breve sommario dell'attività svolta nei vari rami dell'amministrazione. Per il presente l'Archivio terrà un suo libro della cronaca generale una specie di protocollo storico, dove in breve saranno annotate le notizie man mano che vengono conosciute; cercherà di procurarsi in copia la documentazione dei fatti più importanti; acquisterà copia di tutte le pubblicazioni relative alla Carnia, di qualunque genere esse siano.

L'Archivio intende anche di arrivare dove non giunse il Dott. Gortani, cioè a scovare i depositi di notizie rimasti inesplorati e completare con essi, o continuare gli annali.

Per questo fa appello a tutti gli appassionati di cronistoria carnica, noti e ignoti, perché si facciano avanti, essi che dell'Archivio dovranno essere gli alimentatori più fedeli.

Si sa che la molla dei miglioramenti della Carnia è stata e sia in massima parte nella libera iniziativa dei privati e dei paesi. Le provvidenze pubbliche sono state sempre molto scarse.

Ma fra il popolo è scarsa ed incerta e spesso mancante la consuetudine di lasciare memoria scritta delle sue opere migliori, ed il merito di quelle iniziative sfugge, di conseguenza per lo più alla conoscenza comune. Quelle qualunque memorie che pure restano stanno nascoste nelle case private e spesso scompaiono. Eppure sono esse gli elementi migliori della .storia del popolo e si devono ricuperare.

I liberi ricercatori e cronisti, esaminando pazientemente le carte dei paesi, registrando le notizie vive della tradizione popolare, recente e remota, riusciranno a ricostituire il quadro della vita dei paesi e delle istituzioni.

Non è da illudersi circa la facilità di questo primo gravissimo impegno dell'Archivio, e un certo qual senso di riserva si impone.

A ogni modo sono voti doverosi. Voti che vorrebbero riprendere l'attività spiegata dal Dott. Gortani e a cui, verso la fine, non bastavano più le sue sole forze, essendosi il compito di troppo allargato.

A disturbare il pubblico c'è da tirarsi addosso sorrisi, ire e altro, ma non per questo è lecito di ristare.

La Carnia non sarà tutta sorda.

Sorgeranno, si spera, i cirenei che per amore della loro terra si addosseranno anche la croce d i questa impresa.

Per ora c'è molto lavoro interno da sbrigare nell'Archivio stesso, e cioè la sistemazione dei documenti disordinati e la trascrizione di quelli i cui manoscritti sono smarriti.

C'è poi da fare l'indice degli Annali.

E a lungo andare saranno da raccogliere gli indici di informazioni degli archivi notarili e degli archivi di Stato per ciò che concerne la Carnia e possibilmente gli estratti degli atti.

La seconda funzione dell'Archivio, corrispondente alla fase costruttiva e di avviamento alla storia vera della Carnia, sarà quella di organo propulsore di studi cronistorici sulla Carnia.

S'è già detto che il Dott. Gortani, con eroica risoluzione, sulla massa dei documenti trascritti cominciò ad un certo punto a tracciare degli schemi di monografie particolari su molti paesi di tutta la Carnia, citando i documenti che li riguardano ed aggiungendo in copia certe memorie loro speciali. Il vastissimo impegno va ripreso ed affidato, qua e là, a delle persone che possano aggiornarlo e portarlo o compimento. Sacerdoti e maestri sono singolarmente indicati per questo ufficio.

Non pochi paesi hanno dei ricercatori, per lo più solitari ed oscuri, delle loro origini e vicende; ricercatori che talora si arrestano o si smarriscono per mancanza di indicazioni e di incoraggiamenti. L'Archivio storico può offrire loro il suo materiale, dove tutti troveranno traccie di quanto li interessa, ma dove tutti ancora si accorgeranno che per lo più, a rifinire le monografie particolari, si impongono ulteriori ricerche nel nei nascondigli delle carte dimenticate per le vecchie case o nei filoni della tradizione e della leggenda, e sopratutto nel quadro vivo della vita presente.

C'è della gente che per essere indotta a collaborare ha proprio bisogno dello stimolo, si tratti di timidi o di tratti di dormienti, e lo stimolo basta. Il Dott. Gortani stesso ebbe molti collaboratori o aiutanti. Perché si dovrà disperare ora?

A ogni modo, se anche i collaboratori non sorgeranno in pieno quasi per miracolo, non si avrà nemmeno, per poco che si lavori, la desolazione totale del deserto. E sarà tutto guadagnato.

Fra i più esperti studiosi sarà poi necessario che si dia mano a delle monografie storiche di carattere più generale. Finora è abbastanza ricca di cultori e di monografie solo la storia religiosa della Carnia, per opera sopratutto di dotti sacerdoti, sebbene manchi anche in questo campo una vera opera d 'insieme.

Gli studi cronistorici generali s'impongono per avvicinare alla vera storia della Carnia, storia di popolo che per lo più ha dovuto fare da sè, o, peggio, ha dovuto vivere faticosamente sopportando le molestie delle diverse dominazioni, da sé ha dovuto trarre le risorse per campare, da sè ha dovuto svilupparsi ed istruirsi. Quegli studi dovranno portare alla luce ed ordinare gli elementi vitali della storia e della vita del popolo e dimostrarne la fecondità.

Ecco alcuni argomenti che vanno svolti:

La vita economica in Carnia; il lavoro; i mestieri e l'emigrazione; le strade come fattori di sviluppo; la proprietà e le sue vicende; piccole industrie; commercio e mercati; usi e costumi scomparsi; usi e costumi che sopravvivono; rivalità e campanilismi; le abitazioni; le amministrazioni pubbliche; la vita religiosa e morale; la scuola e l'istruzione; la beneficenza; le arti; letterati e letteratura carnica.

I futuri dottori potrebbero farne oggetto di studio per le tesi di laurea, come già qualche esempio si è avuto, ed altri uomini maturi oggetto di serie ricerche ed esercitazioni.

Tutto questo ci vuole per preparare la vera storia della Carnia.

L'Archivio cercherà di rifarsi del tempo perduto.

Esso, come s'è già detto, è aperto a tutti, si appella a tutti.

Sarà fortuna se incontrerà favore, se riuscirà a polarizzare attorno di sè gli studiosi di cose carniche, se avrà la virtù di suscitare nuove energie.

Un consiglio dell'Archivio, sarà indispensabile, per ogni buon conto.

I compiti si preciseranno man mano che l'istituzione si svilupperà.

La Società Friulana di Storia Patria ne darà mano e Consiglio.

E Dio ne sia propizio.

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