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Durante le guerra

Negli ultimi anni prima della guerra Givigliana si trovava, in linea generale, in condizioni agiate, sebben non paresse.

Il senso religioso era abbastanza vivo, ma un po’ a suo modo. La vita morale, fra una media normale ed ottimi esempi di bontà, aveva anche oscuramenti spiacevoli. La gente era allegra, festosa, quasi senza pensieri.

La guerra portò un sovvertimento generale nella vita del paese, che venne a trovarsi entro la linea del fuoco. Nella confusione dei primi giorni, e cioè il 6 giugno 1915, la popolazione dovette sgombrare il paese, come quella di Forni e Collina, e disperdersi, desolata e piangendo, col bestiame, giù per Rigolato e Comeglians e Ovaro, con miseria e senza lavori; ma poi, a metà luglio, poté rientrare in villa. Da allora, per due anni, Givigliana fu un bivacco di guerra, pieno di soldati di passaggio per la fronte o discesi a riposo dal Bioichia e dal Crostis e Moraretto. Cominciarono i lavori militari. Tutto il ciglione di monte Bioichia e Crostis fu rigato da linee di trincee e camminamenti e posti di artiglieria e gallerie, e sul davanti tutto un saettare di strade militari che da Ponte Lans, su per i boschi e per i prati di monte salivano a raggiungere la cima del Crostis. Qua e là sorsero dei baraccamenti militari, e i più notevoli a Casa Borean e in Val di Croce. La popolazione valida del paese fu tutta requisita, come nei dintorni, per i lavori militari, salvo quella necessaria per casa e campagna. E furono guadagni facili ed insperati, ma non mancarono anche le dure fatiche. A sovvenire i soldati in montagna, nel primo inverno, tra il freddo più rigido e l’imperversare della bufera di neve; ogni giorno, colonne d'uomini e di donne e perfino di fanciulli risalivano il Crostis coi viveri, con le legna, con le granate.

Se a questo si aggiunge la cordialissima ospitalità con la quale tutte le famiglie accolsero e trattarono i soldati di ogni arma, soccorrendoli di quanto potevano, di alloggio, di riscaldamento, di cibi famigliari, ci pare che basti a persuadere dei sensi di vero e sano patriottismo di questa gente.

Ma la confusione della guerra, ma le lusinghe della vita militare, ma i guadagni ogni giorno più facili, fecero salire i fumi alla testa. Quante pazzie! Pareva che né di Dio né di leggi ci fosse più bisogno, che la gran cuccagna dovesse durare eterna. L’aria famigliare fu tutta dissipata, la voce della fede parve morta, la chiesa desolata. Per tutti no, ma per molti, anzi per troppi, si.

Nella ostinata siccità primaverile del 1917 il paese ebbe delle spaccature di terreno che fecero temere una profonda frana; ne soffrirono segnatamente le case di Pluzer e di Ceccon, ma tutto il danno finì poi lì.

In quegli anni i boschi furono diradati e quasi distrutti dai tagli continui di abeti per necessità militare con poca previdenza, e i capitali ricavati furono, come si dice, in gran parte male adoperati e anche dispersi senza utile pubblico; sicché la cassa frazionale di Givigliana restò sempre povera. Inoltre i militari tagliarono piante per baraccamenti e le squadre di operai per i lavori di strade e copertura di trincee e armamenti di gallerie. Lo scempio del povero bosco fu spietato.

La raccolta del 1917 fu singolarmente abbondante per tutto ciò che la campagna può dare, quasi a presagio della prossima carestia; ma le famiglie non si erano curate di fare oltre la raccolta di campagna le provvisioni d’inverno, contando le più di tirare avanti giorno per giorno coi viveri militari. Sicché anche per questo l’invasione fu un grave spavento.

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