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Conclusione

La gente di Givigliana è di indole laboriosissima.

Gli uomini in massima parte emigrano a lavorare ormai per ogni luogo dove ci sia lavoro e riescono a farsi notare per la loro destrezza nei mestieri. Parecchi conquistano posti di sorveglianti in piccole imprese, ma non è da tacere che trovandosi assieme, spesso si sfruttano fra loro e che da questo nascono litigi e inimicizie tra le famiglie. Il paese è da sé di natura litigiosa, ma non trascende quasi mai a violenze. Però i ripicchi personali soverchiano sempre ogni ragione di bene comune.

A Givigliana non c’è spirito di paese; c’è invece molto, forse troppo spirito di parte, fatto per lo più a base di tornaconto personale. E manca quasi del tutto il sano ardimento.

Tornando all’abitudine di lavoro, è da rilevare che ogni anno si vedono nelle case, nelle stalle, nei terreni, dei miglioramenti indovinati e diffusi ovunque, e ciò non ostanti le difficoltà singolari per le costruzioni. Infatti nella zona di Givigliana manca la sabbia ed il sasso da calce, che perciò si devono trascinare da Collina, da Tors e dal Degano. Abbonda il legno, ma non essendovi segheria, tocca trascinarlo alle segherie di Rigolato per riportare poi le tavole, con fatiche mortali, a spalle su per la cleva. E per quella terribile cleva che confisca la salute del paese le donne devono trasportare tutto l’anno i viveri ed ogni cosa necessaria in casa.

Le donne lavorano la campagna, posta in proverbiale distesa, e la montagna del fieno. Lavori spesso forzati e rovinosi. Per il trasporto del letame, della legna da ardere, del fieno di monte, si fa largo uso di slitte apposite; per il resto, tutto va a suon di gerla sulla schiena ricurva delle povere donne. L’allevamento del bestiame è molto curato, ma le vacche da latte, forse per causa del crudo clima di montagna che domina in paese, non rendono abbastanza. Su circa un centinaio di vacche, la latteria lavora appena quattro quintali di latte, in media, al giorno.

Givigliana non ha costumi caratteristici, se non forse quello di certi cibi ancora primitivi. Il linguaggio è quello dell’Alto Degano, chiuso e originale sia nella cadenza a cantilena, sia nelle terminazioni femminili in o, ed in certe espressioni tutte proprie del luogo. È il vernacolo che si parlava quattro secoli fa in tutto il Friuli. Però anche a Givigliana c’è la sciagurata tendenza a modernizzarlo. Solo alcune buone famiglie lo parlano ancora senza riguardi, nella sua espressione più genuina.

Le leggende e la poesia popolare mancano quasi del tutto. Appena c’è qualche canto e qualche racconto di contrasti fortunati con i paesi vicini, specialmente Collina e Rigolato. Invece Givigliana è oggetto di motteggi per lo più sciocchissimi, da parte degli altri paesi. Anche su «La Guida della Carnia», a dir vero con spirito molto grossolano ed usato molto a sproposito, per suggerimento dei certi buontemponi di Rigolato, è stato affibbiato a Givigliana un vecchio canto popolare comunissimo nella Carnia.

Il canto nella chiesa non è più il canto popolare carnico, ma una nenia affatto diversa, introdotta circa quarantanni fa da qualche sacerdote forestiero. Un tempo l’aria del paese risuonava di allegre canzoni tutte le stagioni dell'anno e sopratutto in primavera ed estate, quando le ragazze erano sparse a lavorare per la campagna e sul monte del fieno; oggi non più tanto. Perdura invece la frenesia dei balli e a carnevale si rinnova sempre qualche poco spiritosa mascherata.

La salute, in generale, sia per l’eccessivo lavoro, sia per i troppo frequenti matrimoni fra consanguinei o per altre cause, non è florida, benché il paese sia in esposizione soleggiata di mezzogiorno e l’igiene delle abitazioni per lo più ben curata. La gioventù si presenta bene, ma specialmente le donne troppo presto deperiscono.

Il paese cresce poco. In ogni tempo, e negli ultimi anni ancora più, famiglie intiere hanno emigrato a trapiantarsi giù per Gorto o nel Friuli o altrove, in posti meno disagiati. Non ci fu mai a Givigliana una famiglia veramente ricca, ma nemmeno si ebbero degli straccioni mendicanti. Famiglie di contadini e di operai piccoli proprietari che reggendosi col lavoro godono di una discreta agiatezza, ecco il carattere economico del paese. Ed anche l’istruzione popolare è discreta. Non esiste quasi più analfabetismo; parecchio si legge, se pure non sempre con discrezione. Alcuni uomini hanno frequentato in Austria già prima della guerra e altri anche in Italia corsi d’istruzione professionale con buon esito.

La scuola del paese è ben frequentata e l’istruzione appresavi è poi dai giovani sviluppata ed integrata con accortezza. Ma nel passato nessuno fece un corso superiore di studi all’infuori del primo mansionario P. Giacomo Gortana. Ora il paese ha già migliorato anche in questo, contando il nuovo Sacerdote e due maestri.

Al giorno d’oggi Givigliana è nel complesso, disorganizzato e disorientato, e spiritualmente va alla deriva, perché da troppo tempo manca il sacerdote mansionario che guidi e rincuori i buoni cristiani sulla strada del bene. Ci sono delle eccellenti qualità e delle ottime intenzioni da incoraggiare, da utilizzare, da far trionfare di fra mezzo alle troppe cattiverie seminate dalla guerra e dalla emigrazione. C’è da creare lo spirito delle buone istituzioni. Anche l’asilo, la chiesa, la latteria aspettano di essere messi in piedi o rinnovati. Dio voglia che tempi migliori si aprano.

Oggi celebra, fra il giubilo di tutto il paese, la sua prima S. Messa il nuovo sacerdote D. Amedeo Della Martina, a distanza di centoventisei anni dalla morte di P. Giacomo Gortana. Mentre rinnovo al caro festeggiato i miei fervidi rallegramenti, mi auguro che il caro popolo di Givigliana comprenda che nella sana vita religiosa e laboriosa sta il segreto della sua vera felicità.

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