Enrico Agostinis

 

L’altra Cjanevate

Enigmi di una montagna “difficile”, fra alpinismo e toponomastica

La Creta della Cjanevate dalla Cima di Mezzo del Cogliàns (foto Fabio Tamussin – Collina)
La Creta della Cjanevate dalla Cima di Mezzo del Cogliàns (foto Fabio Tamussin – Collina)

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L’enigma Cjanevate

Intro

Immagine invernale della Creta della Cjanevate
Un’immagine invernale della Creta della Cjanevate emergente dalla nebbia. In pochi minuti la montagna sarà completamente invisibile, dando luogo a uno strano fenomeno ottico (v. foto sotto).
La Creta della Cjanevate1, a est del Cogliàns, sotto molti aspetti (orografico, storico-alpinistico, toponomastico) può essere a buon diritto definita una montagna complessa e persino complicata. Non casualmente la mostra fotografica allestita nel 2018 Monte Croce Carnico in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario della sua “prima ascensione” aveva per titolo Una montagna difficile per uomini difficili2: una dicitura dove uomini “difficili”, a similitudine della montagna stessa e nell’accezione più ampia del termine (ovvero da complessi a… complicati), erano i personaggi più significativi che sulla Cjanevate si mossero al tempo dell’alpinismo esplorativo su questi monti: in particolare Paul Grohmann, Julius Kugy e la guida di Collina Pietro Samassa.

Ma per rimanere nell’ambito della complessità e della problematicità la Cjanevate è anche la montagna dei misteri o quanto meno degli enigmi, dell’inspiegato e dell’irrisolto, tanto in chiave alpinistica che toponomastica. Ed è proprio a questi aspetti che rivolgeremo l’attenzione nello svolgersi di queste pagine, a partire dai “problemi” storico-alpinistici per proseguire con quelli toponomastici, per poi ritornare nuovamente all’alpinismo (o agli alpinisti) in una sorta di commistione fra due aspetti apparentemente lontani, e in realtà strettamente interconnessi.

Uno spettro di Brocken fra Marinelli e la Cjanevate
Uno spettro di Brocken si staglia fra il rif. Marinelli e la Cjanevate.

In queste pagine non si riscrive certo la storia della Cjanevate, montagna per lunghi anni quasi negletta e oggi molto amata dagli alpinisti (ma solo negli ultimi decenni: per i ringraziamenti di rito, citofonare Roberto Mazzilis…), e nemmeno si scolpisce un memorabile capitolo della toponomastica intorno ad essa. Tutt’al più, per l’una e per l’altra, un paragrafo e poco altro. Da un lato rivisiteremo alcuni frammenti della cronaca alpinistica della Cjanevate, senza neppure la pretesa di riscriverla poiché in gran parte è già scritta: basterà dunque rileggerla con un po’ di spirito critico, ed è precisamente ciò che si cercherà di fare in queste pagine. D’altro canto, in quella sorta di cantiere permanente che è la toponomastica tenteremo di aggiungere qualche mattone al basamento su cui si reggono storia ed etimologia di quel toponimo insolito − e, come vedremo, dalla genesi ancora più singolare − che è Creta della Cjanevate.
Spigolature quasi-enigmistiche, insomma.

Un po’ di orografia…

Il massiccio Cogliàns-Cjanevate è nettamente delimitato a ovest dal passo di Volaia (1970 m) e a est dal passo di Monte Croce Carnico (1360 m). In questa breve porzione di catena spartiacque sono comprese le due massime elevazioni delle Alpi Carniche, per l’appunto il monte Cogliàns (2780 m) e la Creta della Cjanevate (2769 m secondo i topografi italiani, 2774 m secondo i topografi austriaci). Fra i due gruppi si apre il cosiddetto Passo dei Cacciatori (2520 m), definizione un po’ pretenziosa (è tutt’altro che un passo) per denominare una profonda forcella lungo la sottile cresta fra la Cima di Mezzo del Cogliàns e la Torre della Cjanevate, mentre verso est la Cjanevate prosegue con un lungo crestone pressoché orizzontale fino alla vetta della Creta di Collina (2690 m).

Versante meridionale della Creta della Cjanevate
Il versante meridionale della Creta della Cjanevate con la parete «forse esteticamente più bella delle Alpi Carniche» (E. Castiglioni). Il vallone della Cjalderate-Cjanevate si insinua fra le propaggini digradanti della Creta Monumenz (il grosso testone sulla sinistra), e la parete sud della Creta della Cjanevate.

Per una descrizione dei versanti nord e sud della Cjanevate è particolarmente efficace il quadro che ne dà Ettore Castiglioni.

La lunga cresta principale delle due Crete [della Cjanevate e di Collina, nda], estendendosi quasi rettilinea da ovest a est forma sui due versanti vaste e ripidissime pareti: più unitaria e compatta, pur nella sua ampiezza, quella rivolta a sud, forse esteticamente la più bella parete delle Alpi Carniche; più complesse quelle del versante settentrionale, in cui si distinguono la parete nord ovest, che piomba quasi verticalmente per sul circo superiore del Valentintal, dalla parete nord che s’incurva ad anfiteatro attorno a una caratteristica ampia conca sospesa in cui si adagia i piccolo Ghiacciaio della Chianevate, unico ghiacciaio esistente nelle Alpi Carniche […]. [Il circo glaciale] è sbarrato frontalmente da una breve e bassa cresta […] la quale a sua volta precipita verso nord sopra l’Obere Valentin Alpe con una formidabile parete di oltre […] chiamata Kellerwand (Parete della Cantina)3.

Da ambo i versanti dunque la Cjanevate presenta pareti alte e verticali: prima direttamente e poi inframmezzata dal gradino del ghiacciaio, a nord la parete precipita sul Valentintal, profonda valle tipicamente alto-alpina con andamento sinuoso formata dal Valentin Bach, che scorre in direzione ovest-est fra il gruppo del Gamskofel-Mooskofel a settentrione e la Cjanevate a meridione; verso sud, dalla cresta sommitale la parete cade direttamente su un vallone sassoso e privo di vegetazione racchiuso fra le pareti della stessa Cjanevate a nord e della Creta Monumenz a sud, una sorta di gola lunga 1.5 km, da 2000 circa a 2350 m di quota, e in alcuni punti larga poche decine di metri. Al di là della verticalità delle pareti che li delimitano, i due versanti ai piedi della Cjanevate sono dunque fra loro assai diversi: a nord una caratteristica alta valle alpina, con ampi pascoli e casere e una comoda via d’accesso (e, ancorché meno comoda, anche una via di transito), dunque integrata in un’economia agro-pastorale; a sud un petroso vallone senza sbocco, un cul-de-sac nascosto e di nessuna fruibilità.

Se, proprio in virtù dell’essere la massima elevazione delle Alpi Carniche, intorno al Cogliàns si è detto e scritto e fatto moltissimo (insieme al Peralba il Cogliàns è la cima più frequentata delle Alpi Carniche), non altrettanto si può dire della Cjanevate che, dopo una breve popolarità nei decenni successivi all’ascensione di Paul Grohmann nel 1868, a lungo fu una vetta quasi trascurata dagli alpinisti, fino agli anni ’70 del secolo scorso. La vera riscoperta alpinistica e quindi “letteraria” della Cjanevate si ha solo con l’enorme progresso dell’arrampicata negli ultimi decenni del secolo scorso e la conseguente apertura di itinerari di difficoltà anche estrema da parte di diversi alpinisti, anche carnici, di grande e riconosciuto valore. Non faccio elenchi per non dimenticare qualcuno, ma penso che nessuno se ne avrà a male se cito ancora Roberto Mazzilis che queste montagne − le montagne di casa sua − e soprattutto la Cjanevate ha fatto conoscere al grande pubblico degli appassionati e degli amanti della montagna, anche curando per diversi anni la rubrica Nuove ascensioni della Rivista mensile del Club Alpino Italiano.

Anche la di là delle sue pur notevoli caratteristiche morfologiche che abbiamo descritto sopra la Cjanevate è dunque una montagna indubbiamente particolare. È una montagna “lontana” da tutto e da tutti: seppur visibile da tutta la pianura friulana, da dove la sua caratteristica parete sud la rende riconoscibile anche più del vicinissimo Cogliàns, non è altrettanto visibile da vicino in quanto non ha abitati permanenti ai suoi piedi. Non è come il Cogliàns per Collina, incombente sul villaggio (in Himalaya sarebbe forse percepito come una divinità), o la Creta di Timau per il villaggio omonimo, oppure ancora lo stesso Siera per Sappada: da Collina la Cjanevate è completamente nascosta dal Cogliàns, e da Timau è una montagna remota, quasi sperduta nel susseguirsi di vette che dalla Creta di Collinetta salgono al Cogliàns.

Panorama dal Castello di Udine
Panorama dal Castello di Udine in direzione nord ovest. A settentrione (destra), indicati dalla freccia, sopra il profilo delle Prealpi fanno capolino il monte Cogliàns e la Creta della Cjanevate. Foto di Gian77 - Opera propria, CC BY-SA 3.0 (particolare).

Ben si comprende allora, e lo si vedrà più in dettaglio nella parte toponomastica, come per molti secoli una montagna con queste caratteristiche non dovesse avere un nome proprio che la distinguesse, dal momento che non ve n’era ragione. Non c’era motivo per cui i montanari, anche quelli che frequentavano i pascoli più vicini (o, come vedremo, meno lontani), la dotassero di un nome particolare, del quale infatti essa rimase priva fino a tempi recenti. Come molte altre montagne, anche la Cjanevate dovette attendere la nascita e lo sviluppo dell’alpinismo − nelle Alpi Carniche per di più assai tardivo rispetto al resto della catena alpina − per avere un nome proprio.

Per quanto concerne la prossimità (o la lontananza) dai centri abitati, in buona misura le medesime considerazioni valgono anche per il versante settentrionale del monte, seppure la montagna risulti ben visibile − ma sempre a distanza − da Mauthen. Quanto alle considerazioni di carattere toponomastico le analogie sono invece strettissime, poiché lo sviluppo dell’alpinismo di parte austriaca precedette solo di pochi anni quello sul versante italiano, con tutto ciò che ne consegue circa lo sviluppo della toponomastica riguardante le vette.

Tutto questo è parte della storia che andremo a scoprire e a raccontare.

Cronache alpinistiche

Una breve premessa metodologica da condividere con i lettori.

Sotto il profilo alpinistico, per “primo salitore” di una montagna o di una vetta si intende colui che, solo o insieme ad altri con i quali ha condiviso l’ascensione, mette piede su una vetta prima di allora mai toccata da altri. Balmat e Paccard sono entrambi primi salitori del monte Bianco, a prescindere dal fatto che sulla calotta sommitale fosse avanti l’uno oppure l’altro: di fatto condivisero l’intera salita, e insieme raggiunsero la vetta.

La prima salita

Nella letteratura alpinistica è opinione ampiamente diffusa e condivisa che il primo salitore della Cjanevate sia stato Paul Grohmann, con le guide Josef Moser e Peter Salcher, il 15 luglio 1868.

La Cjanevate in Himalaya
Immaginiamo di trasferirci lontano nel tempo e nello spazio: trasformiamo la Cjanevate in un 7000 o 8000 dell’Himalaya, un secolo più tardi.
Grohmann effettua la sua salita, e al ritorno si reca per il doveroso resoconto da Ms. Elizabeth Hawley, dal 1959 ininterrottamente per quasi sessant’anni indiscussa vestale dell’Himalayan Database, l’archivio che raccoglie i risultati delle spedizioni nell’Himalaya nepalese a partire dal 1909 e che, pur non avendo veste ufficiale, costituisce un assoluto riferimento per le ascensioni nell’area.
Ms. Hawley non può che rispondere: Sorry, Mr. Grohmann, but no summit, no climb. Spiacente, Signor Grohmann, ma senza vetta non c’è salita. Il responso è qualcosa di assai simile a una sentenza che molti alpinisti, anche famosissimi, si sentiranno ripetere e che, più o meno obtorto collo, dovranno accettare.
Ci saranno anche gli alpinisti furbetti - anche qui alcuni di grande rango, compresa qualche “concorrente” di Nives Meroi nella “corsa” ai 14 ottomila (come è noto Nives respinse l’idea stessa di competizione) - che barando proveranno a mettere nel sacco l’ormai attempata signorina, ma ne usciranno sempre perdenti.
Alla categoria dei furbetti non va certo ascritto Paul Grohmann, il cui orgoglio e amor proprio erano tali che, prima ancora che a un ipotetico pubblico, era a sé stesso che doveva eventualmente rispondere dei propri - pochi - insuccessi. In quest’ottica è abbastanza singolare che, diversamente da altre circostanze, Grohmann non sia ritornato a “completare il lavoro” come altrove aveva già fatto. Ad esempio in Marmolada dove, dopo aver raggiunto nel 1862 Punta Rocca e aver compreso che la traversata a Punta Penìa, di circa 35 m più elevata, era troppo pericolosa, abbandonò l’impresa ma ritornò due anni dopo e portò a termine la salita alla vetta più elevata delle Dolomiti. Forse sulla Cjanevate considerava portata a termine l’impresa (Grohmann non ritornò mai sulle cime conquistate), forse la Cjanevate non era altrettanto prestigiosa delle vette dolomitiche, oppure ancora il grande alpinista viennese non fece a tempo a ritornare: dopo il passaggio sulle Alpi Carniche Grohmann ebbe ancora una sola grande stagione in Dolomiti l’anno seguente, 1869, nel corso del quale effettuò le prime ascensioni dei Tre Scarperi, nelle Dolomiti di Sesto, del Sassolungo e della Cima Grande di Lavaredo, per poi scomparire dalla scena alpinistica a causa dei problemi finanziari dell’azienda di famiglia. Senza quella disavventura extra alpinistica, chissà. Forse avremmo davvero rivisto Grohmann sulla sommità del suo Kellerspitz (e vedremo più avanti come quel “suo” sia da prendere alla lettera).

È anche cosa (quasi) altrettanto nota che in quella stessa occasione Grohmann non raggiunse la vetta principale, ma a causa del sopraggiungere del maltempo dovette arrestarsi sull’anticima ovest, che da allora prese il nome di Grohmannspitze, e ridiscendere per la via di salita. Eppure, sebbene con qualche importante ma sommesso distinguo, per le cronache il primo salitore della Cjanevate è lui.

Naturalmente non è così. Allora − né mai in seguito − Grohmann mise piede sulla vetta della Cjanevate e dunque, fra moltissimi conquistati e riconosciuti, quel primato non gli spetta.

Immagino reazioni sdegnate al grido di lesa maestà: dopo tutto, è pure il riconosciuto “re delle Dolomiti”…

Imputazione fuori luogo, tempo sprecato.

Anzitutto, chiarisco che questa precisazione di obiettivo mancato da parte di Grohmann non toglie nulla, ma proprio nulla, alla grandezza dell’alpinista viennese, che anche senza la vetta della Cjanevate rimane una delle più straordinarie figure dell’alpinismo mondiale e soprattutto dolomitico.

I primi salitori “veri” della Cjanevate sono dunque, 10 anni dopo il tentativo di Grohmann, l’alpinista udinese Giovanni Hocke e la guida di Mauthen Adam Riebler (il giovane), il 31 luglio del 1878. D’altra parte, nella sua notissima guida delle Alpi Carniche, proprio riguardo a questa salita lo stesso Ettore Castiglioni scriverà che i salitori hanno raggiunto «il punto più alto della Creta della Chianevate, mancato dal Grohmann»4.

Nessuna diminutio per Grohmann a cui va riconosciuto, se mai ne avesse bisogno, di avere per primo compreso che anche questa montagna “difficile” e apparentemente proibitiva poteva e doveva essere raggiunta.

Prima ascensione alla Cjanevate secondo Wikipedia britannico
Secondo Wikipedia britannico la prima ascensione alla Cjanevate è di Hocke e Riebler.

Grohmann ci si provò due volte, e nella seconda giunse vicinissimo alla vittoria con una salita tutt’altro che semplice per quei tempi. Il successo, tuttavia, quel successo fu di altri, a cui tocca il dovuto riconoscimento: che poi vada a un alpinista non certo famoso come Hocke (il suo accompagnatore, Adam Riebler, era invece una guida rinomata) non significa proprio nulla.

C’è tuttavia un altro “primato” di Grohmann sulla Kellerwand, della quale il grande alpinista viennese è forse assai più che non il semplice conquistatore. Ma questa è tutta un’altra storia, intorno alla quale ci dilungheremo fra qualche pagina.

La prima invernale

Non c’è mai stata. O, meglio, c’è sicuramente stata ma non è quella che la storia dell’alpinismo e le più accreditate guide alpinistiche registrano.

Un passo indietro, alla già citata Guida delle Alpi Carniche di Ettore Castiglioni:

«Il 27 febbraio 1899 la guida P. Samassa con J. Kugy e G. Bolaffio effettuavano la 1a asc. invernale della Creta della Chianevate6».

La via di salita non è specificata ma, visti i tempi, è probabile che si sottintenda la via normale, per la cresta est dalla Creta di Collina.

Stesso autore, stessa guida ma alla voce Cogliàns:

«Per il medesimo it. salirono G. Kugy e G. Bolaffio con le guide P. Samassa e A. Komac il 27 febbraio 1899, effettuando così la 1° sal. invernale della cima».7

Libretto di guida di Pietro Samassa
La pagina del libretto di guida di Pietro Samassa con la relazione della prima salita invernale al Cogliàns il 27 febbraio 1899 (in alto). In quel giorno on vi sono altre salite. (arch. Agostinis)
Entrambe le notizie della guida di Castiglioni, tanto quella riguardante la Cjanevate che quella relativa al Cogliàns, saranno riprese tal quali nella nuova edizione della guida delle Alpi Carniche del 19888, ma qualcosa non quadra.

Il 27 febbraio 1899 la pur esperta ed efficiente cordata Samassa-Kugy-Bolaffio (con o senza Komac) non può avere effettuato entrambe le prime invernali. Non può perché gli itinerari sono fra loro distanti e, almeno per allora, troppo lunghi e troppo complicati (soprattutto la salita della Cjanevate) per essere compiuti in una sola breve giornata invernale.

Per di più, se la salita al Cogliàns trova conferma, di quella alla Cjanevate non v’è alcun riscontro: nella sua principale opera sulla propria attività nelle Alpi Carniche Kugy ricorda la prima salita ma non menziona la seconda9, e anche sul libretto di guida di Samassa è riportata la salita al Cogliàns ma non si trova alcunché intorno alla invernale in Cjanevate (v. a lato), a detta delle cronache avvenuta nello stesso giorno.

È pur vero che questa lacuna non sarebbe la sola del libretto di Samassa, poiché altre assenze e altri vuoti ci sono nel libretto: lacune importanti, senza ragione apparente e gravide di conseguenze, ma tutto questo appartiene già al prossimo capitolo di questa saga della Cjanevate. Tuttavia, per chiudere questo argomento della salita fantasma, sarebbe ben strano che di due ascensioni compiute nello stesso giorno (due prime!) i clienti scrivessero la relazioni di una, e non dell’altra.

Molto più semplicemente − e logicamente − quella salita non ci fu, e gli artefici della prima ascensione invernale alla Cjanevate sono da ricercare altrove.

Kugy vs. Samassa

Così scrive Julius Kugy nel suo libro forse più conosciuto.

Dopo alcuni anni [dalla salita con Bolaffio, Samassa e Komac alla Cjanevate da nord ovest, nel 1899] mi giunse la notizia che Samassa, con un alpinista di Udine, Urbanis, aveva trovato una via nuova salendo da sud-ovest, dal circo della Cianevate. Desiderando conoscerla anch’io, andai in cerca di Samassa, ma fui accolto molto male ed ebbi un secco rifiuto. «Con lei non ci vengo!» mi investì adirato. Gli domandai stupito che cosa fosse accaduto ed egli mi fece i più aspri rimproveri perché, dopo quella nostra magnifica ascensione, non avevamo pubblicato una «relazione», che mettesse in doverosa evidenza la parte che ci aveva avuto lui; dunque non metteva conto di venire con noialtri; mi spiegò che per ogni grande ascensione ci voleva la rispettiva relazione, altrimenti non veniva. Urbanis era ben diverso: ci prendessimo ad esempio la sua relazione. Quell’ambizioso voleva vedersi «stampato»10.

È la ben nota descrizione dell’incontro-scontro fra Kugy e Samassa che segue la difficile salita alla Cjanevate per la parete nord ovest («la nostra magnifica ascensione») e precede quella altrettanto difficile per la parete sud. «Quell’ambizioso voleva vedersi stampato» divenne una sorta di marchio disonorevole che accompagnò Samassa fino ai giorni nostri11.

Nel suo libro Kugy ricorda il duro contrasto con Samassa e lo attribuisce all’irritazione della ambiziosa e irascibile guida, delusa e insoddisfatta per la mancata stampa della sua impresa: tuttavia, la memoria gioca un brutto tiro all’alpinista giuliano che, a distanza di molti anni non mette bene a fuoco l’episodio e i suoi contorni12.

Anzitutto, Kugy non cerca Samassa «dopo alcuni anni» dalla loro salita per la parete nord ovest, avvenuta il 10 luglio 1899, ma solo un anno più tardi. Ma soprattutto, quando l’alpinista e la guida si incontrano/scontrano, nelle prime settimane di luglio 1900, Samassa si è già “visto stampato” per quella difficile ascensione sulla Cjanevate di un anno prima.

Relazione di Kugy dell’ascensione alla Cjanevate
Relazione di Kugy dell’ascensione alla Cjanevate per la parete nord ovest effettuata il 10/7/1899 da Samassa, Komac, Kugy e Bolaffio

Nel mese di settembre del 1899, meno di due mesi dopo quella salita, sul bimestrale della Società Alpina Friulana13 era comparsa la trascrizione/traduzione integrale dell’articolo scritto da Kugy per la Österreichische Alpenzeitung14, con il dettagliato resoconto dell’ascensione (v. qui a lato). Samassa, molto attento e sensibile alla pubblicizzazione delle sue imprese e, come si evince da altri documenti, attento lettore delle cronache alpinistiche (soprattutto quelle che lo vedevano protagonista), non poteva non saperlo: forse il suo ruolo non era, secondo lui, «in doverosa evidenza», ma era pur sempre citato come prima guida di un’ascensione ripetutamente definita «difficile» e «molto difficile»15.

Samassa voleva di più di una semplice relazione, pur dettagliata? Forse. Tuttavia la sua impresa era certamente già finita sui giornali, e pertanto l’affermazione «Quell’ambizioso voleva vedersi stampato» da parte di Kugy è, oltre che ingenerosa, quanto meno inesatta. In realtà, alla base dell’irritazione di Samassa non era la “mancata stampa” ma un’altra ragione, forse anche più importante e grave che non un semplice articolo o un trafiletto su una pubblicazione di settore.

Per motivi che non conosciamo, del resoconto di quella ascensione «estremamente difficile»16 sulla nord ovest della Cjanevate non sono le cronache a rimanere prive, ma è proprio il libretto di guida di Samassa. Sul libretto di quella ascensione non v’è traccia, al contrario proprio di quelle, altrettanto difficili, effettuate dalla guida di Collina con Urbanis e richiamate da Kugy nel suo libro come esempio di relazione indicato dalla stessa guida collinotta. Il palmarès ufficiale della guida, il libretto dove le sue imprese sono raccolte tutte insieme presenta un vuoto importante, una lacuna talmente grave che, nella mente di Samassa, non lo priva solo di una meritata gratificazione personale ma gli toglie prestigio (e popolarità e “mercato”, ovvero clienti). O non gliene aggiunge, il che nella percezione della guida è esattamente lo stesso.

Non sappiamo né mai probabilmente sapremo le ragioni di questa lacuna: tuttavia, posto che l’ipotesi che Kugy abbia rifiutato di scrivere la relazione è semplicemente inconcepibile, e ammesso che il conoscerne la ragione abbia poi tutta questa importanza, le spiegazioni possono essere soltanto due.

La prima supposizione è che quel giorno Samassa non avesse con sé il libretto, caso abbastanza improbabile visto che è lo stesso Samassa ad attribuire a Kugy la responsabilità della mancata relazione.

La seconda e più verosimile ipotesi è che, come succedeva abbastanza frequentemente, la stesura della relazione della salita non fosse stata effettuata sulla vetta (per ragioni di tempo, cronologico o meteorologico, oppure e più generalmente per motivi di sicurezza e di comodità) ma fosse stata rimandata alla via del ritorno, magari al momento della separazione fra guida e clienti, e poi dimenticata17. Quale che ne fosse la causa, così non fu, con le ben note conseguenze che accompagnarono Samassa ben oltre la tomba.

Kugy e Samassa effettuarono insieme un’altra importante ascensione, proprio sulla parete sud della Cjanevate, ma la loro conflittualità (latente e talvolta esplicita), determinata soprattutto da una diversa visione dell’alpinismo, rese il loro sodalizio decisamente instabile e poco duraturo18.

Massiccio Cjanevate-Cogliàns visto da nord-nord ovest
Il massiccio Cjanevate-Cogliàns visto da nord-nord ovest, in una panoramica ripresa dalla vetta del Rauchkofel. Alla sinistra si intravede la Creta di Collina, quindi la vetta della Creta della Cjanevate, la minuscola Grohmannspitze e infine la Torre della Cjanevate, prima del Passo dei Cacciatori al centro dell’immagine. Quindi più a destra, nel gruppo del Cogliàns, la Cima di Mezzo, l’anticima est o Pilastro, la cima principale del Cogliàns e infine, all’estrema destra, la Cima Lastròns del Lago.

Toponomastica

Altra premessa da e per non specialisti, senza dunque perdersi in distinzioni dettagliate fra toponomastica tipologica e toponomastica storica. Temo che mi dilungherò assai e me ne scuso sin d’ora.

I nomi di luogo o toponimi − da cui toponomastica=studio dei nomi di luogo o, appunto, dei toponimi − rispondono a un’esigenza funzionale alla presenza umana in un dato territorio: i luoghi esistono (ovviamente) anche senza l’uomo, ma senza di esso restano privi di nome.

Di fatto, fino alla fine del ‘700 in montagna (nelle Alpi Orientali anche 50 anni più tardi) una vera toponimia con un sufficiente grado di dettaglio si arresta al “piano fruibile” o “piano funzionale”, cioè alla quota massima a cui si spinge lo sfruttamento del territorio da parte delle popolazioni che abitano i villaggi di fondovalle, borghi che in Carnia raramente superano i 1200 m: di fatto, solo la fienagione in quota (un solo sfalcio nei cosiddetti prati di mont, fino a 1700-1800 m), il pascolo stagionale (talvolta fino a 2000 m) e lo sfruttamento dei boschi (raramente oltre i 1700 m)19. Oltre quelle quote la toponimia diventa rada e generica, a identificare solo ampi versanti o grandi valloni, quando non interi gruppi montuosi. A meno di salienti peculiarità di carattere estetico (il monte Bianco, candido ed enorme) o funzionale (i numerosi orologi astronomici delle Alpi: Cima Undici, Cima Dodici, Cima Una) o ancora di notevole impatto visivo sulla fantasia di chi osserva (Cima d’Uomo, Creta di Àip, la Stella) la grande maggioranza dei nomi di dettaglio dei monti è dunque di origine abbastanza recente, o quanto meno tarda.

Una grande accelerazione al processo di denominazione delle vette (anche secondarie), creste e forcelle si avrà solo con lo sviluppo della topografia e soprattutto dell’alpinismo, con l’avvento di nuovi criteri di fruibilità del territorio d’alta quota (fruibilità prima di allora pressoché inesistente, ma d’altra parte anche l’alpinista e l’escursionista sono “fruitori” del territorio) e di funzionalità della microtoponimia dei monti. In questo processo gli alpinisti/topografi talvolta faranno propri integralmente i (pochi) toponimi dei valligiani, contadini, pastori e cacciatori, talaltra li modificheranno/integreranno più o meno pesantemente, talaltra ancora ne inventeranno di completamente nuovi.

Va da sé che la genesi della toponimia originale/originaria di un dato luogo o territorio come sopra descritta implica necessariamente, salvo casi eccezionali motivati da ragioni altrettanto eccezionali, l’intervento della lingua “dominante”: detto altrimenti, i toponimi originali di una data area nascono, nella quasi totalità, nella lingua di chi in quei luoghi vive e lavora. Fra il XII e il XIII secolo, quando i primi pastori-coloni di origine evidentemente carnico-friulana misero piede dove oggi è Collina (che naturalmente non si chiamava ancora così, o forse non si chiamava del tutto) in Friuli e in Carnia si parlava un friulano ormai consolidato, o comunque ben definito rispetto al latino: certamente non identico a quello che si parla ancora oggi (la variante di Collina è una delle più antiche, ma 1000 anni non passano invano), ma altrettanto certamente assai diverso dal latino da cui pure ebbe origine. Come che sia, i nomi dei luoghi frequentati dai Culinòts e tramandati sino a noi sono, nella quasi totalità, in culinòt.

Analogo principio vale naturalmente per altre comunità insediatesi nei primi secoli del secondo millennio nelle alte valli alpine della Carnia: fra quelle a noi vicine, nelle isole germanofone di Sauris, Sappada e Timau20 i toponimi originali sono nelle parlate locali, appunto di origine alto tedesca. Ad esempio, la denominazione originale del monte che incombe su Granvilla, a Sappada, è Ais[e]nperk: la denominazione “monte Ferro” che oggi compare su tutte la guide turistiche e le carte topografiche è un’italianizzazione posteriore del sappadino (a sua volta Ais[e]nperk è filiazione antica del tedesco Eisenberg, che significa proprio “monte del ferro”: toh!).

Oppure, generalizzando, a Sappada certo oggi abbondano i toponimi italiani, ma nella quasi totalità questi toponimi sono riscritture relativamente recenti − traduzioni o traslitterazioni o altro ancora − di toponimi “originali” creati nella parlata sappadina.

Questo processo di revisione/sostituzione toponomastica conta centinaia di esempi in tutte le Alpi e anche in Carnia, con motivazioni ed esiti − le une e gli altri − spesso discutibili o palesemente errati sotto ogni profilo (etimologico, linguistico, semantico ecc.)21, talvolta fino a sfiorare il ridicolo. È un argomento sul quale si dovrà ritornare con un lavoro dedicato.

Che cosa ha a che fare tutto questo con la Cjanevate? Moltissimo, tanto per il nostro toponimo Creta della Cjanevate che per il suo attuale corrispettivo tedesco, Kellerspitz. Altro enigma? Forse questa volta no.

Ancora toponomastica, con sorpresa

Con qualche modesta variante formale, i due attuali toponimi friulano/italiano e tedesco, rispettivamente Creta della Cjanevate e Kellerspitz, sembrano l’uno la copia dell’altro. Creta della Cjanevate è un’italianizzazione a metà del friulano Crete de Cjanevate, dove crète=croda è traslitterato nell’italiano “creta”, e cjanevate=cantinaccia (cjànive=cantina + il suffisso peggiorativo -ate). Dall’altra parte, il significato letterale di Kellerspitz è “cima della cantina” (Keller=cantina e l’aggettivo spitz sta per “appuntito, acuto” che nei termini composti diviene spesso “cima” o “guglia”). Tutto chiaro.

Troppo facile. Anche se per decenni alpinisti e topografi (soprattutto italiani) hanno redatto carte e salito cime senza minimamente porsi il problema etimologico, accettando come scontata la quasi uguaglianza di cui sopra Cjanevate=Keller, il problema sussiste eccome, perché la supposta equivalenza dei due toponimi non c’è. O, meglio, c’è ma ha origini assai più complesse di quanto non appaia, e soprattutto ha scarso radicamento storico, se per storico si intende qualche cosa che abbia dietro di sé un processo evolutivo e duri da qualche secolo almeno. Nel nostro caso, condizioni entrambe non soddisfatte.

Per cominciare, non c’è nessuna Keller e neppure una cjànive da cui i due toponimi avrebbero avuto origine. In questa affermazione c’è la sintesi delle prossime 20 pagine: potremmo finire qui, ma vedo molti volti increduli. Troppi.

Urgono chiarimenti.

Intorno alla Cjanevate

I primi a mettere stabilmente piede sulle propaggini meridionali della Cjanevate o, più precisamente, nella val di Collina, sono proprio pastori del villaggio di Collina, nell’Alto Gorto, che in virtù di un beneficio patriarcale vi insediano una o più malghe già nel tardo Medioevo22. I Collinotti vi sono ancora presenti fin oltre la metà del ‘400, quando il pascolo è già attraversato anche dalla via prediletta dai cramârs di Gorto e della Valcalda, il percorso che scendendo da forcella Plumbs porta a Monte Croce. Possiamo quindi affermare con sufficiente certezza che furono questi primi utilizzatori ad abbozzare la microtoponomastica della zona che, in tutto o in parte, è giunta fino ai giorni nostri.

Toponimi culinòts
Plòto e Scjalòto sono due toponimi “originali” della zona ancora oggi in uso.
Il primo (in friulano Plòte, in it. Plotta) identifica l’area a pendenza molto modesta nell’alta val di Collina, immediatamente a est della dorsale forcella Morareto (dove si trova il rifugio Marinelli)-m. Florìz. Pressoché pianeggiante, al proprio limite settentrionale l’area ospita un microscopico laghetto (di fatto poco più di una pozza) a levante del quale si innalza una verde cimetta tondeggiante, alta alcune decine di metri e battezzata “cima Plotta” dalla cartografia e dalla toponomastica ufficiale. Plóto è un toponimo “parlante”, poiché il termine ha il preciso significato di “lastra”: tipicamente, la plòto dal spolèrt è la piastra della cucina economica a legna, assai popolare dai primi decenni del ‘900. Insomma, nella Plòto il terreno è piatto come una lastra, e infatti già nel 1804 persino il citato cocuzzolo di cima Plotta fu coraggiosamente ribattezzato "M.te Piato" nella Kriegskarte (Von Zach in bibliografia).
Un secondo toponimo interessante lasciatoci dagli antenati è Scjalòto. Anch’esso con il tempo divenuto friulano con “Scjalòte” e italiano con “Scaletta”, l’origine è tuttavia collinotta dal momento che nella parlata di Collina scjalòt è ‘‘gradino’’ (scjalòto ne è il femminile, con un non infrequente cambio di genere e di significato letterale), ma il termine manca nel Pirona ed è quindi da considerarsi endemismo di Collina e luoghi circostanti. È poi probabile che con Scjalòto i primi frequentatori della val di Collina non indicassero l’attuale passaggio (oggi attrezzato) fra l’alta val Collinetta e l’alto vallone Monumenz, ma definissero l’intero e ripido costone roccioso che sorregge e nasconde la soprastante val di Collinetta e che, cadendo quasi verticalmente sul vallone Monumenz, ha l’aspetto di un enorme gradino. Dell’estensione storica del termine Scjalòto-Scjalòte all’intera quinta rocciosa è anche l’opinione di Mirta Faleschini in La strada romana di Monte Croce Carnico, in «Tischlbongara Piachlan - Quaderni di cultura Timavese», n.4, dic. 2000, nota 10 a p. 70.

Va da sé che la frequentazione era in larga prevalenza circoscritta all’area funzionale della zona, e così pure la denominazione dei luoghi era circoscritta principalmente ai pascoli (ad es. la Plòto) oppure a elementi caratteristici del paesaggio (ad es. la Scjalòto, v. riquadro qui accanto).

Tuttavia, pascoli e via dei cramârs e la stessa val di Collina sono notevolmente distanti dalle falde rocciose della Cjanevate, che ne rimangono discoste e invisibili: i pascoli necessitano di erba abbondante, e si avvicinano alla base della catena principale solo alle falde della Cresta Verde e della Creta di Collinetta (la cosiddetta val Collinetta), considerevolmente più a est della Cjanevate; a sua volta, la via dei cramârs segue a lungo il corso del rio Collina, molto più a sud, e si avvicina alla catena montuosa principale solo in prossimità della casera Collinetta di Sotto, ormai in vista del valico di Monte Croce.

In sostanza, non c’è alcuna ragione perché chicchessia, pastore o viandante, per dovere o per necessità si spinga fino alla nascosta, impervia e rocciosa base-sbocco della Cjanevate. Per essere più chiari, quel vallone può essere raggiunto casualmente solo da chi abbia nei dintorni una presenza costante e prolungata, diciamo pure stagionale. Posto che il tardo Medioevo non è tempo di escursioni alpine23, e che l’accesso al vallone non è né banale né intuitivo, l’imboccatura del vallone stesso dista ore e ore di cammino dagli abitati più prossimi (o piuttosto meno lontani), ossia Timau e Collina. Anche dal percorso dei cramârs, dal quale la deviazione richiederebbe comunque diverse ore di cammino su terreno sconosciuto e malagevole, è pressoché impossibile giungere a scoprire casualmente il vallone.

Cjaldério

Ciò che invece è più verosimile sia accaduto è che qualche pastore, trovandosi sui pascoli alti nella zona della casera Monumenz (oggi diroccata) e magari alla ricerca di qualche capra indisciplinata allontanatasi dal gregge e smarritasi lassù, si sia avventurato prima sul margine e poi, forse spinto dalla curiosità, entro il vallone tutto massi e pietre, dove di vegetazione e possibilità di pascolo davvero non c’è manco l’ombra.

Magari − tocco di colore − in una giornata di nuvole basse, di vapori che si rimescolano salendo e scendendo dalle pareti circostanti, come spesso capita da quelle parti: è un ambiente singolare, che non ha lasciato indifferenti alpinisti ed escursionisti (comunque non numerosissimi) che vi si sono avventurati, figuriamoci un pastorello del ‘200 o del ‘400. Comprensibilmente il giovane ne rimane impressionato e al ritorno in malga, condividendo l’esperienza con gli altri pastori, la battezza Cjaldério, o qualcosa di molto simile.

A prima vista, poca scienza e molta immaginazione, certo, ma solo se si guarda al particulare: quanto all’essenza dello sviluppo degli eventi, probabilmente non siamo poi così lontani dal vero.

Testata del vallone della Cjalderate-Cjanevate Sbocco del vallone della Cjalderate-Cjanevate
Nella foto di sinistra la testata del vallone della Cjalderate-Cjanevate, con il Passo dei Cacciatori al centro, alla sua sinistra la Cima di Mezzo e alla sua destra la base della parete sud della Torre della Cjanevate. Nella foto di destra lo sbocco del vallone, alto sopra i pascoli della parte superiore della val di Collina (sulla destra è visibile il ripiano della Plotta). Sullo sfondo, la dorsale monte Crostis-Cimon di Crasulina.

A Collina cjaldério24 (dal lat. caldaria= caldaia) è il nome con cui è designato uno “strumento” che può essere benissimo evocato nell’immaginazione del pastore, ossia il calderone in cui è riscaldato il latte per la preparazione del formaggio25. Stessa radice caldaria hanno il cjaldarìn della polenta e anche il cjaldéir, il bellissimo secchio di rame decorato e stagnato, utilizzato per attingere l’acqua.

La denominazione popolare collinotta associata al vallone ai piedi della parete sud di quel monte che con nome completo è chiamato Creta della Cjanevate è dunque Cjaldério (o anche − a mio avviso in epoca più recente − Cjalderato), e non altro. Se proprio si vuole, in friulano Cjalderie o anche Cjalderate, ma non altro. Non Cjanevate.

C’è dell’altro. Sulla base di una fonte decisamente autorevole (Giovanni Marinelli), per oltre un secolo è stata data per scontata la già richiamata origine di Cjanevate in ciànive, termine friulano che significa “cantina”, in analogia con il tedesco Kellerspitz26. Ma a Collina, donde provengono i primi frequentatori e creatori di toponimi, il termine cjànive semplicemente non esiste, né per “cantina” né per altro. A Collina “cantina” si dice cjàveno, stessa radice del friulano cjànive (il lat. canaba=capanna, baracca, taverna) ma con metatesi delle ultime due sillabe: cjàveno, non cjànevo come eventualmente si sarebbe detto quassù.

Relazione di Kugy dell’ascensione alla Cjanevate
Anni ’50. Cacciatori a Collina. A destra Edoardo Tolazzi (1898-1967), maestro, guida alpina e gestore del rif. Marinelli negli anni ’20-‘30 (arch. Agostinis)

Ecco allora che, se mai quella definizione con il suffisso collinotto -àto fosse nata da queste parti, con l’eventuale peggiorativo essa sarebbe stata Cjavenato, e non Cjanevato: insomma, oggi il toponimo ufficiale friulano/italiano sarebbe Creta della Cjavenate (salvo ulteriori… migliorie), e non della Cjanevate. Una ragione di più, se mai ve ne fosse bisogno, a dimostrazione che quella denominazione − Cjanevate − non nasce a Collina.

Infine, una constatazione. Fino agli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, quando era ancora vivente (e attiva) la generazione dei cacciatori-alpinisti collinotti nati a cavallo fra ‘800 e ‘900 e profondi conoscitori dei monti circostanti, la denominazione corrente in uso per il monte soprastante la Cjaldério era esclusivamente Kellerspitz, ovvero il toponimo tedesco27. Il prima sconosciuto toponimo Cjanevate (secondo la pronuncia locale, mutato in Cjanevato) giunse a Collina probabilmente attraverso la Guida delle Alpi Carniche di Ettore Castiglioni, che in qualche modo, con l’autorevolezza dell’Autore e la dovizia di particolari e di dettagli caratteristica della guida, sdoganò quell’espressione per le generazioni future28.

Kélder

Lasciamo Collina e il furlan e ci portiamo nell’altro villaggio “ai piedi” (in verità piuttosto lontano) del versante meridionale della Cjanevate, Timau, dove si parla un dialetto tedesco di origine probabilmente bavarese, migrato con i suoi parlanti dalla vicina Carinzia nel tardo Medioevo, che i Timavesi chiamano tischlbongara, dal nome di Timau nella loro stessa parlata, Tischlbong (in tedesco Tischlwang). Qui il vallone ai piedi della parete sud della Cjanevate è detto in timavese «Kèlder», e il termine

«Designa la località che si estende ai piedi del Kélderspitz ed è posta a E del M. Coglians […]. Il toponimo è conosciuto anche nella forma friulana Cianevate o Cialderate»29,

e la montagna soprastante è «Kélderspitz»30.

Quanto all’etimologia di «Kélder», secondo l’A. l’origine è nell’alto tedesco «këller “cantina” con riferimento analogico all’ambiente freddo»31.

È importante sottolineare che i due toponimi friulani/italiani richiamati nel testo citato non sono forniti dagli informatori timavesi dell’A. ma sono dedotti da fonti bibliografiche recenti, rispettivamente dalle mappe comunali di Paluzza (Chialderate) e carta escursionistica IGM del 1985 (La Chianevate)32.

Il toponimo originale33 è dunque in timavese, e ci sarebbe di che stupirsi del contrario, ossia che i toponimi friulani, a loro volta successivamente italianizzati, precedessero i toponimi in tischlbongara, il dialetto di Timau. Come già sottolineato per Sappada, sono gli abitanti del luogo a denominare il proprio territorio, e naturalmente il processo si sviluppa nella propria lingua e non in quella d’altri.

In timavese Kélder significa dunque “cantina” (o forse anche cantina, oltre al nome di un luogo che con le cantine ha assai poco da spartire), ma vediamo quale può essere stato il meccanismo o il processo di genesi del toponimo timavese:

  • con origine spontanea e autonoma, comunque più tarda del collinotto Cjaldério per le ragioni già esposte. Lo stesso luogo sarebbe “caldaia” per gli uni e “cantina” per gli altri, con una cesura semantica fra i toponimi ampia e forse incomprensibile, e per certi aspetti persino sorprendente: l’uno dettato dalla morfologia del territorio, l’altro da una caratteristica climatica; ma anche, giusta le etimologie sottostanti, il primo indirettamente in relazione a “caldo”, il secondo con un riferimento altrettanto indiretto a “freddo”.
  • come corruzione del collinotto Cjaldério34. I contatti fra i pastori di Collina e i valligiani di Timau dovevano essere abbastanza frequenti, ad esempio per lo smercio dei prodotti di malga alle taverne che ospitavano i viandanti sulla via di Monte Croce. Va da sé che in questo caso il Kélder=cantina sarebbe una paretimologia, e il timavese Kélder non starebbe dunque per “cantina” ma avrebbe la sola funzione di definire il nome di “quel vallone lassù”. Quale che sia la genesi del toponimo timavese appare comunque evidente che nessuna delle due popolazioni più prossime, e dunque in prima istanza “titolate” a dare un nome a quel vallone ai piedi della Creta della Cjanevate, lo ha originariamente chiamato Cjanevate: non quelli di Collina, che lo chiamano solo Cjaldério, né quelli di Timau che lo chiamano Kélder e che, stando alle cronache, ancora a fine ‘800 non hanno grande dimestichezza con il friulano e l’italiano. I termini Cjanevate per il vallone, e quindi Creta della Cjanevate per il monte soprastante, non hanno avuto origine quassù: se oggi vi sono reperibili, e anzi vi si sono stabilmente insediati, sono di origine “foresta” e vi sono stati importati.

Da dove? Da chi, e quando? Per il momento abbandoniamo la toponomastica sul nostro versante, e diamo un’occhiata alla non meno complessa (o complicata) storia della toponimia d’oltralpe, dove le denominazioni della nostra montagna si alternano a lungo prima di stabilizzarsi definitivamente nella forma attuale Kellerspitz e simili.

Kellerwand e Kellerspitz

Non abbiamo conoscenza diretta e soprattutto retrospettiva dei luoghi e delle parlate locali. Anche senza scomodare gli imperatori Valente e Valentiniano, cui si vuole fare risalire il toponimo Valentintal, sappiamo questa valle e le sue malghe, alle basi delle pareti nord della Cjanevate, sono frequentate da tempi molto antichi − forse anche prima della val di Collina − grazie all’agevole accesso dalla strada di Monte Croce. Sappiamo anche che la via Collina-Volaia-Valentintal-Mauthen è percorsa almeno dal XV-XVI secolo (ma forse anche in epoca precedente) da una parte dei viaggiatori provenienti dall’Alto Gorto e diretti oltreconfine35. Ancorché meno frequentato di altri percorsi, il transito lungo l’alto Valentintal è nondimeno regolarmente praticato fino ai primi decenni del XX secolo e anche oltre.

Come chiamavano anticamente la Cjanevate i valligiani di Mauthen-Kötschach e i malgari del Valentintal? Ammesso che la chiamassero in qualche modo, non sappiamo quale, poiché la nostra conoscenza retrospettiva si arresta all’età moderna. Non è molto, ma ce lo faremo bastare.

Nella tabella che segue è riportato il quadro d’insieme dei toponimi con cui è definita la Creta della Cjanevate insieme ai suoi satelliti (Creta di Collina e Creta di Collinetta) nella cartografia austriaca dalla seconda metà del ‘700 a oggi36.

Tabella 1
data Cjanevate Creta di Collina Creta di Collinetta
1 1784-1785 Valentin alpen Walentin Alpen Zelon
2 1804 Cadin Kofel Plokner Kofel
3 1818-1829 Collinez Pizzo Collina Pizzo Collinetta
4 1826 ZellonKofel
5 1829-1835 Collinez CollinKofel ZillaKofel
6 1869-1887 Kollinkofl [Kellerspitz è il Cogliàns] Cellonkofl (Pizzo Colinetta)
7 1901-1902 Kellerspitzen (P. Collina) Cellonkofel (P. Collinetta)
8 oggi Kellerspitzen Kollinkofel Zellon
Le denominazioni sono come da testi originali. Il dettaglio bibliografico della tabella è in Appendice.        

 

Di volta in volta i cartografi austriaci denominano dunque la Cjanevate come:

  1. Valentin alpen. Sebbene assai generica la denominazione è certamente sensata, poiché la Cjanevate può ben essere definita come “monti della val Valentina”, ma al di là della occorrenza puntuale non sappiamo quando abbia avuto origine, ed è caduta in totale disuso.
  2. Cadin Kofel. Certamente sbagliato. Ancorché redatta dallo stato maggiore austriaco, la Kriegskarte è una carta degli ex possedimenti della Repubblica di Venezia, e quindi “di parte italiana” ossia compilata sulla base di informatori italiani37. A meno che non sia un’errata trascrizione di Collin Kofel (la Creta di Collina, accanto alla Cjanevate), Cadin Kofel sta verosimilmente per l’attuale Pic Chiadin, posto lungo la dorsale che congiunge il massiccio del Cogliàns al monte Crostis. Errore del cartografo o del disegnatore, ma certamente l’attribuzione di quel nome alla Cjanevate è errata, e non si ripeterà38.
  3. Collinez. Curiosa denominazione della quale, al di là del trasparente riferimento a Collina, non si comprende il fondamento. Questa menzione, nella cartografia del 1818-1829, è in una mappa del Lombardo-Veneto e quindi nuovamente “di parte italiana” (come la Kriegskarte) dove tutti i nomi sono in italiano, compresi il Pizzo Collina e il Pizzo Collinetta. Per coerenza anche questo dovrebbe essere un toponimo in italiano, ma al di là dell’origine ne sfugge il significato: forse “Creta di Collina”, ma la presenza del Pizzo Collina − per di più correttamente posizionato − fa escludere questa ipotesi. Forse Collinez per Collinoz, ovvero gli abitanti di Collina (in lingua oggi si scriverebbe Culinòts), ma il senso sfugge.
  4. Collinez. Ripetizione della precedente, nuovamente in una mappa della cartografia d’epoca di Francesco I, ma del 1829-1835 e “di parte austriaca” (Illyrien), dove tutti i toponimi sono in tedesco e praticamente nella forma odierna (Zillakofel per la Creta di Collinetta è una grafia errata per Zellonkofel). Unico invariante rispetto alla carta precedente, appunto Collinez. Un altro degli enigmi della Cjanevate?
  5. Kollinkofl. È una carta importantissima sotto il profilo storico-toponomastico, ma affetta da un grave errore, probabilmente del disegnatore: alla Cjanevate corrisponde il toponimo Kollinkofl mentre il vicino Cogliàns è denominato Kellerspitz (fig. a pag. 17). Al di là dell’errore materiale, è il primo documento cartografico (ma, come vedremo, non letterario) in cui compare il toponimo Kellerspitz: non sappiamo esattamente l’anno in cui viene effettuata la rilevazione di questa porzione di territorio (l’intera rilevazione copre un arco di 18 anni, dal 1869 al 1887), ma certamente è posteriore al 1868, l’anno della “prima salita” di Paul Grohmann. Ritorneremo su questo punto.
  6. Kellerspitzen (P. Collina). Ancorché non priva di qualche inesattezza, (Kellerspitzen non identifica la sola Cjanevate ma l’intera cresta che dalla Cjanevate stessa va alla Creta di Collina, lasciando anonima quest’ultima) è la definitiva consacrazione della radice Keller-, per di più nella sua attuale versione, appunto Kellerspitzen, al plurale.
  7. Kellerspitzen. È una carta moderna e anzi quasi contemporanea, con tutti gli toponimi al proprio posto sebbene, a parità di pronuncia, in luogo di Zellon oggi sia preferita la grafia Cellon.

Per completezza, ripeto ancora che lo sviluppo dell’alpinismo ha portato a una moltiplicazione dei toponimi soprattutto su questo versante della Cjanevate, dove il susseguirsi di cime e vette lungo la cresta ha dato luogo a una vera e propria esplosione di denominazioni. E quindi, in un dettaglio ancora oggi d’uso corrente, da E a O si incontrano i seguenti appellativi: Kellergrat (la cresta fra la Creta di Collina e la Cjanevate, che verso nord sovrasta ciò che rimane del piccolo ghiacciaio della Cjanevate o Eiskar)39; Kellerspitz o Kellerspitze (cima principale del gruppo, la Creta della Cjanevate p.d.); Grohmannspitze (anticima O, il punto limite raggiunto da Paul Grohmann nel corso della sua ascensione del 1868), Kellerwandturm (Torre della Cjanevate); Kellerscharte (Passo Cacciatori, il profondo intaglio che separa il Cogliàns dalla Cjanevate); Kellerwarte (Cima di Mezzo, cima secondaria del Cogliàns da questo a sua volta separata da due intagli fra i quali si erge l’anticima E del Cogliàns stesso, oggi detta anche Pilastro del Cogliàns). Di questo insieme è dunque parte integrante anche la Kellerwarte-Cima di Mezzo, che sul versante italiano risulta invece compresa, anche orograficamente, al gruppo del Cogliàns.

Con la sola, motivata eccezione della Grohmannspitze tutti i toponimi sono evidentemente riconducibili alla radice Keller-cantina: tuttavia, come già abbiamo visto, fin oltre la metà ‘800 sul territorio austriaco non c’è nessuna “Keller-” a cui attingere questa radice. È pure vero che finora (diciamo fino al 1850-1860) lungo il Valentintal non s’è mai visto alcun alpinista, ma stanno arrivando. Fra i primi pionieri dell’alpinismo di queste parti è il famoso geologo austriaco Johann Edmund Mojsisovics, nel 1862 fondatore, con Paul Grohmann e Guido von Sommaruga, dell’Österreichischer Alpenverein, il Club Alpino Austriaco.

Dopo una lunga esplorazione geologico-geografico-alpinistica delle Alpi Carniche (ha provato anche a salire la Cjanevate, senza successo), insieme a molto altro Mojsisovics scrive:

«Secondo le mie osservazioni le due punte del Kellerspitz, la vetta più alta del già citato massiccio montuoso del Kollinkofel, raggiunge l'altezza di 9000 [piedi, circa 2850 m], per poi proseguire con Questo crinale è delimitato a ovest, vicino alle pareti verticali, dalla profonda Kellerschlucht»40.

Nel testo, il “crinale” (dieser Kamm) è la cresta fra la Creta di Collina e la Cjanevate; le “pareti verticali” (senkrechten Wänden) sono quelle della stessa Cjanevate, a sud sul vallone e a nord sul ghiacciaio dell’Eiskar; la “gola della cantina” (Kellerschlucht) è il canalone che separa la Cjanevate dalla Creta di Collina.

Dove prende Mojsisovics quei Kellerspitz e Kellerschlucht? Stante il precedente e persistente vuoto di parte austriaca (v. le affermazioni di Grohmann riportate qui sotto), certamente ne prende solo la radice, Keller-, a Timau. Oppure a Monte Croce o anche a Mauthen, ma proveniente da Timau. In verità dal timavese Mojsisovics ha preso certamente Kélder, forse anche Kélderspitz, certo non Kélderschlucht, ma tant’è: prende Kélder e lo “corregge” in Keller, perché non si può pretendere che degli zotici montanari, per di più mezzo italiani, conoscano la corretta pronuncia viennese. Dunque è molto probabile che da Mojsisovics quel Kélder non sia percepito altro che come una storpiatura, e come tale la emenda. Il resto viene da sé. Andiamo oltre.

Relazione di Kugy dell’ascensione alla Cjanevate
Il testo di Grohmann riguardante la Cjanevate in Zeitschrift des Deutsches Alpenverein (Rivista del Club Alpino Tedesco).

Un anno dopo la sua impresa sulla Cjanevate di cui abbiamo ampiamente trattato nella parte alpinistica, nel 1869 Grohmann scrive un lungo saggio (23 pagine) intitolato Aus den Carnischen Alpen (Dalle Alpi Carniche)41 dove fra molto altro il grande alpinista si produce anche in una dettagliata analisi della toponomastica tedesca, in particolare per quanto riguarda la Kellerwand appena salita.

Scrive Grohmann:

«Siamo tuttora in una situazione tale per cui sulle nostre migliori carte non troviamo ancora il nome Kellerwand e scopriamo di non avere neppure, con una considerevole eccezione, alcuna indicazione in merito42»,

per poi proseguire:

«Kellerwand non è altro che l’italiano Croda di caldera, da caldera=caldaia, cantina, che è una gola nella parete meridionale, ed entrambi i nomi sono pure d’uso più antico43.

Grohmann aggiunge numerosi altri dettagli sulle precedenti errate denominazioni della cartografia austriaca, tanto della Cjanevate che di altri monti circostanti fra cui anche il Cogliàns-Cadin Kofel richiamato poche pagine addietro.

Come già ci siamo chiesti per Mojsisovics riguardo a Kellerspitz ecc., dove prende Grohmann quei toponimi Croda di caldera e caldera, e relativa etimologia? Ovviamente a Collina.

Nel 1865 Grohmann effettua la prima ascensione del Cogliàns, con la guida di Collina Nicolò Sotto Corona. A detta dello stesso Grohmann la salita è solo esplorativa e propedeutica all’ascensione della Cjanevate, a quel tempo ritenuta la cima più elevata delle Alpi Carniche, ma in questa occasione l’alpinista viennese non potrà vedere la caldera, del tutto invisibile sia lungo il percorso di salita (oggi via normale) che dalla vetta del Cogliàns. È probabile che sia proprio la sua guida a informarlo del vallone e dell’impossibilità di salire la Cjanevate da quella parte44. Due anni più tardi, nel 1867, Grohmann ritorna a Collina nuovamente in cerca di Sotto Corona per salire finalmente la Cjanevate traversando dalla Creta di Collina, ma il tentativo non avrà successo.

È certamente in queste occasioni, fra il 1865 e il 1867, che Grohmann entra in contatto con la toponimia “italiana” della Cjanevate, e in particolare con la Cjaldério. Forse salta fuori anche un Crèto de Cjaldério (a domanda “come si chiama quel monte?” una guida non può rispondere “non lo so” oppure “un nome non ce l’ha”) che poi diverrà la Croda di caldera di Grohmann, ma è un dettaglio trascurabile45: importante è invece annotare che Grohmann ascolta e scrive che quel vallone ha nome Caldera, ossia Cjaldério. Come già Mojsisovcs neppure Grohmann menziona mai Kélder, ma soprattutto ancora una volta nelle informazioni da lui raccolte non c’è alcuna Cjanevate.

La prima traduzione di caldera che Grohmann fa nel suo testo è Kessel, che significa “caldaia” ma anche “conca”, traduzione sotto ogni profilo straordinariamente coincidente con la cjaldério evocata dall’immaginazione dell’antico pastore collinotto. Fosse stato più rigoroso e si fosse attenuto a Kessel, oggi staremmo a discettare di Kesselspitz, ma Grohmann si produce invece nel “salto” verso Keller di cui tuttavia non specifica l’origine morfologica, climatica o altro) se non come traduzione (sbagliata) di caldera.

Perché infine Grohmann predilige Keller, con un salto semantico e linguistico di non poco conto rispetto ai suoi stessi rilevamenti toponomastici sul territorio? Forse sente Kélder dalla sua stessa guida collinotta, che probabilmente è al corrente del termine timavese, ma è un percorso improbabile; forse Grohmann apprende quel Kélder che gli sembra Keller a Timau, dove tuttavia non rimangono tracce del suo passaggio; ma soprattutto c’è il precedente del suo amico Mojsisovics da cui quasi certamente Grohmann prende dritto e tal quale il suo Keller. Lo stesso Mojsisovics del quale porterà a termine l’opera in ogni senso rimasta incompiuta: salirà la montagna, e le darà finalmente e definitivamente un nome. Kellerspitz.

Particolare della Carta topografica 1:25000 (1869-1887) della Monarchia Asburgica
Particolare della Carta topografica 1:25000 (1869-1887) della Monarchia Asburgica. È evidente l’errore di collocazione del toponimo Kellerspitz in luogo del Cogliàns, nonché del Kollinkofl in luogo del Kellerspitz-Cjanevate. Già visivamente palese, l’errore è ulteriormente evidenziato dalle quote attribuite alle due vette, più elevato il Kollinkofl (2810 m) del Kellespitz (2799 m), proprio nel periodo in cui da parte austriaca si sosteneva il primato del Kellerspitz (qui appunto denominato Kollinkofl) nei confronti del Cogliàns. (MAPIRE - Historical Maps Online)

In conclusione, come afferma lo stesso Grohmann, è vero che la prima citazione di Kellerspitz e Kellerwand e Kellerschlucht è di Mojsisovics: tuttavia, alla fine degli anni ’60 Grohmann in Austria è ormai un autentico monumento nazionale, più dello stesso Mojsisovics, e a fronte di quella che è una autentica perorazione a favore di Kellerspitz non si può fare a meno di pensare che tanta autorevolezza abbia giocato un ruolo preponderante e anzi decisivo nella cartografia e nella letteratura alpina (compresa quella italiana) degli anni successivi. Sta di fatto che pochi anni dopo, nel primo rilievo cartografico effettuato dopo quella pubblicazione, spunta la prima menzione cartografica del Kellerspitz.

Anche se a stretto rigore di termini non ne è l’”inventore”, il “padre” del Kellerspitz è lui: Paul Grohmann.

La toponomastica italiana

Ripassiamo Monte Croce e facciamo ritorno in Italia, alla ricerca della denominazione Cjanevate che ancora non si trova.

In verità, più che intorno ai problemi nominalistici i primi geografi, topografi e alpinisti dell’una e dell’altra parte del confine che posano gli occhi sulla Cjanevate sono impegnati nella lunga e spesso animata disputa su quale cima, fra la stessa Cjanevate e l’adiacente Cogliàns, debba fregiarsi del titolo di vetta più elevata delle Alpi Carniche. Per di più la contesa mette in risalto una cospicua componente nazionalistica, con la parte italiana compattamente schierata a favore del Cogliàns e quella austriaca altrettanto coesa a favore della Cjanevate: si ha addirittura la sensazione che il primo sia percepito come italiano e la seconda, complice proprio la toponomastica (compresa quella inuso, come vedremo, nella parte italiana), come montagna austriaca.

Tuttavia, anche quando a fine ‘800 la contesa si risolve a favore del primo (almeno in Italia il primato del Cogliàns è dato per acquisito e la sua quota fissata in 2782 m. Con i geografi austriaci la polemica non si spegne del tutto, ma quanto meno si acqueta), gli alpinisti italiani non si curano gran che dei problemi toponomastici ed etimologici e continuano a denominare secondo consuetudine, oppure ex novo, le cime che salgono.

Nel 9 anni dalla salita di Grohmann (fino ad allora l’unica), sulla prestigiosa pubblicazione geografica Cosmos Giovanni Marinelli definisce di volta in volta la nostra montagna Kellerspitz, Kellerwand o Creta di Caldera (Cialderie in friul.), Kellerspitzen46.

L’A. conosce bene Collina e i Collinotti47, ha letto i testi di Grohmann e di Mojsisovics e quindi non stupisce trovare questa sorta di ripetizione del Grohmann di Aus den Carnischen Alpen. Un po’ più sorprendente è forse che Marinelli faccia proprio quel “Kellerspitz” di nuovo conio senza chiedersi donde provenga in termini di significato: l’A non nomina neppure il toponimo timavese Kélder (che è il perfetto corrispondente del Keller- tedesco, ma Marinelli non lo citerà mai nei suoi scritti), e l’equivalente friulano-italiano Cjanevate-cantinaccia non è ancora comparso all’orizzonte.

Come che sia, il Creta di Caldera di Marinelli è la prima denominazione diversa da Kellerspitz e Kellerwand nella letteratura di parte italiana, ed è di origine palesemente friulana. Cjanevate dovrà attenderere ancora.

Il titolo della relazione di Hocke
Il titolo della relazione di Hocke della sua ascensione alla Cjanevate, in appendice al Giornale di Udine del 27/luglio/1878 .

Un anno più tardi, il 27 luglio 1878, il Giornale di Udine pubblica in appendice una dettagliata relazione di quella che è la vera prima ascensione della Cjanevate48. L’A. si diletta e si dilunga con numerosi dettagli (la cronaca della salita ha inizio a… Udine, ma infine l’alpinista non dimentica di sottolineare di aver posato il piede dove neppure Grohmann era giunto), tuttavia a interessarci ora non è tanto lo svolgersi della relazione quanto il suo titolo (v. qui sopra). Abbiamo già incontrato quel Crete di Calderie, sebbene sotto altre forme: infatti non è altro che il Croda di Caldera di Grohmann e il Creta di Caldera di Marinelli, presentatoci qui in versione friulana quasi originale. Una ripetizione toponimica che potrebbe preludere a sorti gloriose per quel toponimo semi-culinòt, il primo passo sulla via dell’ufficialità. Come ben sappiamo, la storia finirà diversamente49.

Infine Cjanevate

Siamo infine all’ingresso nelle nostre cronache e all’ufficializzazione del toponimo Cjanevate: a spingerlo sulla scena sono due personaggi del calibro di Giovanni Marinelli e Torquato Taramelli.

Particolare della Carta geologica del Friuli rilevata negli anni 1867-74
Particolare della Carta geologica del Friuli rilevata negli anni 1867-74 e pubblicata nell'anno 1881 dal prof. Taramelli Torquato, basata sulla Carta del Friuli tra i fiumi Livenza e Isonzo, scala 1:200.000 (1879), di Giovanni Marinelli e dello stesso Taramelli. Al centro, sotto “Kellerwand”, è ben visibile la scritta “Cianevate”. Nella carta originale, nella sostanza identica a questa ma antecedente di due anni, è la prima apparizione assoluta del toponimo.

Nella Carta del Friuli 1:200.000 del corrispondenza della nostra montagna i due studiosi scrivono Kellerwand o Cianevate. È il vero atto di nascita di un toponimo che avrà lunga vita e molta fortuna davanti a sé, sebbene i contorni del “parto” siano tutt’altro che chiari. Va da sé che una carta topografica non è il luogo ideale per lanciarsi in approfondimenti semantico-etimologici, ma, se pure in uno slancio di ostentata e rivendicata friulanità/italianità, quell’accostamento crudo e senza preparazione dell’ultimo venuto − appunto Cjanevate − al non certo antico ma ormai consolidato tedesco Kellerwand e Kellerspitz ha tutto il sapore di una traduzione, o trascrizione che sia. Non banale e anzi persino un po’ creativa (quel suffisso peggiorativo -ate, forse raccolto da Marinelli a Collina insieme al Cialderie del 1877), ma pur sempre traduzione.

Prendiamo tuttavia atto che Marinelli abbandona quella Creta di Caldera-Cialderie già utilizzata due anni prima e adotta definitivamente Cianevate. O forse no: non ancora, non definitivamente.

Dopo la sua pubblicazione nella Carta del Friuli quel toponimo friulano-italiano Cianevate inizia a circolare negli ambienti alpinistici udinesi, raccogliendo consensi negli ambiti di una friulanità in cerca di affermazione (in questa ottica anche l’alpinismo è un’opportunità). Nel 1881, nella relazione che Cesare Mantica redige per l’ascensione alla vetta effettuata 3 anni prima insieme al fratello Guido, ricompare il toponimo di nuovo conio, tuttavia con un dettaglio assente negli scritti di Marinelli:

Cianevate (Kellerspitz o Kellerwand dei Tedeschi, fedele traduzione del nome friulano)50.

L’affermazione è categorica ma non ci è noto su quali fondamenti poggi, dal momento che fra i toponimi italo-friulani gli asseriti “traduttori” Mojsisovics e soprattutto Grohmann citano semmai la Caldera, ma non la Cianevate.

Il toponimo Cianevate ricompare nelle cronache alpinistiche e geografiche nel 1884, per mano di Lodovico Billia (Kellerwand o Cianevate)51, ma si tratta di semplici menzioni prive di dettagli e di informazioni di contorno.

Di assai maggior rilievo ai nostri fini è il ponderoso intervento di Marinelli sul Bollettino del Club Alpino Italiano nel 1888, dove in un saggio di ben 54 pagine dal titolo La più alta giogaia delle Alpi Carniche la nostra montagna è presente con dovizia di menzioni, citata persino più dello stesso Cogliàns: fra Kellerwand, Kellerspitz, Kellerspitzen, e “ovviamente” Cianevate le menzioni sono ben 75, più 4 come Crete di Cialderie (quest’ultima tuttavia presente solo nelle note)52.

79 ricorrenze costituiscono una discreta base statistica, sulla quale dovremo ritornare. Per il momento, ciò che maggiormente attira l’attenzione nel testo di Marinelli è invece questa frase:

Il Kellerwand a Timau si chiama Cianevate (canovaccia)53.

L’affermazione, non meno categorica di quella di Cesare Mantica di cui sopra, è decisamente sorprendente: a parte il ricercato canovaccia per “cantinaccia”, espressione non certo d’italiano corrente54, a colpire è l’attribuzione tout court di Cianevate alla parlata di Timau, senza commenti e senza accenno alcuno al timavese Kélder che ormai conosciamo.

Marinelli non può non sapere che un toponimo friulano, che per di più identifica un luogo lontano, appartato e difficilmente raggiungibile, se pure rilevato a Timau non può essere originale timavese. Inoltre, se questo Cianevate è d’uso così comune a Timau, perché Marinelli lo cita solo ora e non nei suoi scritti precedenti, ad es. nel 1877 quando scrive solo Creta di Caldera (Cialderie in friul.)55? Altro enigma all’ombra della Cjanevate.

Proseguiamo nell’analisi dei documenti d’archivio in cerca di qualche lume.

Meno di 10 anni più tardi, nel gennaio 1889, Marinelli si ripete con qualche interessante aggiunta:

alla cima di levante [del gruppo Cogliàns-Cjanevate], che sovrasta al piccolo ghiacciaio, e alla quale correttamente spettano i nomi friulani di Cianevate (secondo gli abitanti di Timau) o di crete di Cialderie (secondo quelli di Collina) o il tedesco di Kellerwand o Kellerspitz (secondo quelli di Plecken e di Mauthen)56.

Indubbiamente c’è molta carne al fuoco.

Come ormai ben sappiamo, quelli di Plecken e di Mauthen dicono Kellerwand e Kellerspitz da meno di vent’anni, ma la scoperta di Cianevate (secondo gli abitanti di Timau) è di data ancora più recente, di soli 5 anni prima: prima di allora, il nulla. Più che elemento fattuale, consolidato nel linguaggio delle popolazioni locali, quello riportato da Marinelli circa la spettanza di Cianevate agli abitanti di Timau sembra quasi un auspicio. Quanto alla parlata di Timau, non l’unico e neppure l’ultimo.

Dopo altri dieci anni Marinelli scriverà

la popolazione [di Timau] parla ancora l’antico dialetto, per quanto assai deformato e usato in oggi solo dalle donne e dai ragazzi57.

Oggi, terzo millennio, a distanza di oltre 120 anni da allora forse i Timavesi che ancora parlano la lingua degli antenati avranno qualcosa da obiettare a quell’affermazione circa l’antico dialetto che sarebbe (stato) usato […] solo dalle donne e dai ragazzi.

Infine Marinelli ritorna un’ultima volta sul tema Cjanevate nella prima edizione della Guida della Carnia, con nuovi particolari:

Salita della Cianevate o Cialderate (Kellerspitz o Kellerwand dei Tedeschi; Kellerspitzen della Tavoletta; .). […] Notevolissimi poi furono i tentativi […] per compiere l’ascesa del Kellerspitz dalla parte della Cialderate. Con questo nome (che significa una gran caldaia da cui deriva quello della vetta: Crete de Cialderie, cioè cima della Caldaia, coi corrispondenti Cianevate o Cantinaccia e Kellerspitz o pizzo della Cantina), si designa un vasto circo roccioso […]58.

Non manca quasi nulla, neppure l’accenno etimologico (non sorprende più l’assenza di ogni riferimento al timavese Kélder), anche se non tutto appare chiarissimo, come la corrispondenza fra Crete de Cialderie da un lato, e Cianevate o Cantinaccia e Kellerspitz o pizzo della Cantina dall’altro: forse la corrispondenza è nella morfologia del territorio che i vari termini vanno a definire, non certo sotto il profilo semantico.

Sin qui ci siamo addentrati nel dettaglio delle diverse citazioni toponimiche della Cjanevate, soprattutto in relazione agli scritti di Giovanni Marinelli, intrinsecamente di notevole importanza. Tuttavia è ora tempo di dare un quadro più sintetico e sistematico delle diverse denominazioni del monte nella letteratura dell’epoca. A maggior ragione se si considera che con l’aumentare delle ascensioni da parte degli alpinisti friulani (ormai si iniziano a cercare nuove vie di salita alternative alla via di Grohmann e anche a quella di Hocke, ormai “via normale”), e quindi con il crescere della frequentazione del territorio, negli anni ‘90 il toponimo Cjanevate comincia a prendere piede e a comparire con sempre maggiore frequenza nei testi, anche se quasi esclusivamente per definire il vallone ai piedi della parete. Come si vedrà, anche nella letteratura di parte italiana per definire monte e vetta il toponimo predominante, e in molti casi esclusivo, nel periodo considerato rimarrà sempre Kellerwand o Kellerspitz. Nel tentativo di razionalizzare le ricorrenze delle varie denominazioni della montagna Cjanevate per quel periodo di fine secolo, ho costruito la tabella 2, che propongo con alcune avvertenze.

  1. nella seconda e terza colonna sono elencate tutte le denominazioni inequivocabilmente riferentisi a quella che oggi è nota come Creta della Cjanevate (con la precisazione grafica di cui alla nota n. 1), ossia la montagna e non il vallone sottostante la parete meridionale della montagna stessa
  2. in quarta colonna sono elencate altre note o menzioni di interesse presenti nelle stesse pubblicazioni, in particolare quelle concernenti i toponimi Cjalderie e Cjanevate e simili, talvolta utilizzati nel testo anche per definire la vetta ma utilizzati soprattutto per indicare altri luoghi, prevalentemente − ma non esclusivamente − il vallone ai piedi del monte
  3. è stato preso in considerazione un arco di oltre 25 anni (1877-1903) che ritengo adeguato per una sufficiente base statistica, tanto più che il prolungamento oltre tale limite (ho verificato fino al 1910) appesantisce la tabella senza cambiare in nulla la distribuzione delle ricorrenze. Sono riportate tutte le menzioni rinvenute nella letteratura dell’arco temporale considerato: eventuali lacune − sempre possibili − sono da considerarsi totalmente fortuite e non volute
  4. sono stati presi in considerazione solo autori “italiani” (in senso linguistico: sono quindi compresi anche gli autori goriziani e triestini italofoni, allora sudditi dell’impero austroungarico), in quanto si dà per scontato l’uso dei toponimi germanici da parte degli autori d’oltreconfine così come dei giuliani germanofoni (per tutti Julius Kugy); vi sono ovviamente compresi anche gli autori friulani, che anzi sono in larghissima maggioranza
  5. non sono stati considerati autori “locali” (in particolare di Collina) in quanto, come già sottolineato in precedenza, Kellerspitz vi è largamente prevalente e ciò potrebbe indebolire la rappresentatività del campione. Come si vede nell’immagine qui sotto, nelle sue note personali Pietro Samassa usa una sorta di doppio registro, utilizzando prevalentemente la forma tedesca (anche con grafie poco ortodosse come Kelervant, e altrove anche Chelervant): a queste annotazioni Samassa accosta anche Cjaldério (in culinot) e Chianevate (sempre rigorosamente in italiano, quasi non fosse “cosa sua”), ma sempre ed esclusivamente a indicare il vallone e non la vetta, che pur nelle sue diverse varianti rimane sempre Kellerspitz
Tre pagine delle Note di Pietro Samassa
Tre pagine delle Note di Pietro Samassa. Non si tratta del suo libretto di guida ma di taccuini a uso personale dove Samassa annota tutto ciò che è di suo interesse, dalle compravendite alle giornate di lavoro, dai viaggi agli appunti di carattere personale. Talvolta vi registra anche promemoria di carattere alpinistico, per lo più itinerari di arrampicata da “vendere” successivamente ai clienti. Sono annotazioni di fine ‘800 nelle quali, soprattutto in quelle di carattere alpinistico, già si intravedono i frutti dell’interazione con i clienti italiani, soprattutto Giuseppe Urbanis che è fra i primi a utilizzare - ancorché non sistematicamente e mai per definire la cima - il termine «Cianevate».
Nella pagina a sinistra si legge «Kelervant. Tentar se si può il camino fin alla Traversata doppo salir a diritura fin che si può farla traversata a destra al'altezza un po' di più de basso de calderio e il primo spiz che sta sopra la bassa de chianevatte si lo lascia a destra».
Nella pagina al centro, «Per tentar la Salita Del Kelerspiz si puo da 6 siti dalla parte Nort Valentina col primo alla bassa Chianevate per un camino II vicino del rosso piombo III al canalone IIII il viaggi dei camozzi V il camin grande VI alla falde del ghiacciaio. - Valentina il 9/7.98 ore 6 di sera solo in compagnia N.B grande prova bisogna far nella I salita che sta vicino la caldaia. creddo il III fù il meglio che mi lo provò il 20 agosto 1898».
Nella pagina a destra, «1899 Ottavia Comeglians 4,0, Viaggi come guida Febraio ricevo da Bolaffio 17.00, in Plumbs con un ingignere 3.00, Kelerspiz dalla Valentina 45.00, dal Magiore del 7mo alpino 15, Giuseppe Silani 15, [totale] 99.00». (arch. Agostinis)
Tabella 2
pubblicazione (autore) data denominazione del monte/vetta altre denominazioni nel testo
1 Cosmos (G. Marinelli) 1877 Kellerspitz, Kellerwand o Creta
di Caldera (Cialderie in
friul.), Kellerspitzen
Kellergletscher o Kollingletscher [l’Eiskar o ghiacciaio della Cjanevate]
2 Pensiero e meteore (G. Marinelli) 1878 Kellerwand
3 Giornale di Udine (G. Hocke) 07/1878 Kellerwand (Crete di Calderie «friul.»)
4 Carta del Friuli 1:200.000 (G. Marinelli e T. Taramelli) 1879 Kellerwand o Cianevate
5 Cronaca della Società Alpina Friulana (C.Mantica) 1881 Cianevate o Kellerwand
6 Cronaca della Società Alpina Friulana (L.Billia) 1884 Kellerwand o Cianevate
7 Bollettino del Club Alpino Italiano (G. Marinelli) 1888 Kellerwand, Kellerspitz, Kellespitze, Cianevate (canovaccio)
8 Pagine Friulane (G. Marinelli) 01/1889 Cianevate o crete di Cialderie o Kellerwand o Kellerspitz
9 IGM 1:50000, Tav. Prato Carnico 1889 Kellerspitzen
10 In Alto (A. Ferrucci) 01/1894 Kellerwand, Kellerspitze
11 In Alto (A. Ferrucci) 07/1894 Kellerspitze
12 In Alto (G. Urbanis)) 11/1894 Kellerspitze Cjanevate [il vallone], Ciavenate [la Plotta]
13 In Alto (G. Marinelli) 05/1895 Kellerspitz
14 In Alto (redazionale) 07/1895 Kellerspitz
15 libretto guida Samassa (G. Urbanis) 08/1895 Kellerspitze Cianevatte [il vallone]
16 In Alto (G. Urbanis) 11/1895 Kellerspitz Cianevate, Cialderate [il vallone]
17 libretto guida Samassa (P. Cozzi) 07/1897 Cianevate (Kellerspitze)
18 libretto guida Samassa (G. Bolaffio) 07/1897 Kellerspitze
19 libretto guida Samassa (F. Morovich) 07/1897 Kellerspitz
20 libretto guida Samassa (G. Urbanis) 08/1897 Kellerspitze Chianevate [il vallone]
21 In Alto (O. Marinelli) 03/1898 Kellerspitzen/Kellerwand
22 Alpi Giulie (G. Chiassutti) 07/1898 Kellerwand
23 Guida Alpi Carniche, Ia ed. (G. Marinelli) 1898 Cianevate, Cialderate, Crete de Cialderie, Kellerspitzen, Kellerwand Cianevate, Cialderate, Cialderie [tutte per il circo alla testata del vallone]
24 libretto guida Samassa (A. Cantore) 08/1900 Kellerspitz Cianevate [il vallone]
25 Pagine Friulane (A. Lorenzi) 08/1900 Kellerspitz Çhalderate, Çhanevàte [il vallone]
26 In Alto (redazionale-foto) 09/1901 Kellerspitzen Cianevate [il vallone]
27 In Alto (O. Marinelli) 09/1901 Kellerwand/Kellerspitzen
28 Alpi Giulie (G. Luzzatto) 11/1901 Kellerwand
29 libretto guida Samassa (A. Sotto Corona) 07/1903 Kellerspitz
30 In Alto (redazionale) 09/1903 Kellerwand Ciavenate [il vallone]
Le denominazioni sono come da testi originali. Il dettaglio bibliografico della tabella è in Appendice.        

 

Tabella con molte stranezze e curiosità, visibili e anche nascoste, di cui cercheremo di dare conto. I numeri anzitutto.

La predominanza in questo repertorio del toponimo tedesco Kellerspitz nelle sue diverse varianti per indicare la montagna di cui trattiamo, utilizzato da solo (molto frequentemente) o in associazione a Cjanevate (raramente), è manifesta al di là di ogni ragionevole dubbio poiché di fatto esso è sempre presente, persino nella carta topografica dell’Istituto Geografico Militare Italiano.

Il toponimo Creta (o Cima) della Cianevate per definire la vetta o la montagna compare in 7 occasioni su 30, mai da solo e sempre associato al toponimo tedesco. Le citazioni sono dunque circa il 23%, e alcune sono di fatto ripetizioni: 4 di G. Marinelli più 1 di O. Marinelli, che pure a loro volta utilizzano sempre anche Kellerwand o Kellerspitz, talvolta senza neppure menzionare Cjanevate. In 4 casi compare anche la forma Crete de Cialderie o simili (3 da parte di G. Marinelli, 1 di Hocke).

Anche le citazioni di Cianevate e simili per indicare il vallone sottostante mostrano alcune peculiarità. Le occorrenze sono 9 su un totale di 30 (30%), ma solo in 1 caso (n. tabella) si ha la coppia dei toponimi per la cima e il vallone. Inoltre, delle 9 ricorrenze 4 sono di Giuseppe Urbanis e 2 redazionali.

A fronte di questi numeri non si può fare a meno di chiedersi perché alpinisti e topografi italiani − e nella stragrande maggioranza friulani − in presenza di un fruibile toponimo italiano o friulano debbano impiegare sistematicamente e senza eccezioni, in testi italiani, un toponimo tedesco per identificare una vetta di confine esattamente bipartita fra Italia e Austria. Caso per di più unico, poiché non risulta che tale criterio sia stato adottato ad esempio per il pur vicino Cogliàns, cui l’aggiunta − non costante e neppure frequente − in alcuni scritti del toponimo tedesco Hohe Warte sembra avere più la funzione di una dotta completezza che non della necessità.

La domanda è intenzionalmente retorica e la risposta è altrettanto scontata: tuttavia, come in ogni enigma che si rispetti, il responso arriverà alla fine.

È poi curiosa la scarsissima fortuna di un toponimo autenticamente originale come Cialderie, che pure ha inizialmente goduto dell’attenzione di Giovanni Marinelli e dello stesso Grohmann. Un supporto autorevole che verrà presto a mancare, quanto meno nella stampa specializzata, a favore di Cianevate: dopo il 1889, negli scritti dello stesso Marinelli Cialderie comparirà solo nella Guida della Carnia del 1898, dove il toponimo suona quasi ridondante, un tocco di colore rivolto a un pubblico decisamente più vasto e indifferenziato che non i lettori delle riviste alpinistiche e i fruitori della pubblicistica specializzata di carattere più spiccatamente geografico e topografico.

Infine, prima di abbandonare la tabella annoto un altro elemento degno di attenzione intorno al quale si potrebbe indagare (io non lo farò: mi sembra di essermi già abbastanza perduto in divagazioni). Dal prospetto risulta evidente come nel periodo considerato il toponimo Cianevate non compaia mai per definire la vetta (vi compare invece a indicare il vallone) sul bollettino della Società Alpina Friulana In Alto, che pure è la voce ufficiale dell’alpinismo friulano e che nel nostro repertorio è presente con 10 citazioni (nn. 11-15, 17, 22, 27, 28, 30 della tabella). In tutta evidenza si tratta di scelta redazionale alla quale tutti gli estensori di contributi alla rivista si attengono, anche coloro che altrove hanno già adottato la dizione Cianevate. Fra questi lo stesso Giovanni Marinelli, che pure a fine secolo della rivista è direttore e della S.A.F. è presidente. Altro enigma.

Abbandoniamo la tabella ma restiamo ancora ai numeri e a Marinelli, con un passo indietro al suo già citato saggio del 1888 dal titolo La più alta giogaia delle Alpi Carniche, nel Bollettino del Club Alpino Italiano59. Abbiamo già rilevato come nel testo il nome della nostra montagna, nelle sue diverse versioni italo-friulane-tedesche, ricorra ben 79 volte: 57 Kellerwand, 5 Kellerspitz, 3 Kellerspitzen (totale 65 Keller-), 10 Cianevate, 4 Crete de Cialderie. In linea con le risultanze della tabella di cui sopra, è difficile sostenere che questo Cianevate sia un toponimo con solide radici se anche il suo stesso “scopritore” lo adotta con tanta parsimonia in un testo italiano, su una pubblicazione ufficiale del Club Alpino Italiano.

Fra l’antico che resiste e il nuovo che faticosamente s’avanza

Per oltre 25 anni, il periodo considerato nelle citazioni bibliografiche riassunte nella tabella, la denominazione Creta della Cjanevate stenta a prender piede, e ancora per qualche decennio le sarà preferito il toponimo tedesco. Probabilmente l’affermazione definitiva si avrà solo nel primo dopoguerra e ancor più in epoca fascista, quando l’avversione per tutto ciò che suona “tedesco” è particolarmente forte e anche sentita, ma questo è argomento irrilevante ai nostri fini.

Sebbene, come abbiamo visto, la sua origine sia molto probabilmente nel timavese Kélderspitz, nel periodo considerato quel toponimo Kellerspitz (o Kellerwand, o Kellerspitzen ecc.) che si ripete nei documenti italiani a fine ‘800 e anche oltre è la denominazione d’uso consueto e generalizzato o comunque prevalente per identificare quella specifica montagna, tanto di là come di qua del confine.A quel tempo non c’è (ancora) nessun toponimo friulano o italiano consolidato e fungibile allo scopo, ossia d’uso abituale, diffuso e comunemente accettato.

Negli anni ’20 del ‘900
Negli anni ’20 del ‘900 è ancora Kellerspitz. (Archivio Agostinis)

Dritti al cuore del problema, i due toponimi gemelli Kellerspitz (e consimili) e Creta della Cianevate sono un’”invenzione” moderna e pressoché contemporanea, del secondo ‘800. Kellerspitz è soprattutto il toponimo di Paul Grohmann, “vincitore” della montagna e alpinista di indiscussa fama internazionale, mentre Creta della Cjanevate ne è un più tardo succedaneo friulano-italiano, di origini colte e non popolari. Questa è la sostanza di tutte queste pagine.

Se per “storico” intendiamo un toponimo con una genesi e un radicamento nelle parlate locali, il toponimo Cianevate − a maggior ragione il toponimo Creta della Cianevate − non ha radici storiche: come abbiamo visto e ri-visto, storicamente a Collina si dice altrimenti (Cjaldério), a Timau pure (Kélder), mentre Cianevate compare praticamente dal nulla nel 187960, nella carta di Marinelli e Taramelli. È dai due illustri studiosi (Marinelli in primis, ché Taramelli non è friulano), probabilmente entrambi mossi da spirito patriottico (e Marinelli da convinta friulanità) che ex novo sboccia Cianevate. Forse non “ex novo” alla lettera, giacché il parallelismo con il tedesco Keller o, ancorché probabilmente malinteso, con il timavese Kélder è evidente61. E neppure si tratta di pura invenzione in senso stretto: probabilmente Marinelli in certa misura lo “induce” − forse anche non intenzionalmente − nei suoi contatti locali, ne è la levatrice nella parlata dei Timavesi attraverso meccanismi psicologici ben noti e assodati allora, ben operanti ancora nella seconda metà del secolo scorso e in parte vivi ancora oggi62.

Dopo tutto Marinelli − forse anche legittimamente, sulla base delle proprie conoscenze − fa precisamente ciò che ha fatto Grohmann: il timavese Kélder, che già è diventato il tedesco Keller, diventa ora il friulano cjanive. Il suffisso peggiorativo -àte? Un dettaglio che per di più già c’è, residuo del collinotto cjaldério-cjalderàto: un lacerto che dopo tutto rimane forse l’unico elemento davvero originale del neonato e oggi robustissimo toponimo Creta della Cjanevate.

È tempo di concludere

Che non siamo in presenza di toponimi “originali” (tanto Kellerspitz che Creta della Cjanevate), ossia storicamente così definiti dalle popolazioni locali, appare abbastanza evidente per tutte le ragioni dette e ripetute in queste righe. Di Kellerspitz sappiamo tutto direttamente dalla penna del principale protagonista. Di Cjanevate comprendiamo il curriculum dalla nascita tardiva e dalla crescita faticosa se non addirittura stentata dei primi anni di vita.

Percorso cronologico dall’originale Cjaldério a Cjanevate
Il percorso cronologico dall’originale Cjaldério a Cjanevate e la data di comparsa dei diversi toponimi. I dubbi maggiori riguardano la datazione di Kélder e il precursore di Cjanevate, se il tedesco Keller oppure il timavese Kélder. Quest’ultimo toponimo tuttavia non compare mai negli scritti di Marinelli.

In principio è Cjaldério e per il solo vallone, scoperto casualmente: al pascolo da queste parti anticamente stanno i Culinòts, e degli ammassi di nuda e inutile roccia soprastante non interessa nulla a nessuno. I Collinotti sono in contatto con i Timavesi (perché commerciano i prodotti di malga, perché transitano da Monte Croce, perché infine vanno pure in pellegrinaggio al Cristo di Timau, anche se molti anni più tardi), i quali Timavesi fanno proprio il toponimo Cjaldério con Kélder (con tutte le riserve su parlata e pronuncia dell’epoca: ne abbiamo già trattato). Toponimi locali a uso locale, e fino a ieri di utilizzo circoscritto ai cacciatori.

Con il tempo la paretimologia cjaldério>kélder>cantina si sedimenta e diviene patrimonio comune: quando nella seconda metà dell’800 si sviluppa l’alpinismo ed emerge la necessità di identificare con precisione monti e cime e forcelle e tutto il resto, il cerchio si chiude con la consacrazione definitiva in ambito germanofono. Mojsisovics prende Kélder e ne fa Keller; Grohmann raccoglie a Collina l’originale Cjaldério-Caldera e correttamente lo traduce in Kessel, ma poi si attiene al Keller di Mojsisovics. Il resto è sotto i nostri occhi, da Kellergrat a est a Kellerwarte a ovest.

Marinelli comincia a occuparsi della montagna quando già si chiama Kellerwand e Kellerspitz, un nome “ingombrante” almeno quanto lo è quello di Grohmann, tanto che anche in Italia quel nome è d’uso comune presso gli alpinisti e le guide locali, ed è adottato dallo stesso Marinelli.

Perché per quel monte mezzo italiano non c’è un nome italiano, o friulano? Marinelli segue le orme di Grohmann: reperisce Cjalderie e Crete de Cjalderie, e infine, ma solo in un secondo momento, a Timau raccoglie il friulano Cianevate, contraltare perfetto (forse troppo) del tedesco Kellerspitz. Inspiegabilmente, a Timau il geografo non trova il toponimo in lingua locale, Kélder. O forse lo trova, ma è troppo simile al tedesco, e dunque non è fungibile.

Carta escursionistica 09 - Alpi Carniche - Carnia Centrale, 1:25.000, Tabacco Editore - Tavagnacco
La ancora oggi difficile coabitazione di Cjanevate e Cjalderate. In questa rappresentazione la prima è posizionata lungo l’intera lunghezza del vallone, mentre la seconda è posta completamente al di fuori di esso, ai piedi della Creta Monumenz. Particolare da Carta escursionistica 09 - Alpi Carniche - Carnia Centrale, 1:25.000, Tabacco Editore - Tavagnacco.

Con in mano Cianevate, come già Grohmann con Kessel anche Marinelli abbandona Crete de Cjalderie, ed è la fine della storia anche sul versante italiano.

Se da un lato la ricostruzione della genesi di Kellerspitz e del ruolo giocato da Grohmann concede poco spazio a dubbi e perplessità poiché sono gli stessi autori a fornircene elementi pressoché inoppugnabili, mi rendo conto di come in questo iter anche emotivamente così complicato (e riecco la Cjanevate “difficile”) il ruolo di Marinelli sia di accettazione problematica e “digestione” difficile da parte di qualche lettore un po’ suscettibile.

Tuttavia, anche se di Cjanevate è in certo modo “inventore” più che “scopritore”, credo che a ciò Marinelli sia stato spinto da autentico amor di patria (suo e di Torquato Taramelli, il cui ruolo nella vicenda è forse tutt’altro che trascurabile stante il suo patriottismo militante), dal suo profondo sentimento di friulanità e dalla sua buona fede. Lo spirito dei tempi.

Tuttavia, e siamo davvero alla fine, dopo avere prima accumulato quella che ritengo una lunga sequenza di elementi logici e di cifre a supporto di una tesi forse eterodossa, e di avere attribuito poi a Marinelli le più nobili motivazioni, consentitemi infine una punta di malizia e una domanda non del tutto innocente. Facciamo dunque un salto indietro, a pag. 20 di questo ormai troppo lungo lavoro, al testo di Marinelli ripreso da Pagine Friulane. Questo:

alla cima di levante, che sovrasta al piccolo ghiacciaio, e alla quale correttamente spettano i nomi friulani di Cianevate (secondo gli abitanti di Timau) o di crete di Cialderie (secondo quelli di Collina) o il tedesco di Kellerwand o Kellerspitz (secondo quelli di Plecken e di Mauthen).

Il grassetto è mio, e lo sottolineo pure. Ma perché mai correttamente, professore?

Appendice

Legenda tabella 1

  1. Cartografia dell’Austria interiore (regno di Giuseppe II)
  2. Ducato di Venezia nella Carta di Anton von Zach (impero di Francesco I)
  3. Cartografia del Regno Lombardo-Veneto (impero di Francesco I)
  4. Catasto della monarchia asburgica (impero di Francesco I)
  5. Cartografia dell’Illiria (impero di Francesco I)
  6. Cartografia 1:25000 della monarchia asburgica (impero di Francesco Giuseppe)
  7. Cartografia n.n. (impero di Francesco Giuseppe)

Legenda tabella 2

  1. Giovanni Marinelli, Cosmos, di Guido Cora, volume IV (1877), pp. 162, 163.
  2. Giovanni Marinelli, Pensiero e meteore – Studii di un alienista pel Prof. Cesare Lombroso, seguite dalle Osservazioni Psichiatrico-Meteorologiche del Prof. Augusto Tamburini, e dalle Note sugli abitanti dei paesi in grandi altezze del Prof. Giovanni Marinelli, Fratelli Dumolard ed., Milano (1878), p. 223.
  3. Giovanni Hocke, Appendice nel Giornale di Udine, 27 luglio 1878.
  4. Giovanni Marinelli e Torquato Taramelli, Carta del Friuli tra i fiumi Livenza e Isonzo, scala 1:200.000 (1879)
  5. Cesare Mantica, Cronaca della Società Alpina Friulana, Anno I (1881), p. 23
  6. Lodovico Billia, Cronaca della Società Alpina Friulana, Anno IV (1884), p. 89
  7. Giovanni Marinelli, La più alta giogaia delle Alpi Carniche-Appunti vecchi e nuovi in Bollettino del Club Alpino Italiano, Vol. XXII, n. 55 (1888), pp. 122-173
  8. Giovanni Marinelli, Pagine Friulane, Anno I n. 12 (1889), pp. 177-178
  9. IGM 1:50000, Tav. Prato Carnico
  10. Arturo Ferrucci, In Alto - Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno V n. 4 (1894), pp. 3→
  11. Arturo Ferrucci, In Alto - Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno V n. 4 (1894), p. 55
  12. Giuseppe Urbanis, In Alto - Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno V n. 6 (1894), p. 92
  13. Giovanni Marinelli, In Alto - Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno VI n. 3 (1895), p. 34
  14. Redazionale, In Alto - Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno VI n. 4 (1895), p. 54
  15. Giuseppe Urbanis, Libretto di guida di Pietro Samassa
  16. Giuseppe Urbanis, In Alto, Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno VI n. 6 (1895), p. 84
  17. Pietro Cozzi, Libretto di guida di Pietro Samassa
  18. Graziadio Bolaffio, Libretto di guida di Pietro Samassa
  19. Ferruccio Morovich, Libretto di guida di Pietro Samassa
  20. Giuseppe Urbanis, Libretto di guida di Pietro Samassa
  21. Olinto Marinelli, In Alto - Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno IX n. 2 (1898), p. 14
  22. Giovanni Chiassutti, Alpi Giulie - Rassegna bimestrale della Società Alpina delle Giulie-Trieste
  23. Giovanni Marinelli, Guida del Friuli, vol. III Guida della Carnia, Società Alpina Friulana –Udine.
    Idem per la 2° ed., Guida della Carnia, Seconda edizione con aggiunte e modificazioni, Ciani Editore – Tolmezzo 1906, con la sola eccezione dell’indice, che riporta sia Cianevate v. Hellerspitzen (sic) che Cialderate v. Hellerspitzen.
    Idem per la 3° ed., Guida della Carnia e del Canal del Ferro, Nuova edizione a cura di Michele Gortani, Stab. Tip. “Carnia” - Tolmezzo 1924- eccezione dell’indice, che riporta sia Cianevate v. Hellerspitzen (sic) che Cialderate v. Hellerspitzen
  24. Antonio Cantore, Libretto di guida di Pietro Samassa
  25. Arrigo Lorenzi, Pagine Friulane, anno XIII n. 3 (1900), p. 50
  26. Redazionale (foto), In Alto - Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno XII n. 6 (1901), infra pp. 56<>57
  27. Olinto Marinelli, In Alto - Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno XII n. 6 (1901), p. 59→
  28. Giuseppe Luzzatto, Alpi Giulie - Rassegna bimestrale della Società Alpina delle Giulie-Trieste
  29. Aldo Sotto Corona, Libretto di guida di Pietro Samassa
  30. Redazionale, In Alto - Cronaca della Società Alpina Friulana-Udine, anno XIV n. 5 (1903), pp. 53, 54

Riferimenti bibliografici frequentemente richiamati nel testo

  • Castiglioni. Ettore Castiglioni, Alpi Carniche-Guida dei Monti d'Italia, CAI-TCI, Milano (1954).
  • De Rovere-Di Gallo. Attilio De Rovere, Mario Di Gallo, Alpi Carniche, vol. I-Guida dei Monti d'Italia, CAI-TCI, Milano (1988).
  • Agostinis1. Enrico Agostinis, Pietro Samassa alias Pìori di Tòch, o della umana riabilitazione di una guida e alpinista maudit (2016).
  • Agostinis2. Enrico Agostinis, Mons di Culina, Culìno e Culinòts, Divagazioni storico-toponomastiche in tempo e luogo (e altro ancora) su un alpeggio carnico e dintorni, dal 1400 ai giorni nostri (2015).
  • Grohmann. Paul Grohmann, Zeitschrift des Deutsches Alpenverein (Rivista del Club Alpino Tedesco), vol. 1 (1869-1870).
  • Hocke. Giovanni Hocke, Appendice nel Giornale di Udine, 27 luglio 1878.
  • Von Zach. Kriegskarte, Sezione XV 5, da Das Herzogtum Venedig auf der Karte Antons von Zach, 1798-1805 – Fondazione Benetton – Grafiche V. Bernardi, Treviso.
  • Kugy1. Julius Kugy, Dalla vita di un alpinista, Lint ed., Trieste (2000).
  • Kugy2. Julis Kugy, In Alto - Bollettino della Società Alpina Friulana-Udine, anno X n. 5 (1899), pp. 62-63
  • Marinelli1. Giovanni Marinelli, Pagine Friulane, Anno 1 n. 12 (gennaio 1889).
  • Marinelli2. Nota sull’altezza del monte Collians (Alpi Carniche) in Cosmos di Guido Cora, vol. IV (1877), fasc. V.
  • Marinelli3. Giovanni Marinelli, La più alta giogaia delle Alpi Carniche, in Bollettino del Club Alpino Italiano - Vol. XXII n. 55 (1888), pp. 122-173.
  • Marinelli4. G. Marinelli, Guida del Friuli vol. III, Guida della Carnia - Bacino superiore del Tagliamento, Società Alpina Friulana ed., Udine (1898).
  • Quaglia. Manuela Quaglia, La toponomastica dell'isola tedesca di Timau, Università degli Studi di Udine, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, a.a. 1994-1995.

Anche “grazie” a CoV-2 e alla chiusura di archivi e biblioteche, nel corso della preparazione e della stesura di questo lavoro mi sono visto ancor più del solito costretto a bussare a molte porte e finestre, alcune note altre prima sconosciute. Non le ho mai trovate chiuse. Anzi, mi si sono sempre aperte praterie − che dico?, montagne − di disponibilità e di collaborazione, tutte preziose nell’ambito di questo lavoro e molte anche in prospettiva futura. Voglio qui ricordare questi amici, ben sapendo che il mio debito nei loro confronti non si esaurirà con queste parole. Ringrazio dunque, in ordine alfabetico

Per la parte storico-toponomastica di parte austriaca (ma con un occhio anche all’Italia) Hannes Guggenberger mi ha più che indirizzato: ha egli stesso ricercato e suggerito e proposto. Poi, il solo avermi fatto conoscere il sito mapire.eu meriterebbe la mia gratitudine, ma a Hannes devo assai di più. Vieler dank Hannes.

Beppino Matiz e Mauro Unfer mi hanno aperto (tramite il comune denominatore cjargnel, beninteso) le porte di Timau e della sua antica parlata. Càpita che si impari più in una chiacchierata con persone − pardon: personaggi − come loro che in mezza giornata in biblioteca a pestar acqua nei mortai della “scienza”. I sj vedarin ben a Temàu cuant cu a sj podarà encj lâ a bevi un tai insjemo.

Con grande cortesia, Manuela Quaglia ha aggiunto scientificità e sistematicità alle mie insignificanti conoscenze della toponomastica timavese. Non solo la sua tesi di laurea rimarrà un documento prezioso cui attingere − da parte dei vecchietti come me e anche, auspicabilmente, dalle generazioni future − ma la sua personale disponibilità si è dimostrata una grande aggiunta di valore.

Umberto Sello è ormai una vecchia conoscenza. Una conoscenza la cui preziosità salta fuori nei momenti più difficili e nelle impasse più critiche. Con Umberto non c’è virus che tenga, e in queste sfortunatissime circostanze si è persino superato mettendo in moto… be’, solo lui sa chi (forse con la “C” maiuscola?) e che cosa. Di questi tempi, un mezzo miracolo (appunto…).

Un grande ringraziamento anche a Fabio Tamussin per la splendida immagine di copertina, punto d’inizio e di arrivo di questo scritto.

A tutti, ancora, un grazie di cuore: questo lavoro è anche un po’ vostro. La parte buona, almeno…

Note


  1. La definizione della toponomastica ufficiale recita prevalentemente Creta della Chianevate. Tuttavia, senza addentrarci troppo nel campo della fonetica e della linguistica mi sembra che la rappresentazione grafica “chi” (come appunto in Chianevate) per un suono della lingua friulana assai lontano dall’italiano graficamente corrispondente, oltre che essere anti-intuitiva e fuorviante abbia ormai fatto il suo tempo. Coerentemente anche con gli indirizzi della grafia ufficiale friulana, in questo testo il suono corrispondente (prepalatale sordo) sarà sempre reso con cj come in cjase=casa. Ciò soprattutto per i ricorrenti cjaldérie, cjànive e appunto Cjanevate, tranne le citazioni di altri Autori dove sarà mantenuta la grafia originale (soprattutto, ma non solo, Cianevate). Inoltre, salvo ove espressamente indicato, nel testo “Creta della Cjanevate” sarà abbreviato in “Cjanevate”. Mi rendo conto della possibile confusione che ciò può ingenerare fra la vetta (Creta della Cjanevate) e il vallone ai suoi piedi (Cjanevate p.d.), ma anzitutto sarà il contesto a chiarire i significati, e inoltre cercherò per quanto possibile di dipanare gli eventuali intrichi residui.
    La forma plurale Creta delle Chianevate, piuttosto di moda presso frequentatori mordi-e-fuggi, è invece da rigettare in toto come manifestazione di ignoranza anche un po’ becera, in quanto espressione di un totale disinteresse nei confronti degli elementi basilari della lingua friulana (dove la finale -e non significa automaticamente plurale femminile!).
    Infine, nel testo la definizione di “toponimo” sarà utilizzata in chiave universale, anche per denominare la montagna in luogo del più corretto “oronimo”. 

  2. A cura di Arrampicarnia, CAI sez. di Ravascletto, ASCA (Associazione Sezioni CAI di Carnia, Canale del Ferro e Val Canale), 14-15 luglio 2018. 

  3. Castiglioni, p. 260. Sotto il profilo idrografico, i due versanti nord-sud appartengono rispettivamente al bacino del Gail-Drava-Danubio-mar Nero (Nord) e Tagliamento-mare Adriatico. Tuttavia, a nord l’intera Cjanevate, con la Cima di Mezzo e il versante nord est del Coglians, scende al Valentin Bach, affluente del Gail; a sud tutta la Cjanevate e il versante sud est della Cima di Mezzo scendono al rio Monumenz-Rio Collina-Bût e per esso al Tagliamento, mentre il versante sud ovest della Cima di Mezzo e il restante gruppo del Cogliàns scendono al rio Morareto/rio Fulìn-Degano e quindi al Tagliamento. 

  4. Castiglioni, pp. 261-262. 

  5. Ciò ovviamente nel senso delle cronache alpinistiche, che attribuiscono sempre il “primato” all’alpinista mentre la guida è relegata a un ruolo gregario. In realtà sappiamo bene che, di fatto e soprattutto a quel tempo, il merito principale nell’individuazione del percorso in terra incognita è proprio della guida. 

  6. Castiglioni, p. 262 (il corsivo è nel testo, il grassetto è mio). 

  7. Castiglioni, p. 246 (il grassetto è mio). 

  8. De Rovere-Di Gallo. Ripresa comprensibile, viene da dire, vista l’autorevolezza storico-bibliografica di Castiglioni e dei revisori della parte alpinistica della sua Guida, Regolo Corbellini, Cirillo Floreanini e Oscar Soravito. 

  9. Kugy1, «Caso volle che Bolaffio ed io scalassimo, nella nostra prima impresa comune, il Coglians (m 2782) d’inverno. Ci accompagnavano Andrea Komac e un temerario cacciatore di camosci di Collina, certo Pietro Samassa», p. 222. 

  10. Kugy1, pp. 222-223 (le virgolette sono nel testo). 

  11. Più volte riedito e ristampato (la prima edizione italiana è del 1932), insieme ai necrologi in morte di Samassa il pur pregevolissimo volume di Kugy Dalla vita di un alpinista funse da pretesto per alcuni indecorosi feuilletons (di parte italiana!), che con scarso fondamento storico e talvolta anche logico pretesero di descrivere la vita, la personalità e la professione di guida di Samassa come quella di un pericoloso psicopatico, disposto a mettere in pericolo i propri clienti e pronto all’uso delle armi contro chicchessia. L’argomento è sviluppato in Agostinis1

  12. Kugy1. L’A. scrive il libro (il titolo originale è Aus dem Leben eines Bergsteigers) nel 25 anni dai fatti citati. 

  13. Kugy2

  14. Julius Kugy, Österreichische Alpenzeitung, n. 537, 1899. 

  15. Kugy2

  16. Kugy1, p. 222. 

  17. Nello stesso libretto di Samassa vi sono diverse relazioni di salite scritte dai clienti sulla via del ritorno. Fra esse una, a firma proprio di Kugy dopo una salita alla Cjanevate, riporta la dicitura Cima Kollinkofel, la Creta di Collina . 

  18. Agostinis1, pp. 73 segg. 

  19. Unica attività a spingersi oltre questi limiti è la caccia, soprattutto al camoscio, per la quale talvolta i cacciatori si spingono fino in prossimità delle vette e talvolta le raggiungono prima degli stessi alpinisti. Comunque posteriore all’introduzione e al perfezionamento delle armi da fuoco, la caccia in alta quota è attività in ogni caso largamente minoritaria: il numero dei praticanti in rapporto alla popolazione è decisamente contenuto, e anche il numero dei toponimi generati e condivisi risulta limitato. 

  20. A differenza di tutte le località citate (Sauris e Sappada, ma anche Collina) Timau non si trova in una valle discosta e disabitata fino al secondo millennio, ma lungo una via frequentata sin dall’antichità e che in epoca romana da Aquileia conduceva al Norico. Non è necessario scomodare le incisioni di Monte Croce Carnico per ipotizzare la presenza, negli immediati dintorni di Timau, di toponimi originatisi direttamente dal latino. Tuttavia è cosa nota che l’interesse dei Romani era volto soprattutto al transito, e non alla colonizzazione di valli per lo più impervie e improduttive. Detto altrimenti, nessuno dubiterà che Forum Julium Carnicum preceda e dia origine a Zui e infine a Zuglio, e persino Invillino sia l’antica Ibligine, ma sarà assai improbabile trovare toponimi “originali” latini nella valle del Lumiei o in val Sesis. Come rileva Manuela Quaglia nella sua pregevole tesi sulla toponomastica di Timau (v. nota 29), nella stessa valle del But «Man mano che da Timau ci si sposta verso Paluzza l’influsso romano risulta preponderante». Ovvero, man mano che da Paluzza ci si sposta verso Timau l’influsso romano risulta secondario. 

  21. Ciò anche a prescindere dal disastro perpetrato in Sudtirolo con l’italianizzazione forzata di toponimi e oronimi che il latino non avevano mai visto, e dove la totale mancanza persino del senso del ridicolo ha dato luogo ad autentici mostri. 

  22. Perché i Collinotti e non i Timavesi? In estrema sintesi, perché l’insediamento di Timau è sì approssimativamente coevo di quello di Collina, ma a quel tempo i Timavesi non sono pastori ma anzitutto minatori e addetti alla strada di Monte Croce. Altrove (v. Agostinis2) si tratta diffusamente della presenza dei Collinotti in val di Collina, a partire da «[...] Communitatem et homines de Culina Carneae antiquitus habuisse et tenuisse dictum montem de Culina ab Ecclesia Aquilegens [...]». Il latino è tardomedievale (1468) ma inequivocabile, in particolare l’avverbio antiquitus: “da lungo tempo la Comunità e gli uomini di Collina dispongono del malga di val di Collina, di proprietà della Chiesa d’Aquileia”. Infine, Timau si trova a una quota di circa inferiore rispetto a Collina, e con pochissime e motivate eccezioni (la visibilità da lontano), la microtoponomastica timavese originale si ferma al di sotto dei 1800 m. 

  23. Prima dell’invenzione e dell’evoluzione delle armi da fuoco la stessa caccia al camoscio era affare decisamente complicato, che richiedeva un’azione collettiva e coordinata: una sfacchinata, per di più con probabilità di successo decisamente limitate. Era insomma cosa da ricchi, per di più con una discreta voglia di sgobbare. Merce rara anche in Carnia. 

  24. Cjaldério (cjalderato ne è il peggiorativo) perché il nostro garzone-pastore è di Collina, e lassù il femminile è sempre terminato in -o, come Plòto e Scjalòto. Tuttavia, sebbene ormai lingua a sé stante e distinta dal latino, naturalmente il friulano d’allora non è quello d’oggi, e sostenere che un pastore del XII secolo possa chiamare esattamente cjaldério, e con la pronuncia di oggi, l’oggetto che conosciamo è operazione decisamente audace. Ad esempio, non sappiamo con certezza neppure se il processo di palatalizzazione della “c” del lat. caldus a cjalt e quindi da caldara a cjaldério fosse già concluso o ancora in itinere. Tuttavia, ai nostri fini è un dettaglio che richiamo solo per completezza d’informazione. 

  25. A Collina cjaldério è anche la caldaia dell’acqua per il riscaldamento dell’acqua a usi domestici incorporata nello spolèrt, la già citata cucina economica richiamata anche da Plòto. Accostamento bellissimo cjaldério-plòto, distanti poche centinaia di metri, in un enorme spolèrt naturale a . Purtroppo lo spolert dovrà attendere la metà dell’800 per essere inventato, e ancor più per giungere a Collina. 

  26. Per riportare l’attenzione luce sull’argomento si dovrà attendere ben più di un secolo, fino all’opera sistematica di Barbara Cinausero Hofer e Ermanno Dentesano, Oronimi del Friuli (Società Filologica Friulana, Udine-2017), che va a colmare una grande e grave lacuna nel panorama toponomastico friulano. In merito agli oronimi Creta della Cjanevate e Kellerspitz, in estrema sintesi secondo gli A. è Cjanevate la denominazione “originale”, trattandosi di fitotoponimo derivato dal lat. canipa(m)=pino mugo. Da ciò, secondo gli A., il toponimo tedesco Kellerspitz come traduzione dal friulano Cjanevate. Le mie premesse e conclusioni sono diverse. 

  27. Molti di quei cacciatori furono i miei mentori alpinistici, mettendomi a parte di itinerari e passaggi “segreti” dei monti fra Giramondo e Monte Croce. Tanto Cjaldério (ma non il Crèto de Cjaldério che si ritroverà più avanti) che Kellerspitz, probabile importazione tardo ottocentesca, erano toponimi a uso pressoché esclusivo dei cacciatori, dal momento che la stragrande maggioranza della popolazione si guardava bene dal praticare una qualsivoglia forma di alpinismo o anche di escursionismo alpino, attività identificata con lâ tal pirìcul, lett. “andare nel pericolo” (salvo spesso chiedere, con scarsa coerenza e ancora minore senso del pudore, agli irresponsabili aspiranti suicidi di riportare a valle un macut di elbàis, un mazzetto di stelle alpine). Ancora negli anni ’60 i Collinotti che avessero salito il Cogliàns o anche solo percorso il sentiero Spinotti erano una sparuta minoranza. 

  28. Quasi certamente la prima copia della guida di Castiglioni a fare la sua comparsa a Collina fu proprio la mia, che reca la data d’acquisto 1963. Gli anni ’50 e ’60, “grazie” alla diffusione del turismo, sono anche quelli in cui la parlata di Collina, fino ad allora pressoché incontaminata nella sua peculiarità, inizia il suo inarrestabile percorso di contaminazione linguistica e di commistione con il friulano “standard” da un lato, e con un italiano dialettale dall’altro. A quegli anni è da far risalire anche l’avvio della ormai inarrestabile diffusione degli accenti sdruccioli su toponimi, cognomi e nomi propri d’ogni genere e natura, uno scadenzario di storpiature che va da Còglians (ovviamente) a Fùrlan e a Càbernet (quando si dice buon gusto!). Ignoranza e sciatteria non conoscono limiti. 

  29. Quaglia, pp. 115-116 (il corsivo è nel testo, il grassetto è mio).  

  30. Ibid., p. 116. Da documenti più recenti, per Timau qui citate anche «Kellerspitzen, Creta della Chianevate e Chialderate». 

  31. Ibid

  32. Ibid

  33. Si tratta naturalmente di «Kélder», di cui «Kélderspitz» è un derivato più recente. 

  34. Non sappiamo se nel 1200 la pronuncia di cjaldério fosse quella di oggi, e altrettanto vale per kélder: insomma le due pronunce potevano risultare meno lontane di quanto suonino oggi. E anche kélder e cjaldéir suonano molto simili… 

  35. Solo una parte di essi, e non tutti, perché il percorso privilegiato di migranti e cramârs fu certamente attraverso la forcella Plumbs e la val di Collina, raggiungendo così il valico di Monte Croce da sud per una via più breve, meno faticosa e sotto molti aspetti più sicura. La via per Volaia-Valentintal era il percorso di contrabbandieri e migranti irregolari, in quanto evitava il transito da Monte Croce. Se ne tratta diffusamente in Agostinis2

  36. Del problema dell’incerta toponomastica austriaca riguardo alla Cjanevate si tratta diffusamente anche in Marinelli1

  37. Von Zach. Per questa parte della Kriegskarte, l’informatore è certamente friulano ma non è di Collina (v. E. Agostinis, Spigolature toponomastiche (e non solo) sulla montagna carnica, in Sot la Nape, Rivista della Società Filologica Friulana, n. 2 2015, p. 15). 

  38. Come si vedrà più oltre, sarà lo stesso Paul Grohmann a sottolineare l’errore. 

  39. Il termine Kellergrat è entrato nell’uso comune anche in geologia per indicare una particolare formazione calcarea di scogliera, ampiamente fossilifera, caratteristica del gruppo Cogliàns-Cjanevate. V. in particolare E. Kido et al., Kellergrat Formation, in Abhandlungen der geologischen Bundesanstalt n. 69-2015, Wien, pp. 101-104. 

  40. «Nach meinen Beobachtungen erreichen die beiden Kellerspitzen, die höchsten Gipfel der auf der Generalstabskarte “Kollinkofel“ genannten Bergmasse, die Höhe von 9000 [...] Westlich bricht dieser Kamm mit nahe senkrechten Wänden in die tiefe Kellerschlucht». Johann Mojsisovics in Mitteilungen des Österreichischen Alpenvereins, 1863, pp. 321, 323 (come nel prosieguo la traduzione – pessima − è mia, ma il senso è pur quello). 

  41. Grohmann, p. 51. 

  42. «</span»welche in dem Grade stiefmütterlich war, dass wir noch heute nicht im Stande sind, auf unsern besten Karten den Namen Kellerwand zu finden, dass wir nirgends einer Andeutung – mit einer rühmlichen Ausnahme», ibid, p. 53. La «rühmlichen Ausnahme (“notevole eccezione”) nel testo originale è il citato scritto di Mojsisovics. 

  43. Ibid., p. 59 (testo originale in figura sopra: il grassetto dell’italiano nella traduzione è mio). 

  44. Come già abbiamo visto nella parte alpinistica, sarà Pietro Samassa con Giuseppe Urbanis a salire per questo versante, trent’anni dopo l’”esplorazione” di Grohmann al Cogliàns, nel 1895. 

  45. Probabilmente Grohmann parla un po’ di italiano, ma certamente non conosce il friulano. Viceversa, la sua guida Nicolò Sotto Corona conosce verosimilmente il tedesco praticando, come molti collinotti del tempo, il mestiere di cramâr nei paesi del centro Europa. 

  46. Marinelli2, pp. 161→ 

  47. La frequentazione di Collina da parte di Giovanni Marinelli è di lunga data. Nel 1875 vi installa una stazione termo-udometrica, nel 1876 sale il Cogliàns, e nell’anno successivo, verosimilmente prima della stesura del testo per Cosmos, Marinelli svolge un’autentica indagine socioantropologica sulla popolazione di Collina, lavoro che sarà pubblicato in calce al testo di Cesare Lombroso Pensiero e meteore (v. in Appendice, legenda della tabella 2, n. 2). Marinelli conosce bene anche Timau, dove ha effettuato numerose osservazioni e misurazioni climatiche e meteorologiche. 

  48. Hocke. Il testo è in forma di lettera indirizzata da Hocke stesso a Marinelli. 

  49. Alla luce della conclusioni a cui giungeremo possiamo forse dire che l’aver perso per strada Crete de Cjalderie è un peccato, in quanto sarebbe stata più corretta e più rispettosa della toponomastica originale locale. 

  50. Cesare Mantica, Salita della Cianevate o Kellerwand in Cronaca della Società Alpina Friulana, anno I (1881), p. 29. 

  51. Lodovico Billia, Cronaca della Società Alpina Friulana, Anno IV (1884), p. 89. 

  52. Marinelli3. La nota 22 è a p. 37. 

  53. Ibid., p. 158. 

  54. «Canovaccia» sta per “baracca” o appunto “cantinaccia” (cànova come càneva). Anche se formalmente corretta, nel contesto alpestre della Cjanevate l’espressione appare quasi stonata nella sua apparente raffinatezza, e quindi fuori luogo: Marinelli l’abbandonerà quasi subito preferendole il più prosaico ma appropriato “cantinaccia”. 

  55. Marinelli2, pp. 161→. 

  56. Marinelli3 (il grassetto è mio, a futura memoria). 

  57. Marinelli4, p. 470. Nel 1892 l’alpinista austriaco Julius Pock (1840-1911) di passaggio a Timau scrive «Le madri, che per la maggior parte non conoscono bene né l’italiano né il friulano, ammaestrano i loro figliuoli nella lingua tedesca» (Pagine Friulane, anno V n. 9, 1892, p. 132). L’osservazione di Pock pare eccessiva e forse condizionata dal suo breve soggiorno, ma nella sostanza non è lontana dalle parole di Marinelli. Sebbene la scuola (in italiano) sia presente in paese l’italiano non è molto diffuso, e “le madri” incontrate da Pock e “le donne” di Marinelli sono in gran parte analfabete (buona parte della popolazione adulta lo è), ma da generazioni il prete predica in friulano. È peraltro innegabile che uno degli ultimi presidi delle parlate locali a essere scalzati o affiancati dalle lingue alloglotte (in senso stretto, a Timau è tale anche il friulano) sono proprio i toponimi afferenti ai luoghi più periferici, quelli frequentati raramente e solo dai locali (poi, ma solo poi, arriveranno l’alpinismo e gli alpinisti). A Sappada è accaduto lo stesso: ancorché ormai ubiquitari, i toponimi italiani hanno in gran parte meno di 200 anni. 

  58. Marinelli4, pp. 386-389 (grassetto e corsivo sono nel testo originale). Le grafie tedesche Kellerwand, Kellerspitzen e Kellerwandthurm (la Torre della Cjanevate) sono ripetutamente utilizzate nel testo. La “Tavoletta” citata da Marinelli è la Tav. Prato Carnico 1:50000 dell’IGM (1889). 

  59. Marinelli3

  60. In scritti precedenti (1877, 1878) lo stesso Marinelli usa solo «Kellerspitz» e «Cialderie» e derivati (dell’uno e dell’altro toponimo). 

  61. Ribadisco la mia personale opinione circa l’origine del timavese Kélder nel collinotto Cjaldério. Se così fosse tutto il sistema della toponomastica del monte, tanto Cjanevate che Kellerspitz etc., sarebbe fondato su una paretimologia di Kélder toponimo come Kélder=cantina. 

  62. Fuori di metafora mi riferisco alla “naturale” soggezione, compiacenza o addirittura sudditanza psicologica del semianalfabeta montanaro-boscaiolo nel confronti del foresto-cittadino-sjiór, inclinazione che in Friuli e in Carnia trova una (in)felicissima sintesi nel termine sotàn. Si tratta di ausili dei quali possiamo escludere con certezza che Marinelli faccia scientemente uso, e dei quali forse non ha neppure bisogno. Nondimeno sono un fatto reale che comunque condiziona le relazioni fra valligiani e foresti percepiti appunto come sjiórs, di “classe” superiore. Quanto alla asserita (da chi scrive) attuale persistenza del fenomeno, non è il caso di adontarsene: oggi è un fenomeno strisciante, meno evidente di un tempo − grazie alle differenze sociali ed economiche apparentemente accorciate − ma tuttora operante, nel linguaggio (e nella toponomastica) come nel comportamento. 

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