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Evoluzione

Il percorso delle denominazioni, nel tempo e nello spazio, è certamente uno dei soggetti più affascinanti e coinvolgenti dell'intero lavoro.

Si è già fatto cenno alla solidità del legame, anche formale, fra la casa e i suoi abitanti. Questo vincolo, stabile e persistente ma tutt'altro che statico, si esprime attraverso una ragnatela di percorsi non lineari nel tempo e rispetto agli abitanti; al contrario, si sviluppa lungo itinerari per lo più tortuosi, accidentati, e spesso intrecciati e confondentisi. Infatti, se già i casi di edifici “storici” (almeno centenari) la cui denominazione non sia cambiata nel tempo sono poco frequenti, quelli in cui anche la proprietà è rimasta strettamente costante (lo stesso cognome per l’intero arco d’esistenza dell’edificio) sono decisamente rari.

In un tentativo di approccio sistematico, sono state identificate quattro tipologie evolutive (più una quinta variante) del rapporto casa/abitanti, quest’ultimo inteso come correlazione fra denominazione dell’edificio e cognome della famiglia attualmente residente, come descritto qui di seguito.

  • a) corrisponde alla continuità di nome e proprietà (nome della casa + cognome degli abitanti) nell’intero periodo d’esistenza conosciuto dell’edificio. Caso raro per gli edifici più antichi, è ovviamente la norma per quelli di nuova costruzione o comunque recenti.
  • b) relativo a edifici che mantengono il proprio nome invariato, ma di cui cambia una o più volte la proprietà, o comunque il cognome degli abitanti, i quali viceversa acquisiscono il nome della casa/casata stessa. Causa prevalente del mutamento, la trasmissione della proprietà per via ereditaria in linea femminile, e conseguente matrimonio dell’erede con il portatore del cognome sopravvenente (in cuc). Altre cause riscontrate, la particolare rappresentatività del nome originale della casa, che pertanto si impone esso stesso ai nuovi abitanti. È il caso soprattutto degli edifici legati a attività consolidate (a es. Fâri) o di origine toponomasticaca (a es. Glèrio), i cui nomi sono evidentemente ritenuti prevalenti nei confronti di quelli portati dai nuovi venuti.
  • c) dove all’invarianza del cognome degli abitanti si accompagnano uno o più mutamenti nella designazione della casa/casata. È quasi esclusivamente legato ai numerosi casi di subentro e sostituzione fra nomi o soprannomi di persona: l’esistente viene “usurpato” da parte di altro nome di familiari (per lo più figli o discendenti) o affini. Una cosetta in famiglia, insomma...
  • d) è la combinazione (si può immaginare quanto articolata e complessa) dei casi b e c. In pratica, del nome originale dell’edificio e dei suoi primitivi abitanti non resta che il ricordo, e spesso neppure quello...
  • e) variante costituita dal trasferimento contemporaneo e in blocco del nome della casa/casata e del cognome degli abitanti da un edificio a un altro, mediante lo spostamento in toto del nucleo familiare: armi, bagagli e... nomi. Un autentico trasloco, insomma, che talvolta lascia dietro di sé tracce visibili proprio nel nome della casa abbandonata, la quale seguita nel mantenere, almeno per qualche tempo, il nome “sottratto” dai transfughi. Da qui ha origine l’apparente contraddizione di più case omonime, anche più di due e assai distanti fra loro. Come ben si può intuire, non rappresenta in sé una specifica tipologia evolutiva, tuttavia assume una certa importanza nella ricostruzione logica del quadro urbanistico-residenziale e degli spostamenti delle famiglie all’interno di questo, in particolare fra CP e CM.

Si è già brevemente accennato ad alcune regole non scritte che presiedono alla formazione del nome della casa. A questo proposito, è interessante notare come anche l’uso della preposizione che normalmente precede il nome della casa/casata segua regole molto rigide, quasi ferree, in funzione sia della natura del nome stesso, che del suo ciclo di vita o durata nel tempo.

Nei pochi casi di origine toponomastica, è d’obbligo la preposizione in, a sottolineare anche fisicamente il luogo in cui si trova l’edificio: in Glèrio, in Cjanóuf etc.

Quando la derivazione è da nome proprio di persona, in ogni forma, sia esso accrescitivo, diminutivo, o spregiativo (Mattión, Nadalìn, Ğuanàt), oppure da soprannome di persona, di qualsiasi origine e natura (Chechè, Caminòn, Flèch), viene invece usata la preposizione semplice da, con il significato di “presso”, “a casa di”: da Ğuanàt, da Caminòn etc.. Con il tempo, quasi a lasciare sedimentare e consolidare il nome acquisito, la preposizione da tende a volgere a in (in* Caminòn*, in Flèch) come per l’origine toponomastica, quasi a prendere atto della spersonalizzazione dell’edificio e del nome, e a sottolinearne invece il radicamento oggettuale, una sorta di integrazione nel territorio e quindi nella stessa toponomastica.

Quando invece l’origine del nome è pure onomastica, ma deriva da soprannome “attributo” (aggettivo, attività etc.) del titolare, viene pure usata la preposizione da, ma in questo caso articolata nel femminile de e nel maschile dal. Ancora una volta la regola non è scritta ma pur sempre rigorosa: dal Fâri, de Bielo, dal Puištìn, dal Pàur, de Pàuro etc. La differenza è facilmente spiegabile: nel primo caso, il titolare è semplicemente Caminòn, o Flèch; nel secondo è lu Puištìn, o la Bièlo. La preposizione si articola (o non si articola) di conseguenza. A differenziare ulteriormente i due casi, la preposizione articolata non muta mai in in, ma rimane quella originale.

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