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…più vicino alla storia

La narrazione delle pagine precedenti, ancorché assai romanzesca e in larga misura parto di fantasia, contiene nondimeno tutti gli elementi di una ricostruzione storica che, partendo dal reale, si stempera via via nel probabile e nel possibile. In aggiunta a questi, è qui manifesta l’aggiunta di elementi anche sostanziali che non appartengono rigorosamente alla ricostruzione documentale (ma certamente non ne sono del tutto estranei), e sono tuttavia funzionali alla narrazione “epica” e al coinvolgimento del lettore. Aggiunta dunque di fatti e circostanze palesemente arbitrari e fantastici, a arricchire anche emotivamente una narrazione senza altre pretese storiche che il quadro di riferimento, vero o comunque verosimile che sia.

Di tutt’altra pasta il lavoro che state per leggere, dove di arbitrario v’è ben poco, e di fantastico nulla del tutto (se si eccettuano, abbastanza paradossalmente, proprio le ricostruzioni “storiche” della tradizione locale riportate poco più avanti), dove interesse e curiosità sono risvegliati non già dall’invenzione scenica ma dalla realtà delle cifre e delle date, dei nomi e dei personaggi, degli eventi e dei luoghi.

Le origini, dunque, oltre l’invenzione e la fantasia: quando, e perché?

Quando

La tradizione di casa Tamussin (una delle famiglie più antiche e più numerose della villa) vuole Collina fondata da due antenati della famiglia, Leonardo e Giovanni di Tamosis, entrambi “Della Zità Di Bergomo Cavalier”, come recita l’effigie dei due cavalieri in una formella sopra l’ingresso di casa Maçócol, a Collinetta. Si tratta della rappresentazione figurata della descrizione che si ritrova nell’opuscolo “Il paese di Forni Avoltri con la sua miniera di Avanza. Descrizione.” di L. Grignani (Cividale – Tip. Fil. G. Zavagna, 1868)3, il quale così recita:

“Alcuni dicono, che certi De Tamosis Leonardo e Giovanni, ambidue cavalieri Bergamaschi, compromessi e perseguitati dalla signoria di Milano, rifuggiavansi in quelle boscaglie, il primo nell’anno 1315, e il secondo nel 1458 ove fabbricarono la prima abitazione.
…………
Altri manifestano invece, che certo Barbolano Leonardo, alias centranico, voluto doge di Venezia, privato di vista de’ sui nemici e competitori del suo alto grado, siasi, dopo aver soggiaciuto a questo inaudito castigo, ricoverato in Collina nell’anno 1100, e con ciò fa conghietturare in lui il fondatore del villaggio.
Altri franguellano ancora, che disertori in preda ai rimorsi pei nefandi delitti commessi si abbiano portati nell’anno 1250 circa in questo villaggio sotto alla foggia di anacoreta onde espiare con austera penitenza i perpetrati delitti, quindi si vuole che abbino fondate le prime case”.

Dopo tutto, anche al netto delle incongruenze temporali (1315-1458), quanto a fantasia queste “fonti” rivaleggiano direttamente con il Maçaròt

Le prime notizie documentali di Collina risalgono alla seconda metà del XIII secolo, intorno al 1270, quando vari feudatari della chiesa di Aquileia (Raipreto di Rozo di Socchieve, Enrico di Zegliacco e suo figlio Stefano) a turno rivendicano parte delle decime della villa di Collina. Da questi documenti, nel primo dei quali (1274) viene fatta espressa menzione di Culina Parva, discendono direttamente due considerazioni.

Anzitutto, la menzione stessa di Culina Parva che implica, già allora, la struttura della villa in Magna e Parva, toponimia che si ritroverà poi, per sei secoli, in tutta la successiva documentazione sia civile che ecclesiastica. Coerentemente, la notazione “Collina” tout court sarà qui sempre intesa a comprendere entrambi i borghi, che dal punto di vista amministrativo ed ecclesiastico (ma anche e soprattutto civile e sociale) hanno sempre costituito un unicum inscindibile: una chiesa, un cimitero, una vicinia. Tant’è che la moderna dizione “Collina” e “Collinetta”, che compare solo nel XIX secolo a indicare le due ville, risulta – se non proprio antistorica – per lo meno inesatta e distorta. Ancora oggi i locali usano la forma Culìno Grando e Culìno Piçulo (e non Culìno e Culìnèto) per indicare i due borghi, e Culìno solo per indicarne l’insieme4. Di più: gli abitanti dell’uno o dell’altro borgo da sempre si riconoscono indistintamente Culinòts, Collinotti tout-court.

Seconda e non certo meno importante implicazione dei documenti duecenteschi è l’identificazione e definizione di Collina nelle sue parti e in toto (già si parla esplicitamente di “villa” e non di soli “mansi”) quale soggetto fiscale. Una comunità, quindi, già allora con un certo livello di organizzazione, di struttura sociale e con apprezzabili dimensioni dell’insediamento abitativo.

D’altra parte, dimensioni e struttura sociale della villa quali quelli desumibili a metà del XIII secolo richiedono perlomeno qualche decennio di sviluppo a partire dai primi insediamenti: in tal modo, il limite temporale inferiore di questi insediamenti viene a collocarsi, con una certa approssimazione, verso l’inizio del secolo in corso, o la fine del secolo precedente.

In altri termini, se le caratteristiche di Collina nella seconda metà del ‘200 sono quelle menzionate or ora, è assai probabile che Collina sia stata fondata non più tardi della fine del dodicesimo/inizio tredicesimo secolo.

Per quanto viceversa concerne il limite superiore, non vi sono indicazioni e supporti documentali significativi. Probabilmente, insediamenti anche di molto anteriori al XI secolo sono stati stabiliti in alta Carnia e territori limitrofi, quantomeno allo scopo di sfruttarne le risorse minerarie. Per menzionare solo i territori più prossimi a Collina, citiamo la zona di Sappada (ancor prima dell’immigrazione allogena e alloglotta degli attuali abitanti) per lo sfruttamento delle miniere del monte Ferro, e la stessa Forni Avoltri per lo sfruttamento delle miniere del monte Avanza. È assai improbabile – se non del tutto da escludere – che la conca di Collina, alla testata di una valle angusta e di accesso non agevole, senza sbocchi e soprattutto priva di qualsiasi risorsa mineraria, sia stata oggetto di insediamenti di questa natura.

Va d’altra parte sottolineato che la tipologia dell’insediamento connesso allo sfruttamento minerario (del genere di Forni Avoltri, per intendersi) non si configura probabilmente come una vera e propria “colonia” in senso stretto. Verosimilmente, più che di vere comunità organiche con interi nuclei familiari e una organizzazione sociale ben definita e strutturata, nel caso del Furno si tratta di aggregazioni ad hoc, originariamente finalizzate alla sola attività estrattiva, fors’anche non permanenti e costituite prevalentemente da individui maschi.

Un elemento a suffragio di questa tesi è l’evidenza documentale che Collina – villa in posizione evidentemente marginale rispetto alle vie di comunicazione – fino a tutto il XVII secolo conta un numero di abitanti pari o superiore all’insieme di Forni e Avoltri, site in fondovalle e quindi, in linea di principio, luoghi di insediamento tendenzialmente privilegiati.

Una possibile spiegazione dell’apparente anomalia va per l’appunto ricercata nelle differenti tipologie degli insediamenti originari: Collina, sin dalle origini intesa come comunità organica, stabile, con nuclei familiari completi e permanentemente insediati sul territorio, e pertanto con una dinamica demografica prevalentemente legata al ciclo riproduttivo e governata dal movimento naturale; il Furno, viceversa, con una demografia originata e dettata dal flusso migratorio, a sua volta legato all’intensità dello sfruttamento minerario e alla domanda di manodopera. Con tutta probabilità, come insediamento Collina nasce quindi dopo il Furno ma, a differenza di questo, si caratterizza sin dall’origine come villa propriamente detta, e perciò si sviluppa con maggiore rapidità.

Tutto questo naturalmente non determina in sè una particolare o precisa datazione dei primi insediamenti stabili a Collina. Altri elementi, di diversa natura, fanno d’altra parte collocare il limite superiore della datazione dell’insediamento di Collina approssimativamente al XI secolo.

Una indicazione in questo senso si può ricavare dall’arrivo della comunità germanofona nella conca di Sappada, databile con qualche certezza intorno al 1050. Questa occupazione stanziale, vera e propria colonizzazione, non è da confondere con i già menzionati insediamenti minerari, quasi certamente preesistenti e più o meno situati negli stessi luoghi. Anche spogliata delle sue componenti leggendarie e folcloristiche (la storia comune la vorrebbe proveniente da Willgraten in Östtirol), l’origine della comunità sappadina è certamente in relazione con un insediamento, rilevante anche sotto l’aspetto quantitativo, di famiglie o gruppi di famiglie di ceppo germanico.

Premessa indispensabile all’insediamento – sia che i nuovi venuti discendessero dal Comelico e risalissero poi la valle del Piave, oppure discendessero più direttamente dalla val Sèsis – era comunque la disponibilità del territorio per la colonizzazione, disponibilità che fu evidentemente riscontrata. In altri termini, alla metà del XI secolo, al sopraggiungere della mini ondata migratoria germanica, la conca di Sappada era disabitata, o perlomeno libera da insediamenti permanenti.

Diversa origine etnica ebbe naturalmente Collina: la assoluta omofonia e omoetnìa con la regione circostante fanno propendere per una origine strettamente carnica della popolazione colona. Si tratterebbe, in buona sostanza, di popolazioni che su base familiare o comunque di piccoli nuclei risalivano progressivamente il Canale di Gorto, sulla spinta delle motivazioni descritte romanzescamente all’inizio, e più razionalmente qui di seguito. Se questa ipotesi ha fondamento, è poco credibile che coloni con una buona conoscenza e familiarità con il territorio privilegiassero un insediamento permanente nella angusta e tutto sommato malagevole valle del Fulin, rispetto alla conca di Sappada, poco distante e climaticamente simile, ma con ben altra fruibilità del territorio.

Va anche ricordato che, nonostante la via di comunicazione preferita fra la Carnia e il Comelico fosse allora attraverso la Pesarina e forcella Lavardet, le cronache dell’epoca riportano la via dal Canale di Gorto al Comelico e al Cadore attraverso Cima Sappada come ben nota e frequentata fin dall’antichità. La scelta della valle del Fulìn per un insediamento stabile e permanente farebbe quindi logicamente supporre la non disponibilità di terreni migliori nelle immediate adiacenze, e andrebbe quindi collocata posteriormente alla colonizzazione di Sappada, e quindi dopo la metà del XI secolo.

Per concludere, quindi, l’insediamento originario di Collina può essere induttivamente collocato, con buona approssimazione, in un arco di 150 anni, dal 1050 al 1200 circa.

Perché

È ovvio e persino banale ricondurre le cause di ogni migrazione, individuale o collettiva che sia, a alterazioni degli equilibri preesistenti nei luoghi di partenza dei migranti. Mutamenti di qualsiasi origine e natura: economica, politica, psicologica, sanitaria o quant’altro: ovvio e banale, ma anche innegabile.

Dunque, perché migrare nel luogo che sarà Collina? Quali equilibri si spezzano, pesando al punto di spingere uomini, donne, intere famiglie a rivoluzionare la propria esistenza? E poi, rottura improvvisa e traumatica o risultato di alterazioni progressive dell’habitat socioeconomico? Naturalmente, non abbiamo risposte positivamente esaurienti, tuttavia l’oscurità nella quale ci muoviamo non è priva, qua e là, di qualche fievole lume.

Ci sembra anzitutto lecito supporre che il perché sia strettamente legato al quando: la storia – anche la storia minore, come questa – è pur figlia del suo tempo!

In un intervallo di tempo indeterminato fra il 1050 e il 1200, dunque, i coloni risalgono il Canale di Gorto. Per le ragioni già esposte, non vengono da molto lontano. Al contrario, probabilmente, come nella nostra fantasiosa ricostruzione, sono popolazioni locali della bassa valle che tracimano verso l’alto. Chi, o che cosa, li spinge?

Gli oltre 500 anni di invasioni barbariche in Friuli, dai Goti agli Ungari, si sono conclusi nel 955 con la disfatta di questi ultimi a opera di Ottone I; le scorrerie della cavalleria turca sono ancora di là da venire, lontane nel futuro di 300 o 400 anni. Per 500 anni, dalla metà del decimo alla metà del quindicesimo secolo, le frontiere e le genti del Friuli sono relativamente al sicuro dai nemici d’Oriente. D’altra parte, i flussi di invasione d’ogni tempo, avendo fra i loro obiettivi strategici la pianura più a occidente, se non Roma stessa (i cosiddetti barbari, prima), o più semplicemente il saccheggio (i Turchi, poi), scorrono e scorreranno verso la pianura, arrivando appena a lambire la Carnia. Qualunque ingresso in Italia scelgano gli invasori, da Gorizia a Tarvisio, le alte vallate della Carnia non sembrano esserne affette in misura sostanziale, né prima né poi.

Per ritornare alle ragioni del perché Collina, la romanzesca ricostruzione del Maçaròt allinea addirittura, ad abundantiam, tre concause simultanee, una endogena e più specificamente strutturale (la pressione demografica), le altre due contingenti e di origine esterna (un’epidemia di peste e un’invasione di cavallette con conseguente carestia: quando si dice forzare un poco la mano alla natura…). Gli elementi oggettivi e documentali a supporto delle tre cause sono in verità indiretti, e anche piuttosto esigui.

Un sensibile incremento demico si registra in tutta la Carnia nella prima metà del ‘300. Sulla base delle caratteristiche di ciclicità naturale di questo genere di fenomeni, fra il 1050-1200 (secondo la nostra ipotesi, nascita di Collina) e il 1300-1350 (periodo di massimo demico) vi è spazio per altre fasi di espansione demografica.

In tutta la regione alpina, il periodo a cavallo dell’anno 1000 è caratterizzato da un notevole rialzo della temperatura: il fenomeno raggiunge il suo acme fra il 1080 e il 11805. Questo mutamento climatico è certamente un elemento oggettivo a favore dello spostamento verso l’alto del limite degli insediamenti umani nell’area (e anche a supporto della nostra ipotesi temporale avanzata in precedenza). Inoltre, citando annali austriaci e ungheresi dell’epoca, la medesima fonte menziona spaventose invasioni di cavallette sul finire del XII secolo (1195).

Si tratta certamente di riscontri oggettivi nel merito assai modesti, con i quali i perché del Maçaròt ( e nostri) sono comunque consistenti e compatibili. Per ripeterci ancora una volta – e in attesa di ipotesi più verosimili – se non é andata così, certamente può essere andata così.

L’epidemia di peste non ha invece alcun oggettivo riscontro nel periodo che ci interessa, in particolare in coincidenza con gli altri due fattori citati. Eventi epidemici di varia natura e intensità non erano certo infrequenti in Friuli e in Carnia all’epoca dei fatti e fino al XIX secolo: periodicamente, peste e salmonella, tifo e vaiolo spopolavano valli e pianure, villaggi e città. Salve le premesse e promesse di rigore storico-scientifico, ci sembra tuttavia eccessivo nella nostra ricostruzione attribuire a questo elemento qualcosa di più di una lontana possibilità (o, meglio, di una non esclusione) e, in ultima analisi, di una nota di colore.

Postilla 2020

Circa le origini di Collina, con il riemergere dagli archivi di alcuni documenti quattrocenteschi “riscoperti” nel 2015 (v. Mons di Culina, Culìno e Culinòts) alle cause sopracitate mi sembra di poter affiancare, forse con maggiore fondatezza, la messa a reddito da parte dell’amministrazione patriarchina di terreni prima di allora disabitati e quindi improduttivi (in senso soprattutto fiscale). Detto altrimenti, il patriarca-feudatario “spedisce” a Collina un certo numero di famiglie dotandole di benefici/incentivi legati soprattutto ai terreni: piccole proprietà, usufrutti, enfiteusi, diritti d’uso esclusivo, molti dei quali hanno attraversato i secoli per giungere sino a noi sotto forma di beni d’uso civico. Con duplice beneficio anche per l’amministrazione patriarchina. In primo luogo, oltre all’imposizione fiscale (le decime dalle quali, in parte o in tutto, in seguito i Collinotti saranno tuttavia esentati), i fitti percepiti per i terreni concessi in affitto o enfiteusi: proventi che, rispetto al nulla precedente, costituiscono un’entrata netta. In secondo luogo va considerato il presidio del territorio, che ancorché privo di valichi ritenuti strategici risulterà comunque popolato e presidiato da genti di formale appartenenza alla Patria del Friuli.

Dal lavoro citato sopra fa capolino l’ipotesi che, sin dalle origini, all’attività agricola si affiancasse una cospicua o forse anche prevalente (o preesistente) attività pastorale. Nel 1400, oltre ai pascoli di Morareto, possessum per illos de Culina, abbiamo prova documentale che i Collinotti da tempo immemorabile disponevano in enfiteusi anche di tutta la val di Collina, oltre Forcella Morareto e oggi in Comune di Paluzza. Decisamente molto per un villaggio di poche decine di anime, ciò che induce a pensare che la pastorizia fosse attività professionale condotta anche − o forse soprattutto − con bestiame di terzi.

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