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Mortalità

Come già per le nascite/battesimi, a maggior ragione qualche problema di significatività dei dati si pone anche per le morti, soprattutto in virtù della componente migratoria. Come si vedrà più avanti in tema di popolazione, il confronto fra saldo naturale nati-morti e la reale variazione della popolazione evidenzia una considerevole sottostima delle morti. O, meglio, si evidenzia un dato delle morti affetto da variabili esterne (principalmente il saldo migratorio negativo) che ne condizionano la significatività.

Non tutti gli emigranti “scompaiono” dai registri: alcuni, deceduti altrove, sono sepolti a Collina e qui annotati nei registri parrocchiali; come pure altri, sebbene sepolti lontano da qui, vi sono invece registrati. Tuttavia non è agevole, in nessun senso, discriminare gli uni dagli altri, e dagli altri ancora: con atteggiamento – mi rendo conto – forse poco scientifico, tutti i morti registrati sono comunque stati presi in considerazione nelle elaborazioni: in san Micjol, c’è posto per tutti…

Figura 5.

Analogamente alle nascite, sono qui riportati sia i dati grezzi che le medie mobili delle morti, delle quali siamo in possesso della serie completa dal 1600 al 2000.

Sfortunatamente, in questi 400 anni solo alcuni curati e cappellani (e anche questi non sempre) hanno la diligenza e l’accortezza di annotare, insieme all’evento, anche l’età dei defunti, un potente e rapido strumento di informazione di cui disponiamo in misura purtroppo insoddisfacente. Come ho già avuto modo di accennare in precedenza, a questa lacuna è stato posto in qualche misura rimedio, tuttavia in maniera non adeguata a fini statistici.

Prima ancora che a medie e andamenti generali, diamo uno sguardo al dato del 1800, anno in cui la popolazione di Collina ammontava a meno di 320 abitanti.

In quell’anno si registrarono 32 morti (e altri 10 decessi si contarono nell’anno successivo), contro una media di 4.8 nei 9 anni precedenti! Con una mortalità del 100‰ (il dieci per cento!), fu una decimazione, e non certo per modo di dire.

L’epidemia (“morbus dicti dissenteria”, secondo una nota dell’epoca) colpì soprattutto bambini e anziani: su un totale di 32, i morti con meno di 15 anni furono 15; quelli con più di 50 anni furono 13. Pochi i morti in età fertile, dunque: ciononostante, nel periodo immediatamente successivo la natalità subì un crollo assolutamente sproporzionato, certamente da ricondursi anche ad altre cause (v. capitolo precedente).

Date le conoscenze mediche del tempo, e verosimilmente dello stesso curato, “dissenteria” non sta certamente a indicare una diagnosi: si tratta piuttosto della descrizione di un sintomo, la cui origine precisa (febbre tifoidea, enterite?)93 evidentemente sfugge alla mia competenza e conoscenza.

Quale che ne fosse l’origine patologica (forse una salmonella), il morbo colpì in maniera mirata, oltre che le fasce di età più deboli, ben individuati nuclei familiari e abitazioni94. Il caso della famiglia di Michele Di Tamer è da film del terrore: sette figli morti, in età compresa fra 1 e 29 anni, più lui stesso. Inoltre, sempre nell’anno maledetto, dello stesso Michele Di Tamer muore una consuocera, insieme all’intera famiglia di quest’ultima: genero, figlia e nipote. Per finire, nell’anno scompaiono altri due Tamer, marito e moglie (tuttavia non parenti prossimi di Michele). Alla fine del 1800, infine, nella grande casa/casata dei Tamer si contano certamente 8 morti, probabilmente 10, forse 14.

Figura 6.

Una vera strage fra i Tamer, ma altre case piangono più di un morto, in quel tragico 1800.

Muore Francesco Tamussin, insieme alla moglie Ursula. Mattia Toch perde un figlio neonato e una figlia ventenne, così come Antonio Sotto Corona che perde due figli, uno di quattro anni e uno di pochi mesi. Anche Tommaso Di Sopra si vede morire due figli, di 3 e 13 anni.

Non è possibile attribuire all’infezione tutti i decessi collettivi: alcuni casi sono effettivamente poco verosimili, o comunque necessiterebbero di spiegazioni ad hoc. D’altra parte, non si può neppure escludere il morbo dalle cause dei decessi “isolati”: al contrario, è certamente la causa di alcuni di questi. In ogni caso, è un fatto che le morti isolate rappresentano comunque una minoranza nell’ecatombe di quell’anno. Una minoranza ben cospicua (10 morti), che già di per sé avrebbe comunque fatto saltare i sismografi che rilevano la mortalità in villa.

Al di là dell’annus horribilis, e per tornare a una visione più globale di questa variabile demografica, già da un esame superficiale degli andamenti della mortalità emergono alcuni fatti interessanti, fortunatamente – se così si può dire, parlando pur sempre di morti – meno tragici di quello sin qui descritto. In prima analisi proporrei tre osservazioni, alcune forse del tutto scontate, altre meno.

1956. Funerale. Sullo sfondo, la chiesa di s. Michele (301)
1956. Funerale. Sullo sfondo, la chiesa di s. Michele (301).

Con qualche significativa eccezione, l’andamento di lungo periodo della mortalità segue quello delle nascite, come ben evidenziato dalla fig. 6 alla pagina precedente, ed entrambe seguono l’andamento della popolazione. Questa affermazione, in sé non particolarmente acuta né coraggiosa, a sua volta ne sottintende e ne implica altre due, entrambe non prive di significato. La prima è che l’indice di mortalità (morti/abitanti) tende a rimanere costante per un tempo considerevolmente lungo, o perlomeno tende a variare molto lentamente e con continuità. La seconda è che – almeno in alcuni periodi significativamente lunghi – esiste una relazione diretta fra numero assoluto dei nati e dei morti. Relazione diretta, si badi (più nati = più morti), e non mediata attraverso il dato della popolazione (più nati = più abitanti = più morti): ovvero, la mortalità come funzione della natalità e non solo (o non principalmente) della popolazione.

Logica conclusione di questo percorso, un po’ schematico ma nondimeno efficace, l’esistenza e la persistenza di valori di mortalità neonatale o infantile statisticamente rilevanti, sia per intensità che per durata. Ancora una volta, nulla di nuovo sotto il sole: è la legge della fabbrica di uomini, o almeno un suo corollario.

Ultimo elemento e vero punto di rottura è l’alterazione definitiva degli equilibri consolidati – o almeno della lenta dinamica con cui questi equilibri si sono evoluti per secoli – mutamento che appare in tutta la sua evidenza dopo la metà del ventesimo secolo.

Intorno al 1960, per la prima volta in 400 anni, gli indici di mortalità superano quelli di natalità. Si invertono medie e tendenze, si badi, e non i soli valori puntuali che nelle loro erratiche oscillazioni hanno visto il numero dei morti non di rado superare quello dei nati. È, questo, un sintomo chiarissimo e inequivocabile, il riscontro esplicito di un fenomeno ancor oggi in evoluzione e alla ricerca di nuovi equilibri, e sul quale avremo modo di ritornare, seppur brevemente, in seguito.

Di ritorno all’osservazione dei dati puntuali anno per anno, su e giù per la scala del tempo, oltre al vertiginoso picco del 1800 si nota una miriade di punte, più o meno elevate. Sebbene talvolta di intensità rilevante, si tratta tuttavia di eventi “normali”, di punte di mortalità legate per lo più a fattori alimentari o microepidemici (seppure isolatamente, il tifo colpiva ancora verso la metà del XX secolo), magari circoscritti ma tutt’altro che infrequenti nell’epoca nella quale si collocano.

Non sembra invece avere la stessa rilevanza puntuale il fattore climatico, che alla normale mortalità aggiunge per lo più vittime casuali di incidenti o di assideramento. Non siamo in possesso di una casistica ampia, ma due inverni terribili per temperatura e precipitazioni nevose (1708-09 e 1835-36) evidenziano un numero di decessi assolutamente in linea con le statistiche del tempo95.

Dopo un diciassettesimo secolo relativamente tranquillo (il 1617 e il 1653 sono gli unici anni con più di 10 morti), il diciottesimo abbonda di annate di cattivo raccolto e di eventi epidemici, anche con pesanti conseguenze: per cinque volte il numero dei morti raggiunge o supera le 15 unità (1717, 1740, 1759, 1770, 1774), dati puntuali che corrispondono a una mortalità superiore al 50‰.

In tutto, sono ben 24 gli anni del secolo in cui i morti sono 10 o più, e la sola crescita della popolazione non giustifica né l’intensità né – ovviamente e soprattutto – la frequenza di questi fenomeni peraltro comune e sgradita ricorrenza in molti paesi della Carnia, almeno a giudicare dalle statistiche96.

È un secolo difficile, questo, che vede l’intera Europa dall’Islanda alla Grecia e dal Portogallo alla Russia intrappolata assai più di Collina nella catena perversa clima-carestia-malattia97. A testimonianza di questa quasi estraneità di Collina ai grandi eventi epidemici, non c’è neppure bisogno di ricorrere alle piaghe bibliche o alle pestilenze che in quegli stessi tempi spopolano periodicamente città e villaggi e di cui quassù si fatica a trovare traccia, almeno nell’intensità e nelle dimensioni. Ad esempio, fra gli eventi di grande portata altrove ampiamente conosciuti e documentati non hanno riscontro a Collina le periodiche scorrerie della peste, compresa quella del 1629-1630 che colpisce duramente anche Udine, e neppure sono visibili gli effetti devastanti della carestia in Friuli del 1746.

Anche quassù, tuttavia, malattie del bestiame e cattivi raccolti, gastroenteriti e febbri tifoidee, insieme alle “semplici” influenze e a chissà che altro, bastano e sono d’avanzo in epoche (fino ai primi decenni del 1900) nelle quali medicina diffusa e integrazione economica sono poco più che una speranza. Batteri e virus sono ospiti certo poco graditi, ma non per questo meno presenti anche sotto il Cogliàns, e fanno sino in fondo il proprio lavoro.

Stavo per chiudere con un sorriso questo capitolo – certamente non fra i più piacevoli, ça va sans dire – affermando che, nonostante tutto, a Collina si muore di meno che altrove, perlomeno di stenti e di malattia. Anche il tristemente famoso 1800, che si portò via il 10% degli abitanti e fu per la villa un evento assolutamente tragico nella sua intensità, resta un caso unico e circoscritto nel tempo, e persino modesto nelle proporzioni: altrove e fino a non molto tempo addietro, in Italia e in Europa le ripetute crisi di mortalità cancellavano il 30 o il 40% della popolazione in pochi anni. Se i numeri vogliono dire qualcosa, la differenza – pur triste – non è di poco conto.

Quindi, è pur vero: per trecento e più anni, a Collina si “muore di meno”. Probabilmente, in quest’angolo di mondo, faticano ad arrivare persino i quattro cavalieri dell’Apocalisse!

Ma il sorriso mi si è immediatamente spento, davanti alle cifre dell’emigrazione. Chiedo scusa della banalità del luogo comune, ma se è vero che partire è un po’ morire, i conti tornano.

Proprio tutti.

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