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L’economia

Nel poco terreno disponibile, il clima – proibitivo per molte varietà vegetali, fra cui il mais – e il territorio consentivano in passato la coltivazione del frumento (peraltro in misura assai limitata, e in tempi non recenti), e soprattutto di orzo e segale fino alla metà del 190010. Oltre alla patata11, seminata a aprile e raccolta a ottobre/novembre, spesso già con le prime nevi, giungevano a maturazione i cavoli, le rape e pochi altri ortaggi.

A testimonianza della peculiare e largamente variabile fruibilità del microclima e quindi del territorio anche nel ristretto ambito comunale, si può notare come a Collina – a differenza di Forni – non risulti possibile neppure la coltivazione del fagiolo. Gli alberi da frutto (pochi pruni e meli, rarissimi noci e maraschi, assenti tutti gli altri) fruttificavano mediamente solo ogni due anni: l’unica pianta da frutto significativa dal punto di vista alimentare (i frutti di bosco sono da considerarsi, sotto questo profilo, irrilevanti) è il nocciolo selvatico. La stessa canapa, ancora coltivata alla fine del secondo conflitto mondiale, non giungeva sempre a maturazione, e spesso richiedeva post-trattamenti in fienile prima di poter essere lavorata.

Naturalmente, il riferimento è a condizioni climatiche e ambientali medie: certamente nel tempo si sono succedute situazioni ora più e ora meno favorevoli all’attività agricola, come è già stato ricordato in altra parte di questo lavoro. Resta comunque, come dato di fondo, la sostanziale avarizia quali/quantitativa del territorio sotto il profilo agricolo.

Viceversa, il bosco rappresenta una risorsa apprezzata e sfruttata sin dall’antichità (i “boschi da remi” della Serenissima ne sono l’esempio più noto): risorsa certamente importante nell’economia locale, ma condizionata – ieri come oggi – dalla elevata incidenza dei costi di trasporto in relazione al valore intrinseco del prodotto.

In un contesto di economia di sussistenza, quale quello che si configura fino alle soglie del ventesimo secolo, non desta sorpresa che il fulcro dell’attività della società collinotta del tempo sia la stalla, e ancor più la vacca – la vàcjo – e il relativo ciclo alimentare/produttivo/ riproduttivo (fieno/latte/vitelli). Il buon funzionamento del ciclo in tutti i suoi elementi è davvero una questione di sopravvivenza, la condizione necessaria (anche se spesso non sufficiente) al mantenimento di un equilibrio eternamente precario. Anche per questo ci sembra di particolare significato, nel definire l’oggetto delle cure dei villici, l’uso del singolare la vàcjo, e non del plurale las vacjos o del termine generico di “allevamento”, a sottolineare una sorta di rapporto privilegiato – diremmo quasi soggettivo – fra l’uomo e l’animale, e come e quanto attorno a questa attività ruoti una intera struttura socioeconomica e organizzativa, in primis della singola famiglia e quindi dell’intera comunità. La Latteria Sociale ne è l’esempio più noto ed evidente.

In tutta la Carnia, fino dai tempi antichi (forse da sempre, se ci si passa l’espressione) e fino a epoca recente, il peso maggiore del lavoro dei campi grava – in senso stretto e in senso lato – sulle spalle delle donne12. Sulle loro spalle, in quelle gerle spesso più grandi di loro, le donne carniche hanno portato di tutto: fasci di fieno, legna, bambini. Nella Grande Guerra, anche le granate dell’artiglieria italiana sul Pal Piccolo hanno preso la via della prima linea nelle gerle delle portatrici carniche.

1956. La medo
1956. La medo

Nel panorama della Carnia, Collina non fa eccezione: fino al secondo dopoguerra, con la presenza maschile falcidiata dall’emigrazione, le donne hanno dovuto e saputo sostenere gran parte degli oneri materiali e soprattutto morali di un’economia superata e fuori dal tempo, ormai avviata a un rapido declino e quindi all’estinzione.

Nel territorio di Collina sono ricordate, in tempi relativamente recenti, almeno 7 fra malghe e casere, di proprietà sia privata che consortile: di queste, due (Plumbs e Morareto) sono ancora attive oggi, sia pure con bestiame di provenienza da altra area. D’altra parte, all’alba del terzo millennio, a Collina i capi bovini sono in numero di 0 (zero), laddove un censimento del bestiame di inizio secolo (1911), rileva la presenza di 195 bovini, 34 ovini e 48 maiali. Per quanto riguarda un passato più remoto, alle 7 malghe e casere già menzionate vanno aggiunte le malghe di Volaia, in territorio austriaco ma gestite da Collinotti fino alla seconda metà del 1800.

Ancora più a ritroso nel tempo, qualche dubbio sussiste invece sulla proprietà delle malghe di val di Collina, situate oltre lo spartiacque Cjadìn-Floriz-Cròstis e oggi in territorio del comune di Paluzza. Secondo una tradizione popolare ancora presente a Collina (memoria orale peraltro priva di alcun supporto documentale) le malghe furono cedute dai Collinotti nel diciottesimo secolo per far fronte alle spese di rifacimento del coro della chiesa di s. Michele. Perplessità a parte, resta la curiosità legata alla precisione e al dettaglio dei toponimi ancora oggi in uso (val di Collina, casera Collinetta etc.).

Nel quadro di una economia di tipo pressoché autarchico, oltre all’agricoltura erano naturalmente presenti sul territorio anche attività di economia “secondaria”: forni da calce, fucine, mulini a macina, mulini a pestelli, segherie, attività tutte mosse da energia idraulica e ancora operanti nella prima metà del 1900. Ultime a chiudere, negli anni ‘50, le segherie, messe definitivamente fuori mercato dall’evoluzione tecnologica e soprattutto delle vie e dei mezzi di trasporto.

L’attività estrattiva del marmo, in analogia con le vicine cave di Forni e Sigilletto, non ha invece mai goduto di grande fortuna, e alcuni isolati tentativi esperiti negli anni intorno al 1960 sono stati ben presto abbandonati.

Nonostante le indiscutibili attrattive e bellezze naturali del luogo, anche il turismo stenta a decollare. Dopo un periodo di relativa vivacità della domanda, fino al secondo dopoguerra e agli anni ‘50, Collina è via via rimasta ai margini delle grandi correnti di flusso del turismo, sia estivo che invernale. Oggi sono alcune frange marginali della domanda turistica (colonie, scouts, comunità di varia natura) a beneficiare l’economia del comune di Forni, e di Collina in particolare.

Naturalmente, non ci interessa in questa sede un’analisi organica dell’eonomia locale e delle sue componenti: resta per noi l’importanza degli effetti, la ricaduta e l’impatto dei flussi economici – reali o mancati – sul tessuto sociale, sul mercato del lavoro e, in ultima analisi, sul movimento demo-anagrafico. Un quadro socioeconomico come quello appena abbozzato, peraltro storicamente assimilabile a gran parte delle realtà montane d’Italia (dalla Liguria alla Valtellina, alla Carnia stessa, per tacere del Sud appenninico), porta altrettanto storicamente a un esito largamente condiviso da tutte queste aree: l’emigrazione.

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