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I primi scontri e l'impatto con l'esercito italiano

Stando alle testimonianze raccolte da Giuseppe Del Bianco, gli alpigiani collinotti furono direttamente coinvolti nelle operazioni militari fin dall'inizio delle ostilità.

E a Collina il maggiore Piva comandante un battaglione del 2° Alpini, convocava presso di sé i più esperti alpigiani e dopo averli informati essere la guerra aperta, e dopo aver detto che gli alpini sarebbero partiti durante la notte stessa per prendere posizione ed impedire al nemico di calare in paese, chiese se fra essi vi fossero state persone di coraggio disposte a guidare la truppa sugli impervi roccioni che recingono la valle. Plebiscitaria fu l'offerta, e si dovette procedere alla scelta fra i più robusti.
La sorte designò Umberto Barbolan, Giovanni Tamussin (Jeffo), Mario Tolazzi, Michele Toch, Giuseppe Toch. A tutti venne consegnato un fucile con la cartucciera e gli animosi lasciarono il paese, precedendo gli alpini verso il Volaia e verso il Canale, alle spalle cioè di val Bordaglia. Quelli salirono al Volaja, entrarono a contatto con il nemico, col quale ci fu uno scambio di fucileria; due rimasero feriti7.

Anche Umberto Caneva «Guida patentata della Società Alpina Friulana si arruolò volontario come Guida al 2° Rgt. Alpini, prestando servizio per tutta la durata della guerra fino alla ritirata quando venne svincolato dal suo obbligo»8.

Gaetano Sotto Corona percepì i primi segni concreti del conflitto già il giorno successivo a quello della dichiarazione di guerra: «la prima canonata la sentii al'indomani matina perandare alla stalla sun maserio»9.

Gli scontri avvennero da posizioni sfavorevoli all'esercito italiano10.

Mentre ai nostri soldati, nei giorni antecedenti la dichiarazione, era rigorosamente vietato salire verso il confine, i nemici si erano appostati e premuniti. Va ricordato, a proposito, quanto successe al Sac. Pietro Della Pietra, cappellano di Collina, ugualmente parecchi giorni prima del 24 maggio. Girando, al Volaia, con compagni di caccia, trovò, ben protetto dalle intemperie, un apparecchio telefonico e lo portò al di qua del confine e lo nascose. Ragionamento: o la guerra si farà  e potrà  servire per le nostre truppe, e se non avverrà  nulla, lo restituiremo. E non fu necessario restituirlo, perché invece servì ai nostri soldati, i quali di tali ordigni, in principio, erano affatto sprovvisti11.

Don Fortunato Molinaro ricorda che «i primi assalti avvennero in Bordaglia di Sopra, per l'occupazione della trincea Val d'Inferno. [...] Fra le mie note ho segnato che il 26 maggio, alle ore 18 solennemente furono sepolti nel cimitero di Forni Aimar Giacomo della Croce Rossa e Isana Francesco, caduti in Bordaglia. Alla sera e senza lumi, perché i nemici ci dominavano e spiavano dal monte Fleons. Chiesi e ottenni che i morti venissero raccolti in canonica. E purtroppo la raccolta fu molto grande»12.

Il quattro giugno 1915, la 17 compagnia del battaglione Dronero, conquistò, senza perdite, il passo Sesis, destinato ad essere perduto di lì a poco.13

Tra il dieci e l'undici giugno 1915 si svolse lo scontro per la conquista del passo Volaia, occupato per tempo dagli austriaci, i cui resoconti parlano di un attacco italiano frontale, rivolto alla trincea posizionata al centro del valico, accompagnato da una manovra di accerchiamento delle postazioni poste sulla sinistra realizzata calandosi «con funi lungo la parete nord del versante orientale del Seekopf/Monte Capolago»14. I resoconti italiani confermano l'assalto frontale «alle trincee che trovansi esattamente sulla displuviale che costituisce il passo» e la contemporanea manovra condotta sul lato sinistro, lungo il costone rosso, finalizzata all'annientamento delle «alte trincee nemiche», andata a buon fine anche grazie ad alcuni colpi di artiglieria ben piazzati e al «sopraggiungere sul fianco destro d'una nostra (ardita) pattuglia munita di bombe lenticolari»15.

In quei giorni Collina divenne sede direzionale del secondo reggimento alpini, del battaglione «Dronero», di vari gruppi di artiglieria e batterie.

L'impatto con la popolazione non fu dei più tranquilli.

A quasi cinquant'anni dall'annessione al Regno d'Italia, emersero diffidenze, sospetti di scarso patriottismo e di collusione col nemico, che sfociarono in provvedimenti ruvidi, brutali. Michele Gortani trattò l'argomento nel suo «memoriale» dell'ottobre 1918, a guerra ancora in corso (riquadro 1).

1 - L'internamento di Amedeo Zanier
«Il 25 maggio ebbe luogo il primo scontro al Passo di Val d'Inferno. Naturalmente, se disorganizzazione c'era a Tolmezzo, non è difficile immaginare che cosa potesse esserci più su.
Avvenuto lo scontro, dovuto al fatto che le truppe avevano ordine - come già detto - di tenersi negli accantonamenti, mentre gli austriaci avevano già occupato i confini, il Comando telefonò d'urgenza al cav. Zanier Amedeo e al dott. Vazzola di Rigolato, perché cercassero di portare tutti gli aiuti possibili ai feriti, preparando dei letti a Rigolato e trovando modo di concorrere al trasporto dei feriti stessi.
Una prima volta il cav. Amedeo Zanier ed il dott. Vazzola si recarono fino allo sbocco della valle per portare aiuto ai feriti e provvedere al loro trasporto. Una seconda volta, essendo più numerosi i feriti, furono inviati sul posto quaranta operai che sotto la guida del cav. Zanier provvidero a raccogliere e a trasportare tutti i feriti, mentre il cav. Zanier si portava perfino in luoghi battuti dal nemico, per assicurarsi che nessuno dei feriti rimanesse senza cure. Ebbene, il dott. Vazzola ebbe la medaglia la valore, ma il cav. Zanier fu internato, perché si diceva che era troppo «curioso».
Quest'uomo, infatti, che aveva più volte rischiato la vita per la salvezza dei nostri soldati, s'interessava delle truppe che arrivavano lassù. Alle mie rimostranze, quando fu preso questo odioso provvedimento, si rispose: Val più la pelle d'un alpino che cinquanta dei suoi cavalieri!
Purtroppo questo argomento dell'internamento è molto doloroso. In Carnia, poiché si aveva la fortuna di avere il Generale LEQUIO, dopo queste prime incertezze, alle quali egli non aveva ancora potuto provvedere, la cose furono regolate e ai primi errori si mise riparo.
Il cav. Zanier fu richiamato e non avvennero altri internamenti se non dopo aver sentito il parere del Sottoprefetto.
Non così invece avvenne altrove. Assai spesso e in più luoghi le autorità  militari, così come avevano fatto quelle della Carnia nel caso del Cav. Zanier, agirono tagliando a diritto e a rovescio, partendo dal preconcetto che le popolazioni di confine le quali avevano brillato durante cinquant'anni di Regno unito pel loro vigile patriottismo, fossero invece austriacanti.
Avvennero così fatti molto più dolorosi di quello che ho citato. Tra l'altro il capitano dei carabinieri Schiavetti mi confidò che gli risultava di famiglie internate perché le donne non avevano voluto cedere ai desideri degli ufficiali.»

Novella Cantarutti (a cura di), Il memoriale Gortani: le resposabilità del comando supremo e la rotta di Caporetto, in «Ce Fastu?», vol. 44-47 (1968-1971), p. 180 - contiene la Deposizione dell’on. Gortani prof. Michele, Deputato di Tolmezzo effettuata il 7.10.1918, in Roma, presso la Commissione d’inchiesta istituita con R.D. 12.1.1918, n. 35.

Anche Gaetano ricorda quel clima di sospetto: «ecicominciarono aperseguitare, eguardarci da spionaggi»16.

A distinguersi in queste iniziative fu il «maggiore Abele Piva, comandante del Battaglione Alpino Dronero e del presidio della Val di Gorto convinto che dietro a un tiepido patriottismo, o nella manifestazione di qualche simpatia filoasburgica si celi un atteggiamento di aperta collusione con il nemico e il tradimento, e che sia sufficiente aver avuto rapporti di lavoro in Austria, o mantenervi relazioni di parentela per essere considerati agenti al soldo dell'Imperatore»17.

Giovanni Sotto Corona da Collina, Pietro Eder, Ferruccio Vittorio Toch, Valentino Gaier, da Forni Avoltri, Giovanni Pellegrina, Vittore e Amedeo Zanier, da Rigolato, conobbero la prigione e/o il confino (riquadri 1, 2, 3)18.

2 - Arresti del giugno/luglio 1915
«Così fa arrestare Giovanni Sottocorona, muratore di Collina, perché ‹sobillatore e favoreggiatore dell'Austria›, nonché ‹persona malfida, prepotente e malvagia... esercitante lo spionaggio a danno dell'Italia› ma i carabinieri accertano essere l'imputato, al contrario, ‹persona di buona condotta in genere e stimata fra i suoi compaesani›, potendogli tutt'al più essergli addebitati flebili sentimenti patriottici, un giudizio ‹troppo apertamente e spavaldamente› dispiaciuto ‹per l'intervento dell'Italia nel conflitto europeo› e, in ultimo, l'abitudine, comune alla maggioranza dei carnici, di emigrare temporaneamente e saltuariamente in Austria a cercarvi lavoro.

Pietro Eder, fabbroferraio di Forni Avoltri, finisce in prigione perché, ‹individuo malfido› e ‹favoreggiatore degli austriaci› anche lui, con ‹parenti e simpatie in Austria›, è conseguentemente sospettato di essere il ‹probabile autore di una certa lettera spedita da Forni Avoltri al comando delle truppe austriache del Veranis rilevante i movimenti dell'esercito italiano› (e invece il rapporto dei carabinieri lo qualifica come ‹persona onesta e laboriosa› il cui unico torto sarebbe quello di aver ‹dimostrato sentimenti austrofili› e di ‹aver anche sostenuto uno speciale interessamento per i feriti austriaci›, trascurando ‹completamente quelli italiani›;

Ferruccio Vittorio Toch, muratore di Forni Avoltri, viene tradotto in carcere perché indicato ‹dalla voce pubblica e anche delle confidenziali informazioni come un pericoloso spione e favoreggiatore dell'Austria› visto che risulterebbe essere un ‹individuo di poca buona fama e dall'atteggiamento misterioso, avente rapporti, amicizie e simpatie con persone di nazionalità austriaca esercitanti lo spionaggio a danno dell'Italia›;

anche Valentino Gaier muratore di Forni Avoltri, conosce la reclusione per ‹essere egli pubblicamente indiziato come favoreggiatore dell'Austria› e in concreto per ‹avere anche manifestato l'intimità sua con sudditi austriaci ospitando clandestinamente nella propria casa, e in tempi prossimo all'apertura delle ostilità, certo Ricci Rodolfo, suddito austriaco e ufficiale della riserva nell'esercito nemico, persona sospettissima di spionaggio› (che poi l'istruttoria rivelerà semplicemente essere un negoziante di legnami presso la cui azienda erano impiegate la moglie e la sorella dell'imputato).

Vittime della vox pubblica che li definisce ‹sobillatori, antimilitaristi e favorevoli all'Austria, organizzatori di spionaggio›, finiscono pure Giovanni Pellegrina, muratore, e Vittore Zanier, guardia campestre entrambi di Rigolato, scagionati poi dalle accuse grazie alle testimonianze del sindaco, dell'ex sindaco e del parroco, che facendo fede ‹dell'onestà e del patriottismo› dei due imputati, spiegano come essi siano ‹vittime di nemici personali, i quali, godendo le confidenze del magg. Piva› ne avevano approfittato per metterli in cattiva luce e calunniarli».

Angelo Dreosti e Aldo Durì, La Grande Guerra in Carnia nei diari parrocchiali e nei processi del tribunale militare, Gaspari editore, Udine, 2006, p. 15-16.

Qualche anno dopo don Pietro Cella rievocherà, con sottile ironia, quel clima in un piccolo racconto contenente accenni a collinotti, a fornetti e a don Fortunato Molinaro, «chel sac di vuèsc nome pietât di lui»; quasi una parabola sull'autoaccrescimento di dicerie più o meno verosimili e fantasiose in contesti pervasi da forte emotività.

E come s'a no fos avonde la confusion da vuere, las ciacare da int e i suspièz di cerz uficiai a fàsevin pierdi incimò plui i sentimenz. La Ciargne a ere tornade une spelonche di ladròns. Spiòns e traditôrs da patrie and ere di ogni bande, ca no sci saveve in ce mont chi erin ridòz. Un sior di Napuli di grande gnuche nond ere un compagn, al veve ciatât sui libris che i ciargnei a vevin di essi di zoc todèsc e no podevin bastardà la raze. Di bant a no làvin ogni an, prin de vuere, dibòt duc' i biei oms a fà la lor stagion in Giarmanie come a ciase lor e in Italie a tornàvin nome d'invièr e po a disevin ogni mal di jei percè ca no ju mantignive come siors, cun pòuc lavôr e buines pàes. Canae porches!... E ce disevinei? La bire nere da Baviere, ché a è bire!... I lavors da Giarmanie, chei a son lavôrs!... E i sciôrs da l'Austrie, tant degnèvui, ca dan tant da lavorà  a povare int, chei a son sciôrs da tiràur jù il ciapièl, âti che i talians tegnòus ca platin i bez tas bances per no lassànus vivi!... Cussì a disevin, e ce mût sci podevie fidasci di lôr?
La Ciargne, come si dis, in prin de vuere a sameave un quartir general di spiòns e traditôrs. I uficiai, cul lor nas fin, a lu vevin capît di colp.
[...]
Tal Cianàl di Guart i digos da Culino a sci intindèvin cui lor fradis di la da Wolàe cui segnos a lûs di steles.
A par infin da l'impussibil ce tant ingèn ca vevin chei mostros di Ciargnei tai lor tradimenz, ca non sci rivave adore mai di capii un dret nè di ciapaju una volte cu las mans tal sac. I predis po, ca i àn la scuele nere, as fasevin di ches da fâ vignî i grìsui. Chei dal Cianal dal Fier biel da prinzipi a vevin scugnût internàju duc' jù pa l'Italie. In Ciargne, fra tanc', il plavan dal For, chel sac di vuèsc nome pietât di lui, certes noz al lave su a scur da bande di Avoltrùz e in t'un luc c'al saveve nome lui, al vierzeve un sterp e al sparive denti di une tane. Tal doman abuinore, intant che lui al diseve messe, i todesc a tiravin las canonades e a non sbalgiavin neanc'une.
[...]
Me ce ocorie lâ a ciri a un a un, s'a erin duc' compagns? A sci sintive a dì infin che i oms ca lavoravin tas trincees a vevin cûr di fa galeries sot tiere e s'ciampâ in Austrie o clamà cà i Todescs. In t'une paràule al ere un cas cun chei mostros di Ciargnei. Ma tal ultin a l'an capide ca no ur zovave nue, e un tic a la volte finalmenti a sci son bonâz19.

Sia don Fortunato Molinaro, allora economo di Sopraponti, in seguito medaglia di bronzo al valore militare e profugo di guerra, che ne scrisse verso la fine degli Anni Cinquanta del Novecento, sia Gaetano Sotto Corona, che ne scrisse verso la fine degli Anni Venti, ambedue testimoni diretti dell'accadimento, collegano lo sgombero dei paesi, attuato a inizio giugno 1915, col giudizio di inaffidabilità della popolazione locale circolante tra i militari20.

3 - Pietro Eder
«Il caso di Pietro Eder, a. 45, di Forni Avoltri, propone, come tanti altri casi, la storia di generazioni carniche migranti in Austria. La conoscenza ch'egli s'era creata di cittadini di nazionalità austriaca bastò per configurarlo come spia al soldo del nemico. Arrestato, incarcerato e processato dal Tribunale militare di Gemona, venne poi assolto per insufficienza di prova. La petizione alla Regina d'Italia della figlia maggiore, Teresa, - copia della stessa fu spedita la Re, a Salandra ed all'onorevole Barzilai - s'inserisce in questo contesto.
A S. M. la Regina d'Italia,
Io sottoscritta Eder Teresa di Pietro, rivolgo rispettosa istanza a Vostra Maestà per esporle quanto segue. Quando il cinque del decorso giugno alle ore ant. mio padre di anni 45, venne arrestato unicamente perché suo nonno era nato in Austria (e non per nessuna prova di fatto come tutto il paese potrà testimoniarlo), io Eder Teresa a. 18, Eder Gemma a. 15, Eder Anna a. 14, Eder Lino a. 12, Eder Attilio a. 10, Eder Regina a. 8, Eder Giselda a. 6, Eder Irma a. 5, tutti suoi figli legittimi nati in Italia come mio padre e mio nonno, restammo nella più completa e desolante miseria. Fino adesso abbiamo tirato innanzi la vita elemosinando, non solo per il disagio economico ma anche perché siamo privi di tutto. La nostra madre è morta quattro anni fa; come vede la bontà di Vostra Maestà, ci troviamo tutti sul lastrico per non avere alcuno che ci dia una guida e perché non siamo atti a lavorare per mantenerci. Io come figlia più grande a nome delle mie sorelle e fratelli che alle volte mi chiedono pane e non posso loro dargliene, mi rivolgo alla magnanimità di Vostra Maestà affinché possa provvedere a concedersi il nostro bene amato padre innocentissimo non sapendo proprio più come poter vivere. Con la speranza che la clemenza di Vostra Maestà vorrà accordarci la grazia che vengo a chiederle. Mi Creda col dovuto rispetto di Vostra Maestà, devotissima umilissima serva
Eder Teresa di Pietro.
Forni Avoltri lì 17 gennaio 1916.
Non c'è documentazione che attesti l'esito della petizione.»

Elpidio Ellero, Friuli 1914-1917. Neutralità, guerra, sfollamenti coatti, internamenti, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine, 2007, p. 203, a cui si rinvia per gli estremi archivistici della lettera di Teresa Eder e per una bella foto di Pietro Eder circondato dai suoi otto figli.

Don Pietro Cella, mansionario di Givigliana che pure venne sfollata, non fa, invece, alcuna connessione di questo tipo21; Vittorio Romanin, allora ragazzo, collega l'evento al timore di una possibile invasione22, così come fa la «vecchia» ascoltata dal neo-caporale, socialista interventista, Benito Mussolini nell'aprile 1916, citata nel suo diario pubblicato a puntate sul Popolo d'Italia23.

È stato osservato che in quell'occasione «furono emanate le disposizioni con le misure di sicurezza atte a salvaguardare le operazioni in zona di guerra, come avviene in ogni operazione bellica, evacuando la popolazione per sottrarla ai pericoli inerenti alle insidie e violenze delle armi moderne»24, il che appare più che verosimile, ma non per questo incompatibile con la coesistenza di atteggiamenti ostili e diffidenti nei confronti della popolazione, ben documentati e radicati nei ricordi di molti protagonisti.

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