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L'occupazione

Don Pietro Cella ci ha lasciato un succinto e vivido racconto dell'anno d'occupazione, visto da Givigliana, dove risiedeva ed operava come mansionario. La raccolta e le requisizioni di armi e indumenti militari abbandonati dall'esercito italiano iniziarono immediatamente; vennero censiti popolazione e bestiame e subito attuati i primi prelievi di vacche da macello.

I primi tempi ci fu da vivere della raccolta dei magazzini militari e delle provvisioni fatte nei negozi rimasti, ma già nell'inverno i viveri cominciarono a mancare. Subito cominciarono le requisizioni per le case, di armi, e indumenti militari, ma senza grave danno. Fu creata una commissione comunale per il censimento della gente e del bestiame per ordine degli invasori e si fece subito un primo prelevamento di vacche da macello. La scuola, chiusa in ottobre, fu riaperta in gennaio, come le altre del comune.
Si era chiusi in una specie di limbo oscuro, senza giornali, senza notizie. Le voci più fantastiche prendevano forma di verità ed erano credute e talora mettevano subbuglio nella gente. Un giorno si diceva che gli italiani erano in avanzata dal Cadore, un altro che erano arrivati al Tagliamento. I patimenti fisici e morali facevano sperare in una prossima miracolosa guarigione60.

Il raccolto del 1917 era stato abbondante «ma nell'inverno e nell'autunno una vera invasione di accattoni del Comelico aveva battuto alle porte e la gente impietosita e nella speranza di una prossima liberazione aveva dato con abbondanza. S'aggiunga l'invasione dei prigionieri russi che sbucavano dai boschi e discendevano giganteschi e timidi alle case per un boccone qualunque da sfamarsi; e quella dei prigionieri italiani che il buon cuore delle famiglie non si rifiutava mai di soccorrere, e si capirà che le scorte di viveri dovettero presto esaurirsi»61.

La scarsità di viveri e il timore della deportazione caratterizzarono l'intero periodo d'occupazione. La popolazione cercò di difendersi nascondendo il più possibile viveri e vestiari.

Per tutto l'anno tormentato dell'invasione i viveri ed i vestiari di casa furono dovuti tenere nascosti sottoterra o in antri segreti, con gran pericolo di essere scoperti, e molta roba marcì a quel modo e altra fu perduta. Era una vita di continue angustie. Ognuno era preoccupato per sé, però molti si aiutavano fraternamente del poco che potevano e avevano. Le sofferenze morali e gli spaventi erano ugualmente rovinosi. Gli uomini erano in continuo pericolo di essere deportati per lavori dove si sentiva dire che molti morivano di stenti, e il nome di Toblach risuonava come un sinistro spauracchio. L'anelito per la liberazione era vivissimo; ovunque si facevano funzioni religiose propiziatorie62.

A febbraio vennero requisite le campane: 9 a Forni Avoltri; 8 a Rigolato con Givigliana e Ludaria (28,76 quintali); 6 a Sappada e Cima Sappada (58 quintali); 13 a Comeglians (40 quintali)63. Stando a don Antonio Roja «Quei di Collina han voluto risparmiare agli Austriaci la fatica dell'andar fin lassù a toglier le loro, e si sono profferti di condur non solo le proprie ma anche quelle di San Giovanni di Frasseneto. E le han levate dai campanili e rotte in pezzi piccoli e condottele agli Austriaci in Rigolato»64.

Non mancarono episodi di sabotaggio meno legati alla quotidianità, come l'occultamento di materiale bellico (riquadro 11).

11 - Dispetti agli invasori
«Un giorno il mansionario passando per Collina inferiore, vide schierati sulla piazzetta tre bellissimo cannoni di bronzo, del peso ciascuno di Kg. 487 e un mortaio. Ad un uomo di Collina che passava di lì chiese:
— Perché sono qui questi cannoni?
— I tedeschi li hanno fatti raccogliere e domani li condurranno in giù.
— E perché li avete lasciati sequestrare?
— Ma... e che vi dovevamo fare?
— Nasconderli, cari signori, nasconderli. Son valori questi, e a lasciarli al nemico è dargli arma contro di noi. Dove erano?
— Su pei monti, uno qua, uno là. Li avevamo tra i piedi quando si saliva a cercare roba militare nelle trincee.
— E non li avete rotolati giù pei burroni, che almeno non li potessero estrarre? Non valgono questi cannoni ben più che mille stracci?
— Eh si, caro signore, rispose l'uomo; lei ha un bel dire, ma sa pure che siamo tra le spie, e chi si può fidare? Si sta poco ad essere fucilati.
— Pur troppo è vero, continuò il mansionario, ma quando proseguiranno con quei cannoni?
— Oggi la gente di Collina riposa e domani li trascina a Rigolato. Intanto i tedeschi vanno al Volaia.
— Al Volaja? Ce ne sono ancora lassù?
— Si uno.
— Grande?
— Come quelli lì, di quasi sette quintali.
— E lo lasciate requisire?
— Lo hanno già in nota. Chi osasse portarlo via sarebbe fulminato senza misericordia.
— Peccato di quei magnifici cannoni!
— Ma si veramente, peccato! Il mansionario tornò di corsa a Givigliana, fece chiamare Gortana Giuseppe che era nella fluitazione del legname, raccolse altri quattro uomini, di cui tre sono ancora viventi, e li avvisò.
— In Volaja c'è un cannone di bronzo di cinque quintali. Domani non sarà più; i tedeschi lo requisiranno. Questa notte bisogna farlo sparire. La luna è tonda, rischiara tutta la notte. Corda e leve di legno, e partenza. Intesi?
La piccola pattuglia partì. Furono fatiche mortali, ma il cannone fu nascosto al sicuro, sotto una rovina di sassi e ghiaione; la slitta che lo portava fu allontanata dal posto per farne perdere le traccie e un mortaio di bronzo da un quintale fu portato a seppellire in paese. Nel domani e per vario tempo l'argomento del giorno a Collina e dintorni, fu la scomparsa misteriosa del cannone di Volaia. Il tenente di artiglieria tedesco addetto al recupero era furibondo. Fu sparsa ad arte anche la voce che potesse essere trafugato da tedeschi di là dal confine. Il tenente fece proibire di lasciarsi vedere nell'antica zona del fuoco, pena la fucilazione; fu ordinato di denunciare i temerari autori del furto, ma la cosa restò un mistero per tutti.
Tornati gli italiani, il cannone ed il mortaio furono denunciati, ma il comando militare ne fu quasi seccato. Un drappello di soldati di artiglieria venne a Givigliana a prendere il mortaio, ma con aria quasi di sospetto contro chi l'aveva nascosto. Del cannone di Volaia nessuno si preoccupò altro che per proibire che il paese lo raccogliesse per farne qualcosa per il monumento ai Caduti. Ora poi è trafugato davvero, e non si sa quando né da chi, o si sa anche troppo bene. Così vanno le cose!»
Pietro Cella, Memorie di Givigliana, Premiato Stabilimento Tipografico L. Lukezic, Gorizia, 1928, p. 55-56.

A partire da marzo, la penuria di viveri spinse a lunghe migrazioni verso il Friuli, alla ricerca di grano.

In marzo cominciò a farsi sentire sul serio la penuria dei viveri e da allora cominciò e durò poi per tutta l'estate, la migrazione, in carovane d'uomini e di donne, in cerca di grano per il Friuli, portando denaro e specialmente vestiari e burro e formaggio per il cambio, e le usure dei friulani in quelle occasioni furono spesso incredibili. Chi saprebbe ripetere le traversie ed i patimenti di quei tristi pellegrinaggi? Tutta l'estate passò così, tetra, paurosa65.

Il parroco di Ovaro osservò che la penuria di cibo costrinse gli abitanti «per molto tempo e per gran parte, a sfamarsi col cibo proprio degli animali per non morire dalla fame, ed a pellegrinare, per tutto il periodo dell'invasione, in tutto il basso Friuli per l'acquisto di poco granoturco ad un prezzo fenomenale e con passaporto pagato ogni dieci o quindici giorni con una corona; passaporto che d'altronde molto giovava perché il grano acquistato a carissimo prezzo, per viaggio veniva sequestrato da quei barbari comandi locali austro-tedeschi-ungheresi»66.

Molti si muovevano senza permesso, rischiando di incappare in severe sanzioni, come accade a un gruppo di sette donne fornette, forse guidate dalla più anziana, nell'ottobre del 1918, «punite senza misericordia» e minacciate in caso di recidiva di denuncia «al tribunale per ulteriori azioni penali» (riquadro 12).

Secondo il parroco di Pesariis «l'affamata popolazione fu costretta a piedi per molti kmetri a tutte le inclemenze del tempo girovagare con barelle, gerle in cerca di grano. Raggiunse Prtogruaro Sacile Pordenone Latisana Palmanova Cividale Monfalcone Codroipo Udine occupando settimane di assenza e portando in media in ischiena un carico di 70. 80 kgmi ed in parte tutto portando di notte tempo per non cadere in preda dalla rapace gendarmeria»67. Quello di Prato Carnico conferma il quadro, osservando che «fin dal febbraio 1918 la popolazione fu costretta a recarsi, percorrendo centinaia di Chilometri, in Friuli a provvedere granaglia, sottostando prima allo scambio formaggio e burro, poi a pagare a prezzo di ultra che usura suddetta merce»68.

12 - In Friuli senza permesso
Punizioni per aver passato il confine del distretto senza permesso.
(Traduzione)
I. e R. COMANDO DI TAPPA DI COMEGLIANS.
Avvisi generali Nr. 61
Comeglinas, 4 ottobre 1918
Al Sindaco di OVARO
Il Sindaco di Forni Avoltri deve avvisare le seguenti persone, che si sono recate in Friuli senza permesso, che saranno punite senza misericordia, e, in caso di recidiva, denunziate al tribunale per ulteriori azioni penali.
ROMANIN Maddalena,32anni di Forni Avoltri casa N.12,
ROMANIN Luigia,35''8,
ROMANIN Rosalia,30''22,
ROMANIN Zezilia,38''17,
ROMANIN Domenica,35''18,
ROMANIN Rosalia,57''18,
ROMANIN Carolina,33''3,

 

Dr. GEORGEWICI, Hptm.
m.p.
Laura Calò, Le donne friulane e la violenza di guerra durante l’occupazione austrotedesca 1917-1918. Alcuni esempi per la Carnia, in Enrico Folisi (a cura di), Carnia invasa 1917-1918. Storia, documenti e fotografie dell’occupazione austro-tedesca della Carnia e del Friuli, [Comune di Tolmezzo], Tolmezzo, 2003, p. 114.

Nell'estate del 1918 a causa della scarsità del raccolto e delle requisizioni delle mucche da latte, il problema alimentare si fece drammatico.

La raccolta del diciotto fu molto misera e fu quasi tutta consumata già prima del tempo di maturazione. Molte famiglie patirono la fame o si nutrirono di cibi impossibili. Le requisizioni quanto mai spietate, ridussero d'autunno il paese a pochissime vacche da latte. Non mancarono le ingiustizie fra i caporioni del paese, e le scene di povere famiglie senza mezzi, private dell'ultima risorsa, l'ultima vacchetta, furono strazianti. La desolazione era terribile e solo in Dio si sperava salute.

Risorsero alcune industrie casalinghe: la filatura della canapa e della lana e la distillazione, con alambicchi improvvisati, dei grappoli di melissa, di sambuco e anche di radice di genziana per estrarre acquavite, ma con poco tornaconto. La ricerca poi di tabacco selvatico per i boschi fu generale69.

La presenza di prigionieri italiani e russi aggravò il problema alimentare e causò anche inconvenienti maggiori, come s'intravede da una nota di Don Antonio Roja del 17 luglio 1918 su un episodio accaduto a Vuezzis.

Anche in Carnia questo dei prigioneri è divenuto un affar serio. Non solo specialmente ne' paesi alti sono sempre alle porte a domandar alcun che da mangiare a quei che non ne hanno nemmeno per sé, come fanno i più pacifici, ma alcuni, e specialmente i Russi che si tengono più in alto, rubano pecore, capre e anche qualche vacca; come han fatto in Corce sopra Fielis.

A Uezis poi la settimana passata è stato trovato ucciso un uomo padre di famiglia. Era andato al molino con due pesinali di granoturco. Non tornava mai e gli sono andati in contro. Lo trovaron morto colpito alla testa, e il sacco della farina era andato. Lassù han costituite delle guardie borghesi per custodia delle case e stalle e campi. Talora poi avvengono vere scaramuccie con questi prigionieri ladri70

Nell'ultimo periodo dell'occupazione agli effetti delle requisizioni si sommarono quelli della «spagnola», rendendo la situazione drammatica anche dal punto di vista sanitario.

Gli ultimi giorni di schiavitù furono addirittura atroci. Infieriva in paese una specie di febbre spagnola. Ai venti di ottobre avvenne un'ultima requisizione di vacche, quella che riduceva all'osso troppe disgraziate famiglie. Il pianto delle povere donne era straziante. Fu tenuta una tumultuosa adunanza in casa del consigliere anziano, dove alcune povere donne, a cui si portava via l'ultima vacchetta mentre la si lasciava a certi caporioni, non poterono che sfogarsi in lagrime e grida di imprecazione. Era l'ultima prova. Fu sparsa anche la voce di fuggire con le vacche ai monti, ma non fu ascoltata, per paura del peggio71.

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