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Fra storia e leggenda…1

Questa è la storia della testimonianza resa … il 21 de maio 1236 da Odorico qm. Osualdi da Culina Magna meriga, et Lenardo qm. Lenardi da Culina Parva, presente il Sig. legato del molto Rev.do Abate di St. Gallo in Modio … al gastaldo di Tolmezzo, presso il quale la villa di Collina era stata accusata da Artuico da Sudrio (Sutrio, N.d.A.) del mancato pagamento delle decime dovute … ad esso Artuico signore et titulare de avocazia, avendo egli colà in feudo la valle Culina tutta, et le terre, le ville et anco li mansi in essa locati ….

Con il sostegno e il conforto del Vicario abbaziale di Moggio (che era anch’egli parte in causa, in quanto percettore del quartese, cioè della quarta parte delle decime, le tasse del tempo), Odorico e Lenardo testimoniarono che … ad esso ed esso solo Vicario, Sig. legato del molto Rev.do Sig. Abate di St. Gallo in Modio la comunità di Culina si era obligata d’obedienza et tributi, sicut grex conoscendosi parte della rev.da Pieve di S.ta Maria di Gorto in Luvincis … epperciò di avere presso di esso Vicario assolto ogni obligazione presente et passata con l’oblazione della decima dell’anno corrente, come pure d’ogni altro tributo fin d’anno Domini 1197 ….

Odorico e Lenardo, e con loro l’intera comunità di Collina, che già allora contava undici fuochi e cinquantadue anime, furono assolti da ogni accusa. In quella occasione fu formalmente sancita l’appartenenza di Collina, a quei tempi evidentemente contesa fra le pievi di san Pietro di Zuglio e di santa Maria di Luincis, a quest’ultima, e cioè alla pieve di Gorto. Ad Artuico da Sudrio fu intimato di non molestare oltre il popolo del reverendo Abate di S. Gallo, sotto minaccia di essere trascinato egli stesso in giudizio avanti la Curia Patriarcale. Artuico ritirò l’accusa e non infastidì oltre i Collinotti, riconoscendo in perpetuo i diritti spirituali e temporali dell’Abbazia di Moggio – e quindi del pievano di s. Maria di Luincis – su Collina e i Collinotti.

Tuttavia, le pretese di signori e signorotti locali sulle terre e le genti di Collina non terminarono con la sentenza del 1236: meno di quarant’anni dopo, nel 1274, Wecilio e Wernerio qm. Giovanni da Agrons pretendevano, non si sa a quale titolo e con quale successo, parte della decima di Collina. Un anno più tardi, le stesse pretese erano avanzate da Raipreto di Rozo di Socchieve.

È certo che verso la fine del medioevo un documento riportante la testimonianza di Odorico e Lenardo – l’originale o una copia contemporanea – si trovasse nell’abbazia di s. Gallo in Svizzera (consorella dell’abbazia di Moggio) dove nel 1492 era ancora conservato nella biblioteca locale. Del manoscritto si perse traccia nel diciassettesimo secolo, al tempo delle scorribande e dei saccheggi dei Lanzichenecchi di passaggio verso l’Italia. Tuttavia, esisterebbe ancor oggi una copia del documento in volgare, come pure una copia in ladino grigionese probabilmente contemporanea, ambedue opera dei frati di s. Gallo e risalenti al 1400-1500. I due documenti farebbero oggi parte di una collezione privata, a Coira, sempre nei Grigioni.

Nella loro testimonianza, dunque, i due collinotti ricostruirono l’intera storia della nascita della villa, quarant’anni addietro, che sarebbe andata più o meno così.

Alle tre pomeridiane di un giorno di aprile del 1196 – una splendida giornata di primavera – tre uomini oltrepassavano il Ğùof 2, facendo il loro ingresso nella valle del Fulìn. Osualdo, Lenardo, Pietro erano i loro nomi. Accompagnavano i tre uomini le rispettive consorti: Sabata (o Sabida), moglie di Osualdo, gravida di cinque mesi, con la madre Agnese e i figli Odorico e Maddalena; Marianna, moglie di Lenardo, con i figli Anna, Caterina, Lenardo e Giovanni; Margarita, moglie di Pietro e sorella di Sabata, con il figlio GioBatta. Con loro, cinque vacche e tre vitelle, e le gerle colme – più che di masserizie e vettovaglie – di timore e di speranza insieme.

Avevano lasciato Tualis e Mili (così a quel tempo era chiamata Mieli) quello stesso mattino alle sei, subito dopo la mungitura delle vacche. Certo, non era la prima volta che si portavano sotto il Culiàns (il Cogliàns d’oggi), ma questo viaggio era diverso, era particolare, unico: questo viaggio sarebbe stato senza ritorno. Andavano lassù per rimanervi.

Il Culiàns e la valle sottostante erano ben noti alle genti di Gorto: fin dall’epoca romana, la grande montagna che dominava la valle era nota con il nome latino Collis, a significare “la montagna” per antonomasia. Già dal 1077 la Carnia era parte integrante del dominio del Patriarcato di Aquileia: in quell’anno, infatti, l’imperatore Enrico IV donava la Carnia, insieme al ducato del Friuli, al patriarca Sigiarto. Quarant’anni più tardi, nel 1118, il patriarca Vodolrico I concedeva le pievi di Gorto e di Cesclans all’abate di Moggio, attribuendogli piena autorità spirituale e temporale, e tutti i diritti del feudo.

La valle del Culiàns – la “val Culìno” come venne a chiamarsi in seguito – dipendeva territorialmente dal vicario abbaziale di s. Maria di Gorto a Luincis, al pari dell’intera valle del Degano, con Tualis e Mieli e tutti i paesi già esistenti a quel tempo. Il Vicario era dunque il rappresentante del feudatario (l’Abate di Moggio), che per sé tratteneva il quartese, la quarta parte delle decime di tutta la Pieve. La piccola valle lassù non era abitata, non avendo effettivamente alcuna attrattiva per le genti che allora abitavano la parte media e bassa di Gorto: ben alta sopra il Degano, confluiva nella valle principale attraverso uno sbocco stretto e scosceso, rimanendo quasi nascosta, e accessibile attraverso un percorso non facile e malsicuro. Inoltre, verso l’alto era chiusa tutt’intorno da alte montagne che lasciavano pochi valichi, anch’essi assai elevati, difficili e di nessun interesse né commerciale né militare.

Insomma, il luogo era sì conosciuto ma certamente non attraente, né poco né tanto, almeno fino a quell’anno 1196.

A partire circa dall’anno tutto l’arco alpino il clima si era sensibilmente addolcito rispetto ai secoli precedenti: gli inverni erano ancora nevosi, ma la primavera giungeva presto, e le estati erano più lunghe e calde. Specie vegetali che in precedenza crescevano solo nella bassa Carnia si erano lentamente spinte sempre più verso l’alto (persino l’uva giungeva a maturazione, fin sopra Ovaro, a Mione, Cella, Ovasta…): già verso il 1180, il padre di Osualdo, Odorico, nel corso dei suoi viaggi sotto il Culiàns aveva sperimentato, nei terreni più a solatìo, la semina non solo di orzo, segale, cavoli e rape, ma anche di fagioli e piselli e altre verdure, e con buoni risultati. Con il passare degli anni, persino le piante da frutto seminate qua e là senza speranza – meli, pruni, persino noci e ciliegi – giunsero a fruttificare ogni anno. Curiosità, poco più che esperimenti che Osualdo e Lenardo, quasi presentendo ciò che poi sarebbe accaduto, avevano verificato e confermato nel corso degli ultimi anni: pur con molta fatica, e senza grandi risultati, quella terra lassù era coltivabile.

Il vecchio Odorico non era stato tuttavia il solo a spingersi lassù. I terrazzi della valle esposti a solatìo, in parte liberati dal bosco, d’estate erano terreno di pascolo di manze e vitelle, e in autunno vi transitavano per l’ultimo pascolo anche le vacche, al rientro dalla monticazione in Plumbs (all’andata, all’inizio dell’estate, i valligiani di Gorto caricavano invece la malga di Plumbs direttamente attraverso la sella Biòichia, assai più in quota, senza passare dalla valle di Collina). In questo andirivieni, nel corso degli anni alcune famiglie avevano costruito qua è là alcuni stavoli: negli ultimi tempi, insieme agli esperimenti agricoli, Osualdo e Lenardo avevano anche provveduto ad accomodare convenientemente i propri, rendendoli quasi abitabili anche d’inverno. Certo, le donne giù in valle si lamentavano dei loro uomini mai a casa, della fatica, del lavoro dei campi, della stalla, della casa… Tutto da sole: ma si sa, anche a quel tempo (come poi nei secoli successivi, fin quasi al giorno d’oggi) in Carnia erano le donne a portare gran parte del peso del lavoro, in casa come fuori.

In Gorto le cose cambiarono, d’improvviso, nell’estate del 1195. Già da una decina d’anni, anche con le annate di buoni raccolti che si erano succedute, la terra era sempre meno in grado di soddisfare le necessità di una popolazione che cresceva velocemente. Il terreno utilizzabile, già di per sé non abbondante e ormai messo a coltivo ai limiti del possibile, era oltretutto frammentato in parti così piccole da esasperare ancor più una situazione già ai limiti della criticità; di più, dal territorio non era possibile spremere, e al primo raccolto scarso il disastro sarebbe stato certo. Ma un’altra minaccia, un altro pericolo già si stagliava all’orizzonte e si preparava ad abbattersi sulla Carnia e sul Friuli: le cavallette.

L’estate del 1195 fu caldissima in tutta Europa. Forse spinti, forse attratti dal caldo, nugoli di cavallette da Gorizia e Cividale si lanciarono a ondate sulla pianura friulana cancellando tutto quanto trovarono sul loro cammino: campi, prati, alberi, orti, poderi, tutto ciò che aveva una parvenza di verde non fu risparmiato.

Anche la bassa Carnia fu devastata peggio che dalla grandine: fin oltre Invillino, Socchieve, Enemonzo, gli insetti non lasciarono dietro di sé altro che terra bruciata, ciò che nel nostro documento viene chiamato vastata locustarum, a somiglianza della ancor più tristemente nota vastata Hungarorum, il passaggio degli Ungari nella Bassa friulana nell’anno 928.

Più in alto, a Lauco e Cludinico, e in Gorto, ad Agrons, Clavais, Luincis e oltre, i danni furono più limitati ma pur sempre pesantissimi, deteriorando gravemente una situazione già critica e instabile.

A condizionare ulteriormente i pellegrini della nostra storia si aggiunse, alla fine dell’anno, la terza gravidanza della moglie di Osualdo, Sabata: un’altra bocca da sfamare, in piena carestia. I progetti di emigrazione di Osvado e Lenardo – anch’egli alle prese con una difficile situazione familiare – subirono un’accelerazione. La valle di Collina, tuttavia, troppo lontana e disagevole, non rientrava ancora nei loro piani: i due uomini pensavano piuttosto a uno spostamento più breve, al seguito dei coloni (fra questi, un fratello di Sabata) che lentamente risalivano la valle insediandosi sulle terrazze laterali sopra Rigolato.

Ai primi due elementi se ne aggiunse un terzo, decisivo questa volta, verso la fine dell’inverno, con i primi segnali della peste che nei due anni successivi avrebbe spopolato borghi e valli.

Il morbo, giunto dall’oriente nella seconda metà del 1195 (per via di terra o di mare non è dato sapere: la prima dovrebbe essere in qualche modo verificabile storicamente, la seconda sembra però più probabile), attaccò facilmente le popolazioni della Bassa friulana già indebolite dalla carestia. Nel febbraio dell’anno successivo la pestilenza era in marcia da Tricesimo verso nord, portata da intere famiglie che cercavano la fuga dall’epidemia, divenendo invece esse stesse veicolo del contagio. Ai primi di marzo, l’avanguardia dell’infezione era giunta a Gemona e a Venzone, si muoveva verso Tolmezzo e si apprestava a risalire il Canal del Ferro.

Osualdo e Lenardo fecero parte del loro progetto il cognato di Osualdo, Pietro da Mieli, anch’egli già intenzionato a emigrare con la sua famiglia. Di fronte al pericolo che li minacciava, un piccolo spostamento lungo il Degano, secondo il piano originale, non offriva garanzie di sicurezza: si rendeva ormai necessario trovare soluzioni più radicali e sicure. E d’improvviso Lenardo capì.

Comprese che tutto ciò che sino ad allora era stato di ostacolo alla colonizzazione della val Culìno – difficoltà di accesso, lontananza, altitudine: l’isolamento, insomma – la rendeva ora attraente e sicura, ricovero e riparo dai pericoli che minacciavano le loro case e le loro famiglie.

I tempi, ormai strettissimi, non consentivano ulteriori riflessioni. In tutta fretta, furono valutati i rischi e le prospettive, e con la stessa velocità la decisione fu presa, concordemente: non appena la neve lo avesse consentito, le tre famiglie, con gli animali e tutto ciò che si fosse potuto trasportare, avrebbero lasciato le loro case e si sarebbero trasferite nella alta valle, al riparo dai pericoli ormai imminenti.

Fra marzo e aprile gli andirivieni attraverso il Ğùof – il solo accesso a quel tempo – si fecero frenetici: slitte e gerle trasportavano più materiale possibile per il primo anno dell’insediamento lassù. Mobili, masserizie, ma soprattutto sementi (quel poco scampato alla carestia) e attrezzi da lavoro trovarono posto negli stavoli predisposti per tempo da Lenardo e Osualdo. Già alla fine di marzo, nella valle la neve era scomparsa dai pendii e dai terrazzi a solatìo, ma il sentiero d’accesso, sempre all’ombra nell’ultima parte, era ancora troppo faticoso per Sabata, ormai al quinto mese di gravidanza, e pericoloso per gli animali. La partenza fu fissata per la metà di aprile, il giorno di Pasqua.

Nel pomeriggio di quel giorno di primavera, ormai giunti sul Ğùof, gran parte della strada e della fatica erano ormai dietro di loro: ancora in pieno sole e persino insolitamente accogliente, la valle si apriva dinanzi ai pellegrini come i loro cuori alla speranza. Lenardo, con le figlie, lasciò per primo la sosta per anticipare il gruppo e preparare un poco di conforto ai viandanti nello stavolo che li avrebbe ospitati. Poco dopo, anche il resto del gruppo si avviava verso l’ultimo ostacolo, il passaggio del rio Culìn (nome poi evolutosi nell’attuale Fulìn), in un luogo malsicuro e con il torrente in piena. Oltrepassato l’ostacolo, i viandanti si avviarono verso la staipo di Lenardo, costruita in luogo riparato lungo un rio laterale (in luogo che avrebbe assunto per l’appunto il nome in Riù), dove tutti insieme avrebbero passato la notte. Pochi giorni dopo, le famiglie di Pietro e Osualdo si sarebbero portate nella staipo di quest’ultimo, in posizione più elevata e soleggiata sulle terrazze a nord della valle. Alla fine dell’estate di quello stesso anno, un altro stavolo non lontano da quello del cognato avrebbe dato riparo e focolare anche alla famiglia di Pietro.

In Riù – era ormai l’imbrunire – il tepore del focolare accoglieva gli stanchi viaggiatori, quasi a rappresentare, a un tempo, la nuova casa, la nuova patria, la nuova terra promessa per la Pasqua degli esuli. Una preghiera di ringraziamento, una povera cena, con il pensiero già alle difficoltà dell’indomani, e i pellegrini si apprestarono a passare la notte.

Quella notte di aprile del quel lontano, piccolo angolo di Carnia, al tepore di quel primo focolare si schiudeva il seme della speranza e, insieme, nasceva un sogno, un nuovo domani.

Nasceva Collina.

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