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Denominazione

Al pari dei cognomi delle famiglie, di cui si parla in altra parte di questo lavoro, anche i nomi delle case/casate devono fare i conti con una etimologia spesso oscura o incerta, e non agevolata dalle note latineggianti e spesso incerte di curati e mansionari, la cui scienza e conoscenza non sempre è all’altezza del formale rigore e della stessa buona volontà. Le (poche) note a margine riguardanti nomi e attributi, se si dimostrano da un lato utilissime nella datazione di alcune case/casate, dall’altro risultano spesso redatte in un latino di ritorno dalla parlata locale, impreciso e talvolta – se preso in senso letterale – fuorviante.

Naturalmente le origini delle denominazioni, quando non del tutto oscure, sono di volta in volta riconducibili a di tutto un po’: alla toponomastica (Riù, Glèrio, Caròno), all'antroponomastica (i nomi propri di persona: Men di Tòni, Bòrtul, Šulìn), alla posizione (Miéç, Sotùta), all'attività professionale (Fâri, Fusèto), ancora all’antroponomastica (i soprannomi: Péç, Riçòt, Pàur) e altro ancora.

Comprensibilmente, il rapporto associativo fra onomastica e edilizia abitativa è strettissimo, di quasi identità: la casa identifica gli abitanti, gli abitanti identificano la casa39. È, questa, una regola quasi assoluta le cui eccezioni – paradossalmente ma non troppo – sono figlie della regola stessa, come nel caso di nuclei familiari che si spostano in blocco, portando con sé nella nuova casa il nome di quella appena abbandonata.

D’altra parte, volendo ricercare nell’origine della denominazione una gerarchia o una sequenza temporale – ovvero quale nome venga primo fra la casa e l’abitante, chi lo fornisca e chi lo assuma – l’abitante (uomo o donna che sia) è largamente prevalente. Su oltre 100 nomi “storici” di casa/casata, il numero di quelli di origine onomastica (nel senso di nome, soprannome o attività di persona, per lo più relativo al costruttore o abitante dell’edificio) è dominante: i restanti non superano la quindicina.

Fra questi ultimi, è prevalente l’origine toponomastica (Caróno, Riù, Glèrio...), con qualche rara concessione al destino o all’uso di parte dell’edificio (Fàrio = fucina). Anche in questo caso, naturalmente, secondo le regole non scritte che regolano i rapporti fra casa e abitante, quest’ultimo acquisisce il nome dell’edificio, ormai casata, divenendo a sua volta Vigj da Riù, Neno di Caróno, Mimì di Glèrio etc.

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