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Collinetta

Mappa di Collinetta (CP)
Mappa di Collinetta (CP)
101 (a) — VIDÀRIOS (AGOSTINIS), (da) NANO (AGOSTINIS)

Edificio in due parti simmetriche E-O, costruito nel 1930 dai fratelli Luciano, Giuseppe e Luigi Agostinis (Luziàn, Bepo e Vigj dal Fâri). La costruzione fu elevata probabilmente sulle fondamenta, o comunque in luogo, di una preesistente fucina demolita nel 1877, e già proprietà della famiglia Gaier cui gli Agostinis subentrarono nell’attività di fabbri intorno al 1865 (v. 120).
Dopo la costruzione, le famiglie di Bèpo (parte E) e Vigj (parte O) si stabilirono l’edificio, mentre Luziàn rimase nella casa paterna del Fâri.
VIDÀRIOS prende nome dal luogo ove sorge l'edificio, Vidàrios appunto. Il toponimo è d'origine trasparente: vi d'arios = là dove è ventilato; trovandosi al margine della conca di CP, si tratta in effetti di luogo esposto alle brezze e ai venti di valle, che vi spirano con frequenza e non di rado con forte intensità. In anni non lontani, un colpo di vento asportò il tetto della casa e rase al suolo un boschetto di abeti nelle immediate vicinanze.
NANO, diminutivo di Anna (Anna Samassa, 1901-1982, moglie di Luigi Agostinis) e usato in vita della titolare, è oggi termine del tutto desueto.
L’edificio è tuttora abitato dai discendenti dei costruttori.

1925 circa. Così si presentava Collinetta a chi vi giungeva da Forni Avoltri
1925 circa. Così si presentava Collinetta a chi vi giungeva da Forni Avoltri. Il primo fenile, a d. della strada, è in luogo dell’attuale Chini nuova (133): dietro al fenile è anche visibile buona parte di Chini. In fondo alla strada, Žilio.

102 (b) — in) CODÂR (SOTTO CORONA, MAZZOCOLI, GERIN, +)

Il nome proviene dall'originale casa Codâr (234, v.), al seguito di Gaetano Giuseppe Sotto Corona, (Gaetàn di Gjùlio, 1884-1977), costruttore dell'attuale edificio in luogo di una preesistente stalla (parte inferiore) con fienile (parte superiore), già proprietà della famiglia della madre del costruttore stesso, Giulia Di Sopra di Cjanóuf (v. 103). Non è tuttavia da escludere che in epoca ancora precedente, prima della conversione in stalla, i locali di quest’ultima avessero svolto la funzione di abitazione.
I Gerin, tuttora presenti, subentrano con il matrimonio (1936) di Giacomo Gerin da Sigilletto con Giacomina Sotto Corona (Mino di Codâr) di Gaetano41.

103 (d) — (in) CHINI (DI SOPRA, GAIER), (in) CJANÓUF (DI SOPRA)

CJANÓUF (da cjamp nóuf = campo nuovo) è nome storico nell'onomastica collinotta, risalendo la prima menzione già al 1600 (Osualdo Di Sopra di Antonio di Kianof, n.1634). Non è azzardato supporre che, seppure attraverso successive modifiche e ampliamenti, si tratti di una delle case più antiche di Collina.
CHINI è attributo di Michele Di Sopra (1834-1915), coniugato nel 1880 con Maria Gaier di GioBatta. Attraverso questo matrimonio entrano i Gaier, mentre i Di Sopra escono definitivamente dalla casa con la morte del figlio di Michele e Maria, Pietro Antonio Di Sopra (Peco), nel 1935. I Gaier stessi abitano quindi la casa fino al 1998, quando si trasferiscono nella nuova casa edificata in luogo del preesistente fienile di famiglia (v. 133).
L'edificio è oggi disabitato.

104 (b) — (in) CHECHÈ (DI SOPRA, TAMUSSIN, GORTANA, +)

La casa è così denominata in virtù del soprannome Chechè di Antonio Di Sopra da Givigliana42, nel 1896 costruttore dell'edificio. Non è noto il significato del soprannome, forse riconducibile a un particolare modo di esprimersi, o a un difetto di parola (da cjècol = balbuziente: anche la prima e del soprannome è aperta).
In linea ereditaria femminile, la proprietà si trasferisce da Di Sopra ai Tamussin di Jèfo, Gortana di Péç e altri.

105 (c) — (in) ADÓL (GAIER), ? (DI SOPRA), CANONICA

Il nome attuale è la diretta friulanizzazione di Adolfo = Adól(f) (Adolfo Leone Gaier, 1867-1926: nella parlata di Collina cade anche la f finale).
Fino al 1750 circa, la casa fu abitata da un ramo della famiglia Di Sopra. come si evince dal testamento di Daniele Di Sopra (1679-1736) che lascia, dopo la morte della moglie, la propria abitazione al comune di Collina a uso di canonica43.
L’edificio, di proprietà comunale dal 1746, funse effettivamente da abitazione del mansionario fino alla costruzione della nuova canonica (303) nel 1878.
Nel 1890, l’edificio fu acquistato da Adolfo Gaier, che lo rialzò di un piano, aggiungendo inoltre la stalla a SE oggi parte integrante dell’immobile. Ulteriormente ampliato verso E da Carlo Gaier di Adolfo (Carlo di Adól) nel 1940, l’edificio è tuttora abitato dai discendenti di Adól stesso.

106 (b) — (in) TITÀI (BARBOLAN, CANEVA, +), (in) GJARÈTO (BARBOLAN), ? (DI SOPRA?)

Nell’insieme, l’edificio è di proporzioni ragguardevoli, comprendendo anche parti un tempo destinate a uso non abitativo. La parte superiore, verso la piazza, era quella originariamente adibita a fienile.
Anteriore alla presenza degli attuali Barbolan, è probabile – ma non asseribile con certezza – una presenza qui dei Di Sopra: infatti, i Barbolan si sarebbero stabiliti qui solo nel 1810, attraverso il matrimonio di Antonio Osvaldo di Valentino (1776-1850) con Domenica Di Sopra di Tommaso. Da qui, due possibilità per l’origine della denominazione TITÀI, entrambe assai ardue, attraverso la forma intermedia Tita: la prima come evoluzione di Battista, nel qual caso si tratterebbe probabilmente di Giovanni Battista Di Sopra (1729-1796), padre del Tommaso citato sopra; la seconda possibilità si configura come evoluzione di Valentino (uno dei numerosi presenti nella famiglia Barbolan)44. Fra le due, la prima mi sembra più convincente.
Dopo la ricostruzione seguita all'incendio di rappresaglia nazifascista del 3 dicembre 1944, l’edificio risulta oggi suddiviso in tre parti: 1) l'abitazione originale, con ingresso verso Adól, già Caneva e oggi +; 2) l'ex fienile a N, con ingresso a livello della strada, ancora oggi in linea diretta Barbolan di Titài come pure la parte 3) a E, quest'ultima detta anche (in) GJARÈTO.
Gjarèto è portato qui da Marina Agostinis di Giuseppe Giovanni (Marìno di Gjaréto, 1888-1965), moglie di Umberto Barbolan di Valentino (Umberto di Titài). Delle due interpretazioni avanzate circa l’origine di Gjarèto, una toponimica (Gjàra = ghiaia, v.209), l’altra matronimica (Margherita = (Mar)GarìtoGjarèto) quella corretta è la seconda. Nella fattispecie, si tratta in realtà della nonna materna di Marina, Margherita Tamussin di Giuseppe (1830-1898), che allevò la nipote rimasta orfana alla nascita.
La casa di Titài fu anche sede della scuola fino al 1878, quando questa attività fu trasferita nella nuova canonica a CM (303).

107 (a) — (in) STÂLI NÓUF (proposto) (PASCOLIN, +)

STÂLI NÓUF = fienile nuovo, con riferimento allo stato del luogo fino agli anni ’40: sul luogo sorgevano fienili di costruzione più recente, in contrapposizione a un fienile di epoca precedente (vecchio, Stâli Vècju, v. 115) nelle vicinanze.
La struttura dello stabile attuale fu eretta nel luogo dei fienili che bruciarono, insieme alla vicina casa di Titài (106), nell'incendio del 3 dicembre 1944. L’edificio fu quindi acquisito dalle famiglie Pascolin et al., che ne portarono a termine la costruzione e tuttora lo abitano.

108 (c) — (de) MARTÌNO nuova (SOTTO CORONA, +), (da) NICO (SOTTO CORONA)

NICO deriva da Giuseppe Antonio Sotto Corona (detto Nico, 1859-1930), secondo alcune fonti costruttore della casa probabilmente intorno al 1890. Parrebbe logico ricondurre Nico a Nicolò: effettivamente il nome è frequente nella genealogia familiare Sotto Corona, sebbene non risulti fra i diretti ascendenti di Giuseppe Antonio.
MARTÌNO è il nome della casata della moglie di Nico stesso, Maria Maddalena Sotto Corona (Nèno de Martìno, 1869-1927). Qui definita nuova, per distinguerla da Martìno vecchia dove il nome ha avuto origine (v. 131).
Distrutta dall’incendio del dicembre 1944 e successivamente ricostruita, è stata oggetto di un recente frazionamento e passaggio di proprietà. Non è attualmente abitata.

109 (a) — (de) VILO (DAMIANI, TOCH)

Vilo = villa nella parlata di Collina, così detta per le grandi dimensioni e il preteso aspetto signorile dell’edificio al tempo della costruzione (1944-1948).
Costruita da Giovanni Battista Damiani da Tolmezzo (1893-1963), cg. Teresa Maddalena Toch di Michele (1903-1980), è oggi di proprietà dei discendenti Toch.

110 (a) — (in) PIRUCÈLO (AGOSTINIS)

Il nome è di origine non chiara. Si tratta probabilmente di un diminutivo/vezzeggiativo di Pìori (Pietro, nome peraltro frequente nella genealogia Agostinis di questo ramo) per assonanza con pìor (pera), volto al femminile e quindi trasmesso alla discendenza: Pìori Piruç Pirucel Pirucelo. Lo stesso E. Caneva in una sua nota adotta esplicitamente la forma femminile italianizzata, Pirucella.
L'immobile preesistente (stalla/fienile di proprietà della famiglia Tamussin/BETAN) viene acquisito da Pietro Agostinis nel 1874 e quindi convertito in abitazione (in PIRUCÈLO, per l'appunto).
Nel 1893, lo stesso edificio verrà ampliato a nord da un altro ramo della stessa famiglia, denominato 'Secàrt (111): questa parte dell'immobile sarà in seguito alienata e non appartiene oggi alla casa Pirucèlo propriamente detta.
Nel 1903 venne aggiunta la parte a ponente, dove fu collocato il focolare della casa.
L’edificio è tuttora abitata dall'omonimo ramo della famiglia Agostinis.

111 (d) — (da) ĞUÀN DI JÈFO (TAMUSSIN, +), (in) 'SECÀRT (AGOSTINIS)

'SECÀRT, Giuseppe Agostinis (1862-1927), così detto, costruttore dell'edificio nel 1893. Non è noto il significato del soprannome, forse una derivazione di ‘Sèf (Giuseppe).
L'edificio costituisce un ampliamento a N della casa di Pirucelo (110), con ingresso indipendente. Con l'acquisizione da parte di Giovanni Tamussin di Giuseppe (Ğuàn di Jèfo) la casa ne assume il nome, appunto ĞUÀN DI JÈFO45.

112 (d) — (da) PIRISCÌN (GAIER), (de) BLÂŞO (SOTTO CORONA), (da) JÓCHIL (SOTTO CORONA)

Al tempo della costruzione (intorno al 1885) l'edificio mutua il nome dalla casa/casata dirimpetto, BLÂŞO (113), da cui proviene il costruttore Giacomo Sotto Corona (Jàcom de Blâşo, 1858-1940, detto Jóchil, diminutivo tedesco di Giacomo). JÓCHIL è appunto il nome che la casa acquisisce e mantiene in vita del titolare, spesso in congiunzione con il precedente (Blâşo-Jóchil) per distinguerla dalle omonime (v. 113). Con il figlio di Jóchil, Basilio Augusto (1888-1965), senza discendenti, si conclude la genealogia Sotto Corona e subentrano i Gaier.
Sebbene con l’antica denominazione Blâşo incombente, la denominazione corrente è forse PIRISCÌN (diminutivo del proprietario Pietro Gaier, 1906-1999), dai cui discendenti la casa è tuttora abitata.

113 (a) — (de) BLÂŞO (SOTTO CORONA), (in) FLURÌDO (TOCH, SOTTO CORONA), (da) FLÈCH (DURIGON), (da) SANTINÈ (SOTTO CORONA), (in) SOT CARÒNO (SOTTO CORONA)

Sebbene data e costruttore non siano noti (ma pochi dubbi sussistono sul fatto che si tratti di uno o più Sotto Corona), diversi elementi concorrono a datare questo edificio – od almeno la sua struttura originale – assai indietro nel tempo. Anzitutto l’elemento architettonico, con i soffitti a volta del piano terreno, fino al 1700 tipici delle costruzioni “solide”. In secondo luogo l’associazione fra onomastica e toponomastica, similmente a quanto verrà poi descritto più diffusamente per l’edificio di CARÒNO (116), con cui le analogie sono stringenti.
L’edificio, di dimensioni ragguardevoli ma originariamente con unico ingresso a S, è sempre stato costituito internamente da due distinte unità abitative (N e S), e conseguentemente abitato da almeno due famiglie (forse anche fino a quattro nuclei familiari, il che pone notevoli problemi di ricostruzione onomastica, soprattutto per la parte S). L’accesso autonomo alla parte N dell’edificio (piano terreno), che di fatto rende totalmente indipendenti le due unità abitative, è certamente un’aggiunta posteriore. L’ultima modifica al fabbricato risale alla prima metà del 1900, quando Giuseppe Sotto Corona di Giacomo (1890-1963) aggiunge l’ingresso diretto al primo piano a N, oggi accesso principale a questa parte dell'edificio.
Il nome SOT CARÒNO non è attestato, né è presente nella tradizione orale degli abitanti di Collina. Tuttavia, lo stretto parallelismo fra questa casa e Càrono (116) rendono naturale ipotizzare questa denominazione come quella originale di una costruzione in questo luogo.
Quanto a BLÂŞO e FLURÌDO, è possibile che si tratti della stessa persona, ovvero Anna Florida di Biagio da Sigilletto (1807-1865), coniugata nel 1839 con Filippo Toch di Giovanni Giacomo, allora abitante/proprietario della parte S della casa46. L’origine di entrambi i nomi è trasparente, trattandosi della versione nella parlata di Collina (femminile in –o) del cognome Florida e del patronimico Biagio.
Circa il solo nome BLÂŞO, un’ipotesi alternativa alla precedente propone invece la derivazione – analoga e pressoché contemporanea – da Maddalena Barbolan di Biagio (1783-1863), in moglie nel GioBatta Sotto Corona, proprietario della parte N dell’edificio.
FLÈCH (v. 202) è invece soprannome di Valentino Durigon da Vuezzis (1818-1878): di etimologia sconosciuta, pare acquisito da Valentino durante un periodo di emigrazione in Germania. L'ingresso di Flèch in questa casa avviene attraverso il suo matrimonio con la nipote del già menzionato Filippo Toch, Lucia Toch di Tommaso, nel 1861.
A sua volta, l’ingresso dei Gaier e il passaggio a questi del nome FLÈCH risale al 1898, attraverso il matrimonio di una nipote di Lucia Toch, Maria Maddalena Toch di Caterina, con Michele Amedeo Gaier (Mìchil, 1873-1944). Il nome FLÈCH si trasferisce a CM, insieme ai titolari Gaier, nel 1902 (v. 202).
La denominazione SANTINÈ (Santina Sotto Corona, 1855-1935) ha identificato per un breve periodo la parte a pianterreno dell'edificio stesso, a NE.
Attualmente, l’intero edificio è conosciuto esclusivamente come BLÂŞO (Sotto Corona).

114 (d) — (in) UNTO (TOCH, BARBOLAN), (in) CARÒNO (DI CORONA, CARLEVARIS), ? (SOTTO CORONA)

L’attuale denominazione, UNTO, era appellativo di Tommaso Toch (1790-1854) coniugato nel 1819 con Pasqua Sotto Corona di GioBatta.
Se il significato del soprannome – apparentemente italiano – sembra palese, l'origine è tuttavia ignota: va peraltro ricordato che frequentemente i soprannomi (e quelli italianeggianti in particolare) si riferivano a fatti accaduti o ad attività svolte dall’interessato altrove. Dell’edificio non è nota la denominazione antecedente a UNTO, al tempo della proprietà Sotto Corona (ramo Flurìdo/sot Caròno, 113).
Nel 1886 l’edificio passa dai Toch ai Barbolan, attraverso il matrimonio di Cristina Toch di Pasqua Santa (Santina) con Giovanni Barbolan (
Caminòn
) di Giuseppe.
Nel 1890 la casa viene ceduta dai Barbolan ai Di Corona, in parziale contropartita della casa di CARÒNO, con conseguente scambio di abitanti e di nomi (anche i Carlevaris, già in cuc in Caróno, si spostano al seguito, v. 116). L'edificio quindi assume per un breve periodo anche il nome di CARÒNO.
Quando la famiglia di Corona scompare definitivamente da Collina nei primi decenni del ‘900, emigrando in Tirolo, l'edificio ritorna definitivamente ai Barbolan (il già citato Caminòn), riacquistando così il precedente nome di UNTO.

Lo Stajàt. Pitture su legni di Giovanni Pellis (particolare)
Lo Stajàt. Pitture su legni di Giovanni Pellis (particolare)

Il piano superiore dell’adiacente stalla-fienile (Stajàt di Caminòn) ha funto, negli anni 1930 e fino al secondo dopoguerra, da ambiente di ritrovo per la gioventù della villa, con musica live (fisarmonica, violino e contrabbasso) e relative danze: di quel tempo, le pareti del fienile portano ancora oggi le tracce ormai polverose delle colorate e pittoresche decorazioni su legno, opera di Giovanni Pellis.

115 (a) — (in) STÂLI VÈCJU (AGOSTINIS, +)

Costruita nel 1958 da Alberto Agostinis di Pirucèlo sulle fondamenta del vecchio fienile (stâli vècju) di Pirucèlo, anch’esso bruciato nell'incendio del 3 dicembre 1944. Il fienile preesistente era peraltro abbastanza antico, forse risalente al ‘700.
Proprietà dei discendenti e recentemente ristrutturata, non è abitata permanentemente.

116 (d) — (in) CAMINÒN (BARBOLAN), (in) CARÒNO (DI CORONA, CARLEVARIS)

Il termine CARÒNO è quello originale dell’edificio, e è anche probabilmente il più abusato di Collina nella definizione di case e casate. Sebbene di origine strettamente legata a luoghi fisici precisi, nel tempo è passato a identificare non meno di cinque distinti edifici (a CP come a CM) al seguito degli originari titolari. CARÒNO rappresenta anche uno dei più evidenti esempi dell'intreccio fra toponomastica e onomastica all'origine di numerosi fra i cognomi che popolano le anagrafi di tutto il mondo.
CARÒNO (lett. “corona”; nella parlata locale il termine definisce il costone limite orografico delle valli d'impluvio, in particolare in associazione alle strade o ai sentieri che vi transitano), è originariamente riferito alla Caròno di Plaço (lett. Corona di Piazza)47. Questo microtoponimo, oggi del tutto obsoleto, definiva un tempo il costone che delimita a SO l'impluvio del rio Cueštos o rio Collinetta, nei cui pressi si trova anche la modesta piazzetta del paese sulla quale si affaccia l'edificio. Il toponimo non solo si è trasmesso all'edificio ma è anche passato ufficialmente all'anagrafe civile, sia degli abitanti della casa stessa (di Corona, per l'appunto, presenti già nel 1620), che dei vicini sottostanti (Sotto Corona), abitanti della casa oggi de BLÂŞO (113). Anche nell'anagrafe parrocchiale fino alla metà dell'800 la famiglia di Corona è accompagnata dalla nota vulgo Coroner.
La denominazione CARÒNO stava a indicare l'intero edificio affacciato sulla Caròno di Plaço, inclusa la parte a NE oggi denominata in PÉÇ (121). Le più recenti vicissitudini onomastiche dell'edificio – che fino agli anni '60 svolse anche funzione di locanda, naturalmente “alla Corona” – sono legate alla casa di UNTO (114). Al proposito, scrive E. Caneva: “1890 – Barbolan Giovanni Caminòn acquistò la casa di Corona, e diede per una parte in cambio quella di Unto. Dopo fece tanti lavori da ridurla allo stato attuale. I lavori li fece tutti da solo”. Al momento dello scambio degli abitanti (di Corona-Barbolan) fra i due edifici, questo assume il nome di CAMINÒN (soprannome di Giovanni Giuseppe Barbolan fu Giuseppe Valentino di Lùzio, 1856-1939) con il quale è oggi conosciuta, e dai cui discendenti è tutt'oggi abitata.
Come spesso accade, il significato del soprannome Caminòn trova origine in un singolo evento – per di più del tutto casuale – relativo al malcapitato titolare. Nella fattispecie, Giovanni Barbolan fu sorpreso in Comelico a pronunziare, in un tanto presuntuoso quanto approssimativo dialetto locale, appunto la parola caminòn, con ciò volendo intendere l’accrescitivo di cammino, strada, via, e invece suscitando l’ilarità dei presenti. Un infortunio che, evidentemente, accompagna il presunto e sfortunato poliglotta Caminòn da oltre cent’anni…
Per breve tempo (1885-1890), l’edificio ha visto anche la presenza della famiglia Carlevaris, in cuc attraverso il matrimonio di Giovanni Luigi di Fedele da Frassenetto (1850-1934) con Marina Di Corona di Anna (1857-1926). Seppure di breve durata, il passaggio è importante, in quanto segna in pratica il trasferimento della titolarità della casata di Caròno dai di Corona ai Carlevaris, al seguito dei quali si trasferirà anche a CM (251).

Formella soprastante l'ingresso di casa Mačócol
Formella soprastante l'ingresso di casa Mačócol
117 (c) — (in) MAÇÓCOL (MAZZOCOLI, TAMUSSIN)

Altro esempio dello stretto intreccio fra casata e cognome anagrafico, con il secondo di evidente e stretta derivazione dal primo (v. MAZZOCOLI nella parte “cognomi”).
Oltre ad alcuni elementi architettonici, la stessa relazione fra casa/casata e cognome dei primitivi abitanti fa propendere per una datazione molto antica di questo edificio (o comunque di un suo precursore), analogamente ad altre famiglie/casate (Tamer, Bettan, Toch etc.).
Anticamente, la casa consisteva della sola parte bassa e della parte estrema a ponente dell'attuale, avendo entrata a S rivolta verso Adól e verso la strada allora sottostante quest’ultima casa: la data GM 1773 (probabilmente per Giacomo Mazzocoli, di Giuseppe) scolpita sullo stipite destro del portale di questo ingresso, oggi semplice accesso alla cantina, sembra comunque già riferirsi a un successivo ampliamento o rifacimento della casa.
Nella mappa del 1850 gli edifici sembrano addirittura essere due, distinti e separati da un’area non edificata. Probabilmente ricostruito in corpo unico in epoca successiva, nel 1914 l’edificio fu quindi elevato di un piano; di poco posteriore (1920) è l’apertura dell'ingresso attuale, oggi il principale, a livello della strada: a quest'ultima modifica si riferiscono le iniziali P.T. (Pietro Tamussin) inserite nel portone che per l’appunto si apre sulla strada attuale.
Sopra questa porta si trova anche la formella con l’effigie dei supposti fondatori di Collina che ispirò il commento già citato in questo volume fra i cenni storici. Si tratta in realtà di un rifacimento dell’originale, di cui a sua volta si sa ben poco, se non della sua esistenza già nell’800: si trattava quasi certamente di un’opera celebrativa, eseguita su commissione in tempi non remoti. La collocazione qui è di tempi recenti.
Naturalmente, in origine l’edificio è abitato dall’omonima famiglia Mazzocoli, i cui ultimi discendenti del ramo qui residente sono Leonardo (1804-1888) e Giuseppe Antonio (Şif, 1846-1909) figli di Giacomo Leonardo.
L'ingresso dei Tamussin – tuttora presenti – risale al 1880, attraverso il matrimonio di Giuseppe Antonio di Giorgio (‘Sèf Sarturùt, 1847-1930) con la nipote degli ultimi Mazzocoli, Lucia di Daniele.

118 (a) — (da) CARLO DE BRÀIDO (TAMUSSIN)

L’edificio costituisce a tutti gli effetti un prolungamento a E, verso Titài (106), della casa precedente, a cui è addossato pur essendone del tutto indipendente.
È stato costruito nel 1954 da Carlo Tamussin di Angelo (Carlo de Bràido), di cui porta il nome e dalla cui famiglia è tuttora abitato.

119 (d) — ((da) ŽÌLIO (SOTTO CORONA/MAZZOCOLI), (in) MAÇÓCOL* (TAMUSSIN, SOTTO CORONA, MAZZOCOLI), (de) ÇUÉTO (LENARDINI, CANEVA, TAMUSSIN, +)

ŽILIO è friulanizzazione di Cecilia (Cecilia Maria Mazzocoli, 1891-1960), abitante della casa per oltre quarant’anni.
Secondo fonti locali, ÇUÉTO (dall’aggettivo Çuéto = zoppa, çuét Sc56, zuèt Pir1323), sarebbe invece appellativo di Maddalena Mazzocoli di Giacomo (detta anche Nàile, 1792-1852) moglie di Giovanni Caneva, all’epoca comproprietario/abitante della casa. È possibile che si tratti anche di attributo personale di Nàile, derivante da una menomazione fisica dell’interessata: certamente il nome della casa/casata è preesistente, e assai antico. La denominazione familiare de Çueto risale infatti con certezza già alla fine del 1500, quale attributo della famiglia Lenardini (v. cognomi) che in origine abita questo edificio.
Nella casa, agli originari Lenardini subentrano quindi i Caneva, probabilmente nel 1772 con il matrimonio di Anna Lenardin con Pietro Caneva. In seguito, la famiglia Caneva emigra in America (1912?), cedendo l'edificio a Giovanni Tamussin di Maçócol, per cui la casa è per qualche tempo anche conosciuta con quest’ultima denominazione, MAÇÓCOL, al pari dell’omonima 117. Defunti o trasferitisi altrove i Mazzocoli, l'edificio non è abitato.

120 (d) — (dal) FÂRI (GAIER, AGOSTINIS, DE PRATO), (in) LENÀRT (DI SOPRA?, TAMER, GAIER)

La denominazione originaria è LENÀRT (Leonardo), nome un tempo assai frequente a Collina. La titolarità della casa, sebbene contesa fra numerosi pretendenti, è quasi certamente da attribuirsi a Leonardo di Antonio Di Tamer (1718-1788)48.
Forse rifacimento o ampliamento di una costruzione preesistente, nella sua forma attuale l’edificio data dal 1740, probabilmente in concomitanza con il matrimonio di Leonardo stesso (1739) con Maria Di Tamer. Così suggerisce la scritta scolpita nell'architrave della doppia finestrella sovrastante il portale: la scritta, invisibile dal basso in quanto celata dalla grata in ferro battuto, riporta infatti Ano 1 7 Fce Ldo Aio Di Ter Fre 4 0 Dni (Anno Domini 1740 Fece Fare Leonardo Antonio Di Tamer).

1922. Casa Fâri
1922. Casa Fâri
La terribile moria del 1800, di cui si parlerà diffusamente più avanti, colpì duramente questa casa, causando almeno otto vittime nella famiglia di Michele Di Tamer, figlio di Leonardo, e inducendo quasi tutti i superstiti della famiglia – già allora proprietaria anche della casa di Glèrio (253) – all’abbandono di Lenàrt.
Gli ultimi discendenti cederanno definitivamente la proprietà dopo il 1850.
Il nome attuale FÂRI deriva dall'attività (
fâri
= fabbro Sc72, Pir296) esercitata da Giuseppe Gaier (1785-1869), che si stabilisce nella casa49 a seguito del matrimonio (1815) con Maddalena Di Tamer, una delle figlie di primo letto di Michele sopravvissute al padre.
Nel volgere di una sola generazione, ai Gaier subentrano gli Agostinis, attraverso il matrimonio (1865) di Luigi con Maddalena Gaier, figlia del già citato Giuseppe. È probabile che la fucina sia stata galeotta, o almeno abbia giocato un ruolo non secondario in quest'ultimo matrimonio: Luigi Agostinis era infatti fabbro a sua volta (v. FUSÉT a CM, 242).
La diretta discendenza di Luigi Agostinis – Fâri, appunto – abita tutt'oggi una parte dell'edificio (un altro ramo della medesima famiglia Fâri abita la casa di VIDÀRIOS, v. 101); l’altra parte è abitata un ramo della famiglia De Prato, qui sopravvenuta in cuc a seguito del matrimonio di Edoardo Giovanni (Duarde) di Biagio con Marina Marianna Agostinis di Giuseppe (1944).
Ampliato verso N negli anni ’80, nella struttura originale l’edificio è uno dei più antichi di CP, con cieli a volte e stanze con soffitti in legno a cassettoni, un tempo anche dipinti: anche il pregevole portale con arco in pietra che ne adorna l'ingresso è sicuro indice di agiatezza dei primi proprietari, al pari della coeva casa di BÒRTUL a CM (226, v.). Si tratta dei due soli esemplari di portali di questa fatta esistenti oggi (ma probabilmente anche in passato) a Collina.

121 (d) — (in) PÉÇ (GORTANA)

Il fabbricato forma corpo unico con la casa già di CARÒNO, oggi CAMINÒN (116), della quale costituisce la parte a NE, un tempo probabilmente non abitabile e adibita a fienile.
L’immobile venne convertito in abitazione intorno al coincidenza con il matrimonio di Antonio Gortana (1837-1921) da Givigliana, detto appunto Péç (voce friulana per l’abete rosso), con Maria di Corona di Caròno.
Tuttora proprietà di un ramo della famiglia Gortana, l’edificio è oggi disabitato.

122 (d) — (in) PÉÇ (GORTANA), (da) ĞUANÀT (ANGELI), ? (DI CORONA)

Come molti altri, il fabbricato era in origine costituito da abitazione (parte S) con annesso fienile (parte N). L'insieme era proprietà Di Corona, analogamente all’edificio immediatamente adiacente e sottostante (CARÒNO, v. 116).
Non è dato sapere con quale nome questa casa fosse conosciuta in epoca remota: forse lo stesso Caròno che identificava la famiglia Di Corona residente nel gruppo di edifici. All'origine del cambiamento di nome/proprietà, intorno al 1858, è ancora un matrimonio, quello di Nicolò Angeli (1831-1911) di GioBatta, da Cavazzo, con Caterina Di Corona di Pietro.
Contrariamente all’apparenza, la denominazione ĞUANÀT (spregiativo di Ğuan, letteralmente “Giovannaccio”) non è attributo del figlio di Nicolò Angeli, Giovanni (1859-1930, detto invece Ğuan di Ğuanàt), anch'egli abitante dell’edificio. È invece dell'avo di quest'ultimo e padre di Nicolò, Giovanni Battista Angeli da Cavazzo, che non risulta essere mai vissuto a Collina ma a cui risale il poco simpatico attributo familiare (ma forse era usato in senso affettuoso…).
La casa è oggi conosciuta con il nome di PÉÇ, analogamente a quella sottostante (121) da cui ha preso nome, sebbene lo stesso Péç (il già citato Antonio Gortana), pur possedendovi una stanza, non vi abbia mai abitato: i suoi figli, separando la parte superiore dell'edificio e rendendola interamente abitabile, estendono la denominazione anche a questa costruzione, tuttora abitata dalla famiglia Gortana.

123 (b) — (da) ALBINO, (da) VIGJ da RIÙ, (dal) PUIŠTÌN (tutti MAZZOCOLI)

VIGJ DA RIÙ (Luigi Mazzocoli da Riù, 1874-1965, detto anche PUIŠTIN – postino – in quanto per decenni portalettere del comune di Forni Avoltri), è il costruttore della casa nel 1901, sull’area di un preesistente edificio diroccato, quale risulta dal catasto del 184950. Per l'origine del nome di famiglia da Riù, v. 125.
A proposito della costruzione, il commento del nostro cronista è di quelli d.o.c., sebbene accompagnato da un piccolo enigma: “
1901 - e seguenti fabbricò la casa Mazzocoli Luigi fu Daniele. Tanti procurarono di dissuaderlo di farla in quel posto, ma nessuno riuscì a convincerlo, né per l’igiene, né per la spesa51”.
Alla moglie dello stesso costruttore Vigj da Riù, Albina Erminia Gerin (
Albìno
, 1878-1956), si deve la denominazione con cui oggi è comunemente nota la casa, per l’appunto ALBINO.
I discendenti della coppia abitano tuttora l’edificio.

124 (c) — (de) PÈTO, (da) 'SÈF DA RIÙ , (de) PLÙSSERO, (da) ŠÒE (tutti MAZZOCOLI)

La casa viene costruita, al pari della precedente, nel 1901. La edifica 'SÈF DA RIÙ (Tommaso Giuseppe Mazzocoli, 1864-1923, fratello di Luigi), come ben procura di farci sapere il cronista: “Anche Mazzocoli Giuseppe si mise a fabbricare la casa, per capriccio di non volere andare d'accordo con i fratelli, e restare nella vecchia casa da Riù”.
L’appellativo PLÙSSERO (Anna Gortana da Givigliana, ?-1902, prima moglie di Sèf da Riù) è di origine ignota, come pure PÈTO (Maria Maddalena Carlevaris da F.A., 1859-1930, seconda moglie di Sèf da Riù). Per la precisione, nel friulano di Collina pèto designava la pastiglia medicinale (il cosiddetto cachet): sebbene di indubbia fondatezza semantica, la citazione ha puro valore accademico. PÈTO è oggi la denominazione più in uso.
Un divertente (e autentico) aneddoto è invece all'origine del nome (da) ŠÒE. A questo proposito, è necessario premettere che il figlio di Sèf da Riù, Giovanni (
Ğuàn da Riù
), succedutogli nella proprietà della casa, era cresciuto in Friuli e parlava quindi più il friulano che non il collinotto stretto; il tutto, per di più, con un difetto di pronuncia che portava a sonorizzare la “s” anche quando non necessario, così facendone una “š” (come nell’italiano sc di scena).
Ğuan chiese dunque un giorno in prestito a un vicino una fune per legare i fasci di fieno (in collinotto sòjo, che nel lessico “friulanizzato” e nella curiosa pronuncia di Ğuàn diveniva un curioso šòe). Ottenuta in prestito una sòjo nuova di zecca, la restituì di lì a qualche giorno in condizioni penose, accompagnandola con il commento (naturalmente sottolineato dalla sua particolare pronuncia) “'Uš torni la šòe šane e alêre” (Vi restituisco la sojo sana e allegra).
Da quel giorno, Ğuàn da Riù divenne così Ğuàn de šòe, soprannome in verità tanto popolare quanto assai poco apprezzato dal titolare…
La casa è oggi disabitata e in stato di evidente abbandono.

125 (a) — (in) RIÙ (MAZZOCOLI)

Già abitazione, e dal 1946 adibito a fienile della famiglia Mazzocoli (ramo Albino), l’edificio deve il suo nome al corrispondente microtoponimo (appunto in Riù) che identifica il luogo ove sorge, a sua volta legato alla vicinanza del rio Cueštos o rio Collinetta.
Alcuni riferimenti anagrafici (una Orsola da Riù ripetutamente menzionata già verso la metà del 1600) e la posizione riparata, poco discosto dal corso d’acqua, fanno supporre una datazione assai remota del sito abitativo, certamente uno dei più antichi di CP e forse di primitivo insediamento della villa.
L’ultimo abitante effettivo dovrebbe essere Daniele Mazzocoli di Daniele (1868-1936) fratello dei costruttori delle case 123 e 124 (v.).

126 (d) — (da, in) MADA (GAIER, TOCH), (de) TINO (TOCH, GAIER)

Il nome originale, (de) TINO, si deve forse a Valentino Toch (Tin, 1743-1793) di Pietro, morto in Stiria, probabilmente senza lasciare eredi residenti a Collina. Come e quando il nome venga poi volto al femminile (Tino) non è noto, come pure non è noto come la casa passi a un ramo laterale della famiglia Toch, fino a Domenica di Giovanni Giuseppe (1784-1825).
Nel 1832, con il matrimonio della figlia di Domenica, Maria Maddalena (1806-1865)52, con GioBatta Gaier di Giacomo, ai Toch subentrano i Gaier, mentre per il cambio di nome della casa, da TINO a MADA bisogna attendere una seconda Maddalena (di cui Mada è l’evidente contrazione).
Attraverso il matrimonio di Maria Maddalena Gaier di Pietro (Mada, appunto) con Michele Leonardo Toch (1895), quest’ultima famiglia (tuttavia ramo diverso dal precedente, uscito da qui già nel 1832) rientra nella casa, oggi usata non continuativamente.
L’edificio, ristrutturato da Michele Leonardo Toch nel 1903, è stato in parte anche sede del distaccamento di Collina della Guardia di Finanza.

127 (d) — (lu) CAŞNÀCJ (TAMER, PASCOLIN, TOCH, CARLEVARIS, +), (da) MÌLIO DI MARTO (TOCH)

Questa casa è legata alle tre che seguono (128, 129, 130) in un intreccio edilizio/familiare/anagrafico assai complicato: alla più o meno contemporanea presenza, al tempo della costruzione, di tre fratelli e una sorella (più il padre di questi), si aggiungono successivi cambi di proprietà “volanti” e difficilmente ricostruibili nei fatti e nelle date.
Convertita in abitazione da un preesistente fienile da Giacomo de Tamer (Jacomèto, 1863-1941), l’edificio si guadagnò il nomignolo di CAŞNÀCJ per l’aspetto in verità poco attraente (metà casa, metà fienile, in verticale). Il termine potrebbe essere infatti spregiativo di cjaso = casa, oppure derivare direttamente dal friulano caşnaç = prigione (Pir107). In seguito, verosimilmente intorno al 1920, il costruttore Jacomèto la cedette al fratello Michele Pascolin (Vale, v. 130).
Il passaggio seguente a Toch avviene con l’acquisto dell’edificio da parte di Giovanni Toch di Michele di Mada (v. 126) mediante il quale la casa acquisisce per qualche tempo anche il nome di (da) MÌLIO DI MARTO (lett. “Emilia di Marta”, ovvero Emilia Brunasso da S, moglie di Giovanni Toch).
Per breve tempo, dopo la definitiva uscita da Ùnto/Caròno (intorno al 1930, v.114), l'edificio diviene residenza anche della famiglia Carlevaris.
Dopo la cessione della proprietà da parte dei Toch negli anni ’90, e la successiva ristrutturazione, la casa – oggi non abitata permanentemente – ha riacquistato il nome originale di Caşnac’.

128 (c) — (de) BALO (PASCOLIN, +), (da) ĞUNÙT (PASCOLIN)

Costruita dopo il 1850, la casa ha subito un primo rifacimento e ampliamento nel 1900 da parte di Giovanni Battista Pascolin (1865-1912) di Leonardo, fratello sia di Giacomo de Tamer (Jacomèto, v. 127) che di Michele Pascolin (Vale, v. 129). Giovanni Battista Pascolin è detto Ğunùt (diminutivo di Giovanni = Ğuàn = Ğu(a)nùt), da cui il nome all’epoca attribuito alla casa stessa, ĞUNÙT appunto.
Non è altrattanto chiara l’origine dell’altra denominazione, BALO, forse addirittura antecedente alla stessa ĞUNÙT, appellativo – come si è visto – assai posteriore alla costruzione.
Una fonte locale, raccolta intorno al 1990, farebbe risalire il nome Balo a una palla multicolore (fr. balo = palla, Sc16, Pir33) lasciata a una finestra della casa, in mezzo ai fiori, dalla moglie di Ğunùt, Giovanna Maria Barbolan. La datazione sarebbe quindi dei primi anni del 1900. Un’altra versione vorrebbe la medesima origine, ma ulteriormente retrodatata. Per quanto semplice ed esaustiva, l’ipotesi mi lascia abbastanza perplesso.
D’altra parte, volendo indulgere alle suggestioni, mi sembra accattivante una relazione con l’antico cognome Di Casabalata (lett. “della casa con palla”), antico endemismo di Frassenetto peraltro presente fino ai giorni nostri nella forma moderna Casabellata, riportato in anagrafe anche a Collina sin dal assenza di alcun nesso (causale e non) fra il nome della casa e il cognome menzionato, non sono in grado di proporre soluzioni valide. Tuttavia (e al di là del fascino della suggestione…) l’assonanza è indubbiamente degna di nota. Dulcis in fundo (e opinioni in libertà…), non è da escludere un più diretto e immediato riferimento a una abitante della casa piuttosto rotondetta…
Intorno al 1970 l’edificio viene abbandonato dalla famiglia Pascolin, e successivamente alienato. Interamente ricostruito nel 1998 nella sua forma presente dagli attuali proprietari, non è oggi utilizzato come abitazione permanente.

129 (b) — (in) MIÉÇ (TAMER, PASCOLIN, GAIER, COLLAVIZZA)

Limite purtroppo frequente in questo lavoro, a una etimologia palese si accompagna un’origine oscura. Tanto MIÉÇ è chiaro (in miéç = in mezzo, Sc162, Pir599) quanto è oscuro a che cosa si riferisca: in mezzo sì, ma a che?
La prima menzione esplicita della casa/casata è del 1841, nell’anagrafe dei morti, riferita a Maria Di Sopra di Mattia “vulgo di Miez”, cg. 1804 Giacomo Filippo Di Tamer fu Michele. Nel 1805, la nascita del primogenito della coppia, Antonio, è accompagnata dalla nota “in hereditate Mattia di Sopra dicti Miba“ (sic). Se questo Miba abbia qualche relazione con Miéç (o ne sia addirittura un “precursore”, retrodatando il nome e attribuendolo così ai Di Sopra) non è dato sapere. Tuttavia, il citato Mattia Di Sopra non è residente a Collina, ma è bensì originario di Vuezzis.
Al di là della apparente contraddizione in termini (in mezzo/Di Sopra), la soluzione Di Sopra appare una forzatura difficilmente sostenibile, e solo attraverso poco lineari successioni ereditarie: pertanto, sia pure con tutte le riserve del caso, l’edificio viene originariamente attribuito ai Tamer.
Resta il mistero sul Miéç. L’ipotesi “in mezzo ad altre case” parrebbe logica e naturale, trovandosi la casa esattamente in mezzo agli edifici 128 (Balo) e 130 (Vale): purtroppo, entrambe le costruzioni – almeno nella loro configurazione moderna, e in qualità di abitazioni – sono posteriori alla casa di Miéç, perciò stesso azzerando l’ipotesi, a meno di ricorrere a arditi equilibrismi.
Trovandosi l’edificio al margine superiore della villa, personalmente propendo (anche per disperazione: una dissertazione tanto vasta e approfondita, e la casa oggi non c’è più…) per un “transfer”: il nome è nato altrove e si è trasferito lassù al seguito della famiglia titolare.
Di ritorno ai titolari Tamer, questi lasciano il campo con il matrimonio di Anna con Leonardo Pascolin di Giobatta (1863), padre dei vari Ğunùt etc., edificatori delle due case adiacenti.
La casa è stata per un breve periodo abitazione in cuc anche di Giuseppe Gaier (1869-?) cg. Maria Maddalena Pascolin, figlia di Leonardo: tuttavia, la presenza dei Pascolin si può considerare ininterrotta dal 1863 al 1939. Nello stesso anno, il matrimonio di Ida Pascolin con Ferdinando Collavizza da Trasaghis vede l’ingresso di questi ultimi, fino agli anni ’60.
In tempi recenti (1990) l’edificio, già fatiscente, viene definitivamente demolito.

130 (b) — (da) VALE (PASCOLIN, SOTTO CORONA, +)

Anche questa casa è legata alle tre precedenti da stretti vincoli di parentela di costruttori e abitanti dell’una e delle altre: fu infatti costruita fra il 1898 e il 1901 da Michele Pascolin di Leonardo (Vale, 1867-?, v.127 e segg.) da cui prese il nome.
Circa l’origine del soprannome stesso, VALE, il buio è assoluto: personalmente, escluderei il nome proprio Valentino, con il quale non si intravvede nesso alcuno, e propenderei per un soprannome italianofono – di significato ambiguo53 – guadagnato da emigrante.
Abitato in origine da Vale stesso, l’edificio fu in seguito ceduto (probabilmente intorno al 1930) a Felice Sotto Corona (ramo Blâşo), la cui famiglia lo abitò per oltre mezzo secolo. Un ulteriore passaggio di proprietà negli anni ’80 coincide con una profonda ristrutturazione dell’edificio, che assume definitivamente l’attuale aspetto e destinazione (abitato non permanentemente).

131 (b) — (de) MARTÌNO vecchia (DI SOPRA, SOTTO CORONA, GAIER, +)

La prima menzione di MARTÌNO in anagrafe si incontra nel 1845 nel registro dei morti (vulgo della Martina), associata a Maria de Sopra fu Valentino (1763-1845) cg. Antonio Sotto Corona fu GioBatta. Valentino è a sua volta figlio di Martino Di Sopra (?-1743), cui parrebbe naturale fare risalire l’origine del nome Martìn, poi volto al femminile MARTÌNO probabilmente con riferimento alla moglie (oppure, sebbene meno probabile, riferito alla stessa figlia Maria).
Sull’appartenenza originale della casa, se a Di Sopra o a Sotto Corona, non è dato sapere nulla: sulla base di elementi abbastanza complessi (e precari), e non meritevoli di specifica trattazione, personalmente sono incline alla prima soluzione (Di Sopra). Nel 1827 ai Sotto Corona si affiancano i Gaier, in seguito al matrimonio di Maria Maddalena di Antonio (1802-1836) con Biagio Gaier di Giacomo.
La denominazione si trasferisce alla casa Martìno nuova (v. 108) in coincidenza con la costruzione di questa, seguita al matrimonio di Maria Maddalena Sotto Corona di Felice (1869-1927) con Giuseppe Antonio Sotto Corona (detto Nico, 1859-1930).
La vecchia casa viene demolita nel 1903: sullo stesso luogo sorgerà più tardi un fienile di proprietà Toch, a sua volta distrutto da un incendio nell’inverno 1944/45 e quindi ricostruito.
Dopo un ulteriore cambio di proprietà, l’edificio viene completamente ristrutturato negli anni ’90 e nuovamente convertito in abitazione, sebbene non permanente.

132 (a) — STÂLI DE BIÈLO (MAZZOCOLI)

Fienile di proprietà Mazzocoli nel 1850, quindi di Giuseppe Tamussin di Giuseppe de Biélo (1886-1965) da cui il nome trae origine (Stâli de Biélo = fienile de Biélo). Ristrutturato e trasformato in abitazione negli anni ’90 da discendenti Mazzocoli di Giuseppe Tamussin. Per l’origine de Biélo v. 244.
Non è abitata permanentemente.

133 (a) — STÂLI DI CHINI (GAIER)

Di recentissima costruzione (1998), sorge sul luogo di un preesistente fienile (stâli) già pertinenza della casa di CHINI (103), e è abitata dalla famiglia Gaier trasferitasi dal vicino edificio, cui deve naturalmente la denominazione.

Collinetta
Collinetta
134(da) FUSÉT (AGOSTINIS)

È una casa di cui si era persa memoria, recuperata (localizzazione e proprietà) solo in base al catasto austroungarico del 1849. Demolita in epoca ignota (forse intorno al 1870), oggi, conoscendone la localizzazione, si può forse rintracciarne sul terreno qualche resto, identificabile nel muro di sostegno di un orto.
Nel 1849, l’edificio è iscritto in catasto come casa di proprietà di Giuseppe Agostinis di Agostino (1790-1849), probabilmente trasferitosi qui dalla casa di FUSÉT a CM (242). Da qui la denominazione attribuita a questo edificio, altrimenti innominato. Il figlio di Giuseppe, Luigi, anch’egli fabbro, si trasferirà in cuc nella casa FÂRI (120) nel 1865.

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