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Collina

Mappa di Collina (CM)
Mappa di Collina (CM)
201 (a) — (dal) PUÌNT (GAIER)

Costruita fra il 1955 e il 1960 da Giuseppe Gaier (Bepo di Adól) e inizialmente utilizzata come fienile e stalla, alla fine degli anni ’60 è stata modificata e destinata ad abitazione dai figli, che la abitano tuttora.
Il nome si riferisce al vicino ponte (puìnt = ponte, Sc242, Pir822) sul rio Cueštos, o rio Collinetta.

202 (b) — (in) FLÈCH (DURIGON, GAIER, +)

Costruita nel 1902 da Michele Amedeo Gaier (Mìchil, 1873-1944) di Pietro Antonio. I Gaier si trasferiscono in questo edificio provenendo dall’omonima casa in CP (v.113), a cui si rimanda per maggiori dettagli su origine ed evoluzione del nome FLÈCH (ricordiamo che Flèch è Valentino Durigon di Valentino da Vuezzis).
All’epoca della sua costruzione, la casa venne anche ironicamente definita il castello, forse a causa delle pretese dimensioni o, più probabilmente, della posizione esposta e dominante il sottostante abitato di CP. Di ciò è testimone il solito Caneva, che non si astiene dal consueto, salace commento. “1902 – Anche Gaier Michele fu Antonio, per capriccio, non per bisogno, si mise a fabbricare la casa, detta il castello, perché la moglie e la suocera non andavano d’accordo col padre.
L’edificio, disposto lungo l’asse SO-NE, consta in realtà di due parti distinte: la prima, a SO, costituì l’abitazione vera e propria della famiglia Gaier fino agli anni ’70, quando venne abbandonata; la seconda, a NE, fu completata nella parte esterna negli anni ’20. Sebbene esteticamente più pregevole, con massicci archi di pietra a porte e finestre, questa seconda parte non è venne mai resa abitabile.
A seguito di cambiamenti e frazionamenti di proprietà negli anni ’90, la parte a SO è già stata ristrutturata e nuovamente abitata (sebbene in via non continuativa), mentre la parte a NE, tuttora disabitata, mantiene per ora la forma originale in previsione di una probabile ristrutturazione.

203 (b) — (da) MÒDIE/BIANCHI (GAIER, SAMASSA)

Edificio in due parti simmetriche NE/SO, costruito fra il 1906 e il 1911 da due fratelli Gaier della casa de Tino (v. 126): Amodio (detto Mòdie, 1875- SO) e Valentino Ilario (detto Bianchi, o Bianchétti, 1877- NE).
MÒDIE è una friulanizzazione del nome proprio Amodio, mentre del soprannome BIANCHI, con cui era noto Valentino Gaier, non è dato conoscere l’origine. La parte Bianchi dell’edificio è tuttora Gaier, mentre dalla parte Mòdie i Gaier sono sostituiti dai Samassa con il matrimonio di Amelia di Amodio con Arturo Samassa di Pietro (1948).
Entrambe le parti sono oggi abitate in forma non permanente.

204 (a) — (da) MICJËL DI CÔGHER (CANEVA), (dal) CONT (CANEVA)

La data di costruzione originale risale al 1939, quindi l’edificio fu ampliato una prima volta dopo il 1945 e ulteriormente ristrutturato intorno al 1980. L’edificio prende nome da Michele Alberto Caneva fu Umberto (Micjël di Côgher 1906-1970, costruttore e proprietario; per il significato di Côgher, v. 233).
Quanto a CONT ("conte"), si tratta del soprannome dello stesso Michele Caneva, così detto al ritorno dall'emigrazione in Piemonte, a Sestrière. Visto il luogo, che pure non sembra estraneo alle origini del Cont, forse l'appellativo "senatore" sarebbe stato filologicamente più corretto, ma il corrispondente collinotto senatùor sa di neologismo e non ha la stessa immediatezza del titolo nobiliare. Vada dunque per Cont.
Tuttora proprietà della famiglia Caneva, la casa non è abitata in permanenza.

205 (a) — (da) RIÈNZO (MAZZOCOLI)

La costruzione è così denominata dal nome del costruttore, Lorenzo Mazzocoli di Luigi detto Riènzo (1906-1982).
L’edificio fu costruito in più fasi: nella prima (1941) fu costruita la parte a SE; nella seconda fase, negli anni ’50, l'edificio prese la forma attuale, espandendo verso NE il nucleo preesistente. Composto di numerose stanze o appartamenti un tempo anche locati stagionalmente, ospitava anche un emporio al piano terreno, gestito dalla famiglia Mazzocoli.
Non è oggi abitato in forma permanente.

206 (b) — (in) TÒCH (TOCH, SOTTO CORONA, SAMASSA, AGOSTINIS)

È un altro dei casi di relazione diretta fra il nome della casa/casata e il cognome anagrafico.
Luigi Samassa, costruttore dell’edificio nel evidentemente portato qui il nome di famiglia acquisito nel 1865 dalla famiglia Sotto Corona, a quel tempo titolare del nome “di TÒCH”, attraverso il suo matrimonio con Marianna Sotto Corona di Giuseppe. La prima menzione in anagrafe “vulgo di Tòch” è nel registro dei morti, riferita a GioBatta Sotto Corona di Giuseppe (1773-1840). Costui è coniugato (1797) con Maria Maddalena Toch di Niccolò (1770-1849, anch’essa “vulgo di Tòch” nel registro dei morti). Già nel 1803, tuttavia, nel registro dei nati il figlio della coppia, Tommaso Antonio Sotto Corona, è accompagnato dalla nota “in hereditate Niccolò fu Tommaso Toch”, con riferimento all’avo materno.
In questo modo, il nesso fra la famiglia Toch e la casa/casata di Tòch viene stabilito in maniera sufficientemente precisa: altro è, invece, ricostruire il percorso del nome attraverso gli edifici precedenti l’attuale. Ripercorrendo a ritroso l’anagrafe familiare dei Toch, l’analisi – sebbene documentalmente abbastanza circostanziata – si fa assai complessa a causa dei numerosi incroci matrimoniali. Il percorso più probabile porta alla casa di Marc (219) e a una casa adiacente di cui oggi non v’è più traccia, e alla cui descrizione si rimanda (Tòch vecchia, 256).
Gli Agostinis entrano per matrimonio (1933) di Callisto Giacomo di Gaetano con Letizia Rina Samassa, come pure rientra un altro ramo dei Sotto Corona (1957).
L'edificio non è abitato permanentemente.

207 (b) — (de) PÀURO (GAIER, DEL REGNO)

La casa fu costruita nel primo decennio del 1900 da Giovanni Vittorio Gaier di Valentino (1863-1936) in località (in) Vidrìnos, come ci tramanda, insieme alle sue personalissime opinioni, E. Caneva.
1902 – Giovanni Gaier di Valentino si mise a costruire la casa di Vidrìnos, siamo nel 1907 e ancora non è abitabile una parte. Non aveva casa abbastanza per due, là dal Pàur
(v. 230)? E ancora potevano fare delle camere nel fienile e aprire una porta verso Nuzzi” (cosa che, a onor del vero, altri in seguito realizzarono).
Il nome PÀURO si deve a Marianna Tolazzi di Giovanni (detta Pàuro, 1840-1900), moglie di Valentino Gaier e madre del costruttore della casa. A sua volta, Pàuro è la voltura al femminile di Pàur, che trova origine nell’edificio 230 (v.) per poi trasferirsi qui.
Nel 1915, il matrimonio di Marina Caterina Gaier di Giovanni (1896-1958) con Antonio Del Regno di Antonio (1887-1963) da Fisciano (SA) segna il passaggio della casa a quest’ultima famiglia, che la abita tuttora.
Per qualche tempo (probabilmente intorno al 1920) l’eificio ha anche funto da alberghetto, con il nome di Albergo Cogliàns.

208 (a) — (in) CARÒNO (MAZZOCOLI)

L’omonimia di questa con altre case sia a CP che a CM con identica denominazione (per tutte, l’edificio 116) è un fatto puramente accidentale, ovuto al toponimo generico Caròno che caratterizza anche il luogo ove questa casa sorge.
In realtà, coerentemente e in simmetria con quanto descritto in precedenza (v. 116), la caròno vera e propria si trova circa duecento metri più a valle lungo la strada, in corrispondenza delle case di Flech (202, 259). Sembra tuttavia che con l’accezione comune prâts di Caròno (prati di Caròno) si intendessero un tempo tutti i terreni dalla caròno vera e propria sin quassù54.
Costruita nel 1954 dai figli di Ernesto Mazzocoli, Ettore, Pietro e Lino, la casa è abitata dalle famiglie dei costruttori.

1935 circa. Collina da O.
1935 circa. Collina da O. La grande casa in basso a d. è Gjara, mentre al centro è ben distinguibile anche la casa di Tàvio di Nuži (211). Fra le due, in primo piano, la minuscola Cjasuto di Gjara (260).
209 (b) — (da) GJÀRA (GEROMETTA, BOCCALI, +)

Costruttore di questa casa, negli anni 1896-1898, è Pietro Antonio Gerometta di Natale (1836-1926), detto Gjàra (v. 227).
Manco a dirlo, l’origine di GJÀRA è da ricercarsi in una dizione imperfetta (il solito una tantum che dura una vita) da parte del malcapitato titolare.
È il caso del costruttore Pietro Gerometta che, più o meno coerentemente con le proprie origini (suo padre proviene dall’Arzino), osa definire gjara ciò che a Collina si direbbe invece gravo (ghiaia, Sc101, gjare Pir380). Ahilui, come molti altri prima e dopo: Gjara in vita e in morte, e ancora oltre!
Il matrimonio di Geltrude Emma Gerometta (1901-1926) con Ottorino Boccali di Telemaco da Todi (1896-?) nel 1921 segna l’ingresso nella casa anche della famiglia Boccali.
Nella sua parte NE, fino alla seconda metà degli anni ’60 l’edificio è stato anche sede del distaccamento della Guardia di Finanza. Ristrutturato negli anni ’80 e frazionato come condominio, si configura oggi come tale, con un indeterminato numero di comproprietari.

210 (b) — (in) CÓGU (TOCH, GAIER, TAMUSSIN, DEL REGNO, +)

L’edificio fu costruito fra il 1907 e il 1911 dai figli di Giuseppe Pasquale Toch. Il nome CÓGU giunse qui al seguito degli stessi costruttori, provenienti dall’originale, omonima casa (v. 257). Originariamente, la casa constava di due parti simmetriche a NE e SO – oggi indistinguibili dopo una profonda ristrutturazione – entrambe con accesso diretto dalla strada.
Nel secondo dopoguerra, l’edificio fu abitato a NE da Biagio Gaier di Ottaviano di Chini (1913-1970), e a SO da Giulio Tamussin di Giuseppe di Betàn (1913-1983), prima della citata ristrutturazione effettuata intorno al 1980 dagli attuali proprietari.

211 (a) — (da) TÀVIO DI NUŽI (TOCH), (de) COPERATIVO (TOCH)

Il primo nome si deve a Ottavio Toch (1897-1980) di Giovanni Giuseppe, costruttore della casa intorno al 1930. L’edificio è stato anche per lungo tempo, e fino agli anni ’70, sede della Coooperativa Carnica, da cui la seconda denominazione ampiamente in uso durante l’esercizio dell’attività commerciale con annessa mescita.
L’immobile, che ha subito qualche rimaneggiamento nella parte SO (la parte NE è ancora sostanzialmente qual era in origine), è abitato dai Toch discendenti del costruttore.

212 (a) — (da) NÈLIO DI NUŽI (TOCH), (te) BASSO DI SÓ(T)PÓÇ‘ (TOCH) [proposto]

Come per gran parte delle case costruite in tempi recenti (1966), il nome è quello del costruttore/abitante, in questo caso Nelio Toch di Nuži.
Alla denominazione con cui la casa è comunemente nota associo anche il microtoponimo ove sorge l’edificio – la BASSO DI SÓ(T)PÓÇ, certamente poco noto e cortesemente suggeritomi dal proprietario della casa –, a titolo beneaugurale e (perché no?) come suggerimento per una ormai matura e opportuna rivisitazione, anche formale, della toponomastica urbana.

213 (a) — (da) ÀNZULE, (GAIER/BOEZIO, GERIN/GAIER), (in) SÓ(T)PÓÇ [proposto]

I costruttori/proprietari (1972) sono Angelina Gaier di Valentino ved. Boezio (Ànzule di Bianchi), 1912-1999) e il figlio Rodolfo, famiglia tuttora presente nella parte inferiore dell’edificio e dalla quale evidentemente trae origine il nome della casa stessa. La parte superiore, acquisita da Eduilio Gerin da Sigilletto cg. Alida Gaier (anch’essa di Bianchi) è abitata da quest’ultima famiglia.
Anche in questo caso, sarebbe possibile e auspicabile una identificazione dell’edificio con il microtoponimo – peraltro ancor oggi d’uso assai comune – ove si trova la casa stessa, (in) Só(t)Póç = sotto i pozzi, per le soprastanti prese d’acqua.

214 (a) — (da) GIANNI DI NUŽI (TOCH)

Come già per le due precedenti (e con poca fatica per chi scrive), porta il nome del costruttore Gianni Toch (1938-1980) di Nuži.
Anch’essa costruita nei primi anni’70 (1971), la casa è tuttora abitata dalla famiglia del costruttore stesso.

215 (a) — (da) PRIMO DI PÉÇ (GORTANA), (in) BALBÌN (proposto)

La denominazione con cui l’edificio è noto è quella convenzionale del nome proprio del costruttore (negli anni ’70) e ancora oggi abitante della casa.
Tuttavia, la precisa localizzazione dell’edificio consentirebbe una diversa e più “personale” denominazione (più personale del nome proprio può apparire un po’ pretenzioso, ma ci capiamo lo stesso…), suggerendo il nome di BALBÌN. Sebbene forse poco noto e con etimologia oscura, Balbìn è infatti il preciso microtoponimo ove si trova l’edificio.

216 (a) — ALBERGO COGLIÀNS (BARBOLAN)

L’immobile fu edificato negli anni dal 1954 al 1965 da Severino Michele Barbolan di Michele (1931-1972), in luogo di un preesistente fienile, quest’ultimo nel 1849 già proprietà di Giovanni Tolazzi Pàur.
L’albergo è abitato e gestito dalla famiglia del costruttore.

Inizio '900. Il fenile in luogo dell’attuale Albergo Cogliàns. In secondo piano, seminascosta, è visibile la casa de Zuâno (217)
Inizio '900. Il fenile in luogo dell’attuale Albergo Cogliàns. In secondo piano, seminascosta, è visibile la casa de Zuâno (217).
217 (d) — (de) ZUÂNO (SOTTO CORONA/ MAZZOCOLI/CASANOVA), ? (TOCH), (in) MAÇÓCOL (MAZZOCOLI)

Non è nota l’epoca di costruzione della casa, la cui struttura testimoniava una certa vetustà: certamente era anteriore al 1850.
L’edificio è originariamente abitato da una famiglia Toch, cui subentrano nella prima metà del 1800 i Mazzocoli di MAÇÓCOL, trasferitisi qui da CP (v.117) con Giovanni di Giacomo (1806-1885), ad personam titolare anche del grazioso appellativo di Boia (di origine fortunatamente non nota…).
ZUÂNO è invece appellativo di Giovanni Michele Sotto Corona (1872-1947), detto per l'appunto la Zuâno (sic!, lett. la Giovanna), figlio di GioBatta e di Anna Pasqua Mazzocoli di Giovanni.
Con la Zuâno, nell’edificio fa il suo ingresso la famiglia Sotto Corona, che ne rimarrà proprietaria fino alla demolizione, avvenuta negli anni ’60 a casa ormai da tempo disabitata.
Il perimetro della casa demolita è ancora ben visibile in corrispondenza dell'attuale parcheggio dell’Albergo Cogliàns (216).

218 (d) — (da) BÈPO DI CAMINÒN (BARBOLAN), (?) GJUTA (TOCH?), (in) NADALÌN (GEROMETTA)

Natale di Natale Gerometta da Asio (?-1878), che già da tempo esercita l’attività di pastore a Collina, nel 1834 vi si stabilisce definitivamente, sposando Maria Toch di Mattia (1798-1854) ed entrando in cuc in questo edificio. È lui il Nadalìn (diminutivo di Natale, come d’uso per distinguerlo dall’omonimo padre) da cui prende nome la casa e avvio la casata. Tutti i discendenti Gerometta lasceranno poi, in un lungo percorso, questa abitazione per trasferirsi altrove (209, 227, 247, 253).
Con tutta probabilità, è questa la prima sede della LATTERIA SOCIALE (v. 302), dall’anno di fondazione 1881 alla costruzione del nuovo edificio nel 1885, ovvero la cosiddetta casa di GJUTA ripetutamente citata da E. Caneva nelle sue memorie. A sua volta, GJUTA parrebbe inequivocabile aferesi di (Vi)giuta, diminutivo di Luisa (Vigja, con la finale in a tipica del medio Gorto): purtroppo, in anagrafe non sono reperibili Luise o Vigje utili allo scopo.
Nella casa ai Gerometta subentrano quindi i Barbolan, del ramo Lùzio/Caminòn, di ritorno da CP. Il nome attuale dell’edificio si deve infatti a Giuseppe Barbolan di Giovanni Giuseppe (1891-1968), conosciuto appunto come Bèpo di Caminòn (Caminòn è il soprannome del padre dello stesso Bèpo, Giovanni, v. 116), il quale ricostruisce interamente l’edificio negli anni 1930-1934. La casa è tuttora abitata dai suoi discendenti.

219 (b) — (in) MARC (TOCH, CANEVA, TOCH, GERIN, TAMUSSIN)
Inizio '900. L'Albergo di Tamer, precursore dell'attuale Albergo Volaia. A d. è parzialmente visibile anche casa Nuži
Inizio '900. L'Albergo di Tamer, precursore dell'attuale Albergo Volaia. A d. è parzialmente visibile anche casa Nuži.

Sebbene ricostruibile con sufficiente precisione, il percorso delle proprietà (o almeno degli abitanti) dalle origini a oggi è quanto mai tortuoso e accidentato: tuttavia, se le supposizioni avanzate sono esatte, il nome della casa è rimasto inalterato per oltre tre secoli, fino ai giorni nostri.
Il Marco in questione (ché di questo evidentemente si tratta) il cui nome è giunto sino a noi è probabilmente Marco Toch di Pietro (1673-1729)55.
Il successivo e stabile ingresso dei Caneva nella casa coincide invece con il matrimonio di Niccolò Caneva di Antonio (1743-1787) con la nipote di Marco Toch, Caterina Toch di Mattia (1749-1814), avvenuto nel 1774. Tuttavia, i Toch non scompaiono immediatamente, ma solo qualche decennio più tardi. La discendenza Caneva si ritrova in seguito – sola – sia nel catasto del 1849 che nel censimento del 1901.
Alla morte di Anna Caneva (1847-1904) si interrompono le successioni ereditarie dirette, e interviene una complessa serie di passaggi di proprietà che si concludono negli anni intorno al 1980 con il subentro di un ramo della famiglia Tamussin (Bràido) che, dopo una rilevante ristrutturazione dell’edificio, lo abita tuttora.

220 (d) — ALBERGO VOLAIA (ROMANIN, +, MAZZOCOLI), (in) NINO (GAIER, GERIN), (da) JACOMÈTO (TAMER), ALBERGO DI TAMER (TAMER)

Il nucleo originario di questo edificio, originariamente composto di abitazione con annesso fienile e ripetutamente ristrutturato, è piuttosto antico, risalendo almeno alla metà del 170056.
Le prime notizie anagrafiche risalgono al 1849, quando proprietario/abitante della casa risulta essere Antonio Gaier di Giacomo (1789-1859). Il nome NINO è probabilmente da mettere in relazione con la moglie dello stesso Antonio, Anna Maria (Marianna) Di Tamer di Giovanni Giacomo (1802-1871), come diminutivo di Marianna (MarianinoNino)57.
Si susseguono quindi due passaggi in linea femminile. Nel 1861 Lucia Caterina di Antonio Gaier sposa Giovanni Gerin di Valentino. Nel 1886 la figlia di questa coppia, Maria, va in moglie a Giacomo Di Tamer di Anna (1863-1941, ramo Di Tamer diverso dal precedente). Quest’ultimo è per l’appunto lo JACOMÈTO della denominazione che sostituisce NINO anche se, in verità, il nome ufficiale del tempo è ALBERGO DI TAMER, in quanto l’edificio già allora svolge la funzione di pubblico esercizio.
La funzione di albergo verrà in seguito ininterrottamente mantenuta nonostante il cambio di proprietà nel 1921, una prima profonda ristrutturazione intorno al 1930, e una seconda nel 1978.
In questi anni si succedono (tutte ormai mantenendo l’attuale denominazione di ALBERGO VOLAIA), numerose conduzioni della attività alberghiera da parte di gestori (non proprietari) succedutisi nel tempo: fra questi, la famiglia di Giuseppe Romanin (Podestà) da Forni Avoltri fino agli anni ‘60, e infine la famiglia Mazzocoli, che gestisce l'albergo dal oggi.

221 (a) — (dal) ROMÀN (+)

La denominazione si identifica con le origini e la provenienza del costruttore/proprietario che costruì l’edificio negli anni ’70.
Non è abitata permanentemente.

222 (d) — (da) FANÌN (FALESCHINI), AL LEONE (GAIER, COIANIZ, DI QUAL, GERIN), (in?) SERGJO (?) (SOTTO CORONA), (in?) TÀMER (TÀMER?)

I nomi sono abbondanti, almeno quanto fitta è l’oscurità su tempi e modi dei numerosissimi passaggi in questo autentico porto di mare.
L’attuale denominazione oscilla fra FANÌN e AL LEONE, usate in egual misura: la prima più vecchia (non però antica), la seconda più recente. Gli altri nomi, certamente anteriori, sono oggi del tutto in disuso.
Da un documento del 1858, la denominazione più antica parrebbe essere TÀMER, ma quasi certamente l’omonima famiglia non vi abita più già dall’inizio del 1800 secolo. D’altra parte, i Tamer sono certamente originari di CM, dove abbondano già nel 1600 e dove le tracce documentate delle loro abitazioni risalgono alla metà del 1700 (v. 220): questo edificio, che ne porta ancora il nome ben dopo la dipartita della famiglia, potrebbe essere il centro (o uno dei centri) di irradiazione dei Tamer verso altre case della villa (120, 220, 253).
L’oscurità regna anche sul sopravvento dei Sotto Corona, probabilmente avvenuto attraverso un altro passaggio intermedio rimasto ignoto. Nel 1849, la casa è abitata da Antonio Sotto Corona di Antonio (probabilmente solo in via temporanea), mentre il proprietario è Giacomo Sotto Corona di Giacomo (di Sergjo in anagrafe, v. 238): quali che ne siano gli assetti proprietari, i Sotto Corona sembrano stabilirsi qui sino dalla fine del 1700.
Nuovamente, non è chiaro neppure come e in quale anno (comunque fra il 1849 e il 1901) ai Sotto Corona subentrino i Faleschini. Nel censimento del 1901 è Giovanni Faleschini di Pietro (1836-1907) detto Fanìn (contrazione dello stesso cognome Faleschini?, oppure da un diminutivo di Giovanni → Gjovanìn → Vanìn → Fanìn?), ad abitare la casa, che da lui prende appunto il nome.
In seguito, in virtù dell’attività di osteria con annesso gioco di bocce che vi viene svolta sotto l’insegna Al Leone58, si succedono qui numerosi nuclei familiari di volta in volta proprietari/abitanti/gestori: Giovanni Gerometta, detto Menelik (sic), Giuseppe Biagio Gaier (Chìcchidi), Giuseppe Coianiz da Tarcento (cg. Maria De Prato, Marìo di Camìlo), Pietro Di Qual (Piëri de Fusèto), Eduilio Gerin da Sigilletto (cg. Alida Gaier di Bianchi).
Il vortice ha termine negli anni ’70 quando, chiuso l’esercizio, l’edificio rimane disabitato e il gioco delle bocce ospita una rigogliosa e ampia varietà di piante spontanee59.

223 (b) — (in) ŠULÌN (TOCH, TOLAZZI, +), (dal) MAEŠTRI (TOLAZZI)

Il nome storico e oggi prevalente, ŠULÌN, deriva quasi certamente da Orsola de Medicis di Francesco (?-1716), moglie di Mattia Toch di Nicolò (1645-1730), attraverso il diminutivo Uršulo-Uršulìno (Orsola-Orsolina), poi volto al maschile (caduta della o finale) e quindi, per aferesi, nell’attuale Šulìn (o viceversa: prima l’aferesi e poi la voltura al maschile).
Il passaggio da Toch a Tolazzi si ha con Michele Toch di Giovanni Giuseppe (1789-1844) il quale, privo di discendenti, nomina propri eredi i figli della sorella Margherita, maritata con Giovanni Tolazzi di Niccolò (1791-1874), i cui discendenti sono tuttora proprietari della casa.
L’edificio, ricostruito nel 1939, è anche noto con il nome (dal) MAEŠTRI, con riferimento a Edoardo Tolazzi di Michele (lu Maeštri, 1898-1967), per molti anni insegnante nella scuola di Collina.

224 (d) — (de) TINO (GAIER, GOLLINO, CARLEVARIS, +), (de) TRINTÌNO (TAMUSSIN, TOCH, BARBOLAN)

Prima dell’acquisizione dell’attuale denominazione (de) TINO, successiva al 1868, la casa era conosciuta come (de) TRINTÌNO o TRENTÌNO (v. anche 227), nome che compare già nel 1761 come attributo di Leonardo Tamussin (Trentìn, ?-?) di Giovanni.
L’origine probabilmente è da ricercarsi in un attributo di emigrante in Trentino o in Tirolo, forse lo stesso Leonardo. La stessa denominazione si incontra poi nel 1797 come nota al matrimonio di Maria Tamussin di Leonardo (“vulgo Trentìn”) con Giovanni Barbolani fu Biagio, matrimonio che segna anche l’ingresso dei Barbolan nella casa e l’acquisizione del nome da parte di quest’ultima famiglia. È evidente il passaggio TRENTÌN-TRENTÌNO/TRINTÌNO da padre a figlia, come pure sembra probabile (sebbene non documentalmente certa) la preesistente presenza dei Tamussin, titolari della casata, nella casa stessa.
Nel 1868, Marina Santina Barbolan va in moglie a Giovanni Giuseppe Gaier di GioBatta (1836-?), il quale – naturalmente in cuc – porta qui da CP il nome della casa (de) TINO (v. 126).
A sua volta, verso la fine del 1800, il matrimonio della figlia di Giovanni Giuseppe Gaier, Luigia, con Angelo Gollino di Antonio da Pioverno porta all’ingresso di quest’ultima famiglia, il cui figlio Alberto (Berte) vi rimarrà fino alla morte, nel 1973. Nel frattempo, usciti i Gaier, la proprietà passa ai Carlevaris di Caròno, che tuttavia non vi lasciano traccia onomastica.
Per la cronaca, aggiungo anche il grazioso appellativo di Bavùos (lett. "Bavoso"), affibbiato intorno al 1910 dall’ineffabile E. Caneva (auspicabilmente a titolo suo personale) a qualche abitante della casa, e quindi alla casa stessa (dal Bavùos).
Fantasie e maliziosità del maestro a parte, questa denominazione non risulta altrimenti nota, e men che meno in uso. Anche il titolare del simpatico epiteto non è altrettanto evidente del significato: rimarrà anonimo.
L’edificio, successivamente oggetto di un ulteriore, ennesimo passaggio di proprietà, è oggi disabitato e in stato di evidente abbandono.

225 (d) — (in) CÉCH (BARBOLAN, TOCH, BUZZI), (da?) ŽÒN (TOCH), (de?) (V)UÀJO (CANEVA)

È una delle scoperte tardive e più recenti nel corso del lavoro. Il nome (V)UÀJO, frequente in anagrafe ma oggi del tutto obsoleto, e per lungo tempo di collocazione ignota, è invece attribuibile con certezza a questa casa.
Nel catasto del 1849 l’edificio risulta di proprietà di Giovanni Caneva di Mattia (1791-1884), cg. nel 1827 con Maddalena Toch (1785-1874) di Giovanni Giacomo. La famiglia di Giovanni Caneva è detta in anagrafe della Uàja, ma quasi certamente la grafia è frutto della solita trasposizione in latino del collinotto (femminile!) Uàjo o Vuàjo: la nota accompagna già il padre di Giovanni Caneva, Matteo (1745-1825) e i suoi familiari, e la denominazione è ancora in uso nel 1858.
Le origini del nome non sono note. Pare tuttavia che il termine vuajât (oggi totalmente in disuso, manca anche in Sc) un tempo designasse persona di fisico prestante e di bell’aspetto. Da menzionare, puro titolo di curiosità linguistica, anche vuàino (fagiolo, Sc353, friul. uaìne Pir.1228, da vagina REW9122), ma si tratta evidentemente di un falso diminutivo di vuajo o vuaìo, non utile allo scopo.
Giovanni Caneva non lascia eredi: gli subentrano i parenti della moglie Maddalena, fra i quali il pronipote Giuseppe Lorenzo Toch (1865-1948), detto CÉCH (forse con riferimento a Francesco Giuseppe?). Allo stesso tempo, la moglie di Céch, Beatrice Mazzocoli di Giovanni è curiosamente detta ŽÒN, forse da un accrescitivo di Beatrice = BeatrižònŽòn. La figlia di Žòn/Céch, Carolina (Carulìno di Zòn, 1891-1948), va in moglie nel Guglielmo Buzzi da Pontebba (1888-?), i cui discendenti sono tuttora proprietari della casa, interamente riedificata nel 1971-72.

1932. Famiglia Tamussin Bòrtul et al. sull'uscio della casa omonima, di cui è visibile il portale in primo piano. Sullo sfondo, la casa di Céch (225)

1932. Famiglia Tamussin Bòrtul et al. sull'uscio della casa omonima, di cui è visibile il portale in primo piano. Sullo sfondo, la casa di Céch (225)
226 (b) — (in) BÒRTUL (LONGO, TAMUSSIN, TOCH)

L’iniziatore della casata è Bartolomeo Longo di Natale (1717-1785) da Auronzo, cg. nel 1753 con Maria Maddalena Barbolan di Odorico (1722-1787, morta alla rovisa di CP).
Bartolomeo (Bòrtul) è uno dei primi forestieri a inserirsi a pieno titolo nella comunità di Collina. Sembra trattarsi di persona facoltosa, proprietario terriero e di questa casa che – restaurata nel 1986 – ancora oggi mostra i segni di un certo prestigio, come il portale in pietra e il rosone in ferro battuto, elementi che a Collina trovano analogie solo in casa FÂRI a CP (120, non casualmente magione degli stessi Di Tamer acquirenti di Morareto nel 1771)60.
Bòrtul non ha eredi maschi, e la genealogia Longo si esaurisce: l’unica figlia sopravvissuta, Caterina, va in moglie nel Giovanni Giacomo Tamussin (1756-1813), iniziatore della casata Tamussin Bòrtul le cui propaggini giungono ai giorni nostri.
I Toch subentrano nel 1958, con il matrimonio di Margherita Tamussin di Michele con Ciro Toch di Ottavio.

227 (d) — (da) NARDO (BARBOLAN/DURIGON, GEROMETTA, TOCH, +), (de) TRINTÌNO (BARBOLAN, TOCH, GAIER), (da) GJÀRA (GEROMETTA), (da) VENANZIO (TOCH)

Si tratta di uno dei casi più complicati di intreccio edilizio/onomastico, sia per il numero di famiglie succedutesi, sia per le diverse ristrutturazioni che hanno profondamente alterato forma e destinazione dell’edificio, fisicamente corpo unico con il E e con il O.
L’epoca di costruzione dell’edificio non è nota, tuttavia si deve fare risalire intorno ai primi decenni del 1800. Nel 1849 la casa risulta già divisa nelle due parti che ne caratterizzeranno l’onomastica successiva, abitate da due fratelli, figli di Giovanni Barbolan de Trintìno: la parte superiore con ingresso a N, (da) NARDO, è abitata da Leonardo (1812-1875; il nome volto al femminile Nardo è probabilmente riferito alla moglie); la parte inferiore, detta (de) TRINTÌNO, con ingresso dalla piazza e oggi trasformata in rimessa, è abitata da Giuseppe (1809-1878). TRINTÌNO è anche il nome della casa 224, dalla quale probabilmente proviene (tuttavia, la primogenitura della denominazione non è certa: il percorso potrebbe anche essere al contrario).
I successivi assetti proprietari (mutati per via ereditaria e per compravendita) sono piuttosto complicati, e il loro dettaglio poco aggiunge alla essenza del lavoro. Per quanto concerne invece le altre denominazioni della parte inferiore, peraltro tutte oggi in disuso, GJÀRA si rifà a Pietro Antonio Gerometta di Natale (1836-1926, v. 209), proprietario della casa fino al 1903, quando viene ceduta a Paolo Venanzio Toch di Mattia (1871-1940), da cui l’edificio pure prende il nome di VENANZIO.
La parte superiore, ristrutturata intorno al 1985, è ancora oggi identificata con la denominazione (da) NARDO; la parte inferiore, come già detto destinata a autorimessa, risulta praticamente anonima.

228 (a) — (da) STÂLI DI BÒRTUL (TOCH)

Nella struttura odierna, l’edificio si deve a Michele Tamussin (Micjël di Bòrtul, 1897-1957), che nel 1948 lo costruisce in luogo del preesistente fienile di proprietà della stessa casa Bòrtul (da cui STÂLI DI BÒRTUL).
Corpo unico con i due edifici precedenti (è la parte più occidentale del blocco, con entrata a N), la costruzione negli anni ’60 e ’70 fu anche adibita a laboratorio di falegnameria. La parte superiore fu poi resa abitabile dagli eredi di Micjël, che tuttora la abitano; la parte inferiore, con ingresso a S verso la piazza, è adibita – al pari della contigua casa 227 – a autorimessa.

229 (b) — (in) NUŽI (BARBOLAN, TOCH)

L’edificio – di età indefinibile61 – era un tempo abitato da una famiglia Barbolan, cui fecero quindi seguito i Toch, probabilmente verso la fine del 1700 e dopo la morte di Giovanni Giacomo Barbolan di Osvaldo (1740-1790). È costui, morto in Stiria e probabilmente senza eredi, l’ultimo dei Barbolan documentato in questa casa. Subentrati probabilmente attraverso un matrimonio (forse Giovanni di Giacomo cg.1778 con Maria Barbolan di Osvaldo), da allora i Toch si susseguono nella casa senza interruzione fino a oggi.
NUŽI è di derivazione latina, con radice probabilmente in nucula = nocciola (REW5984) e attraverso il nome proprio Nucius.

230 (b) — (dal) PÀUR (PUECHER, TOLAZZI, ROMANIN)

Storia e percorso lunghi e travagliati ma anche, per una volta, chiari.
Il nome dell’edificio recentemente demolito (1998) si rifà a Giovanni Battista Puecher di Giorgio da Sappada (1709-1792, v. cognomi), detto Pàur dal tedesco bauer = contadino. Il Pàur si stabilisce a Collina nel 1734, sposando Domenica Barbolan di Domenico (1707-1772). Casa e denominazione passano ai Tolazzi nel 1789, attraverso il matrimonio di Maria Puecher di Giovanni Battista (1747-1818) con Niccolò Tolazzo di Domenico da Moggio (1745-1808), per rimanervi fino agli inizi del 1900.
Nella prima metà del 1900 l’edificio vede alternarsi proprietari e abitanti. Acquistato da don Pietro della Pietra da Calgaretto (pre Piëri, cappellano a Collina), viene successivamente e per breve tempo abitato dai Tamussin (Betàn) dopo l’epidemia di tifo del 1928, e quindi dai Barbolàn (Titài) dopo l’incendio dell’omonima casa di CP (106) nel 1944.
Nel secondo dopoguerra la costruzione viene acquistata dalla famiglia Romanin di FA (
Podestà
), e quindi definitivamente abbandonata negli anni ’60.

231 (b) — (de) BRÀIDO (TAMUSSIN), (da) MÈN DI JÀCOM(O) (TAMUSSIN)

Sotto il profilo edilizio non si hanno informazioni degne di nota. Nella sua sostanza e posizione, l’edificio ha oltre 150 anni, in quanto già censito nel 1849; nella forma, è probabile che la parte NE sia stata aggiunta in un secondo tempo al corpo principale, più antico.
Anna Marcuzzi di Giovanni Battista da Vuezzis (detta la Bràido, 1837-1912), cg. Giorgio Tamussin di Giorgio (1837-1899) è all’origine del nome attuale della casa/casata. A sua volta, il soprannome si identifica con bràido, corrispondente nella parlata di Collina al friulano bràide (podere chiuso, Pir71)62.
Assai più complessa si presenta la ricostruzione di MÈN DI JÀCOM(O), e non solo per la compresenza (confusione?) delle due denominazioni di Jàcom/di Jàcomo.
D’acchito, parrebbe trattarsi di semplice e trasparente traduzione di Domenica di Giacomo/Giacoma. Al maschile come al femminile, di Jacom(o) v’è ampia traccia in anagrafe, mente per Mèn il riferimento al femminile Domenica è invece quasi d’obbligo, in quanto a Collina il maschile Domenico è del tutto inesistente. Quindi, Domenica di Giacomo/a.
Naturalmente, le cose non sono così semplici.
Per rintracciare in anagrafe una corrispondenza soddisfacente, bisogna risalire agli inizi del 1700, dove effettivamente si trova una Mèn di Jàcom (Domenica Barbolan di Giacomo, cg. nel 1715 con Giacomo fu Odorico Toch). Esiste anche un rapporto di parentela (ma dove non c’è, a Collina?) fra questa coppia Toch e la famiglia Tamussin che in seguito occuperà la casa: tuttavia, la lunghezza e la tortuosità del percorso mi lasciano un poco perplesso sulla attendibilità di questa soluzione.
Va pure rilevato che in anagrafe Tamussin si ritrovano ben tre Giacoma in tre generazioni successive. Volendo cercare fra esse una “colpevole”, la prima delle tre, Giacoma Di Corona di GioBatta da S (1767-1837) cg. nel 1791 con Michele Tamussin di Giorgio (1758-1803), è la maggiore indiziata (sebbene l’ultima delle tre Jàcomo sia a sua volta cognata della citata Bràido). Per tutte manca tuttavia un distinguibile riferimento a Mèn, sia come derivato di nome proprio (non v’è alcuna Domenica nei dintorni), sia di altra natura. Nel buio, una nota di colore (di luce?): una omonima casata Mèn di Jàcomo si trova anche a Forni Avoltri.
L’edificio è oggi abitato dai discendenti Tamussin de Bràido.

232 (b) — (in) TÛŠ (CANEVA, TOCH, BARBOLAN, DEL REGNO, +)

La casa consta di due parti (N e S) accomunate nell’edificio e nel nome, sebbene con ingressi distinti e storie separate.
Il nome TÛŠ risale almeno al 1600: Nicolò di Leonardo de Kaniva (1635-1715; de Kaniva è una delle prime forme per l’attuale Caneva) è il primo a cui l’appellativo viene associato.
L’origine del nome sembra essere nel collinotto tûš = presa in giro (Sc337)63, di etimologia peraltro ignota (forse onomatopeica). Sebbene in anagrafe non compaia mai associato alla famiglia Toch, è tuttavia possibile che, prima di giungere agli attuali Barbolan (titolari da circa 150 anni), il nome Tûš sia stato per l’appunto attributo di una famiglia Toch abitante la parte N dell’edificio fino alla metà del 180064. La parte S resterà anch’essa Barbolan fino alla seconda metà del ventesimo secolo, quando cambierà proprietà.
L’edificio, oggi frazionato in più unità abitative con ingressi separati, è stato ampiamente ristrutturato negli anni ’80.

233 (d) — (in) CÔGHER vecchia (CANEVA)

È questa la casa natale e d’abitazione del nostro Virgilio nei gironi danteschi di Collina, il quale – una volta di più – si mostra non certo di mano leggera, anche scrivendo di casa propria!
1904-1905 – Furono eseguiti lavori di costruzione, restauri e coperto dei fratelli Caneva fu Leonardo. Lavori male eseguiti tanto dai muratori quanto dai falegnami, ma si dovette pagare lo stesso. Così avviene quando si ha molta buona fede e da fare con i disonesti, come quelli di (omissis) e (omissis). Unici che lavorarono da galantuomini i tagliapietre di Ludaria.
A questi lavori – dei quali palesemente il nostro Eugenio Caneva non fu soddisfatto – si riferisce la data (1904) ancora oggi ben visibile sopra la porta d’ingresso. Nella sua struttura originale, con soffitti a volta e anguste scale di pietra, l’edificio è probabilmente assai più antico (presumibilmente del ’700).
Per quanto concerne la denominazione CÔGHER, la prima nota in anagrafe risale già al 1840, quando muore, infante, una figlia di Leonardo Caneva “vulgo di Cogher”; la seconda menzione, di cinque anni posteriore, risulta tuttavia più interessante e rivelatrice della precedente. Nel 1845 viene infatti registrata la morte della madre del citato Leonardo Caneva, Maria Tamussin (1772-1845), vedova di Leonardo Caneva (anche lui!) e anch’essa “vulgo di Cogher”. Dato quanto meno per improbabile che il côgher sia la stessa Maria, l’attributo a questo punto andrebbe retrodatato perlomeno al coniuge di Maria, Leonardo Caneva di Tommaso (1768-1832), avvicinandosi così all’epoca presunta di costruzione dell’edificio.
Quanto al significato, si tratta chiaramente di côgher = asino (Sc132, friul. cógar, Pir167), non necessariamente epiteto oltraggioso di persona: potrebbe anche riferirsi, ad es., al possesso, o direttamente alla presenza in loco dell’animale in questione65.
L’edificio è da molti anni disabitato.

234 (c) — (in) CÔGHER (CANEVA), (in) BARBOLÀN (BARBOLAN, SOTTO CORONA), (in?) TUTO, (in) CODÂR (SOTTO CORONA), (da) GJÙLIO (SOTTO CORONA)

Oggi l’edificio è prevalentemente conosciuto con il nome della casata di CÔGHER, mutuato dalla casa adiacente (233) al tempo dell’acquisizione da parte della famiglia Caneva, che tuttora la abita. Si tratta in realtà di una casa/casata assai complessa, almeno nelle sue origini e fino all’inizio del 1900.
Il nome originale (almeno fra quelli noti), e tuttora in uso fra gli anziani del paese, è (da) BARBOLÀN, e già questo sembrerebbe fugare dubbi e incertezze sull’origine della denominazione stessa della casa (v. cognomi).
Naturalmente, così non è. La ricerca dell’anello di congiunzione fra il nome della casa e l’omonimo cognome è operazione che – sebbene certamente non impossibile – lascia molte ombre sull’attendibilità del percorso. Inoltre, la preposizione (da) che viene premessa al nome lascia supporre quest’ultimo (almeno in origine) quale prerogativa personale di un individuo non identificabile, quasi certamente di sesso maschile.
A ritroso nel tempo, s’incontra per prima la denominazione GJÙLIO, relativamente recente. Si tratta di Giulia Di Sopra di Antonio (1839-?), seconda moglie di GioBatta Niccolò Sotto Corona di Giobatta (1812-1897). Quest’ultimo è detto codâr (contenitore per la cote Sc131, Pir165, dal latino cotariu REW2281): a sua volta, CODÂR stesso è una delle denominazioni di questa casa, poi trasferita a CP dall’ultimo figlio di Codâr stesso, Gaetano Giuseppe (v. 122).
Le cose tuttavia si complicano quando si consideri che un altro figlio di Codâr, Giuseppe Lodovico è detto ‘Sèf di Barbolàn, portando così a 3 le denominazioni contemporaneamente presenti nella seconda metà dell’80066.
Il nesso con i Barbolan “veri” (ovvero con il cognome Barbolan) sfugge a una verifica diretta: alcuni indizi (al limite della pura supposizione) fanno propendere per un passaggio intermedio attraverso altro cognome (probabilmente Toch).
Per completezza, e anche in relazione a un edificio adiacente (v. 244), va detto che alcune fonti di fine ‘800 menzionano anche la denominazione (in) TUTO, senza ulteriori spiegazioni. Si tratterebbe in questo caso certamente di un diminutivo femminile (-uto), forse anche di nome proprio (sempre che non si tratti del generico frutùto = bimba), tuttavia non riconducibile all’onomastica più frequente. Purtroppo, l’anagrafe di famiglia non è qui di alcun aiuto: fra gli ascendenti registrati non è reperibile alcun nome femminile con cui mettere in relazione il diminutivo.
Come già accennato, l’edificio è tuttora abitato dalla famiglia Caneva, storicamente titolare della casata Côgher.

235 (d) — (osteria) AL SAN MICHELE (GORTANA, +), (in) BLŠ (BARBOLAN), (da) TAMÂT (GERIN), (in) MAŞÈL (GERIN), (in) LÉT (GORTANA)

Nel 1849 l’edificio risulta accostato a un fienile, poi demolito, un muro del quale ancora oggi delimita il terreno antistante.
L’edificio si presenta oggi in una veste totalmente rinnovata, a seguito dell’ultimo passaggio di proprietà e della ristrutturazione del 1999 la quale, se da un lato ha lasciato inalterata la struttura della casa, ne ha tuttavia modificato l’aspetto esteriore, in particolare dal lato S.
Per quanto concerne la denominazione, è oggi difficile determinare la prevalente fra le numerose susseguitesi nel tempo (ben 5).
Nel 1849, e fino agli inizi del 1900, la denominazione della casa è BLŠ, corrispondente a Biagio Barbolan di Giovanni (1731-1793, del ramo Trintìno, v. 224/227), il cui figlio Mattia risulta per l’appunto il proprietario dell’edificio nel catasto di quell’anno. Mattia muore nel 1855 (e dieci anni dopo muore anche la moglie Lucia Tamussin di Pietro), senza eredi. Nel 1901 la casa è ancora detta Blâš, ma risulta abitata da Antonio Gerin di Giuseppe. L’unico, debole legame di quest’ultimo con i precedenti abitanti Barbolan/Tamussin è rappresentato dalla moglie del citato Blâš iniziatore della casata, Catharina Gerin (1748-1815): troppo poco e troppo lontano nel tempo per costituire un legame significativo.
I Gerin lasciano alla casa due nomi, MAŞÈL e TAMÂT, diverse friulanizzazioni dello stesso nome, Tommaso: il primo un diminutivo, il secondo una deformazione. Il soggetto in questione è certamente Tommaso Gerin di Antonio (1878-1932). L’attribuzione certa di entrambi i nomi a Tommaso esclude l’azzardata alternativa avanzata per Maşèl, da maşério = maceria, Sc178, a sua volta dal lat. maceria REW5204, con riferimento al luogo delle macerie del preesistente edificio.
La famiglia Gerin emigra quindi in America, lasciando definitivamente la casa. Ad essa subentra per breve tempo una famiglia Sotto Corona (affittuari?) mentre la proprietà passa ai Gortana, forse grazie anche alla parentela con la moglie del citato Maşèl/Tamât, Maddalena Gortana di Luigi da Givigliana.
A loro volta i Gortana, che portano seco da Givigliana il nome della casata di LÉT, fino agli anni ’80 gestiranno nell’edificio l’osteria AL SAN MICHELE (sempre e solo in italiano, sia nella grafia che nel parlato corrente).
Del tutto disabitata per alcuni lustri, dopo la recente ristrutturazione è oggi destinata ad abitazione residenziale non permanente.

236 (d) — (in) JÈFO (TAMUSSIN, (in) RIÇÒT (TAMUSSIN)

L’edificio è – nella sua forma e struttura originale – anteriore al 1849, anno in cui risulta abitato da due famiglie Tamussin Riçòt. A sua volta, il nome si è trasferito qui al seguito della famiglia Tamussin proveniente dalla vecchia casa RIÇÒT, a cui si rimanda per l’origine del nome stesso (v. 258).
JÈFO rappresenta una delle numerose versioni friulane del nome proprio Giuseppe, al pari di ‘Sèf, Bèpo etc. Si tratta, nella fattispecie, di Giuseppe Giovanni Tamussin di Antonio (1858-1933, sempre del ramo Riçòt), il cui figlio Giovanni (Ğuan di Jèfo) porterà temporaneamente il nome della casa a CP (v.111) mentre l’edificio non è agibile.
Ristrutturata e resa nuovamente abitabile alla fine degli anni ’70 da uno dei figli di Giovanni Tamussin, dalla cui famiglia tuttora è abitata, la costruzione è oggi comunemente conosciuta come Jèfo.

237 (b) — (de) LUÌNGJO (TAMUSSIN, MAZZOCOLI)

È unita alla casa un unico corpo di cui costituisce la parte S. Insieme a una stanza della unita casa 238, nel 1849 l’edificio è proprietà di Lucia Tamussin qm. Tommaso67 (1805-1865), maritata Barbolan. Sebbene oggi in disuso, nella parlata di Collina (così come di Givigliana, dove invece sembra ancora in uso) LUÌNGJO è deformazione di lungjo = lunga, qui con probabile riferimento a una abitante dell’edificio. Se poi la signora in questione fosse “lunga” di statura, di lingua o di chiacchiera, non ci è proprio dato sapere...
I Mazzocoli sopravvengono con Pietro Antonio di Daniele (1858-1913), probabilmente intorno al 1885 (ma non si sa a quale titolo: Pietro Mazzocoli sposa sì una Tamussin, ma di ramo diverso da quello della sopracitata Lucia). Il nome Luìngjo si trasferisce così alla famiglia Mazzocoli cui tuttora appartiene, sebbene la casa risulti oggi non abitata.

238 (b) — (in) PLÔNER (MAZZOCOLI, DE PRATO, SAMASSA, GAIER), (in?) SERGJO (SOTTO CORONA, TAMUSSIN)

L’epoca di costruzione dell’edificio è ignota: nel 1849 il proprietario è Giacomo Sotto Corona di Giacomo (1780-1868) di Sergjo, ma la famiglia è presente qui almeno dal 1790, come si deduce dall’elenco dei cresimandi di quell’anno.
Circa l’origine del nome SERGJO, apparentemente onomastica/patronimica, essa non trova a Collina alcun punto di riferimento: Sergio è pochissimo presente in anagrafe come nome proprio, e è inoltre di introduzione assai recente (1936). Anagraficamente scomparsa da Collina, la casata di Sergjo è emigrata a Forni Avoltri, dove è tuttora presente.
I Mazzocoli e la denominazione PLÔNER fanno il loro ingresso nella casa (parte S) con il matrimonio di Giovanni Giuseppe (1843-1918) con Teresa Sotto Corona di Giacomo (di Sergjo, appunto).
Al pari di Sergjo, neppure dell’origine di Plôner è dato sapere con certezza: certamente di derivazione austro-tedesca, era attributo (ad personam o già familiare?) del citato Giovanni Mazzocoli, ultimo cremâr di Collina. Date le circostanze, senza peccare di eccessivo acume e originalità, propendo per il solito soprannome di persona. Va comunque rilevata l’assonanza con il cognome Ploner, molto diffuso in provincia di Bolzano e in particolare nella valle Isarco, in val Gardena e in Pusteria.
Sempre per matrimonio, nella parte S ai Mazzocoli subentrano nel 1944 i De Prato (Lino di Biagio, cg. Angelina Mazzocoli di Giacomo). Nella parte N, ai proprietari Sotto Corona succedono nel tempo diverse famiglie affittuarie (Samassa, Gaier).
Oggi la denominazione Plôner identifica l’intero edificio.

239 (b) — (in) ŽIRCO (TOCH, TAMUSSIN), ? (BARBOLAN)

Una volta di più, è la pignoleria di Eugenio Caneva a consentire una migliore ricostruzione della sequenza degli abitanti di questa casa, suggerendoci il cognome Barbolan come il più antico fra quelli noti, seguito da Toch.
Non è del tutto chiaro di quale famiglia Barbolan si tratti: il maggiore indiziato è Zuanne Barbolan di Lorenzo (1666-1746). L’anno chiave è il 1759, quando due nipoti di Zuanne Barbolan (Anna di Lorenzo e Caterina di Filippo)68 sposano contemporaneamente i due fratelli Niccolò e Tommaso Toch, della famiglia che poi ritroveremo in questa stessa casa. Il 1759 segna quindi, con buona probabilità, l’ingresso in cuc dei Toch qui.
Non è però chiaro se il nome Žirco giunga con i Toch o se già appartenesse all’edificio: la prima menzione in anagrafe è del 1790, relativa proprio a Tommaso Toch (un latineggiante vulgo de Circo, nel registro dei defunti). A questo punto, comunque, Žirco è ormai sinonimo di Toch, e seguirà per qualche tempo la famiglia anche in altre abitazioni (257). L’origine di questa denominazione è sconosciuta, né sono in grado (a meno di evoluzioni interpretative oltre misura fantasiose …) di proporre per questo nome percorsi etimologici ragionevoli.
Nel 1875, l’ultima discendente dei Toch rimasti in questa casa, Caterina di Filippo (1843-1924), va in moglie Antonio Tamussin di Antonio (1845-1922). Il matrimonio segna l’ingresso in Žirco dei Tamussin, che tuttora vi abitano.

240 (a) — (de) MUÂRO (BARBOLAN, TAMUSSIN, DI SOPRA, DEL FABBRO, MIGOTTI)

Oggi non rimane traccia alcuna di questa casa. Tuttavia, l’osservatore attento non mancherà di notare la curiosa assenza di finestre nei piani bassi del muro S della casa di Žirco (241). Questa parte di muro a solatio era in effetti coperta dalla casa MUÂRO, letteralmente addossata proprio a Žirco.
I passaggi di mano fino alla demolizione, seguita al crollo del 1951 sotto il peso della neve accumulata nello storico inverno, sono stati numerosi. La storia conosciuta ha inizio con Zuane Tamussin di Giovanni Battista (1669-?) i cui figli sono annotati come “vulgo Moar” o più esplicitamente “dicta del Moar”. È possibile che Muâr sia lo stesso Zuane Tamussin: è tuttavia più probabile che la forma apparentemente al maschile Moar sia opera del curato, in luogo della forma femminile Muâro, già riferita alla moglie di Zuane stesso, Pasqua Barbolan, e quindi alla casa stessa in cui Zuane va in cuc. Questa ipotesi, apparentemente più complicata, trova valido supporto in una nota di E. Caneva il quale, come già nella contigua Žirco (239), colloca qui una famiglia Barbolan.
L’origine della denominazione è forse da ricondurre alla voce tedesca Mohr = moro, attributo che potrebbe essere stato guadagnato in Germania da qualche membro della famiglia esercitante l’attività di cremâr. È da notare la persistenza della denominazione nel tempo (oltre due secoli), nonostante i numerosi cambi di cognome, tutti in cuc.
La serie dei cambi di famiglia documentati (tutti per matrimonio) ha inizio nel 1784 con Giovanni Di Sopra di GioBatta (1756-1826), cg. Pasqua Tamussin; prosegue nel 1820 con Giacomo Del Fabbro di Lorenzo, da FA (1796-1865), cg. Maddalena de Supra; si conclude nel 1874 con Giuseppe Migotti di Pietro Antonio, da Naiaretto (1845-1928), cg. Agata Maria Del Fabbro.
Con i Migotti (l’ultimo è Giovanni Giuseppe di Giuseppe, detto , 1877-1952) si chiude definitivamente il ciclo di vita dell’edificio.

241 (b) — (da) MÈN DI TÒNI (TAMUSSIN, BELLINA, GAIER)

Insieme ai due successivi, questo fabbricato rappresenta un caso emblematico (fortunatamente non frequente) della frammentazione della proprietà edilizia: tre case in una, su più livelli e con ingressi forse solo parzialmente separati. Questa parte dell’edificio aveva ingresso a NE, sulla destra di chi guarda dalla strada sottostante.
Il nome data circa dalla metà del 1700, riferendosi a Domenica Di Sopra di Osvaldo (1700-1761) cg. Antonio Tamussin di Giobatta (1702-1779), oppure alla figlia dei due, Domenica anch’essa. Quale che sia la Domenica giusta (probabilmente la madre), la denominazione altro non è che la friulanizzazione del nome della titolare e della sua “appartenenza” (padre o marito che sia): Domenica (Mèn) di Antonio (Toni), che si legge quasi Menditòni e con cui, evidentemente, si identificava anche l’abitazione.
La Domenica figlia sposa nel 1768 Francesco Bettina (o, più probabilmente, Bellina) di GioBatta da Costalissoio, la cui figlia Lucia va a sua volta in moglie nel Giacomo Gaier (1746-1823), primo Gaier immigrato a Collina e capostipite di una numerosa discendenza69.
I Gaier mantengono la proprietà anche dopo la demolizione dell’intero edificio e la sua trasformazione in autorimessa, intorno al 1970,

242 (a) — (da) FUSÉT, (de) FUSÈTO (AGOSTINIS, DI QUAL), (in) MURÌT (FALESCHINI)

Edificio in corpo unico con 241 e 243 (in origine tutti di proprietà Tamussin), con entrata a SE, a sinistra di chi guarda dalla strada sottostante.
Giuseppe Agostinis di Agostino (1790-1849), fabbro proveniente da FA, si stabilisce qui nel 1821, attraverso il matrimonio con Domenica Tamussin di Antonio (1784-1833). In seguito, gli Agostinis si trasferiranno a CP (e con essi presumibilmente anche la denominazione della casa/casata, v. 134): in questo edificio rimane la nipote di Giuseppe, Marianna (1853-1916), moglie di Pietro Di Qual da Stalis. Nel 1896 quest’ultima famiglia a sua volta lascerà questa casa per trasferirsi nell’edificio 252, che a sua volta prenderà la denominazione di Fusèto.
Nel 1901 troviamo in questa casa Giorgio e Michele Faleschini, entrambi ultrasettantenni e celibi, probabilmente affittuari, nati nella casa di Murìt vecchia (255); quest’ultimo appellativo si trasferisce per breve tempo in questa casa, prima di estinguersi definitivamente con la morte dell’ultimo discendente dei Faleschini, Giorgio, nel 1906.
Circa Fusét e Fusèto, il primo è appellativo dell’abitante/proprietario della casa, Giuseppe Agostinis; il secondo è la versione al femminile relativa alla figlia Marianna, v. 252) Quanto all’origine, si danno due possibilità. La prima, e meno probabile, come diminutivo di fûs = fuso (Sc88), forse riferita all’aspetto fisico del portatore del soprannome (alto e magro: morfologia peraltro non infrequente in questa famiglia). La seconda – meno immediata, ma che ritengo più fondata – riconducibile all’attività dell’abitante/proprietario (fabbro: la radice sarebbe in questo caso da ricercarsi in fuşìno = fucina Sc88, fusine Pir361).
L’intero edificio è stato ricostruito negli anni ’60 e convertito in autorimessa, ovviamente anonima. L’ultima denominazione consueta era comunque Fusèto, al femminile.

243 (d) — (da) CASTRO (AGOSTINIS, GAIER, MAZZOCOLI), (in) LENARDÙT(O) (TAMUSSIN)

Terza porzione dell’unico immobile costituito insieme alle case 241 e 242, con ingresso nella parte superiore, verso N e la corte della casa de Luìngjo (297). L’unità abitativa deriva da una suddivisione della casa di Men di Tòni (241) fra i figli di Giacomo Gaier, se non addirittura (e più probabilmente) da un precedente frazionamento interno alla preesistente famiglia Tamussin.
Questa casa è l’ultima a essere identificata con l’appellativo che un tempo forse identificava l’intero edificio, (in) LENARDÙT(O), ancora in uso fin verso la metà del 1800. Posto che chiaramente si tratta del diminutivo di Leonardo, LenàrtLenardùt(o), volto al femminile, l’origine è da ricercarsi in uno dei numerosi Tamussin con questo nome che si incontrano nella dinastia che popola questo edificio (prima in tutto e poi solo in parte), probabilmente già a partire dal ‘600. Non è poi da escludere che si tratti di un matronimico, già nato al femminile. Le combinazioni non mancano in anagrafe, a partire già dal primo Tamussin che vi si incontra, appunto Leonardo (?-1621), che ha per moglie una Leonarda, tre nipoti e un numero indefinibile di discendenti con lo stesso nome. Né è da trascurare la relazione di questa stessa famiglia con i Lenardini (v. cognomi) con i quali, sebbene non numerosi, vi sono alcuni matrimoni a partire dal 1643.
Circa invece l’origine della denominazione prevalente, l’italianeggiante (?) CASTRO, non si hanno notizie al di là dell’identità del titolare dello strano soprannome, Antonio Gaier di Giacomo (1789-1859), la cui famiglia abita l’edificio nell’800 e la cui discendenza in parte si estingue agli inizi del parte prende altre strade.
Nella prima metà del 1900 e fino al 1970 l’edificio è abitazione di una famiglia Mazzocoli (Ermanno di Pietro).
Del tutto scomparsa l’abitazione, analogamente alle precedenti e accorpate case 241 e 242 , l’intero sito è oggi occupato da un’autorimessa.

244 (c) — (de) BIÈLO (SOTTO CORONA, TAMUSSIN, +), (in) SO(T)TÙTO (SOTTO CORONA)

Finalmente una denominazione trasparente, inequivocabile e indubbiamente gradevole.
La bièlo (lett. “la bella”) è il piacevole appellativo che accompagna (si spera con il gradimento della titolare, nonché del suo legittimo consorte…) Giovanna Toch di Giuseppe (1867-1941), moglie di Giuseppe Sotto Corona di Niccolò (detto ‘Sèf di Barbolàn, 1848-1922), probabile costruttore della casa intorno al luogo di un preesistente fienile.
La denominazione originale al tempo della costruzione dell’edificio era SO(T)TÙTO (lett. “Sotto Tuto”: una t cade nel linguaggio parlato), con evidente riferimento alla soprastante casa di Tuto (234), fra l’altro casa avita del citato ‘Sèf di Barbolan: innegabilmente, il cambio di denominazione da So(t)ùto a Bièlo rappresenta un miglioramento, in ogni senso…
La casa, ormai de Bièlo, passa ai Tamussin attraverso il matrimonio della figlia di ‘Sèf e della Bièlo, Amalia Sotto Corona, con Giuseppe Isidoro Tamussin di Giuseppe (1886-1965). Abitatala fino al 1973, i Tamussin ne manterranno la proprietà per un altro ventennio.
Oggi l’edificio, dopo il cambio di proprietà e la successiva ristrutturazione, non è abitato in permanenza.

245 (b) — (da) BLAŞÙT (GAIER, MAZZOCOLI)

Costruita intorno al 1907/1910 dai fratelli Gaier Ottaviano Ilario (1873-1952) e Biagio Umberto (1884-1953) di Biagio Antonio.
La casa ha preso nome dal più giovane dei fratelli, Blaşùt (diminutivo di Blâš = Biagio, probabilmente per distinguerlo dagli omonimi padre e nonno) qui residente con la famiglia. Il passaggio a Mazzocoli è legato al matrimonio di Alma Gaier di Biagio con Lorenzo Mazzocoli di Luigi (Rienzo, 1906-1982). I discendenti di quest’ultimo abitano oggi l’edificio, ristrutturato negli anni ’90.

246 (b) — (in) BETÀN (BETTANI, TAMUSSIN)

Sebbene manchi la certezza che si tratta della casa originaria della omonima famiglia, il nome della casa/casata è chiaramente da mettere in relazione con il cognome Bettan (o Bettanum, Bettani etc.: v. al capitolo cognomi), presente a Collina già alla fine del 1500 e poi estintosi nei primi decenni del 1700. Anche in questo caso, è quasi certo che la casa/casata abbia preceduto il cognome al quale ha successivamente dato origine.
Nel 1500, dunque, esisteva una casa Betàn. Che si trattasse di questa, o comunque di un edificio preesistente in questo luogo, non è ci è dato sapere. Tuttavia, la dimostrata continuità fra i Bettan e i Tamussin nella casa/casata fa fortemente propendere per una continuità anche nell’edificio. L’avvento della famiglia Tamussin, nel 1708, è segnato dal matrimonio di Sabata Betan di Giovanni (?-1719) con Giovanni Tamussin di Pietro (1688-1747). I Tamussin assumono il nome della casa, abitandola poi ininterrottamente fino ai giorni nostri.
Nel corso dei secoli l’edificio ha evidentemente subito diversi interventi e rimaneggiamenti, che ne hanno mutato aspetto e funzione: fino al secondo dopoguerra costituito da abitazione con annessi stalla e fienile, è stato prima convertito interamente in abitazione, aprendo un ingresso anche al piano superiore verso la canonica, e ha quindi subito una nuova ristrutturazione nel 2000.
È abitazione non permanente dei diretti discendenti Tamussin Betàn.

1915 circa. Collina SO. A sin. è la Canonica (303), al centro Nadalìn (247), a d., leggermente arretrata, Blaşùt (245). In secondo piano, seminascosta dietro la Canonica, Tûš (232). Dietro Nadalìn sono parzialmente visibili anche Betàn (246) e Bièlo (244)
1915 circa. Collina SO. A sin. è la Canonica (303), al centro Nadalìn (247), a d., leggermente arretrata, Blaşùt (245). In secondo piano, seminascosta dietro la Canonica, Tûš (232). Dietro Nadalìn sono parzialmente visibili anche Betàn (246) e Bièlo (244)
247 (c) — (in) NADALÌN (GEROMETTA), (da) VÈS (GEROMETTA)

È questo il punto d’arrivo delle peregrinazioni della casata di Nadalìn (per l’origine e il percorso del nome, v. 218 e 256). Traguardo sofferto, come nuovamente conferma Caneva: “1905 – Terminò la casa sotto Bettàn Gerometta Giuseppe di Giuseppe che principiò la costruzione nel 1899, e solo quest’anno arrivò a renderla abitabile. Poveretto!”.
Lapidario ed efficace, il maestro.
NADALÌN
, nome storico della casata, è coesistito per un certo periodo con il nome VÈS, personale appellativo del padre del costruttore della casa, Natale Giuseppe (1835-1917, detto appunto Vès), per cui il figlio Giuseppe era comprensibilmente chiamato Bèpo di Vès.
Circa l’origine dell’appellativo Vès, non ho alcun elemento di conoscenza, se non che del nome esisteva anche una curiosa versione italiana, riferita appunto al figlio Giuseppe, Bèpo di Vès. Costui era detto (più o meno scherzosamente, e per ragioni ignote) anche Bèpo Vescio, all’italiana, forse a ricordo di un’espressione da lui usata in qualche circostanza, in luogo delle generalità ufficiali.
L’edificio è tuttora abitato dalla famiglia Gerometta.

248 (a) — (da) SPÉRI (BARBOLAN)

La costruzione è del 1935, opera dei fratelli Roberto, Callisto ed Eligio Barbolan.
Il nome dell’edificio si rifà a uno dei tre fratelli, Roberto, abitante la parte N della casa, conosciuto come Spéri. Il soprannome è di origine ignota. Tuttavia corrisponde letteralmente alla 1a persona dell’indicativo presente del verbo sperare: spero = ‘i spéri. Potrebbe trattarsi di un riferimento a un modo di dire o a un frequente intercalare caratteristico del soggetto.
Abitata dai discendenti Barbolan.

249 (a) — (da) MATÌO (TOCH)

Ancora una citazione di Caneva: “1903 – Toch Mattia di Giovanni diede inizio alla costruzione della casa sotto Murìt70. Voleva farla a levante del campo, ma trovò molta palude. La rese poi abitabile nel 1906.
La genesi del nome non necessiterebbe di commento, se non per una curiosità legata all’accrescitivo adottato per distinguere il Mattia Toch padre (
Matión
) dall’omonimo figlio (detto infatti Matiùto). Il MATÌO della casata è il padre – Matión – il quale, durante la costruzione di questa stessa casa, abitò per breve tempo la casa del figlio Venanzio (229).
L’edificio è tuttora abitato dai discendenti del costruttore.

250 (a) — (da) CUMÌLE (DE PRATO)

Costruito nel 1913 da Biagio De Prato di Giacomo (1875-1955) da Cazzaso, l’edificio deve il proprio nome a Camilla Toch di Mattia (1879-1964), moglie del costruttore stesso (Cumìle = Camilla).
Attualmente non abitata, è proprietà dei discendenti De Prato.

251 (d, e) — (de) FÀRIO (TOCH) , (da) PÙBILE (TOCH), (in) CARÒNO (CARLEVARIS)
251 (d, e)

Già fucina, da cui il primitivo (e attualmente prevalente) nome di FÀRIO (Sc73, fàrie Pir296).
Di proprietà di Giovanni Tamussin Riçòt (v. 236), nel 1882 l’edificio fu acquistato e reso abitabile da Quirino Toch di Lucia (1847-1920), detto PÙBILE (di origine e significato sconosciuti). In seguito, la casa fu acquisita dalla famiglia Carlevaris, portatrice del nome (di) CARÒNO (v. 116).
Ristrutturata negli anni ’80, la casa è di proprietà dei discendenti Carlevaris, emigrati in Francia.

252 (c) — (de) FUSÈTO (DI QUAL), (da) PIO (DI QUAL)

1896 – Fece la casa Di Qual Pietro (Pio) a ponente della strada della Chiesa (la scalinata s. Michele, N.d.A.), che costruì, se non tutta, almeno nove decimi da solo”.
Così Caneva chiosa l’opera di Pietro Di Qual di Giovanni (1849-1925) da Stalis, detto PIO.
Origine e ragione di questo soprannome sono ignote: fra le diverse possibilità, la meno probabile è proprio quella più appariscente (l’aggettivo italiano pio), come pure poco credibile appare l’origine onomatopeica (verso di richiamo per le galline, naturalmente a scopo canzonatorio). La più verosimile – per quanto del tutto inusuale – appare l’apocope di Pìori (Pietro) in Pìo.
L’altra denominazione, con cui la casa è oggi forse più conosciuta, è relativa alla moglie dello stesso Pio, Marianna Agostinis (1853-1916) di Giuseppe, quest’ultimo detto Fusét (v. 242), nome di cui FUSÈTO non è evidentemente altro che la versione femminile. Il nome è qui trasferito dall’edificio 242 al seguito della famiglia Di Qual.
Disabitata da decenni, è oggi in precario stato di conservazione.

253 (a) — (in) GLÈRIO (TAMER, AGOSTINIS, GEROMETTA, CANEVA, PASCOLIN)

1857. Nel mese di dicembre morì De Tamer Antonio, che fu proprietario della malga Plumbs e buona parte di Moraretto e Glèria. Per capriccio e ostinazione tutto andò a Vidale Valentino, che fece vendere la roba di Glèria all’asta []71 l’acquistarono (nel 1905, dal nipote dello stesso Vidale, Lorenzo, N.d.A.) i fratelli Caneva a lire 10.500…”.
È sempre Eugenio Caneva a scrivere questo capitolo della travagliata storia di Glèrio, ultima residenza della famiglia più in vista di Collina, i Tamer, già proprietari di terreni e malghe, meriga e notai.
Non è chiaro in quale occasione i Tamer acquisiscano (probabilmente intorno alla metà del 1700) la proprietà della casa e dei terreni, succedendo ai Di Sopra, antichi proprietari della costruzione, al pari della casa di Glério vecchia (v. 264). Nel Glèrio non risulta alcun residente, mentre nel 1849 vi risiedono due sole persone, una delle quali l’Antonio Tamer di Michele già menzionato da Caneva.
Nel luogo la cessione della proprietà a Valentino Vidale da FA menzionata nelle memorie di Caneva, a cui fa seguito una lunga serie di affittuari. Fra i primi locatari, gli Agostinis di Pirucèlo, probabilmente prima e durante la sistemazione della loro abitazione definitiva (fino al 1875 circa, v. 110).
Nel 1885 è affittuario di Glèrio Giuseppe Gerometta. Subentrano quindi i Caneva, prima affittuari e quindi – dopo il 1905 – proprietari: l’ultima di questi, Maria di Leonardo (
Mimì di Glèrio
) nel 1935 va in moglie a Edoardo Pascolin di Augusto. Mimì è l’ultima abitante della casa, fino al 1980 circa: l’edificio, ormai in precario stato di conservazione, è da tempo disabitato.
Il nome di Glèrio (ghiaia) non ha avuto origine qui, essendovi stato trasferito da una casa omonima – oggi scomparsa – nelle immediate vicinanze (v. 264). In effetti, la natura del terreno circostante non sembra corrispondere al nome dell’edificio.

254 (c) — (in) LÙZIO (BARBOLAN)

LÙZIO è con tutta probabilità Lucia Tamussini di Pietro (1692-1758, Lucia = Lùzio), moglie di Tomaso Barbolan di Valentino (1678-1743), il cui figlio “Sig.r Zuane qm Tommaso Barbolan, detto di Lucia” presta giuramento in qualità di vice meriga nel 1786.
I discendenti Barbolan abitarono la casa fino alla sua demolizione, eseguita nel 1899 per dare luogo al passaggio della strada odierna che conduce in piazza a CM. Così annota il cronista Caneva, senza naturalmente farci mancare il dettaglio di rilievo. “1899 – Venne demolita metà della casa detta di Luzio per costruire l’entrata della strada in paese (la parte di Barbolan Anna maritata Di Sopra in Vuezzis). Avrebbe ceduto anche Caminòn la sua parte, ma Mazzocoli Anna ricusò di cedere vicino alla stalla di Gaier Valentino il fondo per costruire una stalletta”.
La nota del maestro Caneva ha ingenerato anche qualche equivoco, inducendo alcuni a fissare qui l’originaria casa di Caminòn (il quale è, a quel tempo, proprietario solo di una parte dell’edificio in questione), e non a CP dove invece si trova (v. 116)72.
Dopo la demolizione, dell’edificio non resta oggi alcuna traccia.

255 (b) — (in) MURÌT (TAMUSSIN, FALESCHINI)

Non v’è più traccia alcuna di questo edificio, forse assai antico, demolito poco dopo il 1907, probabilmente in concomitanza con la costruzione dell’attuale strada “di sotto”.
La proprietà della casa sembra doversi originariamente attribuire a un ramo dei Tamussin, cui nel 1822 subentrerebbero i Faleschini (Pietro di Domenico, da Givigliana, ?-?), attraverso il matrimonio con Maria Maddalena Tamussin di Michele (1797-1879).
Non è chiaro quando i Faleschini lascino questa casa per le altre abitazioni dove lasciano traccia di sè (222, 242): nel 1849, la proprietà risulta di Giuseppe Gaier di Giacomo, il quale però non vive qui allora (abita a CP), né mai risulta avere abitato in questa casa. È probabile che la famiglia Faleschini, in difficoltà economiche dopo la morte del capofamiglia Pietro, abbia ceduto la proprietà dell’edificio, rimanendo come affittuaria.
La denominazione Murìt non è riconducibile con certezza a cose o persone identificabili. Unica, debole traccia che si esaurisce in sé, una vecchia e breve filastrocca di Collina usata per far cessare il pianto dei bimbi, volgendolo in riso. “‘Al rit e ‘al vai como la mušo di Monài, ‘al vai e ‘al rit como la mušo di Murìt”, che tradotta (perdendo però la rima) suona così: “Ride e piange come l’asina di Monài73, piange e ride come l’asina di Murìt”. Che Murìt fosse il soprannome del proprietario dell’asina, oppure già il nome della casa che ospitava l’animale, sono ipotesi che si dividono equamente le probabilità.
Grazie anche alla vicinanza di una sorgente, la tradizione locale indica Murìt quale prima casa di CM.

256 (d) — (in) TÒCH vecchia (TOCH, SOTTO CORONA, PASCOLIN)

Oggi non v’è più traccia di questo edificio, demolito negli anni ‘3074. Probabilmente costituiva – insieme alla vicina casa di Marc (219) – una delle prime residenze della famiglia Toch, da cui la coincidenza di casata e cognome anagrafico (v. cognomi).
Certamente risalente al 1500 ma forse ancora più antica, l’origine del nome TOCH non è definibile con certezza: qualche labile ipotesi è già stata avanzata nel capitolo dedicato ai cognomi (v.).
Per l’ingresso dei successivi abitanti, i Sotto Corona, la data più probabile è il 1797, con il matrimonio di GioBatta Sotto Corona di Giuseppe (1773-1840) con Maria Maddalena Toch di Niccolò. Da allora, questo ramo dei Sotto Corona è infatti frequentemente accompagnato in anagrafe dalla nota vulgo di Toch. È probabile che già in questo periodo l’edificio sia ripartito in più unità abitative, configurazione che rimarrà tale anche in seguito, fino alla demolizione.
I Sotto Corona rimarranno in questa casa fino alla loro emigrazione, un ramo a Trieste, l’altro a Pola.
A partire dal 1890 circa, l’edificio è abitato dalla famiglia di Giovanna Pascolin di Nicolò da S (?-?), mentre ultimo proprietario prima della demolizione è Valentino Giuseppe Barbolan di Giuseppe Valentino (di Titài, 1880-?).

257 (a) — (in) CÓGU vecchia (TOCH), (in) ŽIRCO (TOCH, BARBOLAN?), (in?) PITÀCOL (TOCH?)
257 (a)

Trasformata in fienile nei primi decenni del 1900, e tuttora adibita a quest’uso, fu abitazione di una famiglia Barbolan, e successivamente di Giovanni Giacomo Toch di Nicolò (?-?, nato probabilmente intorno al 1760, e morto prima del 1839). La famiglia di quest’ultimo è allora detta di ŽIRCO (v. 239)75.
Nel 1849 è proprietario Giovanni Giacomo Toch di Giovanni Giacomo (1798-1884: non a caso la famiglia è detta anche di Ğuàn-Jàcom): alla stessa epoca è approssimativamente databile il sopravvento delle nuove denominazioni, PITÀCOL e CÓGU.
Di PITÀCOL (probabilmente appellativo personale di uno degli abitanti Toch) è a malapena conosciuta l’esistenza, documentata in una nota contabile del 1858. Il nome ebbe probabilmente vita breve, fra il precedente Žirco e il successivo Cógu, che lo sostituì fino alla diaspora della famiglia Toch.
Volendo proprio attribuire l’appellativo PITÀCOL a qualcuno (e forzando anche un poco la mano), una potenziale origine potrebbe trovarsi in pìto = gallina (Sc229), a sua volta derivato dall’onomatopeico pitta, qui riferito a persona, probabilmente con intento derisorio. Ma forse è meglio non insistere, e tranquillamente riconoscere i nostri limiti (persevarare diabolicum…).
CÓGU è contemporaneo a Pitàcol, o lo segue di poco. Dura qui pochi anni, cancellato dall’abbandono definitivo dell’edificio da parte dei fratelli Toch che lo abitano nella seconda metà dell’800. Agli inizi del nuovo secolo, la famiglia Toch si disperde letteralmente ai quattro venti: un fratello in Tirolo, un altro (per breve tempo) nella casa di Marc (219), altri due (che porteranno con sé il nome della casata) nella nuova casa appena costruita (210).
Il significato del nome è trasparente (
cógu
= cuoco, Sc132, Pir168), ma non ne è nota l’origine: la spiegazione più verosimile è naturalmente che uno dei membri della famiglia esercitasse questa professione, con tutta probabilità da emigrante.

258 (d) — STÂLI DI TÛŠ (+), (in) RIÇÒT vecchia (TAMUSSIN)

L’edificio è conosciuto con il nome di STÂLI DI TÛŠ, in quanto fienile della famiglia di Tûš fino al recente cambio di proprietà (anni ’90) e successiva trasformazione in abitazione (non permanente).
In realtà, secondo una ricostruzione attendibile, doveva qui sorgere un tempo la vecchia casa di RIÇÒT. Il catasto del proposito di un edificio sito in questo stesso luogo recita infatti: “area di casa diroccata, ora stalla con fienile costrutto di nuovo” di proprietà Tamossini Antonio qm. Pietro. Si tratta per l’appunto di un Tamussin Riçòt, casata peraltro assai antica, risalendo almeno a Pietro Antonio Tamussin di Zuane (1734-1791), forse egli stesso detto Riçòt = ricciolo, riccioluto (Sc256, fr. rizzòt Pir868).
Nel 1799, il nome Riçòt si trasferisce per matrimonio ad altro ramo Tamussin, linea da cui discende il citato Antonio qm. Pietro. Sempre nel 1849 Antonio, insieme al fratello Pietro, risulta abitante nella casa per l’appunto denominata (e questa volta con certezza), (in) Riçòt (236), dove evidentemente la famiglia, e con essa il nome, si è trasferita nel frattempo.
Come si è detto, l’edificio fu destinato a stalla/fienile per oltre 150 anni, prima della recente e profonda ristrutturazione la quale, peraltro, ha lasciato inalterata la struttura esterna dell’edificio, con la parte superiore in legno a blockbau.

259 (a) — ŠTÂLI DI FLÈCH (+)

Si tratta del sito dell’ex fienile pertinente all’omonima e adiacente casa di Flèch (202).
Il nuovo edificio, completamente ricostruito sulle fondamenta del preesistente intorno al 1995, è adibito ad abitazione non permanente.

260 (a) — CJASÙTO DI GJÀRA (+)

Si tratta di un curioso fabbricato, di dimensioni ridottissime, quasi a ridosso della casa di Gjara (209) di cui costituiva una pertinenza, come sottolineato dallo stesso nome proposto. Nel tempo, l’edificio ha svolto diverse funzioni, fra cui certamente la più degna di nota è quella di forno per il pane della casa padronale.
La minuscola costruzione è stata convertita in minicottage intorno al 1997.

261 (a) — STÂLI DI NUŽI (TAMUSSIN)

Nel 1849, l’area risulta occupata da una stalla con fienile (proprietà di Antonio Tamussin di Pietro), costruita in luogo di una preesistente abitazione diroccata di cui non si hanno però altre notizie. Il fienile rimarrà tale per quasi 150 anni, fino all’incendio subito nella notte di Capodanno del 1992.
Attualmente è in via di definitiva ristrutturazione e riconversione ad abitazione.

262 (a) — (tal) PÓÇ (+), in BALBÌN (+) (proposti)

Recentemente costruito (1998) ex novo, l’edificio non è naturalmente dotato di alcuna denominazione storica. Quella proposta, sebbene apparentemente legata a un toponimo in quest'area76, è qui intesa solo a rappresentare l’angusta collocazione di questa costruzione, stretta fra l'edificio della Casa san Gallo (306) a N e una schiera di villette di nuova costruzione a S.
In alternativa, la seconda proposta rappresenta una soluzione certamente più soft.

1917. La Siëo (263).Trasporto a valle di un ferito al fronte di Volaia
1917. La Siëo (263).Trasporto a valle di un ferito al fronte di Volaia
263 (b) — (de) SIËO (TAMUSSIN, GAIER), BAR RISTORANTE EDELWEISS (GAIER)

Ex segheria (siëo Sc284, friul. sèe Pir1004), è uno dei numerosi edifici pre-industriali – segherie, mulini, fucine – che punteggiavano i corsi d’acqua di Collina. È, questa, l’antica siëo di Riçòt (la segheria di Riçòt, v. 259), come tale in funzione fino agli anni ’50.
Pur mantenendo la struttura originale, la segheria venne in seguito trasformata da Giuseppe Gaier (1923-1980, coniuge di una Tamussin discendente dello stesso Riçòt) in discoteca ante litteram: nelle estati dei ruggenti anni ’60, con l’ausilio di un juke box (e, nelle feste importanti, della musica live) la Siëo faceva il pieno di avventori che giungevano a frotte da tutta la vallata e – quasi incredibile a dirsi – da Collina stessa. Fatte le debite proporzioni, insomma, la Bussola di Viareggio, o il Covo di Santa Margherita77.
A quell’epoca risale anche l’odierna denominazione ufficiale, EDELWEISS, indubbiamente gradevole e suggestiva, ma fin dalle sue origini del tutto desueta a favore del termine locale Siëo. Anche una breve apparizione della denominazione “alla Segheria”, diretta traduzione del termine locale, non ha goduto di grande popolarità. Siëo era e Siëo è rimasta.
Dopo un lungo periodo di declino prima, e di chiusura poi, l’edificio è stato completamente ristrutturato e rinnovato nel 1996, e nuovamente adibito a bar ristorante.

264(in) GLÈRIO vecchia (DI SOPRA, TAMER)

Il nome della casa è molto antico: sebbene per lungo tempo (dalla fine del 1700) associato ai Tamer, la sua prima menzione è tuttavia relativa a un’altra famiglia. Il libro dei defunti riporta infatti, nel 1719, la registrazione della morte di Batta di Antonio Di Sopra (1633-1719) “dicti di Glèria”. In origine, quindi, Di Sopra e non Tamer, anche se i legami fra le due famiglie sono probabilmente sin d’allora (e certamente lo saranno nei secoli a venire) molto stretti, qui come altrove (a es. nella casa di Lenàrt, 120).
Si tratta di un altro di quegli edifici, risalenti forse alle origini stesse di Collina, di cui si sono perse le tracce. Lo stabile, probabilmente di dimensioni considerevoli e comprendente anche stalla e fienile, si trovava poco discosto dalla strada che da CP porta alla chiesa, nel punto più basso di questa, in corrispondenza della curva sulla carono (v. 116). La natura del terreno, evidentemente alluvionale, ne ha suggerito il nome (glèrio = ghiaieto, nome collettivo per i banchi di sabbia nell’alveo del torrente, Sc96 e Pir387, a sua volta derivante dal latino glarea, REW3779), denominazione poi trasferitasi in epoca ignota alla non lontana casa omonima (253).Quanto agli abitanti della casa, l’anagrafe stessa ed evidenti ragioni di continuità e contiguità con l’omonima e adiacente casa nuova suggeriscono gli stessi Di Sopra (meno probabilmente i Di Tamer). Quanto a tempi e modi, è forse chiedere troppo.

Chiesa di s. Michele. Pietra angolare sul muro frontale s., verso il campanile
Chiesa di s. Michele. Pietra angolare sul muro frontale s., verso il campanile.
301CHIESA di S. MICHELE

In posizione abbastanza inconsueta (si trova isolata rispetto a entrambe le ville ma, curiosamente, in posizione sottostante) e sebbene non dotata di preziose opere d’arte né di caratteristiche particolari, la chiesa di s. Michele Arcangelo ha tuttavia una sua secolare storia ricca di episodi, alcuni anche gustosi, come la disputa cinquantennale fra i villici e il curato di Sopraponti78.
Per la descrizione dell’edificio, vale riportare quasi integralmente il resoconto della visita pastorale di Agostino Bruno79, luogotenente del patriarca Francesco Barbaro, avvenuta nel novembre del 1602.

…Di questa Chiesa si avvalgono ambedue le Ville, e è posta in basso, in piano, e s’innalza in mezzo al Cimitero, e è ben chiuso da muro con unico ingresso, e la porta in legno e la griglia pure in legno. La Chiesa ha pareti abbastanza solide, rinnovate: il coperto in tavolette di legno, ben messo. È imbiancata, ma male lastricata, soffittata in legno, ad eccezione della cappella maggiore, che è a volta. Ha una campana e un piccolo campanile coperto in legno, e sopra la croce in ferro. Il campaniletto s’erge dal mezzo del tetto. C’è un unico ingresso, con la porta che chiude bene: c’è la pila dell’acqua santa, anche abbastanza bella, e due finestre con invetriate. …La Chiesa ha un solo altare, sotto la suddetta cappella a volta, in pietra intera, abbastanza comodo e alto, con sopra una icona scolpita in legno antica, indorata, con delle figure, fra le quali quella della B. Vergine e di san Michele Arcangelo. Manca di una cancellata e del baldacchino.…Nella medesima (chiesa, N.d.A.) c’è di sopra la porta una certa loggia in legno che serve per gli uomini. Non c’è confessionale, né la tabella dei casi riservati e dei figliuoli della dottrina…

Nonostante i successivi ampliamenti e rimaneggiamenti80, la descrizione dell’interno che dà il luogotenente Bruno è in gran parte fedele all’attuale: le finestre, l’acquasantiera, la loggia in legno che sovrasta la porta d’ingresso (la lindo, vero e proprio androceo della chiesa), sono sostanzialmente le stesse che vide il luogotenente del Patriarca.
Nel 1730 il campaniletto centrale venne sostituito da una vera torre campanaria all’esterno, con tetto a punta in stile alpino. Nella sua forma attuale (non particolarmente elegante, in verità …) il campanile data invece dal 1925, come pure il nuovo orologio: successivi progetti e iniziative per dotarlo di una terminazione più acconcia, con una cuspide più slanciata, non hanno avuto seguito.

1930. Festeggiamenti per il mezzo secolo di vita della Latteria sociale. In primo piano a d., casa Cógu (210)
1930. Festeggiamenti per il mezzo secolo di vita della Latteria sociale. In primo piano a d., casa Cógu (210).
302LATTERIA SOCIALE

La Società (Latteria Sociale Cooperativa, N.d.A.) vedendo che il locale preso in affitto era inadatto sotto ogni aspetto, e che non poteva sussistere la Latteria in quella casa81 deliberò di sobbarcarsi a nuove spese, cioè della costruzione di un locale apposito per uso di caseificio, e scelse Vidrinis, luogo se non centrico più accomodo tanto per Collina che per Collinetta. Nel 1884 l’autunno, fu dato principio…”.
Una volta di più, E. Caneva parla con pieno titolo e cognizione di causa, essendo stato egli stesso ideatore e promotore della Latteria Sociale di Collina, la prima di tutta la Carnia.
La costruzione fu terminata un anno più tardi, nel 1885, e l’edificio fu integralmente ricostruito e ampliato circa settant’anni dopo. Da allora il fabbricato svolse egregiamente le sue funzioni istituzionali (e altre accessorie) finché… fu necessario, per qualche tempo adattandosi anche a ospitare ai piani superiori i bimbi dell’asilo infantile.
A partire dagli anni ’60, con il graduale abbandono dei coltivi e dell’attività agro-pastorale, anche la latteria perse progressivamente la propria ragion d’essere. Oggi, in stato di conservazione non particolarmente brillante, attende tempi migliori…

1916-17.Reparto di alpini all'esterno della Canonica. Sullo sfondo, il fenile in luogo dell’attuale Albergo Coglians (216)
1916-17.Reparto di alpini all'esterno della Canonica. Sullo sfondo, il fenile in luogo
dell’attuale Albergo Coglians (216)
303CANONICA

Anni 1877 e 1878, fu costruita la casa Canonica. Il fondo su cui fu costruita detta casa era dell’attuale (1915, data di stesura delle memorie di Caneva, N.d.A.) casa di Tuus, ma impegnata la casa crollata allora esistente alla Chiesa di s. Pietro di Givigliana. Quella fabbriceria la cedette a Tolazzi Giovanni fu Nicolò detto Paur (oriundo di Moggio Udinese) venuto a Collina, Nicolò padre di detto Giovanni Paur. Il Tolazzi in compenso di detta area di casa, diede una pianetta alla Chiesa sudd.a” (le evidenziazioni sono nel testo originale).
Così Eugenio Caneva dà l’avvio al resoconto, come suo costume graffiante, della costruzione della canonica che avrebbe ospitato, per poco meno di un secolo, prima i cappellani e quindi i parroci di s. Michele. Fra il 1878 e il 1905, quando fu costruita la nuova scuola (304), la canonica svolse anche la funzione di edificio scolastico.
Proprietà del comune di Forni Avoltri l’edificio, cessata la sua funzione originaria, dagli anni ’70 ha svolto e svolge la funzione di soggiorno per gruppi organizzati e comunità parrocchiali.
L'immobile è stato ristrutturato nel 1998.

1944. Il Coro di Collina diretto dal m.o Alberto Agostinis (al centro nella foto, accanto a don Massimo Felice) ritratto nel cortile dellas cuola. A d., la casa Bianchi/Mòdie (203)
1944. Il Coro di Collina diretto dal m.o Alberto Agostinis (al centro nella foto, accanto a don Massimo Felice) ritratto nel cortile dellas cuola. A d., la casa Bianchi/Mòdie (203)
304SCUOLA

…La prima pietra fu collocata alle ore 16 del 19 luglio successivo (1904, N.d.A.), e per le vicende atmosferiche il lavoro venne compiuto la Ia decade di ottobre 1905… Sorprendente fu il trovare dei carboni di legna a metri 3 di profondità, e un ferro di bue, alla profondità di metri 2,50… ” (l’evidenziazione è nel testo originale).
Riguardo ai resti ritrovati durante lo scavo delle fondamenta, l’ipotesi più probabile è che il luogo fosse in precedenza sede di una fucina di fabbro, il che darebbe conto sia del carbone che del ferro di bue. Anche la posizione sul territorio ha molte analogie con la bottega di fabbro di Vidàrios (101) a CP.
Quanto al tempo in cui collocare tale attività, la considerevole profondità del rinvenimento e la sorpresa che pare cogliere i Collinotti farebbero propendere per diverse centinaia d’anni, ma francamente non mi sento in grado di avanzare alcun tentativo di quantificazione in proposito.
Prima della costruzione di questo edificio, Collina non era dotata di una sede scolastica vera e propria, la cui funzione venne surrogata prima da una parte della casa di Titài, a CP (106), e quindi dalla Canonica (303). Questo edificio esercitò il proprio ruolo istituzionale di scuola elementare per circa settant’anni: in seguito, il progressivo calo demografico portò a un inevitabile accorpamento e centralizzazione della funzione nel capoluogo comunale, lasciando la struttura – oggi in via di progressivo degrado – in attesa di nuova destinazione d’uso.
Retorica a parte, non si può chiudere un questo brevissimo cenno sulla scuola di Collina senza menzionare due personaggi che di questo edificio – e sia detto senza alcuna enfasi – hanno fatto la storia e rappresentato la quintessenza: Alberta Agostinis (1893-1975) e edoardo Tolazzi (1898-1967), la maeštro e lu maeštri, senza aggettivi, quasi per antonomasia. Entrambi di Collina, in due totalizzarono oltre ottant’anni di insegnamento: un magistero che quassù non solo ha completamente cancellato l’analfabetismo (non certo diffuso ma comunque presente), ma ha letteralmente fatto scuola.
Collina e i Collinotti devono molto a entrambi.

305SOGGIORNO ALPINO AQUILEIA – MONS. MARCUZZI

Costruito negli anni ’80, è il primo segno stabile e definitivo del cambiamento indotto negli assetti urbanistici di Collina, in quanto primo edificio esplicitamente “non integrato” – dalla ideazione alla fruizione – nella comunità locale.
Nel corso dei nostri vagabondaggi attraverso i secoli e attraverso la villa abbiamo visto come tutti indistintamente gli edifici – dalla scuola alle case, persino agli alberghi – siano stati pensati, costruiti e originariamente utilizzati in funzione della comunità locale nel suo insieme, o dei singoli membri della stessa comunità. Questo edificio è il primo a non rientrare nello schema usuale, ad avere funzionalità e rispondere a esigenze altre da quelle descritte poc’anzi. Ciò non rappresenta certo un titolo di demerito o una colpa per alcuno: è un semplice dato di fatto, un segno dei tempi cui altri segni hanno già fatto e faranno seguito in futuro. Niente di male, speriamo.
L’edificio, di proprietà della Parrocchia di Aquileia, è destinato a casa di soggiorno per famiglie.

306RESIDENCE GARDENIA

Costruito alla metà degli anni ’90, è un condominio costituito di appartamenti esclusivamente adibiti a seconde case, non essendovi oggi residenti stabili.
Da vecchio gufo impenitente, mi permetto di notare la curiosa attribuzione del nome di un fiore certamente profumato e seducente, ma purtroppo non presente nella pur numerosa e variegata flora locale (un altro segno dei tempi?).

307CASA S. GALLO

L’edificio, costruito nel 1992 e anch’esso destinato a casa di soggiorno, è di proprietà della Parrocchia di Moggio Udinese.
Il nome si deve al santo titolare dell’Abbazia di Moggio, il cui abate, in nome e per conto del Patriarca di Aquileia, esercitò i diritti feudali a Collina fino al sopravvento della Repubblica di Venezia, nel 1420. Una sorta di ritorno, dunque, agli antichi possedimenti feudali.

NOTA.

Ad abundantiam, in merito alle riflessioni espresse qui sopra e nelle pagine precedenti, relative a strutture che in qualche modo e in qualche misura a Collina rappresentano una discontinuità rispetto alla funzionalità urbanistica “storica” dell'edilizia locale (ma la storia e lo stesso progresso sono figli anche delle discontinuità), ricordo come queste riflessioni vadano pur sempre ricondotte e inquadrate nell'ambito di un'analisi storico-evolutiva del contesto urbanistico quale quella tentata qui.
Se mai ve ne fosse bisogno – e mi auguro proprio di no – ribadisco come queste considerazioni non intendano in alcun modo rappresentare una censura, o anche solo la benché minima disapprovazione nei confronti degli edifici in sé, né di chi li ha costruiti o, men che meno, di chi ne fa correttamente e felicemente uso.
Ben altre sono le purtroppo visibili non-funzionalità urbanistiche, le deturpazioni e le autentiche violenze perpetrate nei confronti della storia, del territorio, delle persone – tanto residenti quanto ospiti – e, in ultima analisi, del buon senso e del buon gusto.

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