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Natalità

Naturalmente, in senso stretto si tratta non di nascite ma di battesimi, con tutte le ben note implicazioni e riserve del caso. Tuttavia, si ha ragione di ritenere che, almeno in questo caso, l’approssimazione sia molto valida. Assunzione, questa, fondata da un lato sul numero relativamente elevato di battesimi in periculo mortis (1% del totale) sia da parte dell’ostetrica che di altri, elemento questo che recupera all’anagrafe neonati altrimenti perduti a questo scopo; dall’altro, dal relativamente esiguo numero di “vuoti” nella pressoché sistematica sequenza bi/triennale delle nascite nelle famiglie di coppie in età fertile. Vuoti che induttivamente potrebbero anch'essi ricondursi, se non del tutto almeno in parte, a nati morti o a morti senza battesimo.

Dei battezzati, purtroppo, mancano i registri dal 1719 al 1794, andati perduti chissà come e chissà quando. Comunque, restano pur sempre 2243 nati nell’arco di 400 anni (con l’esclusione, naturalmente, degli 85 anni mancanti): i numeri su cui lavorare non mancano certo. Mancano semmai le informazioni collaterali, le chiavi di lettura di andamenti talvolta singolari e curiosi ma anche, temo, destinati a rimanere in buona parte inspiegati.

Il numero ridotto dei rilevamenti censuari (v. al paragrafo POPOLAZIONE) non consente di effettuare una stima accurata del tasso di natalità e del suo andamento, ovvero del numero medio di nati in rapporto alla popolazione. I pochi calcoli effettuati a tempi fissi danno risultati sostanzialmente allineati a quelli delle altre ville carniche dell’epoca nei valori massimi (intorno a 35 nati per mille abitanti), e leggermente superiori a esse nei valori minimi (a Collina il tasso di natalità su base decennale non scende mai al di sotto del 20 per mille)82. Non trattandosi di dati omogenei, il confronto ha comunque un valore puramente indicativo.

All’occhio dell’osservatore, anche frettoloso, balzano evidenti natura e origini di questo dato di natalità, le stesse a Collina come nel resto della Carnia e forse dovunque nel contesto delle civiltà contadine occidentali dal ‘600 a tutto l’800.

Mediamente (qui in senso non strettamente statistico: mi rendo conto di usare impropriamente un termine che in questo contesto ha un valore quasi sacrale, ma l’importante è capirsi) la donna collinotta coniugata e in età fertile, fra i 25 e i 40 anni e oltre, partorisce ogni due/tre anni, fornendo un grosso contributo a quella che è stata definita, con espressione tanto felice quanto tremenda, fabbrica d’uomini83. Uomini che spesso non hanno neppure il tempo di compiersi del tutto, come testimonia l’ossessiva insistenza con cui i nomi di battesimo si ripetono nelle schede dello stesso nucleo familiare (v. CD-ROM), a sostituire gli omonimi fratelli e sorelle che li precedono e non sopravvivono: due, tre, quattro Odorico o Leonardo o Ursula, prima di “fabbricare” quello che sopravviverà, o prima di abbandonare definitivamente un nome forse ritenuto malaugurante e passare a un altro, magari con il medesimo risultato.

Dieci, dodici figli rappresentano certamente l’eccezione, sebbene tutt’altro che rara; sei, sette è invece la regola della “fabbrica”, quando questa funziona ammodo. Già, perché il prezzo che si paga è alto: talvolta – anzi, frequentemente – nella fabbrica si rompono anche le “macchine”. Non muoiono solo i neonati o i bambini in tenera età: insieme a loro muoiono le madri, spesso di parto o di complicanze post parto di cui non occorre qui dare neppure ragione, tanto le cause sono diffuse, evidenti e, fino a tempi relativamente recenti, apparentemente incoercibili.

E allora sono guai per quelli che restano, padre ed eventuali figli precedenti, tant’è che le vedovanze maschili durano poco, devono durare poco. Ma questo è un altro discorso, sul quale torneremo più avanti.

Di ritorno ai dati, nella figura 3 è riportato l’andamento del dato grezzo delle nascite per tutto il periodo considerato (1600-2000), insieme al dato di media mobile su base decennale.

L’andamento di quest’ultima, più “leggibile” del dato puntuale, evidenzia un andamento ciclico della natalità, con periodo approssimativamente quarantennale (da 50 anni). Risultano infatti evidenti almeno sei cicli con massimi negli anni 1620, 1670, 1710, 1840, 1870, 1910.

Figura 3

L’andamento ciclico della curva suggerisce anche l’esistenza di uno o più probabilmente due massimi di natalità (1750 e 1790?) nel periodo di “buio” dell’anagrafe, come pure evidenzia un ultimo tentativo, senza esito, di riavvio del ciclo intorno al 1930 (la “spalla” della curva).

Un confronto – sebbene non sistematico – con le rilevazioni di Bianco e Molfetta84, relative ad altre ville della Carnia nello stesso periodo storico, porta ad analoghe conclusioni in termini di frequenza del ciclo di natalità.

In realtà, non credo proprio si possa parlare di un fenomeno con alcun carattere di originalità o di novità, ché anzi lo ritengo evento ben noto agli studiosi di dinamica demografica, legato com’è al ciclo naturale di fertilità (ciclo naturalmente integrato e condizionato – questo sì in maniera relativamente peculiare – da fattori socioeconomici specificatamente locali).

La ripetitività del ciclo dura dunque poco più di 300 anni, dagli inizi della nostra osservazione fino ai primi decenni del 1900: all’ultimo picco di natalità, intorno al 1910 (valore che rappresenta anche il massimo storico dell’anagrafe), segue un decremento pressoché continuo fino ai giorni nostri. Infatti, il tentativo di ripresa del ciclo intorno al 1930 cui si è fatto cenno poc’anzi, e che proseguendo la serie storica avrebbe portato a un nuovo massimo intorno al 1940-1950, non ha seguito. I suoi effetti si limitano a un temporaneo arresto nel declino della natalità – ormai irreversibile – che nel volgere di pochi anni riprende la propria discesa a precipizio. Quest’ultimo fenomeno ha ovviamente carattere tutt’altro che locale o contingente, allineato com’è al costume e ai nuovi stili di vita dell’intero emisfero occidentale contemporaneo.

Anche sull’andamento delle nascite, al pari delle altre variabili demografiche, incombe l’evento singolo più eclatante dei 400 anni di storia anagrafica di Collina: la falcidia del 1800 (32 morti in un anno), che riporta la popolazione ai valori di 150 anni addietro, e il numero assoluto delle nascite pure indietro di 200 anni.

Paradossalmente ma non troppo, l’anno dell’epidemia è ancora assai prolifico (sono registrate 14 nascite): con esso si chiude una lunga serie con nascite annuali al di sopra delle 10 unità. Nell’anno successivo, il 1801, nonostante i morti del età fertile siano in numero assai limitato (v. capitolo successivo) le nascite crollano a 3, e anche nel 1802 i nuovi nati saranno solamente 5. Vero è che i matrimoni praticamente si azzerano (negli anni dal 1800 al 1803 se ne contano due soli) tuttavia l’impatto di questo fattore causale è statisticamente irrilevante e comunque sproporzionato al presunto effetto di caduta delle nascite.

È probabile invece che il crollo della natalità sia la risultante dell’effetto concorrente di due fattori: da un lato un saldo migratorio pesantemente negativo, ai limiti dell’emorragia (la popolazione diminuisce di quasi un terzo in cinque anni), probabilmente sovralimentato dalla epidemia stessa e che va ad aggiungersi e ad amplificare un già cospicuo flusso “fisiologico” dell’emigrazione; dall’altro la probabile insorgenza di una qualche forma di controllo delle nascite, una sorta di meccanismo di difesa e di autodifesa, almeno fino alla scomparsa della minaccia del morbo. È un evento drammatico i cui effetti, al di là del mero dato puntuale, sono di portata gigantesca, trascinando la stessa media decennale delle nascite del periodo in una caduta di quasi 10 punti, da 3.5 nascite/anno.

Figura 4

Ma la vita continua, e non è un modo di dire. Infatti, anche questo evento tragico non interrompe la quasi ferrea regola della periodicità del ciclo fertile cui si è fatto cenno alla pagina precedente: 27 anni più tardi, in un nuovo massimo di natalità, la media annua delle nascite si riporta su valori prossimi a 10 (9.6).

A proposito di cicli e di frequenze, detto dell’andamento della variabile natalità nel corso degli anni, ben più di una menzione merita anche l’analisi dell’andamento mensile delle nascite all’interno del ciclo annuale, ovvero la loro distribuzione nei vari mesi dell’anno (fig. 4)85. Si tratta di un fenomeno di estremo interesse e con notevoli implicazioni di carattere socioeconomico e di costume, la cui trattazione preferisco però rimandare al paragrafo relativo ai matrimoni, in quanto a questi ultimi strettamente legato, e ciò non certo (non solo, almeno) per mero nesso di causalità diretta!

A conclusione di questo lungo capitolo aggiungo qualche aspetto inerente al costume più che alla statistica, in un contesto un poco meno arido e più colloquiale (un po’ più da filo, insomma…).

Nei 400 anni considerati, i nati di sesso maschile sono 104.5 per ogni 100 femmine: un rapporto pressoché costante nel tempo e in linea con la statistica generale86. Si tratta apparentemente di una considerazione banale e scontata, che tuttavia sottende implicazioni tutt’altro che trascurabili: prima fra tutte, l’esclusione dell’infanticidio come forma diffusa di controllo selettivo delle nascite. Sembra, questo, argomento da relegare nel museo degli orrori, o da confinare a paesi e culture lontani ed estranei alla civiltà occidentale moderna. La realtà storica e documentale dimostra che così non è.

1942. Cinque generazioni, tutte al femminile. Dalla trisavola alla pronipote: Giuditta Agostinis (Pirucèlo) e Anna Tolazzi (Šulìn), quindi Teresa Tamussin (Betàn), Ines Della Pietra, Gina Gussetti
1942. Cinque generazioni, tutte al femminile. Dalla trisavola alla pronipote: Giuditta Agostinis (Pirucèlo) e Anna Tolazzi (Šulìn), quindi Teresa Tamussin (Betàn), Ines Della Pietra, Gina Gussetti

Per non citare che l’esempio forse più conosciuto alle nostre latitudini (e longitudini), è noto che la soppressione delle neonate femmine era prassi ancora diffusa nella Cina di pochi anni fa, pratica alimentata dal maggior “valore” prospettico, reale o presunto che fosse, del figlio maschio rispetto alla femmina nel contesto socioeconomico di quel paese87. Tuttavia, per trovare analoghe consuetudini non c’è bisogno di andare così lontano: è sufficiente andare a ritroso nel tempo di 300 o 400 anni, alle origini temporali della nostra ricerca, e portarci nei luoghi già citati nell’analisi onomastica, nell’entroterra del Levante ligure del diciassettesimo secolo.

A Tribogna88, su una popolazione di battezzati statisticamente significativa (204), nel periodo 1625-1639 il rapporto è di 156 maschi per 100 femmine; dal 1748 al 1762, il dato scende a 122, valore pur sempre ragguardevole rispetto alla media di 105-106 universalmente rilevata.

A Collina il rapporto maschi/femmine negli anni 1625-1639 è di 122 (ma su una popolazione meno significativa, 80 nati), mentre dal 1700 al 1718 (gli anni disponibili più prossimi al secondo intervallo rilevato a Tribogna) il rapporto scende a 92 maschi per 100 femmine89.

Sia ben chiaro: non che la pratica dell’infanticidio femminile fosse peculiare o anche solo caratteristica di quei luoghi. Al contrario, era prassi verosimilmente piuttosto diffusa nelle civiltà contadine dell’epoca, tant’è che mi sembra interessante segnalarne l’assenza a Collina.

Naturalmente questo non è, non vuole né può essere un giudizio di valore o – peggio – morale. È semplicemente la presa d’atto di un fenomeno e, prima ancora, della probabile assenza a Collina dei presupposti socioeconomici alla sua origine.

Allo stesso modo, a Collina sembra assente, o non rilevabile, anche la prassi della cosiddetta ”esposizione”90, ovvero dell’abbandono degli infanti a istituti più o meno preposti alla raccolta dei trovatelli, le famose ruote dei conventi o degli ospedali (le grandi “case”) all’origine di numerosi cognomi in tutta Italia: Esposito, Casagrande, Della Casa etc..

Conseguentemente, a Collina è certamente sconosciuto (almeno come istituto formale) il baliatico, contraltare dell’esposizione e fenomeno anche questo diffusissimo nella realtà ligure cui abbiamo ripetutamente fatto riferimento, dove assume la veste istituzionalizzata e sistematica di fonte di reddito integrativo, attraverso veri e propri contratti con gli orfanotrofi. In Fontanabuona, una parte dei neonati che escono clandestinamente dalla valle per essere “esposti” a Genova rientra poi ufficialmente a balia, fors’anche negli stessi luoghi d’origine.

Non è da escludere che la lontananza di Collina dai luoghi preposti alla raccolta e alla redistribuzione della “materia prima” (gli infanti) abbia giocato un ruolo rilevante nell’assenza del fenomeno. Tuttavia, preferisco far credito alla gente di quassù anche di uno spirito aperto e tollerante, in anticipo sui tempi e tale da rendere – ovviamente insieme alle condizioni al contorno – non necessaria o comunque inusitata una tale pratica almeno per quanto concerne gli illegittimi91. Inclinazione aperta e tollerante (beninteso, relativamente agli standard dell’epoca) che a mia sensazione comunque traspare dall’anagrafe e dai documenti del tempo.

A tale proposito il supporto quantitativo e documentale si fa in verità labile e non necessariamente probante: tuttavia, il quadro d’insieme sembra contraddistinto da uno spirito non bigotto né oscurantista, e neppure beceramente maschilista. Non è certamente il profilo di una società liberale ante litteram (non dimentichiamo che siamo pur sempre nel ‘600-‘700), ma alcune aperture sono decisamente anticipatrici dei tempi.

Ad esempio, la procreazione al di fuori del matrimonio è probabilmente riprovata, ma non appare criminalizzata né necessariamente emarginante. Le donne stesse, sebbene non titolari della vicinia (anche nelle sedi più modeste il diritto di voto femminile è ben di là da venire, anche nei paesi europei più evoluti), agiscono talvolta da formali vicarie dei mariti assenti, prendendo posizione anche collettivamente. È il caso della disputa del 1795 fra il mansionario Osualdo Bonano e i villici di Collina circa il rinnovo dell’incarico92. O ancora, almeno in un caso di separazione dei coniugi (naturalmente benestanti…) si assiste a una vera e propria formalizzazione dell’evento, compresa la divisione dei beni dei coniugi stessi davanti al solito notaio, personaggio immancabile delle diatribe collinotte del tempo (e successive).

Insomma, le donne non sono solo divise fra i campi e la filo. Anticipando e parafrasando Pelizza da Volpedo, ancora ben di là da venire, anche nel Quarto Stato di Collina le donne sono in prima fila…

Ma ormai siamo a note di costume che poco hanno a che fare con l’anagrafe e la demografia, della quale perciò riannodiamo il filo perduto.

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