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Nuzialità

Un breve cenno anche ai matrimoni, più sotto il profilo socioeconomico e di costume che strettamente statistico (età degli sposi, fertilità, vedovanza etc.), sebbene il materiale anche in questo caso non faccia difetto.

Figura 7.

Al pari di ogni altro indice demografico, va da sé che anche l’andamento della nuzialità – ovunque e in ogni tempo – è la risultante di più variabili e cause: generali e particolari, concordi o antagoniste, comunque combinate e spesso indistinguibili negli effetti e nel risultato finale98. Tradizioni, religione, microclima, disponibilità economica o altro, tutto concorre alla “somma decisione” che, comunque, deve fare i conti con una condizione aprioristica e imprescindibile: la disponibilità di “materia prima”. Senza gli sposi (entrambi), i matrimoni generalmente non si fanno99 : sembra – ed è – una banalità, ma le conseguenze pratiche sono di portata tutt’altro che trascurabile.

In particolare, a Collina come in tutta la Carnia, la disponibilità temporale del nubendo “lui” è tutt’altro che piena e totale nel corso dell’anno e degli anni. I ritmi della vita sociale e individuale sono scanditi sì dalle stagioni, ma anche dai rigidi tempi dell’emigrazione (soprattutto maschile) e, più in dettaglio, dalle tipologie di questa; è persino ovvio constatare come la prima, immediata conseguenza dell’emigrazione sia pertanto la limitata disponibilità in villa della componente maschile “abile” al lavoro nonché alla costituzione (matrimonio) e all’espansione (riproduzione) del nucleo familiare.

Fine’800. Coniugi nel classico ritratto d’epoca

Fine’800. Coniugi nel classico ritratto d’epoca.

Sull’emigrazione carnica e sui suoi effetti socioeconomici si è detto e scritto in abbondanza. Dei cremârs, ad esempio, e della loro plurisecolare attività si parla certamente più oggi di quanto non si facesse cinquanta o settanta anni fa, riscoprendo un fenomeno in parte sconosciuto, soprattutto nei suoi aspetti quantitativi100, allo stesso popolo che ne è stato protagonista. Documenti, saggi e mostre mettono in evidenza un vero e proprio fenomeno di massa che coinvolge e condiziona ogni aspetto – nessuno escluso – del microcosmo delle ville carniche.

Per secoli, dunque, i cremârs lasciano il paese a fine settembre per farvi ritorno solo a primavera inoltrata, circoscrivendo in tal modo il tempo utile per i matrimoni (e i concepimenti) al periodo estivo. Gli effetti sugli andamenti demografici in relazione alle tipologie migratorie sono già stati ampiamente studiati e descritti in numerosi lavori.

Fra i molti e diversi, per taglio e profondità, ricordo con piacere il brillante e gradevolissimo saggio di Giorgio Ferigo101, afferente a una realtà (S. Giorgio di Comeglians) che evidenzia molte analogie – seppure insieme a qualche non marginale differenza – con quella di Collina: analogie e differenze che cercherò brevemente di evidenziare, almeno sotto il profilo qualitativo, integrandole con qualche ulteriore considerazione consentitami dal periodo di osservazione più lungo della popolazione di Collina rispetto a Comeglians (Ferigo circoscrive e approfondisce la sua analisi relativamente al periodo 1600-1654).

Le analogie sono evidenti quando si confrontino le distribuzioni mensili dei matrimoni rilevate nelle due località nella prima metà del 1600 (fig. 8).

Figura 8.

In entrambi i casi è evidente la concentrazione dei matrimoni nel periodo estivo, da giugno a settembre. Tuttavia, se le analogie di fondo sono ben chiare, altrettanto visibili sono le differenze di dettaglio.

A Collina, la nuzialità estiva è bimodale, con due massimi a giugno e settembre (dopo l’arrivo e prima della partenza dei cremârs?); a Comeglians la distribuzione è decisamente monomodale, centrata sul mese di settembre. Inoltre, da dicembre a maggio a Collina pare non ci si sposi del tutto o quasi, mentre a Comeglians – tabù di dicembre e marzo a parte – l’inverno non è completamente privo di nozze. E dunque: solo cremârs (o quasi) a Collina, mentre a Comeglians sono già presenti assetti socioeconomici più stabili ed evoluti, o comunque diversamente strutturati? Dettagli, se mi si passa l’espressione, in questo contesto dove rimangono ancora da descrivere altri fenomeni decisamente più macroscopici.

Verso la metà del XIX secolo le cose cambiano radicalmente, a conferma – se mai ve ne fosse bisogno – dell’asserto di Ferigo circa i mutamenti tipologici dell’emigrazione sopravvenuti in quel periodo.

Cambia l’emigrazione – per tipologia, per destino, per tempistica – e cambiano i suoi effetti: il periodo dei matrimoni si sposta decisamente a gennaio-aprile, con la consueta eccezione del periodo quaresimale (fig. 9), mentre le nascite, prima concentrate nel primo semestre dell’anno, si spostano nei mesi da agosto a gennaio (v. fig. 6).

È il declino dei cremârs come fenomeno massivo, sostituito dal lavoro dipendente; è il mutamento della destinazione dell’emigrante, che dai paesi contermini del centro Europa si rivolge verso l’Italia e gli altri paesi europei; è il cambiamento dei tempi, non più dettati dal ciclo agricolo del paese ma dalle esigenze produttive della nascente economia industriale.

Sul piano del costume, in pieno accordo con le conclusioni di altre analisi socio-demografiche realizzate in Carnia, anche da Collina giunge la smentita del luogo comune che vorrebbe maggio come “mese delle spose”. Se con ciò si vuole intendere un costume con radici in una tradizione diffusa, la smentita è per certi aspetti clamorosa e senza appello: di questa presunta tradizione, quassù non si vede ombra. Al contrario.

Figura 9.

Come altrove in Carnia, e fino a tempi recentissimi nella nostra scala (dopo il 1950), anche a Collina maggio è un mese di minima quasi assoluta dei matrimoni, paragonabile ai soli mesi tradizionalmente interdetti di marzo (quaresima) e dicembre (avvento). Solo nel secondo dopoguerra, sotto la pressione dei nuovi modelli di vita e di nuove esigenze e convenienze, gli antichi costumi sbiadiscono, e anche i divieti sacrali si temperano: cadono i tabù.

A partire dal 1950, i matrimoni si distribuiscono più uniformemente nel corso di tutto l’anno, beneficiando fra gli altri anche il mese di maggio, il quale peraltro non risulta particolarmente premiato. Ma siamo ormai in tempi in cui il numero stesso dei matrimoni crolla verticalmente, e la base statistica perde di rappresentatività.

Per una analisi delle cause e dei fondamenti del tabù di maggio, rimando ancora una volta ai preziosi saggi di Giorgio Ferigo, che percorre gradevolmente ed esaurientemente l’intero ciclo di vita di questo vero e proprio “istituto”102.

Un brevissimo accenno alla vedovanza, infine, solo per confermare quanto da altri già osservato e misurato in analoghi contesti.

Le vedove, anche giovani, difficilmente si rimaritano. Viceversa, gli uomini riprendono moglie con velocità che oggi sarebbe ritenuta persino sconveniente: il tempo minimo rilevato è di soli tre mesi, ma periodi di vedovanza inferiori all’anno sono prassi comune fino alla metà dell’800, periodo critico e di profondi mutamenti nel tessuto socioeconomico.

Fino ad allora, il problema principale del vedovo con prole – soprattutto se emigrante, come spesso accade – è quello di garantire una madre ai propri figli, quasi sempre piccoli quando non infanti: una vera e propria questione di sopravvivenza, un mix drammatico di dolore e di sentimenti, di speranze e di legittimi interessi e necessità di tutti i soggetti coinvolti, che fa giustizia di luoghi comuni e di affrettate chiavi di lettura.

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