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Popolazione

La quantificazione precisa e “contabile” degli abitanti103, nell’intero arco di tempo, è assai problematica, in particolare per i primi due secoli: le conte delle anime degne di questo nome antecedenti al 1800 sono solamente due (1647 e 1736)104. Tuttavia, con qualche semplice artifizio e sulla base di dati accessori, è possibile effettuare con sufficiente attendibilità ulteriori stime della popolazione in tempi storici.

Altre stime – non necessariamente più precise e attendibili – sarebbero state possibili anche a partire dai dati di mortalità “normalizzata” (depurata degli effetti epidemici o contingenti), in considerazione dell’elevato grado di correlazione fra mortalità e popolazione nel medio periodo (50÷100 anni). Tuttavia, trattandosi di un lavoro descrittivo e non specialistico, non ho ritenuto opportuno inoltrarmi su questa strada.

A scopi censuari non risulta invece di alcuna pratica utilità l’analisi dei saldi naturali della popolazione (nati–morti, fig. 10), ampiamente sovrastati dalla costante e pesante interferenza dei saldi migratori negativi.

Figura 10.

A titolo di esempio quantitativo, si veda il periodo 1602- tab. C1 (in appendice, in fondo al volume): il movimento della popolazione presente evidenzia un saldo naturale positivo di 21 unità, a fronte di un movimento anagrafico con un saldo, anch’esso positivo, di 122 unità. In totale, nel periodo mancano all’appello 101 individui! Morti di parrocchiani, avvenute e non registrate? Possibile, certo (anche se, personalmente, tendo a escludere una massiccia sottostima anagrafica dei decessi) ma comunque non bastevole, e soprattutto non in questa misura, visto che persino degli emigranti temporanei deceduti e sepolti all’estero si registra la morte!

C’è dell’altro, e questo ”altro” non può essere che emigrazione definitiva, con l’equivalente della cancellazione dall’elenco dei residenti.

L’analisi del movimento della popolazione attraverso il saldo naturale resta quindi un puro – sebbene per altri versi interessante – esercizio statistico.

In chiave analitica, l’andamento generale della popolazione residente di Collina nell’arco di 400 anni è caratterizzato da quattro fasi distinte, due di espansione e due di contrazione, fortemente differenziate per cause e intensità (fig. 11).

La prima fase di espansione spazia dalle origini del nostro periodo di osservazione, intorno al 1600 (come fosse la situazione prima d’allora non si saprà forse mai), e dura fino al 1800.

Figura 11.

Sebbene, come già sottolineato in precedenza, frutto di interpolazioni in parte arbitrarie, i grandi numeri evidenziano una lenta e continua crescita alimentata dal saldo naturale attivo nati-morti, quest’ultimo a sua volta temperato dal saldo migratorio negativo. Il saldo naturale è certamente attivo (per una verifica puntuale, v. il quadro di dettaglio in appendice), ma in presenza di un grado di mortalità infantile, e soprattutto neonatale, elevatissimo.

Per riandare agli inizi della nostra storia, non sappiamo dunque quanti abitanti vi fossero a Collina nel 1600. Sappiamo tuttavia che nel 1602 c’erano 30 “fuochi” o famiglie (e, soprattutto, soggetti fiscali). Il luogotenente patriarcale Agostino Bruno si premura anche di farci sapere che i suddetti fuochi sono ripartiti fra Collina di Sopra (18) e di Sotto (12).

Assumendo, in linea con la dimensione media dei nuclei familiari dell’epoca in Carnia105, un numero medio di 5.2 componenti per ciascun nucleo, si ottiene una stima totale di 156 abitanti per l’intera villa. Questo risultato – certamente approssimato – è tuttavia da considerarsi attendibile, soprattutto alla luce del dato del 1647 (dato certo, questa volta) ricavato dalla “Nota delle anime delle ville della Carnia106, che quantifica in 177 gli abitanti di Collina.

Un incremento di soli 21 abitanti in un arco di 45 anni, sebbene assai contenuto, appare comunque verosimile, soprattutto alla luce del pesante saldo migratorio negativo quale risulta dal computo dei dati anagrafici del periodo, già citato a titolo esemplificativo.

Pur con tutte le riserve del caso, il saldo negativo risultante di –101 unità nel periodo 1602-1647 è a prova di qualsiasi errore grossolano. Quale che sia il valore reale del saldo, sia esso –80 o –50, invece di –100, la sostanza del problema resta invariata: sia permanente che definitiva, l’emigrazione da Collina è già allora una realtà, e di considerevoli dimensioni. Ciononostante, la popolazione cresce. Ma siamo ancora nella prima parte del primo periodo espansivo.

Per il dato successivo – questa volta accertato – relativo alla popolazione presente, bisogna attendere oltre 70 anni, fino al quel tempo, Collina comincia ad assumere proporzioni considerevoli: in quell’anno gli abitanti sono infatti ben 297 (o dovremmo forse dire solo 297?).

Dal 1718 siamo privi dell’anagrafe dei nati; già a quell’anno, tuttavia, il saldo naturale nati-morti a partire dal censimento precedente del 1647 è di + 311 unità. Dal 1718 al 1736 non ci sono morìe, anche il numero di matrimoni è nella regola (è anzi piuttosto elevato), e non c’è alcuna ragione per pensare a una ipotetica, drastica riduzione delle nascite. La situazione appare del tutto normale. E probabilmente lo è davvero, evidenziando un saldo migratorio negativo, nell’intero periodo, certamente superiore alle 121 unità, e ragionevolmente di molto superiore alle 200! Sono cifre talmente impressionanti da insinuare il dubbio dell’errore sistematico, e grossolano per di più! Tuttavia, queste sono le cifre e le anime, per dirla ancora con Ferigo.

Nell’ultima fase del primo ciclo di popolazione crescente, la quantificazione del saldo anagrafico, e conseguentemente di quello migratorio, risulta praticamente impossibile a causa del citato black out delle nascite.

Una stima della popolazione al 1799, effettuata sulla base del numero di cresimandi del 1790, porta a un valore di circa 315 unità. Estrapolando linearmente al 1799 la tendenza 1672-1736 (operazione che non appare del tutto illegittima, alla luce delle altre variabili demografiche non significativamente perturbate), si perviene invece a un valore della popolazione di circa 382 unità, molto più elevato della stima effettuata sulla base dei cresimandi. In ogni caso, qualunque valore si assuma per il 1799, l’anno che chiude il primo periodo di espansione, il dato non muta le proporzioni dello sconvolgimento che si va preparando. Sei anni dopo, nel 1805, nella Statistica della Cargna, gli abitanti della villa di Collina risultano in numero di 216; quindici anni più tardi, in occasione della visita pastorale del 1820, saranno ancor meno: 201.

Degli avvenimenti del 1800 e dintorni sotto il profilo anagrafico si è già ampiamente trattato in precedenza. Tuttavia, le proporzioni dell’accaduto coinvolgono certamente anche aspetti più generalmente e genericamente socioeconomici.

Se nel solo 1800 muore il 10% della popolazione, nei 20 anni successivi la stessa popolazione subisce un ulteriore calo compreso fra il 25 e il 35%, nonostante un saldo naturale ampiamente positivo. Fra il 1805 e il 1820, il saldo naturale è infatti di +24 unità, ma il movimento complessivo è negativo, a –15. Almeno apparentemente, l’epidemia del Collina sembra davvero essere l’evento originario e scatenante dell’emorragia di popolazione che colpisce la villa, ma non è certamente questa la sola spiegazione: è anzi probabile che si tratti – almeno in parte – di una mera coincidenza temporale.

In Carnia, lo spopolamento è infatti generalizzato, nonostante il movimento anagrafico positivo riscontrato nella maggioranza delle ville in quel periodo. Dal lavoro citato di Bianco e Molfetta, riporto qui di seguito il saldo anagrafico del periodo 1806-1820 di alcuni paesi di Gorto.

  • Collina +20
  • Lauco e Vinaio +71
  • Ovaro +50
  • Luincis +72
  • Comeglians +22

Per completezza e correttezza, va pur detto che negli stessi anni a Trava il saldo anagrafico è negativo, –66, ma l’eccezionalità di questo dato è tale, anche nella dimensione, da richiedere una spiegazione ad hoc che non sono in grado di fornire107. Certo, il contrasto fra Trava e il resto di Gorto è innegabile, e tale da far risaltare ancor di più la tendenza generale alla crescita del saldo anagrafico.

In quegli anni, dunque, in Carnia la gente non muore. Non più del solito, almeno: semplicemente, se ne va. Dove? Probabilmente ovunque, o perlomeno in luoghi diversi, dalle destinazioni tradizionali come las Gjermanios o in Tadésc – “le Germanie” – a quelle nuove, come l’Italia o la Francia. Per le Americhe è ancora presto: là si andrà più avanti. Ma perché se ne va, la gente, prima alla spicciolata e poi a frotte e a fiumi, fino all’emorragia?

Probabilmente (è l’avverbio più usato in questo lavoro!) il perché è uno solo, sempre lo stesso: la miseria. Forse non è la fame, o almeno non la fame che dal 1845 al 1849 spopola l’Irlanda, ma miseria certamente sì.

Miseria vecchia e nuova, le cui radici antiche traggono forse nuova linfa, e le spinte alla fuga nuove ragioni, nei drammatici eventi di quegli anni, sconvolgimenti che rimbombano fin dove di barbari e turchi non era giunta che l’eco.

In quei quindici o vent’anni succede un po’ di tutto, ed evidentemente non solo in Carnia. Per esempio, in giro per l’Europa in quegli anni c’è un certo Bonaparte che ne combina di tutti i colori, e giunge persino a mettere il naso nella ex Patria del Friuli e in Carnia dove, prima di lasciare il passo al congresso di Vienna e ai nuovi assetti politici e territoriali, dietro di sé lascia ben altri ricordi che le notti trascorse a villa Manin a Passariano. Nuove leggi, nuove organizzazioni, nuove tasse: il ciclone francese dura poco, ma lascia certamente un segno durevole, nel bene e nel male.

Non ho misura del se, del come e del quanto questi rivolgimenti, qui e altrove, impattino sulla “materia prima” delle nostre statistiche. Sta di fatto che, passata la buriana, a partire dal 1820 la popolazione riprende a crescere, e più rapidamente di prima.

Riprendono i matrimoni, riprendono le nascite: il saldo naturale nel periodo 1820-1850 è di +100 unità, ma anche il movimento totale non è da poco, raggiungendo le +61 unità.

Nel corso dell’800 si emigra ancora, e non poco, ma è tutt’altra cosa rispetto al principio del secolo. La popolazione continua la sua crescita fino alla fine di questo secolo e all’avvio del nuovo, si espande fino ai suoi massimi storici, per giungere quindi al cambiamento epocale che segna l’avvio dell’intero Occidente alla crescita zero, quando non negativa.

Il ventesimo secolo, dunque, vede ormai Collina “anagraficamente” in Europa: natalità, matrimonialità, morte si allineano agli standard occidentali.

L’economia, no.

Il risultato è demograficamente disastroso, più di qualsiasi epidemia o carestia, o calamità, e per di più apparentemente irreversibile, senza fine: a un tempo crollano le nascite, riprende l’emigrazione, la mortalità supera – e di gran lunga – la natalità.

Il nostro zibaldone finisce qui. Siamo alla cronaca, e ogni commento mi sembra ridondante o del tutto superfluo: ormai, avremmo poco o nulla da aggiungere a ciò che ogni lettore conosce di persona o, più semplicemente, può quotidianamente leggere sui giornali.

E poi, di tutto questo lavoro di cui siamo giunti all’epilogo, della gente, dei nomi, delle casate, delle anime e delle pietre insomma, il capitolo sulle case vecchie e nuove, e sui loro portoni troppo spesso chiusi, è davvero il ritratto più autentico della villa di Culina in Cargna d’oggi.

Mandi, grazie, scusàit, e buinonót!

Così, un tempo, usavano dire i nostri vecchi lasciando la filo


  1. Questa ricostruzione è narrata da l’Ultim Maçaròt, l’ultimo folletto di Collina, protagonista del racconto Rùobos e ints di chel âtri mont, scritto nella parlata di Collina e presentato al Premio Letterario in Lingua Friulana S. Simon 1995. La traduzione è dell’autore (giro di parole a indicare il sottoscritto: mi scuso per l’autocitazione). 

  2. Ğùof = giogo. Microtoponimo ancor oggi in uso: il luogo, sul sentiero che da Givigliana conduce a Collina, è in corrispondenza del passaggio dalla valle del Degano a quella del Fulìn, e quindi al territorio di Collina. 

  3. Non sono stato in grado di reperirne l’originale: la citazione è tratta dalla mai abbastanza lodata tesi di laurea di don Giuseppe Scarbolo sulla parlata di Collina (pag. VII nella tesi). 

  4. I locali usano la curiosa forma Viculìno (letteralmente “là a Collina”, ma il significato autentico è “l’altra Collina”) stando in uno dei due borghi per indicare l’altro, indifferentemente. ‘I voi Viculìno può significare sia “vado a Collina Grande” che “vado a Collina Piccola”, a seconda di dove viene detto. 

  5. T. Maniacco in Storia del Friuli, Newton Compton, 1985. 

  6. v. cap. precedente. 

  7. Il territorio del comune di Forni Avoltri coincide pressoché integralmente con quello dell’antica Cura di Sopraponti, ovvero la parrocchia di s. Giovanni Battista di Frassenetto, così detta per essere situata sopra i ponti che ne costituivano in pratica l’accesso: a valle il ponte Lans sul Degano e il ponte Coperto sul rio Fulìn , e a monte il ponte di Avoltri, ancora sul Degano. 

  8. La perizia è anche riportata in Mol65. 

  9. L’elenco delle vittime dell’attraversamento della rovisa di Collina Piccola è tutt’altro che breve, e include lo stesso curato di Sopraponti, pre Pietro Longo, cadutovi il 29 agosto 1894 di ritorno dalla celebrazione di un matrimonio a Collina (Mol69). 

  10. Il ruolo della segale, di per sé già considerevole a scopi alimentari, era ulteriormente valorizzato dal largo impiego anche nella copertura dei tetti di case e fienili, grazie alla particolare lunghezza dello stelo. Già abbandonata per motivi economici mezzo secolo fa, la coltivazione della segale (come pure dell’orzo) oggi non sembra più praticabile anche per ragioni microclimatiche. 

  11. La patata, giunta in Carnia nel ‘600, non sembra tuttavia presente a Collina prima del 1800, fors’anche importata direttamente dalla Germania da qualche cremâr

  12. Dalle memorie di E. Caneva, a proposito della costruzione della nuova strada del Fulìn nel 1898, riporto testualmente: “…Giacché il danno che ne risente dalla sua mancanza (Collina della strada, N.d.A.) è assai grave … per la necessità di tutto procurarsi a dorso di donna (sic!) e non è a dire con quanto pregiudizio dello sviluppo fisico fisiologico e della robustezza…”. Senza commento. 

  13. Per tutti, la mostra monografica sui cremârs organizzata dal Comune di Forni Avoltri nell’estate 1997. 

  14. Detto altrimenti, ogni anno e per 400 anni, da Collina se ne sono andate 2,5 persone! 

  15. Non è un errore tipografico: a Collina si dice cremâr, e non cramâr

  16. Non a caso, un detto di Collina recita testualmente “Ch’e vigno la tampiešto, ma ch’e rešti la Finančo” (che venga pur la grandine, ma che resti la Finanza) 

  17. La filo (Sc77, friulano file Pir316, dal latino filare REW3293) è la versione friulana, un tempo ampiamente diffusa nelle civiltà contadine, dell’usanza della veglia comune – anche di più famiglie riunite – sino a notte avanzata, soprattutto nel periodo invernale. A differenza della bassa friulana, dove la file aveva luogo prevalentemente nel tepore della stalla, a Collina la relativa abbondanza di combustibile (naturalmente legna) consentiva la filo nelle abitazioni, intorno al fogolâr prima, e allo spolèrt poi. È facilmente comprensibile come questa usanza, fortemente radicata nel costume sino a tempi relativamente recenti (era ancora largamente praticata intorno al 1950) abbia giocato un ruolo fondamentale sia sotto il profilo sociale che culturale, in quanto luogo e momento quasi istituzionalmente deputato alla partecipazione e alla condivisione della conoscenza. Racconti e tradizioni, viaggi, informazioni, leggende, ma anche conoscenza e incontro personale: il ruolo pronubo della filo è divenuto ha persino trasceso la realtà per divenire un autentico luogo comune, a sua volta soggetto di storie e villotte. 

  18. Ovvero, la base statistica non comprende gli eventi (nascite, morti, matrimoni) ricostruiti. 

  19. Il numero di matrimoni registrati è di 867. V. nota seguente. 

  20. Per la loro stessa natura “bicomponente”, i matrimoni pongono oggettivi problemi di gestione dei dati. Nella nostra definizione della popolazione statistica, come individuo della stessa è naturalmente assunto ciascuno dei contraenti il matrimonio. Il numero di matrimoni in “residuo” corrisponde a quelli in cui nessuno dei contraenti appartiene ad alcuna delle 30 famiglie prese in considerazione secondo i criteri descritti qui. Nel caso di matrimoni “misti”, nella popolazione è stato conteggiato il solo contraente appartenente ai Top 30. Si tratta evidentemente di un criterio del tutto arbitrario (ma solo apparentemente tautologico: la graduatoria non ne viene infatti minimamente alterata), da cui risulta una sottovalutazione del “residuo” (peraltro irrilevante ai fini del lavoro) a tutto vantaggio dell'omogeneità del dato inerente alle famiglie censite. 

  21. Alcuni dei cognomi considerati sono presenti in anagrafe a più riprese, ovvero esiste una soluzione di continuità nella presenza del cognome in villa, e conseguentemente in anagrafe. Nella trattazione statistica, i dati relativi a ciascun cognome, purché identificati univocamente come appartenenti a famiglie stanziali, sono considerati un unicum. In altre parole, il totale di DEL FABBRO, ad es., è risultante dalla sommatoria dei contributi di più famiglie omonime (non necessariamente legate da vincoli di parentela recenti o remoti) presenti in tempi diversi. 

  22. O. Carpeneto-M. Porcella, Popolare i monti - Storia demografica della Comunità di Tribogna (1617-1990), Sagep-Genova, 1990 

  23. In assenza di istituti rigidi e tradizioni vincolanti fondate sul maggiorascato, sul modello del maso chiuso tirolese, sono tentativi destinati al fallimento, come ben dimostra la progressiva ed esasperata frammentazione della proprietà fondiaria. 

  24. Anche a Collina, per indicare il marito (compaesano o furešt) che, contrariamente alla prassi comune, si stabilisce in casa della moglie, era d'uso l'espressione 'al va in cuc, con evidente riferimento al cuculo che si stabilisce in un nido non suo. 

  25. A questo proposito, rimando volentieri al tanto ponderoso quanto esauriente lavoro dell’amico Enos Costantini, attualmente in via di completamento, nel quale sono presi in considerazione e analizzati tutti i cognomi presenti in regione, compresi naturalmente quelli di Collina. Rinnovo all’autore il mio personale ringraziamento per l’importante contributo, sia fattivo che critico, a questo capitolo. 

  26. Probabilmente dal nome di persona Agosto, dato a un bambino nato in agosto. Oppure da una variante del nome Augusto di cui Augustino/Agostino potrebbe essere un diminutivo (qui e` conservata la forma latineggiante di origine notarile). Questo diminutivo era, comunque, diffuso in passato: Avustini de Glemona e Avostino nel 1350; Agustino de Mels nel 1317 (Avustinus de Mels nel 1320), ecc. Attualmente la diffusione del cognome sembra essere soprattutto carnica (Zuglio, Prato Carnico, Forni Avoltri, Tolmezzo...); da un ramo degli Agostini o de Augustinis di Ravascletto, documentati all'inizio del '500, deriverebbero gli Agostinis di Prato, Pradumbli e Ovasta (A. Roia). Si trova anche a Latisana, Lignano, Palazzolo. (E. Costantini, op. cit). 

  27. In una nota del 1595 si legge “jacu augustini è debitor alla dicta giesia (s. Michele, N.d.A.) di contadi L.8,14 / obliga tutti li suoi beni mobili et stabili”. Il riferimento suggerisce una presenza stabile della famiglia a Collina: tuttavia, rimanendo isolato e senza rispondenza anagrafica, non è stato qui preso in considerazione 

  28. Deriva, evidentemente, dal nome di persona Angelo. Un “nido” di questa famiglia (in Friuli, N.d.A.) è senz'altro Cesclans nel comune di Cavazzo Carnico dove, nel 1940, vi erano ben 49 famiglie Angeli …. Un altro “nido” puo` essere Vivaro … (E. Costantini, op. cit). 

  29. Mentre la cantina in friulano è cjànive (Pir131), nella parlata di Collina è cjàveno (Sc48), stessa origine ma con metatesi. Per completezza, va menzionata l’esistenza anche del lat. canipa (collare in legno per i bovini), che nella parlata di Collina diviene anch’esso cjàveno (Sc48), omografo e omofono della cjàveno cantina. 

  30. In un delirio di presunzione (e visto l’apparentemente unanime consenso intorno alla “cantina”), in un primo tempo ero giunto a pensare che si trattasse di un’interpretazione un po’ bizzarra, del tutto personale e fuori dagli schemi consolidati. Solo recentemente, grazie al contributo di Elwys De Stefani, sono venuto a conoscenza che questa lettura “…affiora tuttavia in qualche dizionario di toponomastica come soluzione alternativa…” e più precisamente “…nel Dizionario di Toponomastica UTET, (E. De Stefani, inf. priv., 2001). 

  31. E. De Stefani, Contributo all'onomastica familiare friulana. Cognomi della Carnia: approcci e sondaggi archivistici ed etimologici, Tesi di Dottorato di Ricerca, Universität Basel, 2001. 

  32. v. E. Costantini, op. cit., alla voce BEARZI. 

  33. M. Blason ed e. Costantin, in Pensa, Cunsidera … e Stibilìs, cognons e soranons di osovans, Comun di Osôf, 2000, oltre a numerose varianti italiane (11) ne citano ben 11 lingue (poi si fermano, forse per carità di patria…) 

  34. v. anche nella parte “case”, alla voce 116, CAMINÒN

  35. Faleschini è … diminutivo di falìscje (ital. favilla)…. A Moggio intorno al 1930 si contavano 41 famiglie con questo cognome (M. Blason – E. Costantin, op. cit.). 

  36. ... e quindi, per traslato, “persona dalla testa grande” o, piuttosto, “persona testarda, dura di comprendonio”... (E. Costantini, op. cit). 

  37. Non esiste (più) oggi un toponimo Tamòšo, del quale tuttavia non è difficile supporre l’esistenza in passato (e la collocazione sul territorio) in quanto necessario precursore di Devóur Tamòšo. E proprio qui, nel declivio che precede Devóur Tamòšo, si trova la casa de Muâro abitata dai Tamussin. 

  38. Non esiste una branca dell’onomastica che si occupi espressamente dei nomi delle case o degli edifici, e quindi non esiste una valida denominazione (né la scienza pare averne sofferto...). A nostro uso e consumo ecco allora pronto economastica (dal greco oikos, casa, e onoma, nome), definizione dopo tutto neppure disgustosa, oltre che etimologicamente corretta. Unico problemino (piccolo piccolo), i nomi delle case risulterebbero essere gli… econimi. Pur rivendicandone paternità e copyright, ne farò un uso assai parsimonioso… 

  39. Ciò è strettamente valido in un intervallo di tempo definito. Evidentemente, e comprensibilmente, la regola non è valida nell’intero arco temporale considerato nel suo insieme, dove sovrapposizioni e commistioni sono assai numerose, come viene più approfonditamente descritto e analizzato in seguito. 

  40. Nel corso degli ultimi 10-15 anni è invalso il costume, da parte dei proprietari degli edifici, di illustrare il nome della casa mediante una targa in legno, un dipinto ad hoc o altro: ce n’è per tutti i gusti. Che poi sia moda (ah, il rrrustico!) o autentica riscoperta di radici dimenticate, poco importa: sebbene spesso si concretizzi in scelte discutibili, quando non palesemente errate, l’usanza è lodevole e senz’altro meritevole di incoraggiamento sotto ogni profilo. 

  41. Per un breve periodo, la casa è stata anche abitazione di una famiglia Mazzocoli del ramo di Albino, a seguito del matrimonio, nel 1939, di Gennarino (Rino di Albino) con Marina Sotto Corona (Marino di Codâr) di Gaetano. 

  42. Famiglia Di Sopra a sua volta originaria di Vuezzis (P. Pinčan, Givigliana, inf. priv.) 

  43. Daniele Di Sopra è l’esecutore testamentario di Mattia de Tamer (1679-1727): il lascito dell’uno e la donazione dell’altro sono all’origine della nascita della Mansioneria di Collina nel 1729. Nel testamento di Daniele Oberhauser (germanizzazione di Di Sopra) si legge: “Lubiana, 14 febbraio 1736 … La mia casa da me e dalla mia consorte abitata, assieme coll’orto sotto detta casa, non però il campo appresso, dopo la morte di detta mia consorte lascio all’On.do Comune di Collina, quale dovrà essere per l’abitazione del molto reverendo mansionario …”, Mol73. La moglie di Daniele, Sabbata de Tamer, morì dieci anni dopo, nel 1746. 

  44. Quest’ultima ipotesi, temporalmente più sostenibile della prima, presuppone tuttavia qualche escursione fuori villa: a rigore, infatti, a Collina Valentino evolverebbe piuttosto in Tin. Si tratta comunque dell’unico nome nella genalogia Barbolan con qualche assonanza con Titài

  45. A CP l’edificio era noto anche con il nome JÈFO (v. 236), in virtù del fatto che contemporaneamente non era abitabile l’omonima casa originaria a CM. 

  46. Filippo Toch è un nuovo venuto (appartiene ai Toch del ramo di Žirco a CM, v. 257), mentre la moglie Anna è di Sigilletto: apparentemente, Filippo non viene in cuc. Non è chiara quindi la ragione della presenza della coppia qui, in casa storicamente Sotto Corona: affitto o acquisto? Se mai ve ne fosse bisogno, il catasto del 1849 tenta di complicare ulteriormente le cose, elencando fra i comproprietari dell’edificio anche Biagio Gaier di Giacomo. Sembra tuttavia trattarsi solo di proprietà (e non di residenza), eredità della moglie di Biagio, Maria Sotto Corona di Antonio (1802-1836, v. nota 97): i Gaier entreranno qui, e per breve tempo, solo nel 1898.
    La quadratura del cerchio potrebbe consistere nei Toch affittuari della parte Gaier (troppo facile!). 

  47. v. anche nella parte relativa ai cognomi, alle voci CORONA e SOTTO CORONA. 

  48. Per completezza, gli altri due pretendenti sono Leonardo di Niccolò Di Tamer (1631-1679) e Leonardo di Antonio Di Sopra (1643-?), la cui figlia Domenica va in moglie ad Antonio de Tamer, famiglia che quindi sarebbe entrata qui in cuc, provenendo da CM. Al di là degli aspetti nominalistici che – come già detto – trovano una diversa e soddisfacente soluzione, quest’ultima ipotesi circa l’ingresso dei Tamer in questa casa è comunque assai verosimile. 

  49. L'attività professionale non era tuttavia svolta qui, ma nella fàrio in località Vidàrios (v. 101); in genere, i luoghi/edifici adibiti a doppio uso (abitazione/bottega o laboratorio artigiano) acquisivano il nome dell'attività svolta (Siëo v. 262, Fàrio v. 251 etc.). 

  50. Scritta e stemma campeggianti sopra l’ingresso originale dell’edificio (quello più a N: l’intera parte S della casa, con relativo ingresso, è un’aggiunta posteriore) sono recenti e non attinenti alla costruzione di questa casa o di altri edifici noti. Si tratta in realtà della fedele trascrizione di un originale votivo situato nella sacrestia nella chiesa di s. Michele. La dedica FAM. DANIEL MAZOCOLY 1796 (la grafia è curiosa: Mazocoly è una forma senza riscontro in anagrafe, con vaghe assonanze ungheresi) è in memoria di Daniele Mazzocoli (1714-1783) della casata da Riù, avo del costruttore di questa casa e antenato dei suoi attuali abitanti. 

  51. Non è chiaro che cosa Caneva volesse intendere con “igiene”: forse che il pozzo perdente del nuovo edificio, soprastante la vecchia casa di Riù e in forte pendio, avrebbe potuto rappresentare un problema per quest’ultima? 

  52. In anagrafe è f.n. Giuseppe Sotto Corona. 

  53. Nelle sue note, E. Caneva adotta la grafia Valle (che la parlata di Collina rende comunque con una sola l, per l’appunto Vale), il che rende possibile l’origine sia da valere che da valle

  54. Con una decisa forzatura, la toponomastica ufficiale definisce via Corona l’intera strada dalla caròno vera e propria fino alla piazza degli Alpini (!). 

  55. In realtà esiste anche un altro Marco Toch, precedente a questo (1625-1653), ma non ha discendenti; e poi è meglio non forzare troppo la mano… 

  56. Sulla parte N dell’edificio (la più antica, in legno a blockbau in cui è ben visibile un residuo intaglio artistico su una trave del tetto), poco sotto una finestra si trova l’incisione 17ADT56 cui segue una parte sottostante pressoché illeggibile. Con buona probabilità l’incisore è un fanciullo, Antonio Di Tamer, che nel soli 8 anni. L’ipotesi è certo curiosa, ma non poi così peregrina. A suffragio stanno sia l’anagrafe (è l’unico ADT a disposizione), che la logica (l’incisione si trova in posizione indubbiamente insolita: costruttori e proprietari sceglievano posizioni più di rilievo, come l'architrave del portone od il colmo del tetto; questa è decisamente defilata e… a portata di bimbo). Unica obiezione, il fatto che a metà del XVIII secolo un bimbetto di 8 anni di Collina sapesse scrivere le proprie iniziali. L’obiezione è già debole in sé: per di più, la famiglia Tamer era notoriamente benestante, contando fra le sue fila notai e meriga, e quindi in grado di dare istruzione alla prole. 

  57. Nino è l’ultima discendente della casata Di Tamer un cui ramo (Antonio) è forse trapiantato a CP nel 1705 (v.120). 

  58. Una volta di più, e sebbene con tutta probabilità di origine non antichissima, anche questa denominazione è di derivazione sconosciuta o perlomeno dimenticata, anche nella memoria dei sopravvissuti gestori d’un tempo. Spazio alla fantasia, il leone di san Marco delle Assicurazioni Generali potrebbe avere ispirato l’ignoto creativo… 

  59. Nel lungo e forse incompleto elenco dei gerenti non può essere dimenticata la gestione collettiva, in forma di CRAL da parte di un gruppo di Collinotti, dal 1945 al 1950. 

  60. Qualche dubbio sussiste sulla effettiva origine dei possedimenti di casa Bòrtul. Non è da escludere che una parte o il tutto provenga da Odorico Barbolan, la cui figlia Maria Maddalena (la moglie di Bòrtul) è unica erede a Collina, e della cui famiglia non è pertanto da escludere una preesistenza nella casa stessa. Il dubbio sorge dall’atto di vendita di una quota di Morareto del 7 giugno 1771, nel quale si fa riferimento a “divisioni” di beni (fra i quali forse la stessa Morareto) fra i separati o separandi coniugi Longo, e dove il ruolo di Maria Maddalena Barbolan appare tutt’altro che marginale e secondario. Per completezza, va tuttavia aggiunto che l'Offizio della Cancelleria di Tolmezzo e Provincia della Cargna registra, l'8 novembre 1787, la denuncia del vice Meriga Pietro qu. Giorgio Tomasin come "…qualmente la Sera innanzi fu ritrovata accidentalmente morta la questuante (sic) Madalena Moglie relitta del qu. Bortolo Longo…". Maddalena cade in un dirupo fra Collina e Givigliana, lungo la consueta via per il fondovalle del Degano. 

  61. Ad ulteriore testimonianza di come i lavori di questo genere (e in particolare questo libro) non finiscano mai, in questi stessi giorni (dicembre 2000) sul muro E della casa, a sin. della porta d’ingresso, dall’intonaco sottostante sta progressivamente riaffiorando una intricata serie di scritte, al momento assai poco leggibili. Per ora è ben visibile un 1799 di grandi dimensioni, accompagnato da alcuni (forse due) incerti Nicolò, nonché apparentemente da un Caniva. Le scritte appaiono assai disordinate, come se fossero state fatte in previsione di una successiva copertura. È improbabile che il 1799 sia la data di costruzione dell’edificio, presumibilmente più antico: è invece verosimile che indichi un rifacimento, forse proprio dell’intonaco. 

  62. D’uso comune a Collina, seppure con significato non esattamente corrispondente, la voce è curiosamente mancante nel glossario di G. Scarbolo. Nella parlata locale, il significato viene esteso all’intero abitato della villa: lâ atór pe bràido = bighellonare, girovagare per il paese senza scopo. 

  63. Testualmente in Sc337: fâ lu tûš = prendere in giro con fischi e grida due persone (uomo e donna) per disapprovare il loro contegno. La locuzione è oggi del tutto desueta. 

  64. In un documento censuario del 1850, due residenti di questa casa (Pauli e Druì) vengono testualmente definiti – davvero assai poco caritatevolmente – di professione “miserabili”. 

  65. A proposito del significato di côgher, merita senz’altro una menzione un vecchio detto di Collina, tuttora in uso in villa fra i meno giovani, lâ da muš e tornâ da côgher (lett. andare da asino e tornare da… asino), a indicare un viaggio a vuoto, inutile. 

  66. Un nome “storico” (Barbolàn), e due “contingenti” (Codâr e Gjulio). Tuttavia, se il garbuglio non fosse sufficientemente complicato, aggiungerò che questa famiglia Sotto Corona è della casata di Toch (v. 206 e 256)… 

  67. Si tratta in questo caso di un errore del catasto: la Lucia Tamussin maritata Barbolan non è di Tommaso bensì di Pietro di Ričòt 

  68. I due figli di Zuanne Barbolan, Lorenzo e Filippo, hanno entrambi solo figlie femmine. 

  69. In anagrafe, all’atto del matrimonio, Giacomo Gaier è accompagnato dalla nota “Sub plebe sancti Stefani de Irpolesem” (Santo Stefano di Cadore); il suocero, Francesco Bettina, è originario di Costalissoio. È possibile che i due fossero compaesani, o comunque si conoscessero da tempo. 

  70. Questa indicazione può risultare un po’ fuorviante se presa in senso letterale. La casa originale di Murìt (255) si trovava sì in posizione più elevata rispetto a questa, ma spostata a NE di una cinquantina di metri. Il riferimento è qui all'edificio 242, anch'esso per breve tempo conosciuto con il nome di Murìt

  71. Omissis. Il resto del commento è ai limiti del codice penale… 

  72. Caminòn, nato qui e con evidenti diritti di proprietà sull’edificio, lascia tuttavia la casa prima di assumere il soprannome che lo contraddistingue. 

  73. Sotto questa denominazione sin dall’antichità venivano raggruppati i villaggi di Ravascletto, Salars e Campivolo. In uso fino al secondo dopoguerra, è un termine oggi in progressiva obsolescenza. 

  74. Sebbene particolarmente complessa, la ricostruzione degli assetti abitativi delle case di quest’area di Collina risulta abbastanza affidabile, grazie soprattutto al confronto incrociato di più documenti assai precisi e circostanziati (in particolare il catasto del 1849 e il censimento del 1901). 

  75. L’intreccio fra le famiglie Toch e Barbolan, relativo agli edifici 239, 240 e 257, è quasi inestricabile. L’ipotesi più probabile, sviluppata sulla scorta delle note di E. Caneva, è quella della preesistenza dei Barbolan in tutti e tre gli edifici, la cui proprietà si trasferisce ai Toch attraverso matrimoni multipli e per via ereditaria. 

  76. Rispetto a questo edificio, la località (in) Sót Póč si trova un centinaio di metri più indietro (NE) lungo la strada d'accesso, in corrispondenza degli edifici 213 e 214 (v.). Sebbene all'origine del toponimo Sót Póč (Sotto il pozzo) vi sia naturalmente Póč, non esiste nelle vicinanze (né altrove) un luogo con questo nome. Il toponimo più prossimo all'edificio è, come pure per la casa 215, (in) Balbìn

  77. Facezie a parte, e senza voler fare della sociologia a buon mercato, negli anni ’60 la Siëo diede il via ad una autentica rivoluzione culturale: i Collinotti vi venivano a bere un tajùt e ad osservare, naturalmente con il sorriso sulle labbra, le evoluzioni dei “foresti” (e soprattutto delle “foreste”) impegnati in twist e cha cha cha. Per “vedere il mondo”, non era più necessario l’occhio dell’emigrante, il racconto, il sentito dire: era il mondo stesso che veniva a mostrarsi a Collina. 

  78. V. E. Agostinis, A proposito di santa Sabida, ne Il Barbacian - Spilimbergo, Anno XXXVI n.2, Dicembre 1999 

  79. La trascrizione è quella di F. Molinaro, op. cit.; l’originale è nell’ Archivio della Curia Arcivescovile di Udine. 

  80. Gli altari sono ora tre, derivanti da un allargamento della pianta della chiesa. Una pietra angolare all’esterno (fronte alla chiesa, a s.) riporta la data 1680, con la sigla GBSC (Giovanni Battista Sotto Corona, ?-1695, oppure id. 1658-1734). La data si riferisce probabilmente all’ampliamento alle attuali dimensioni. Un’altra pietra su muro esterno a SO (muro di d., fronte alla chiesa) porta scolpita la scritta 1G7S6C4 (come spesso accade, la scritta è un po’ criptata: in chiaro va letta come GSC 1764, autografo di GioBatta oppure Giacomo Sotto Corona). Analogamente alla prima, e come d’uso, si riferisce ad un ulteriore intervento sull’edificio. 

  81. Il riferimento è alla casa detta di Giuta, v. 256. 

  82. A titolo di curiosità, e con tutte le riserve del caso, si possono notare alcune analogie con realtà anche assai lontane nel tempo e nello spazio. Una natalità intorno al 35‰ si riscontra in altre aree europee nel ‘700, mentre oggi valori analoghi si riscontrano in alcuni paesi in via di sviluppo (i paesi a più alta natalità superano il 50‰), dove il numero medio di figli per donna è intorno a 5. 

  83. O. Carpeneto, M. Porcella, Popolare i monti, Sagep, Genova 1992. 

  84. F. Bianco, D. Molfetta, Cramârs - Emigrazione dalla montagna carnica in età moderna, Chiandetti, Reana del Roiale 1992. 

  85. In tutto il lavoro, nell’analisi degli andamenti mensili non è stata effettuata alcuna destagionalizzazione: il riferimento è sempre ai mesi di calendario. 

  86. La statistica naturale è di circa 105÷106 nati maschi per 100 femmine 

  87. Questo genere di “selezione” sembra una prassi tuttora largamente in uso nel Sudest Asiatico: unico segno dei tempi, grazie alla disponibilità di mezzi diagnostici tecnologicamente avanzati, oggi viene praticata preventivamente, già nei primissimi mesi di gravidanza. V. 6.3 Brides for Seven Brothers (6.3 Spose per Sette Fratelli) in The Economist, 19 dic. 1998. 

  88. O. Carpeneto-M. Porcella, op. cit. 

  89. Attenzione ai numeri: la storia del pollo di Trilussa, che tanto danno ha fatto e ancora fa alla statistica, potrebbe ingenerare qualche sgradevole equivoco! Il pur sensibile scostamento dalla media dei dati puntuali di Collina (122 e 92, rispettivamente, contro una media di 106) è in ambo i casi da attribuirsi, in tutto o in parte, alla ridotta popolazione statistica, di dimensioni largamente inferiori a quella di Tribogna (il rapporto è 1:2.5): su un più vasto insieme di 420 nati a Collina nei primi due secoli di rilevazione (certamente i più sospetti per l’adozione delle pratiche in questione), il rapporto maschi/femmine si colloca esattamente a 1.06. 

  90. Alcune delle considerazioni espresse qui di seguito riguardo al fenomeo dell'esposizione degli infanti trovano una ampia trattazione (e qualche interessante conferma quantitativa) nel recente saggio di Marilena Baracetti L’infanzia abbandonata a Udine nel periodo post-unitario, in Ce fastu?, Rivista della Società Filologica Friulana, LXXVI (2000) 2. 

  91. Se l’ipotesi della grande distanza di Collina dai luoghi deputati alla raccolta degli infanti abbandonati (in primis conventi e ospedali) come causa prima dell’assenza dell’esposizione e quindi del baliatico fosse corretta, dovrebbe essere verificabile anche l’esistenza di un gradiente di frequenza di questa prassi, da un valore tendente a zero o comunque minimo della situazione periferica estrema (ad es. Collina stessa) al valore massimo del centro (vicino alla “casa” più prossima, cioè l’Ospedale di s. Maria della Misericordia di Udine). Il citato saggio di M. Baracetti smentisce recisamente questa ipotesi. 

  92. Non è tuttavia il caso di generalizzare eventi probabilmente ancora assai circoscritti: certo non a caso, il frontespizio del documento porta il titolo emblematico “Procura delle famose Donne”, come ben risulta dalla copia dell’atto notarile riportata in allegato; Arch. Priv. N. Toch, Collina. 

  93. Certamente non fu colera, la cui comparsa nell’epidemiologia del mondo occidentale è relativamente recente. Originario del Bengala, il vibrio cholerae mosse dal subcontinente indiano solo nel 1817, per giungere in Europa circa quindici anni dopo, e a Forni Avoltri per la prima volta intorno al 1850. 

  94. Non è improbabile che la stalla o l’orto di famiglia abbiano avuto un ruolo preminente nella diffusione selettiva dell’infezione: l’acqua (normale veicolo di questo genere di infezioni batteriche) è relativamente poco sospettabile a Collina, e già allora era comunque di ampia e comune disponibilità. Gli indizi si appuntano piuttosto sul latte e ancor più sugli ortaggi, anello del ciclo alimentare-fecale attraverso la concimazione del bajarč

  95. Sebbene statisticamente irrilevante rispetto ai grandi numeri, va pur detto che dei tre morti del 1836 ben due “Gaier Maria di Biagio d’anni 34 e Pasqua Barbolan d’anni 49 … uscite ad attingere l’acqua rimasero soffocate dalla neve” il 29 febbraio (Fm76). 

  96. F. Bianco – D. Molfetta, op. cit. 

  97. Una volta di più, in ordine ad un corretto inquadramento e ad una esauriente comprensione e analisi di questo genere di fenomeni, emerge in tutta evidenza la necessità di un approccio multidisciplinare, con il contributo, accanto al demografo storico, del climatologo e dell’epidemiologo. Troppa pretesa per il minuscolo universo di Collina: infatti, non abbiamo (per ora?) nessuno dei tre, e pertanto… di necessità virtù! 

  98. L’andamento dei matrimoni rispetto alle nascite è soggetto a fluttuazioni più ampie, in virtù della ridotta popolazione statistica e della diversa valenza sociale dell’evento matrimoniale. Ovviamente, il numero delle nascite è superiore a quello dei matrimoni (di circa 3.5 volte), con una proporzionale rappresentatività statistica. Inoltre, la distribuzione dei matrimoni è anche condizionata dalla “socialità” dell’evento, per cui frequentemente si assiste alla contemporanea celebrazione di più matrimoni, specialmente (ma non solo) quando più membri della stessa famiglia sono coinvolti. Se questo non falsa la distribuzione stagionale dell’evento, può tuttavia alterarne la distribuzione mensile: da qui la relativa maggiore dispersione rispetto all’indice delle nascite. 

  99. In anagrafe non c’è evidenza di matrimoni per procura. 

  100. A Collina, nel dicembre 1795, su 39 aventi diritto al voto in vicinia ne risultano assenti 22 “che ora s’attrovano in Germania”. Sono gli stessi le cui mogli prendono formalmente posizione in loro vece e di cui già si è fatto cenno nella nota 95. 

  101. G. Ferigo, Le cifre, le anime, in Almanacco culturale della Carnia n. 1, 1985, pp. 31-73 

  102. G. Ferigo, op. cit., e, dello stesso autore, I nuvìz, la fantâsima, il mus, note sull’interdizione matrimoniale di maggio. Secoli XVI-XIX, in Ce fastu?, Rivista della Società Filologica Friulana, LXXIV (1998) 2. 

  103. Le stime della popolazione sono necessariamente al lordo degli emigranti stagionali, che vengono quindi conteggiati fra i residenti. D’altra parte, l’anagrafe registra con apparente puntualità i decessi dei parrocchiani, anche quando avvenuti all’estero. 

  104. Abbastanza curiosamente (e sfortunatamente), nonostante i censimenti decennali generali a partire dall’unità d’Italia, anche in epoca moderna mancano dati disaggregati per Collina. L’interpolazione effettuata (tratteggiata in fig. 8), seppure in parte arbitraria, è comunque da ritenersi significativamente rappresentativa della realtà. 

  105. V. anche C. Puppini in Sot la Nape n.4, dic. 1995. 

  106. Archivio Comunale di Tolmezzo; anche in C. Puppini, op. cit. 

  107. Ipotesi tutta da analizzare, ma tutt'altro che inverosimile, il verificarsi a Trava di un evento analogo all'annus horribilis vissuto da Collina nel 1800. Date le dimensioni del saldo anagrafico, -66, si tratterebbe naturalmente di una concausa, o di un evento a sua volta scatenante altre cause di maggior portata: tuttavia, appare pur sempre un'ipotesi degna di essere presa in considerazione. 

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