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La disfatta

Don Pietro Cella, da quella vedetta protesa sull'intera Val di Gorto che è Givigliana, ci dà una descrizione molto densa dei giorni della disfatta.

La piovosa domenica del 28 ottobre fu singolarmente tragica per le dicerie oscure e confuse di sequestro degli operai sparsi come il solito ai lavori militari. Alla sera gli operai tornarono, raccontando le loro strane vicende.
Sul far della notte cominciarono gli incendi dei baraccamenti militari, a Rigolato, a Forni, per la cerchia delle montagne. Dall'osservatorio di Givigliana lo spettacolo appariva imponente, spaventoso. Pareva la rovina universale. Talora si udiva anche il rombo cupo d'un ponte che saltava o d'una mina che esplodeva.
Verso mezzanotte cominciò a passare la colonia dei militari che discendevano in ritirata dai monti. Erano silenziosi, tristi della immensa sventura, si vergognavano di loro stessi. Quella lunga colonna serpeggiante giù per la cleva pareva un interminabile corteo funebre notturno.
Era la patria che, suo malgrado, ci abbandonava alla sorte più oscura39.

Lo scorrere del tempo e i movimenti di uomini e cose sembrarono come d'incanto bloccati, sospesi; tutti rimasero avvolti da un'atmosfera irreale e stralunata, col fiato trattenuto in un'apnea che, in breve, si tramutò in frenesia predatoria, volta al saccheggio dei depositi militari.

Nel domani tutto Givigliana restò in vedetta a osservare ciò che avveniva a Rigolato, senza osare di muoversi.
Pareva di essere in un mondo fantastico e che i Tedeschi dovessero comparire come d'incanto da ogni parte.
Verso sera qualche uomo si accorse che a Rigolato si dava fondo ai magazzini militari, e allora giù in folla a fare provvisioni.
I giorni seguenti via ai monti, in Val di Croce, in Crostis, in Plumbs, a fare raccolta degli avanzi militari. Dei soldati discesi in ritirata dai monti, uno arrivò in paese e fu raccolto moribondo e morì senza poter dire nemmeno il suo nome. Fu sepolto con un bel funerale nel cimitero di Givigliana, unico soldato di guerra40.

Il «nemico» arrivò qualche giorno dopo. A Givigliana «una pattuglia di tedeschi, i primi, arrivò in perlustrazione il giorno tre novembre. Essi avevano paura di noi, noi di loro»41.

7 - La disfatta
«A Rigolato gli Italiani abbrucciarono i magazzini della teleferica pel monte Crostes nella notte dal sabato 27 alla domenica 28. Anche su al Forno erano qua e là fuochi immensi. E poiché il cielo era coperto, i bagliori e gli scoppi davano la sensazione di esser in mezzo ad un cataclisma.
Avean da poco impiantata una teleferica anche da Rigolato a Comeglians, e l'aveano appena provata. Anche i magazzini di questa dovean far saltare. Il sindaco e maggiorenti di Rigolato se n'erano andati. I vecchi del paese col pregare e mostrar come sarebbe andato in fiamme anche il borgo di Magnanins ottennero da soldati più umani non si bruciassero. Ma mille sacchi di farina furon gettati nel Degano grosso, e non giovaron preghiere. Non si volle che il povero ne potesse vivere. Dopo che furono scappati il popolo prese e godette quanto non avean potuto distruggere. Le prime requisizioni e perquisizioni lassù non si ebbero se non verso il Natale e non furon mai con tanti rigori che quaggiù. Da Rigolato mancano pochissime famiglie. Eran veramente partiti parecchi, ma per la distanza e mancanza di veicoli non fecero in tempo per evitare l'accerchiamento e così alla spicciolata tornarono alle case loro. Solo la notte degli scoppi seppero della rotta.»
Antonio Roja, Tutta una immensa desolazione. La Carnia da Caporetto alla Vittoria nel diario di don Antonio Roja, Paolo Gaspari editore, Udine, 1998, p. 204.

«La sussistenza commette un vero delitto, di cui io stesso e con me altri colleghi faremo chiedere conto un giorno a chi di ragione.
Il personale addetto ai magazzini è scappato, migliaia di soldati viste le porte dei depositi aperte e gli stessi abbandonati, vi si precipitano: rovinano-asportano-bevono-si ubriacano. Le strade sono piene di militari, caduti avvelenati dalla grappa; quelli che non sono morti rimarranno in mano del nemico. Sulle funi delle teleferiche pendano ancora i carrelli pieni di viveri; è stata tale la fretta di allontanarsi del personale addetto a questi servizi che il disordine in cui il tutto è lasciato convince l'osservatore che quel si sta facendo non è una ritirata ma una fuga.
La batteria giunge a Comeglians alle 11, dove fa un alt di circa 2 ore. Essa sfila nel massimo ordine davanti al Comandante del 70° Raggruppamento d'assedio che ne fa gli elogi. Nessun soldato manca, ogni militare tiene un contegno degno di lode. La truppa consuma viveri di riserva. Anche a Comeglians sono abbandonati i magazzini delle teleferiche: fra gli altri materiali costosi noto cinque o sei forni e apparati telefonici nuovissimi.
Stralcio del memoriale di Italo Pezzia, capitano della 19a batteria someggiata
Paolo Pozzato, Paolo Volpato e Luca Girotto (a cura di), Soli di fronte al nemico. 1915-1918: dalle Dolomiti agli altopiani, Itinera progetti, Bassano del Grappa, 2013, p. 205-206.

Don Antonio Roja, che ricorda come la «novella portata in secreto ad un prete il venerdì che gli Austriaci erano a Resiutta non fu creduta affatto e tanto meno propalata. Così il temporale rovesciossi addosso a quei paesi a ciel sereno»42, conferma la descrizione di don Cella, aggiunge qualche ulteriore particolare (riquadro 7), e non manca di segnalare, accanto alla fuga di don Fortunato Molinaro e di poche famiglie, i pericoli per l'archivio parrocchiale.

Vi vennero i Tedeschi dal passo di Volaia, dalla Val d'Inferno, da Veranis, da Sezis. Chiusa la via verso Rigolato per la rottura dei ponti rincularono al Forno.
Il parroco era andato temendo malanni per sé pel suo patriottismo essendo dagli Italiani stato premiato con medaglia. Per mancanza od insufficienza della canonica abitava nel locale dell'asilo infantile sorto per opera di lui. Fuggendo vi lasciò tutto senza affidare ad alcuno nemmeno l'archivio parrocchiale.
I Tedeschi s'annidarono nel bel fabbricato e l'archivio è perduto. Per fortuna si son potuti salvare i registri canonici almeno in parte.
Anche da Forni son partite pochissime famiglie. Serve adesso spiritualmente quella popolazione il cappellano di Givigliana pur continuando a star nella sua sede43.

Dal suo racconto traspare lo scetticismo verso i «patrioti nel senso liberalesco della parola», i «creduli alle chiacchiere ufficiali italianesche e quindi più timorosi dell'internamento»44, specie se sacerdoti con obblighi pastorali, tenuti a dar conforto al loro gregge.

Riguardo al parroco di Rigolato, egli ricorda che «anche questi era scappato non tanto per lo spavento degli incendii delle baracche e magazzini quanto pel timore di venir internato. Se ne venne così a Socchieve suo paese nativo. Qui mutò idea vedendo i suoi compaesani avviliti perché senza sacerdote quindi senza che alcuno desse loro qualche po' di coraggio e conforto. Passata la burrasca don Simonitti45 tornò fra i suoi Riguladots, e tornò anche il vicario foraneo di Comeglians suo compaesano partito prima nullis dictis e andato più lontano. Criticasi la miseria intellettuale e morale di questi reverendissimi vicarii foranei che quando più occorrerebbe non san dire una parola ai loro dipendenti»46.

La questione lacerò il clero friulano che, a dispetto della fuga di monsignor Antonio Anastasio Rossi, arcivescovo di Udine, scelse in gran parte di rimanere. Don Fortunato Molinaro ricorda il suo percorso in questo modo:

Scesi a Villa Santina a piedi, e, per la Valle dell'Arzino, a Forgaria. Le truppe nemiche non erano riuscite a passare il Tagliamento, che era in piena. Nella Valle dell'Arzino trovai una divisione dei nostri che fu catturata al completo. Penso che avrebbe potuto sfuggire scendendo verso Casiacco, e, di là, verso Toppo. Celebrai a Casiacco, era il giorno dei Morti; poi, via a Toppo, sempre a piedi, e da Toppo a Pordenone, dove presi il treno per Milano. A Pordenone vidi il Parroco di Ampezzo, Don Ermenegildo Bullian con la sua gente. Era stato arrestato. Entrato in barbieria, accennò ai disastri delle truppe uscenti dalla Carnia. Un tenente l'accusò di disfattismo, e, sotto quella accusa, fu arrestato dalla Forza pubblica. E ce ne vollero del tempo e delle pratiche per liberarlo. A Milano fummo raccolti dagli stimatini di via Manforte, e di là io venni rilevato dal Curato di Bisuschio, in quel di Varese, dove ebbi lavoro abbondantissimo47.

I ricordi di Vittorio Romanin, poco restii alla retorica patriottica, concordano sostanzialmente con le testimonianze dei tre sacerdoti, e aggiungono particolari ulteriori: - per timore degli invasori donne e maschi giovani si rifugiarono in una malga; - i tedeschi apparirono affamati e ansiosi di proseguire.

Circola una voce inattesa e sconcertante... I Tedeschi sono riusciti a sfondare il fronte a Caporetto e scendono nel Friuli superando ogni resistenza dei nostri. Quando si sa che anche la nostra zona è in pericolo, si pensa di abbandonare nuovamente il paese, ma è troppo tardi perché i Tedeschi hanno già tagliato la via del Friuli. Poche famiglie che si erano mosse al primo momento riescono a fuggire, altre ritornano avvertendo che era inutile ogni tentativo. Per ostacolare l'avanzata del nemico vengono fatti saltare i ponti.
Non potrò dimenticare le esplosioni paurose di quella notte piena di trepidazione. Le baracche sulle montagne mandano tristi bagliori e quelle situate in paese formano un rogo che mette in serio pericolo tutto il paese. La popolazione è come inebetita per gli impressionanti avvenimenti e terrorizzata al pensiero di cadere nelle mani dei nemici. È impossibile descrivere la scena.
Le donne giovani e i pochi uomini rimasti a casa abbandonano il paese per rifugiarsi in una malga. È giunto il momento tanto temuto. I Tedeschi entrano in paese e non incontrano alcuno perché tutti si sono rifugiati in casa sprangando le porte... ... Scendono dalle montagne altri reparti ma per fortuna hanno fretta di proseguire. Sono pieni di fame e vogliono mangiare ad ogni costo. Uno mangia fino a morire e noi diciamo crepa48.

Dal numero natalizio (1917) del trimestrale tedesco Wolk und Heer (Popolo e esercito), dal titolo Mit der zehten Armee. Der Offensive II. Teil (Con la decima armata, L'offensiva: parte seconda), ricaviamo una versione austriaca dell'ingresso delle truppe austro-tedesche nell'alta Carnia e nell'alto Gorto (riquadro 8). Veniamo così informati di una traversata del passo Volaia particolarmente difficoltosa; la neve era alta altre due metri e gli animali utilizzati per il trasporto delle attrezzature telefoniche vennero «slittati» su di essa; per i vettovagliamenti si fece ricorso alle teleferiche e a portatrici locali, presumibilmente collinotte, affertesi volontariamente. Sappada venne raggiunta il primo novembre 1917.

8 - L'avanzata della X armata austro-ungarica
«Alle 8 di sera del 28 ottobre conquistarono il contrafforte orientale del Plökenpass (Passo di M.te Croce Carnico), il Pal Grande. Dal versante austriaco un'eccellente strada conduceva fino al Passo di M.te Croce Carnico; sulla parte italiana però essa si trasformava in una carrozzabile in cattivo stato che scendeva con molti tornanti giù a valle. Gli italiani oltretutto l'avevano in parte fatta saltare. Le avanzanti truppe di fanteria a quel punto potevano proseguire sulla via innevata solo in fila indiana e per i veicoli essa divenne praticabile appena dal I novembre. Ciononostante i coraggiosi ed instancabili uomini della 94a divisione di fanteria si riversarono dal passo di M.te Croce Carnico e dalle alture orientali nelle valli che conducono verso Tolmezzo. Il 29 avevano raggiunto la linea Paluzza-Pailaro. A quel punto una brigata si spinse verso occidente, per poi piegare a Comeglinas verso sud in direzione di Villa Santina. Solamente i distaccamenti del maggiore Wünsch e del colonnello Fasser dovevano proseguire la marcia verso occidente ed avanzare verso il M. Rementera, dove c'era una fortezza italiana ed altre strutture.
Il 31 di ottobre le colonne in marcia verso sud raggiungevano Tolmezzo e Villa Santina, nonostante forti retroguardie nemiche tentassero continuamente di arrestare l'avanzata opponendo dura resistenza o facendo saltare ponti e strade.
A quel punto cominciava a sfaldarsi anche il fronte italiano ad ovest del Monte Croce Carnico fino all'Hochspitz (M.te Vancomune). In quel settore a reggere il comando era il colonnello dei «Cacciatori del Kaiser» Josef Edler von Fasser. Il 28 ottobre un sergente disertore dei bersaglieri comunicava che gli italiani stavano iniziando la ritirata.
Tra il M.te Vancomune e la Kellerwand solamente il passo del Volaja porta oltre la Alpi carniche.
Dal fondo di un'angusta valletta in cui scorre un ruscello d'improvviso si sale, attraverso molti tornanti, da quota 1100 a quota 1700 m. La valle continua fino al passo con un ampio pascolo. In cima, dal terreno spunta un immenso masso roccioso. I soldati lo hanno soprannominato passo della donna e ci hanno scavato le loro trincee.
Lo costeggiano le ripide pareti di ghiaccio e pietra del M. Cogliano altro 2790 e del Seekopf alto 2550 m.
Al passo la neve superava i 2 metri e si poteva attraversare la zona solamente in fila indiana. La cosa più difficile era far passare gli indispensabili animali che trasportavano i telefoni. Vennero buttati a terra, avvolti in coperte e trascinati oltre il passo. Il passo venne poi faticosamente ripulito da compagnie di spalatori.
Gli approvvigionamenti furono fatti arrivare più tardi per mezzo della funivia austro-ungarica e italiana e attraverso il passo trasportati volontariamente da donne delle località italiane più vicine. Un tratto del percorso fino alla stazione italiana della funivia fu affrontato anche con l'aiuto di buoi.
Nonostante tutte le difficoltà, il I novembre una compagnia di alta montagna raggiungeva Granvilla sulla sella di Sappada, che conduce nella verde valle sorgiva del Piave. Fu una marcia di 16 km con un dislivello di 800 m., caratterizzata da innumerevoli salite e discese nella neve e nel ghiaccio, da battaglie con le retroguardie e necessità di ripristinare strade e ponti fatti esplodere.»

Alexander Hübner, Der Vormarsch der zehnten Armee, in «Volk und Heer», n. 11-12 (Weihnachtsnummer); trad. it. «L’avanzata della decima armata», in Carnia invasa 1917-1918. Storia, documenti e fotografie dell’occupazione austro-tedesca della Carnia e del Friuli, a cura di Enrico Folisi, traduzione dell'articolo di Valerio Rainero, [Comune di Tolmezzo], Tomezzo 2003, p. 156-157.

La risposta data, a guerra appena finita, dal parroco di Comeglians al «questionario inviato dalla reale commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico»49, fornisce qualche dettaglio aggiuntivo sull'invasione nell'Alto Gorto. I saccheggi dei primi giorni riguardarono soprattutto i paesi di fondovalle, attraversati dalla via di comunicazione principale.

Nel Comune di Comeglians non furono combattimenti, durante l'invasione del nemico e quindi non furono bombardati i paesi, né per terra, né per aria, né per questo alcun edificio ha sofferto.
Le truppe nemiche, nelle loro entrate, sono penetrate anche nelle case dei presenti in famiglia ed hanno rubato formaggio, burro, granoturco, biancheria, mettendo il disordine in ogni casa. Questo specialmente avveniva nei paesi, per i quali passava la truppa, come Povolaro, Maranzanis e Comeglians. Nei paesi di Povolaro e Maranzanis, nei primi quattro giorni dell'invasione, furono uccise venti vacche e venti maiali. [...]
Negli altri paesi pattuglie di soldati entravano nelle case a rubare e viveri e biancheria. Molte case dei profughi furono spogliate di tutta la mobiglia e biancheria.
Bisogna però notare che a questa spogliazione concorsero borghesi di questo ed altri comuni. In alcune case resta ancora qualche cosa: ma questo è merito di qualche buona persona, che ha nascosto50.

Nel comune di Forni Avoltri i fuggiaschi furono un'esigua minoranza, un po' per le ragioni ricordate da Vittorio Romanin, ovvero per la repentinità dell'evento, la vicinanza alla prima linea e l'impraticabilità delle vie di fuga, un po', probabilmente, per una minor propensione all'abbandono delle proprie cose legata al ricordo, ancora vivo, dei patimenti subiti durante l'esodo forzoso dei primi giorni di guerra. Il censimento del 1918 contò solo 48 profughi, il 3,9% dei residenti accertati nel 1911, ultimo dato ufficiale conosciuto51.

 

Da «Posta aerea Carnia», 1 (1918) - Forni Avoltri Da «Posta aerea Carnia», 1 (1918) - Rigolato

«Posta aerea Carnia», 1 (1918) - dal sito web 14-18 - Documenti e immagini della grande guerra

 

Secondo la stessa fonte a Rigolato furono 184 su 1913 (9,6%), a Comeglians 386 su 1864 (20,7%), nel circondario di Tolmezzo (mandamenti di Ampezzo, Tolmezzo e Moggio Udinese) 20.729 su 63.143 (32,8%)52.

Nell'alta Val di Gorto il numero dei profughi si mantenne ben al di sotto della media carnica e raggiunse il minimo proprio a Forni Avoltri.

Tabella 1
VENETO
Treviso Romanin Leopoldo fu Mosea c/o Direzione Poste - ufficiale postale
Romanin Virginio di Pietro
LOMBARDIA
Bergamo Romanin Luciano III Liceo, Sem. vescovile, chierico
Sombreno Romanin Valentino c/o Giovanni Locatelli
Del Fabbro Luigia in Romanin c/o Giovanni Locatelli
Bisuschio Molinaro Fortunato parroco
LIGURIA
Genova Romanin Michelina fu Michele
Romanin Elisa fu Michele
Romanin Maria fu Michele
LAZIO
Roma Caneva Alberto fu Leonardo via Cola da Rienzo 163
Caneva Giuseppe fu Leonardo via Cola da Rienzo 163
Sottocorona Gola fu Giacomo via Torre Argentina 26; anni 15
Vidale Margherita fu Giacomo via Torre Argentina 76; maestra; a. 23
Vidale Giuditta fu Giacomo via Torre Argentina 76; anni 19
Vidale Maria fu Giacomo via Torre Argentina 76; anni 26
Vidale Luigia fu Giacomo via Torre Argentina 76; anni 14
Albano Raber Antonio
Bernabò Palmira in Raber
Raber Osvaldo segretario comunale
Raber Adele
Raber Noemi
Raber Palmira
CAMPANIA
Napoli Bruseschi Anna in Vidale Eugenio e figlie Posillipo, Villa Bramante
SICILIA
Santa Ninfa Caneva Armida di Vittorio anni 2

 

A Sappada, per la quale, in teoria dovrebbero valere le considerazioni svolte per Forni Avoltri, invece i profughi costituirono la maggioranza della popolazione, 780 su 1.131 (68,9%)53, secondo i dati censuari, o l'intera popolazione, secondo le fonti parrocchiali (riquadro 9)54; questo per effetto di un anomalo «consiglio» di evacuazione impartito dal maggiore generale Comandante del 7° Settore Giulio Fiastri a ritirata già avviata, il 28 ottobre 191755; che non di semplice consiglio si trattasse è dimostrato dall'arresto, il giorno stesso, del parroco don Ferdinando Polentarutti «perché, all'ordine assoluto di immediato sgombro, chiese tempo per mettere in salvo il bestiame e ciò nell'interesse della popolazione e dello stesso esercito»56. A Sappada non si verificò, insomma, una profuganza «volontaria», ma un vero e proprio sfollamento coatto.

9 - Lo sgombero di Sappada nella Cronaca parrocchiale
«Il 28 ottobre, giorno di lutto e di pianto, giorno fatale dello sgombero di Sappada ordinato dalla prepotenza militare sotto la minaccia di distruzione del paese e di fucilazione a chi si opponesse ai loro ordini. Esodo della popolazione la sera del 28 mentre la pioggia cadeva a secchi e del 29 ottobre di mattina mentre fioccava la neve. Esodo, dico, pietoso, lacrimevole, tragico; alcuni impazzivano, altri morivano per via. Durante il viaggio il popolo di Sappada fu disperso per tutto l'Italia; alcuni furono portati in Piemonte, altri in Lombardia. Chi nella Calabria e chi in Sardegna; i genitori furono divisi dai figli e viceversa; il marito fu diviso dalla moglie e la moglie dal marito. Il gruppo più fortunato si trovò col Signor Cappellano don Emidio Troiero nella Toscana.
Io non ebbi la fortuna di poter accompagnare il mio popolo. La sera del 28 infausto ottobre venni arrestato, tradotto a Santo Stefano, poi a Belluno, dove venni accolto da un tenente dei Carabinieri con mille rimproveri, e gettato nelle carceri civili e poi militari.
Di là pieno di fame venni tradotto a Ravenna in quelle carceri militari, dove fui visitato e consolato da due lettere del nostro amatissimo Mons. Arcivescovo per opera del quale dopo un mese di carcere venni messo in libertà il giorno 6 dicembre 1917 e il giorno 7 arrivai ad Arezzo e potei avere la consolazione di vedere il Sig. Cappellano e un buon numero di parrocchiani che mi accolsero festosamente. Il giorno 8 dicembre potei celebrare di nuovo, dopo 40 giorni di privazione di questo unico conforto...»
APS, Cronaca parrocchiale 1917/28 ottobre-1930/21 settembre, I, pp. 1-3, ripreso da Elpidio Ellero, Autorità militare italiana e popolazione civile nell’udinese (maggio 1915 - ottobre 1917). Sfollamenti coatti ed internamenti, in «Storia contemporanea in Friuli», vol. XXVIII (1998), n. 29, 9-107, p. 30 e 61.

«Il giorno 16 di Marzo 1919 ritornai ad Arezzo per organizzare col Sig. Cappellano il ritorno dei profughi che avvenne a mezzanotte. Il 22 partenza da Arezzo con un treno speciale fino alla Stazione di Villa Santina. Da Villa Santina fu condotta a Sappada tutta la popolazione dei profughi di circa millenovecento con trenta camions. Il 25 Marzo nella Chiesa parrocchiale si tenne una funzione solenne di ringraziamento al Signore pel felice ritorno.»
APS, Cronaca parrocchiale 1917/28 ottobre-1930/21 settembre, I, pp. 5-6; ripreso da Elpidio Ellero, Storia di un esodo. I friulani dopo la rotta di Caporetto. 1917-1919, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine, 2001, p. 235.

Grazie all'attività di ricognizione dei profughi carnici svolta da Michele Gortani e dal suo staff, nel quale operavano anche personaggi gortani, come Amedeo Zanier e Gustavo Tavoschi, costituito prima in Ufficio profughi, con sede a Pisa, e poi in Commissariato profughi, con sede in Firenze, si conoscono i nomi di alcuni dei 48 profughi censiti e delle località in cui vennero accolti (Tabella 1); da essi sembra di cogliere, così come accertato anche in altri contesti, una buona presenza di soggetti appartenenti a famiglie legate all'apparato amministrativo pubblico e/o allo strato più benestante della popolazione (com'è il caso dei Raber, di Valentino Romanin e sua moglie Luigia Del Fabbro, dei Vidale sfollati a Posillipo), a parte il parroco di cui s'è già detto.

Per quanto riguarda Collina troviamo i «signori Caneva», come vengono designati, con deferenza e rispetto, da Gaetano Sotto Corona, che li incontra nei giorni drammatici della disfatta, sulla via di fuga, lungo la Val Tagliamento, e che ritornano a più riprese nei suoi ricordi di guerra57. Considerata la sua età, c'è da supporre che la collinotta Armida figlia di Vittorio Caneva, nata nel 1915, fosse aggregata a qualche gruppo parentale; probabilmente alle zie materne Angelina e Caterina di Pietro Tolazzi, di anni 27 e 23 rispettivamente (alle quali va forse aggiunto anche Pietro Tolazzi di Antonio, di anni 33), che risultano rifugiate anch'esse a Santa Ninfa58.

Il saccheggio delle case dei profughi per opera dei rimasti, ancor più che degli invasori, fu generalizzato, e contribuì non poco a guastare i rapporti tra queste due componenti della popolazione a guerra finita, ma nelle relazioni dei parroci di Forni Avoltri e Rigolato il problema non assume una rilevanza particolare.

Don Giuseppe Simonitti sembra escludere l'intervento di rigoladotti: «In quasi venti case abbandonate o mal custodite da incaricati deboli, due o tre furono spogliate un po' alla volta a quanto si dice dai gendarmi locali residenti a Forni Avoltri e dai pochi militari che qui alle volte soggiornano»59. C'è da ritenere che in questa zona il fenomeno sia stato meno evidente che altrove semplicemente perché le dimensioni della profuganza furono più contenute.

10 - Lettera di Eugenio Gussetti dall'esilio
Soresina 6-12-918

Caro Tita
In questo momento ricevei la tua cartolina - in data 27 novem. - Dalla quale, rilevo prima di tutto che state bene, e poi le condizioni della mia casa - devastata - dai ladri del paese.
In primo luogo ti raccomando caldamente, tenermi da conto, almeno di quanto è rimasto, ritirando le chiavi, se non le hai a tua disposizione, chiudendo per bene tutto - credo ci saranno le porte; e facendomi subito, riordinare e pulire lintero fabbricato; rimettendo anche se occorre - riparature al coperto, con tegole od altro; come sai; o avevo delle tegole al piano delle cantine - se i ladri non le abbiano prese; questi lavori, li farai eseguire da qualche uomo adatto, e quelli della pulizia interna, da qualche donna.
Favorirai pure, cercare un uomo di tua fiducia, e mandarlo a visitare tutti i miei boschi, e farai utilizzare qualsiasi merce, che vi fosse deperita o atterrata. Anzi darai l'ordine, oltre a questo, a tale persona, che fino al mio arrivo, tenga la sorveglianza dei boschi, e a Colle Maggiore, che lasciai delle cataste di legna, se vi fossero ancora metterle in ordine, così pure farai osservare da Bepo dal Scior di riordinare i coperti dei fienili, tanto in via di Sotto, come a Ricul, così pure quello in paese.
Se è possibile e se puoi trovare personale, fammi pure riordinare anche esternamente nel d'intorno della casa; prendi un uomo - stabile - che il tempo permetta - se vi fosse caduta della neve - vedi farmi scaricare i coperti, guardami anche bene del fienile in paese.
Credo eseguirai bene ogni cosa e ti dò parola che al mio rimpatrio se arrivo a pedinare gli autori dei furti commessi in casa mia la pagheranno cara, davanti ai tribunali, il dubbio, per non dire la certezza, metterei la mano sui ladroni, che mi spiace più che non se avessero svaligiato i nemici tedeschi.
Ora mi hai inteso, ti raccomando ogni cosa, e t'incarico in qualunque fatto riguardante la mia azienda. Le mie condizioni, è inutile spiegartele, sai, i dispiaceri che continuamente sono bersagliato. Alla mia venuta soddisferemo i nostri affari.
Ora sono a pregarti, date le condizioni di un esilio così lungo, ed essendo ansioso come puoi immaginare, d'un rimpatrio quanto prima; ma essendo stanco di ricorrere alle autorità Prefettizie di costì, finora non potei mai ottenere tale rimpatrio, e nemmeno temporaneo. Oggi, proprio fui a Cremona, davanti al Prefetto, ove mi suggerì, anzi m'assicurò, che per rimpatriare quanto prima ci vuole l'autorizzazione del Prefetto di nostra provincia, come tanti han fatto, quindi, fa scrivere subito dal Sindaco nostro al Prefetto di Udine, dicendo che la mia casa è abitabile e che urge la mia presenza cola, per diversi motivi. Se hai combinazione, far pervenire tale domanda, magari personalmente, oppure coi mezzi che tu credi più solleciti; Ti prego di nulla trascurare, Poiché senza tale autorizzazione, chi sa quanto qui ci trattengono, sarei venuto anche a mie spese, ma non mi fu permesso.
Vorrai darmi con una lettera in espresso dettagliati schiarimenti, prima di tutto di mio padre e sorella, che dalla tua cartolina mi resta a dubitare. Dimmi pure francamente, se è successo qualcosa di male. Io non farò saper nulla a sorella Giacomina; appunto è meglio che tu scrivi lettera che viene aperta solo da me. Mi farai pure sapere se vi è in paese qualche altra novità d'importanza.
A descriverti il mio esilio, sarebbe troppo lungo, ti narro soltanto che il viaggio fu disastroso, e che ho girato tutta l'alta Italia, fui due mesi a Cuneo, 7 mesi vicino a Como, e dora, da tre mesi mi trovo qui a Soresina vicino cremona. Il resto racconterò al mio rimpatrio.
Raccomandandoti nuovamente ogni cosa, e attendendo ansioso un tuo scritto, speroin breve con la pratica su accennata, di poterti abbraciare unitamente tuo fratello, parenti ed amici.
Durante l'estate, più volte ho tenuto relazione con tua mamma e tuo fratello Bepo, incoraggiandoli, e offrendomi sempre pronto a qualunque bisogno avessero avuto, come potranno dimostrarti dalle mie lettere alla loro venuta, Ringrazierai l'amico Tite di Lies che mai nulla mi rispose, nelle condizioni in cui siamo, spero starà bene.
Io fui ammalato un mese con febbri, ora bene. Saluti cordiali a te e fratelli, mio padre e sorella se esistono.
Amico Eugenio G.
(Archivio privato)

Ma i casi non mancarono; Eugenio Gussetti in una la lettera, spedita agli inizi di dicembre 1918 dal rifugio, divenuto ormai stretto, di Soresina, al perito agrimensore, compaesano e amico, Giovanni Battista Puntil da Rigolato, riguardo al saccheggio della sua casa osserva che gli «spiace più che non se avessero svaligiato i nemici tedeschi» (riquadro 10).

Nell'anno dell'occupazione all'assenza dei profughi veri e propri, censiti o meno, s'aggiunse poi quella dei maschi sotto le armi, fatti prigionieri o riparati oltre il Piave. Tra questi troviamo Gaetano Sotto Corona e, con lui, un gruppetto di collinotti e giviglianotti di cui si parlerà in altro scritto.

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