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Note


  1. Gaetano Giuseppe Sotto Corona, «Memoria di mia vita», 1927, p. 32. 

  2. ibidem

  3. ivi, p. 34. Il racconto di Gaetano Sotto Corona coincide con le osservazioni di Michele Gortani, relative all'intera Carnia: «Nell'autunno del 1914, scoppiata ormai la guerra europea e dopo ultimato il tumultuoso ritorno in Patria dei nostri emigrati, i quali per la sola Carnia ascendevano a circa 15 mila e costituivano il grosso dell'emigrazione temporanea locale, si verificarono gravissime condizioni in riguardo all'alimentazione di tutta questa gente, la quale, mentre rientrava in gran parte in Patria senza aver potuto realizzare (o soltanto in piccola parte) i suoi guadagni, si trovava a dover far fronte al pagamento dei debiti incontrati dalla famiglia durante la buona stagione, ed ai bisogni dell'inverno», in Ce Fastu?, n. 44-47 (1968-1971), a cura di Novella Cantarutti, con allegata l’edizione della Deposizione dell’on. Gortani prof. Michele, Deputato di Tolmezzo effettuata il 7.10.1918, in Roma, presso la Commissione d’inchiesta istituita con R.D. 12.1.1918, n. 35, p. 177. 

  4. Sotto Corona, «Memoria di mia vita» cit., p. 35.  

  5. «A differenza del resto del fronte, suddiviso in Settori assegnati alla responsabilità di un Comando di Armata la parte di fronte che va dal Peralba (escluso) al Montemaggiore (escluso) per le sue particolari caratteristiche, venne affidata alla ZONA CARNIA, indipendente, incentrata sul Comando XII° Corpo d'Armata del Gen. Lequio, con compiti esclusivamente difensivi tra il Peralba e Pontebba, offensivi tra Pontebba e Uccea...», Pierluigi Giampaoli, La Grande Guerra in Alta Val Degano, Aviani & Aviani editori, Udine 2012, p. 24. 

  6. Mario Maffi, L’onore di Bassignano. Il maggiore piemontese che non volle fucilare gli alpini del Val d’Adige, Gaspari editore, Udine 2010, pp. 25-26. 

  7. Giuseppe Del Bianco, La guerra e il Friuli, Libro IV - Sull’Isonzo e in Carnia; V - Gorizia; VI - Disfattismo, Del Bianco Editore, Pradis di Colloredo di Montalbano 2001, vol. II, pp. 12- 13; la parte evidenziata in corsivo compare in nota (n. 7); il corsivo è nostro. 

  8. Giampaoli, La Grande Guerra cit., p. 429. 

  9. Sotto Corona, «Memoria di mia vita» cit., p. 35. 

  10. «La superiorità  numerica delle forze all'inizio del conflitto suggeriva l'occupazione di posizioni che in seguito non si riuscì a conquistare nemmeno a costo di gravi perdite. La lungimiranza e l'esperienza austroungarica avevano fatto predisporre varie postazioni particolarmente forti mentre noi ci limitavamo quasi esclusivamente a ricognizioni a ridosso del confine per non allarmare gli Austriaci avendo dichiarato la nostra neutralità  allo scoppio del conflitto il 28 luglio 1914», Giampaoli, La Grande Guerra cit., p. 32. 

  11. Fortunato Molinaro, La cura di Sopraponti e le sue ville (Carnia), Tipografia Doretti, Udine 1960, pp. 103-104. 

  12. ibidem

  13. «In un Riepilogo Servizio Bassignano accennando alla conquista di passo Sesis, specificò: "La posizione dopo tre giorni venne ceduta alla 4 compagnia dell'8° bersaglieri" ma venne poi riconquistata dagli austriaci e non fu mai più ripresa durante l'intero conflitto, nonostante molti contrattacchi italiani», Maffi, L’onore di Bassignano cit., p. 34. 

  14. Giampaoli, La Grande Guerra cit., pp. 357-358. 

  15. Citazioni tratte dal Diario storico della 17 compagnia del battaglione Dronero riportato in Maffi, L’onore di Bassignano cit., pp. 34-37. 

  16. Sotto Corona, «Memoria di mia vita» cit., p. 35. 

  17. Angelo Dreosti e Aldo Durì, La Grande Guerra in Carnia nei diari parrocchiali e nei processi del tribunale militare, Gaspari editore, Udine 2006, pp. 14-15. 

  18. Il numero degli internati non si conosce con precisione; le ricerche di Elpidio Ellero forniscono una quantificazione parziale dalla quale estrapoliamo: Collina 1; Comeglians 4; Forni Avoltri 4, Ravascletto 14; Rigolato 6; Sappada 5 ― Elpidio Ellero, Friuli 1914-1917. Neutralità, guerra, sfollamenti coatti, internamenti, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 2007, pp. 197-198. 

  19. Pietro Cella, «Liendes di vuere (dialet dal Cianâl di S. Pieri)», in Ce Fastu?, vol. V, n. 8 (1929), pp. 129-132, pp. 129-131. 

  20. La medesima connessione è sostenuta da Giuseppe Del Bianco, non sospettabile di preconcetti verso l'esercito: «Eppure i primi contatti dell'esercito con i carnici non erano stati molto felici, o perché nuocesse il fatto che tra la popolazione operaia erano largamente diffuse teorie socialiste e utopie anarcoidi antimilitariste ― allora di moda ― e di cui gli emigranti che tornavano dall'estero facevano pompa [...] ovvero perché durante il periodo della neutralità erano stati individuati taluni più che in altre zone, i quali senza scopo di lucro, ma per leggerezza o millanteria o per ignoranza, avevano rivelato alle autorità austriache di confine i nostri movimenti militari, movimenti del resto fatti alla luce del giorno e che tutti, anche i ciechi, avevano potuto vedere. Nocque poi ai carnici [...] la difficile parlata [...] e il loro animo pensoso e chiuso [...] Austria e Germania avevano per lunga tradizione di anni, da padre a figlio, dato agli uomini lavoro, alle famiglie pane: Austria e Germania avevanli accolti bambini, sulla soglia della vita, e forse davanti ad essi, a pochi metri da essi stavano ora in trincea coloro medesimi che li avevano ospitati e nutriti [...] Queste considerazioni fecero sorgere in taluno ― e ciò non può meravigliare ― il sospetto che i carnici, di fronte alla guerra combattuta a due passi dalle proprie case, con l'incombente minaccia di una invasione, contro nemico che fino a ieri era stato per molti fratello, fossero rimasti sordi e riluttanti alla voce della Patria. E vi fu anche chi andò più in là, e nei primi giorni che segnarono l'apertura delle azioni belliche ritenne la popolazione di alcuni paesi connivente col nemico. Il 5 giugno del 1915 venne fatto sgombrare Forni Avoltri perché si diceva abitato da spie...», Del Bianco, La guerra e il Friuli cit., pp. 250-251; e ancora: «Il sospetto era sorto dal fatto che nessuno dei movimenti delle nostre truppe, nel settore di Forni Avoltri, era passato inosservato agli austriaci, i quali avevano potuto prendere tempestivamente disposizioni atte a frustrare ogni nostra sorpresa. [...] Un disertore irredento spiegò l'enigma: la natura specialissima del terreno favoriva le intercettazioni telefoniche che venivano fatte tra i nostri Comandi, per cui dispostosi che le comunicazioni fossero effettuate in dialetto, il fenomeno immediatamente cessò...», ivi, p. 271. 

  21. Le citate opinioni di don Molinaro e don Cella sono riportate nel (riquadro 4). 

  22. «Nel timore di un'invasione dobbiamo abbandonare in fretta e furia le nostre case. Triste spettacolo di bambini che piangono, di vecchi che salutano la casetta che forse non ritroveranno in piedi, di donne che si affannano a portar via le proprie creature, oggetti di maggior valore e gli animali. Confusione. La mia famiglia si sistema alla meglio in un albergo a Comeglians. Si dorme in una camera occupata da circa una decina di persone. La mamma cucina all'aperto; per pascere le mucche deve recarsi in un paese vicino [...] Finalmente dopo quaranta giorni si può tornare a casa. Si preferisce vivere in pericolo ma al proprio paese. Troviamo qua e là trincee e reticolati...», Tullio Ceconi (a cura di), Tracce di storia per immagini, Coordinamento dei circoli culturali della Carnia, [Cercivento] 1996, p. 98; nel libro vengono riportati ampi «stralci dei ricordi» del prof. Vittorio Romanin Brigidin

  23. «28 Aprile [1916]... Una vecchia ― di età  assai avanzata, ma ancora arzilla ― sta agucchiando, vicino alla finestra. Le domando: ― Il confine è molto lontano di qui? ― Non molto. Due ore o più. ― E come si chiama il primo paese tedesco dopo il confine? ― Luckau. ― Ci siete stata? ― Una volta sola. A Luckau c'è una grande Santuario e tutti gli anni, prima della guerra, si facevano dei pellegrinaggi. Ci vogliono cinque ore di cammino. Si passa da Pierabech e si rimonta il Fleons. La vecchia mi racconta, poi, l'episodio dello sgombero di Forni, avvenuto alcuni mesi fa, sotto la minaccia di una incursione del nemico. - Un giorno, all'improvviso, il Sindaco ci diede l'ordine di andar via. Nessuno restò nel paese. Tutte le case furono chiuse e abbandonate. Che confusione! Che disperazione! Le famiglie povere non sapevano come fare, né dove recarsi. Noi ci fermammo a Ivaro (sic), altri a Rigolata (sic). Donne e bambini piangevano. Scene da piangere. Siamo rimasti lontani quaranta giorni che mi sono sembrati quarant'anni. Ma se tornassero un'altra volta, io non partirei più, anche se fossi sicura di morire fucilata da quei cani. Sono tanto vecchia!», Benito Mussolini, Il mio diario di Guerra (1915-1917), Casa Editrice Imperia, Milano 1923, pp. 144-146. 

  24. Giampaoli, La Grande Guerra cit., p. 13. Analogo giudizio, per quanto riguarda Forni Avoltri, è espresso anche da Elpidio Ellero: «Forni Avoltri, Sigiletto, Frassenetto, Collina e Collinetta furono località per le quali lo sfollamento venne deciso per obiettive ragioni di incolumità della popolazione. I fatto diedero ragione alla scelta delle autorità militari perché nel 1916 (luglio ed ottobre), Forni Avoltri venne pesantemente bombardata dall'artiglieria austriaca che provocò vittime tra i civili», Elpidio Ellero, «Autorità militare italiana e popolazione civile nell’udinese (maggio 1915 - ottobre 1917). Sfollamenti coatti ed internamenti», in Storia contemporanea in Friuli, vol. XXVIII, n. 29 (1998), p. 29. Un elenco dei «bombardamenti segnalati dai diari storici dei reparti su Forni Avoltri» in Giampaoli, La Grande Guerra cit., pp. 457-459. 

  25. Sotto Corona, «Memoria di mia vita» cit., pp. 35-37. La madre è Giulia Di Sopra (1839-1929) di Antonio Cjanöf da Collina piccola, Elda è la figlia (1909-1997) di Gaetano; «Lacognata Verginia» è Virginia Maria Di Sopra Cheché (n. 1878); «giovanni bandol» è il cognato Giovanni Zanier di Bandol (1872-1938), sposato con Eliana Di Sopra; «Erminia» è Erminia Di Sopra (1882-1961), sposata con Pietro Gortana di Neno (1882-1955). 

  26. ivi, p. 37. Su questo periodo si veda anche il racconto di don Antonio Roja (riquadro 5). 

  27. ivi, p. 38. 

  28. ivi, p. 38-39; «Giuseppe sarturut» è Giuseppe Isidoro Tamussin Sarturut (1886-1965); «Marcello» sta per Marcello Giuseppe Tamussin Bortul (n. 1886). 

  29. ivi, p. 39; «fulin»: «L'area identificata dal toponimo è quella che circonda il ponte sul rio omonimo lungo la strado di Créts», Enrico Agostinis, I luoghi e la memoria.Toponomastica ragionata e non della Villa di Collina, Territorio della Carnia, www.aleraltogorto.org, 2016, p. 128; «buros»: «Prato in pendio moderato... sottostante l'abitato di C[ollina]P[iccola]», ivi, p. 72; «nel stali di mascerio»: nel fienile di Maşério, ivi, p. 145. 

  30. a crociatèt: comando militare che ordina al soldato d'imbracciare il fucile col calcio stretto al fianco destro; ed è posizione preparatoria per lo sparo. 

  31. Sotto Corona, «Memoria di mia vita» cit., pp. 39-41; «Severino Barbolan» corrisponde a Severino Tommaso Barbolan Tûš (1889-1919); «Pietro Barbolan»: Pietro Barbolan (1871-1951), zio paterno di Severino. La casa abitata allora da Gaetano Sotto Corona, a Collina Grande, dovrebbe corrispondere all'edificio denominato in Tuto e quella di Pietro Barbolan a quello chiamato in Tûsj (Enrico Agostinis, Le anime e le pietre. Storie e vite di casa e casate, di uomini e famiglie. Piccolo grande zibaldone della villa di Culina in Cargna, www.aleraltogorto.org, 2020, pp. 115-117, case n. 234 e 232, rispettivamente - piantina a pp. 165). 

  32. Sotto Corona, «Memoria di mia vita» cit., pp. 42-43; «Marina a S. Giorgio»: Marina Sotto Corona (1915-1982), battezzata nella chiesa di San Giorgio (parrocchiale di Comegliàns); «mio cognato»: Giovanni Della Pietra da Calgaretto (n. 1863), marito di Virginia Maria Di Sopra (n. 1878). 

  33. «... nella notte sul 25 novembre 1916, a casera Plumbs perirono trenta alpini. Svegliaronsi in quella notte di tregenda gli abitanti di Collina, presi dallo spavento al boato che fece il fiume di neve rovinando a valle, e tutti dissero che l'anima stessa di Francesco Giuseppe, giunta all'inferno, aveva ottenuto dal demonio quest'ultima vendetta, perché mai slavina cadde più grande in quella zona, né mai alcuna, a ricordo di uomo, ingoiò tante vittime e tante cose», Del Bianco, La guerra e il Friuli cit., p. 297. In realtà i morti furono trentuno, trenta artiglieri e un soldato del Genio. 

  34. L'elenco delle portatrici di Collina elaborato da Pierluigi Giampaoli ― Giampaoli, La Grande Guerra cit., pp. 477-478 ― include ben 49 nominativi. I figli dei militari o trattenuti alle armi potevano ottenere il libretto di lavoro a partire dai dodici anni compiuti. Quanto a Forni Avoltri «le portatrici del Comune salirono al M. Coglians fino alla costruzione della teleferica. Portarono inoltre i rifornimenti a F.lla Plumbs presso la Sezione da 120G della 221 batteria del 10° gruppo d'assedio ed alla 471° btr. d'assedio dell'89° Gruppo da 95 mm al M. Floriz. Ma di tutti gli altri servizi svolti tra il Peralba ed il Coglians nei viaggi per i rifornimenti, nello sgombero delle nevi, nella costruzione di ricoveri e manutenzione della viabilità non vi sono tracce scritte», ivi, pp. 474-475. Come ha osservato Pietro Cella per Givigliana, ma lo stesso vale per Collina, nei «tre anni di guerra, tra soldati in servizio e operai reclutati per i lavori militari al fronte, si può dire che tutto il paese, uomini e donne, fosse mobilitato in permanenza», Pietro Cella, Memorie di Givigliana, Premiato Stabilimento Tipografico L. Lukežič, Gorizia 1928, p. 60. 

  35. Sotto Corona, «Memoria di mia vita» cit., pp. 43-44; «in Piertio»: forse in Plan di Pièrtios, cfr. Agostinis, I luoghi e la memoria cit., p. 180; «pecol»: su Pecól (dabàs e dadàlt), cfr. ivi pp. 164-165, che ricorda come «Al margine occidentale del Pecól [dadàlt], quasi incombente sui sottostanti Trio Rès, si trova ancora la casermetta della Guardia di Finanza, edificio relativamente moderno (circa 1960) ma anch'esso ormai in disuso. Nel corso degli eventi bellici in corrispondenza della casermetta era posta la stazione della teleferica militare, proveniente da Pecól dabàs»; «crostos»: in cima al monte Crostis; «sulla Biaugios»: in Bióucjos e la relativa Fòrcjo in cui «il sentiero che nelle sottostanti Bióucjos si diparte a dx dalla pista forestale che sale alla casera Plumbs si divide a sua volta in due rami, l'uno sale a sx verso il m. Crostis, l'altro scende a dx in direzione di Givigliana», cfr. ivi, p. 70. 

  36. Sergio De Infanti, nel bel racconto storico «Gorizia è nostra» ― Sergio De Infanti, Gorizia è nostra, Circolo Culturale Menocchio, Montereale Valcellina 2001 ― ha efficacemente ricreato il clima e le problematiche di quegli anni. 

  37. Le citazioni sono tratte da lettere del sindaco di Forni Avoltri riprese da Laura Calò, «Le donne friulane e la violenza di guerra durante l’occupazione austro-tedesca 1917-1918. Alcuni esempi per la Carnia», in Enrico Folisi (a cura di) Carnia invasa 1917-1918. Storia, documenti e fotografie dell’occupazione austro-tedesca della Carnia e del Friuli, [Comune di Tolmezzo], Tolmezzo 2003, pp. 131-132, opera alla quale si rinvia. 

  38. Sotto Corona, «Memoria di mia vita» cit., p. 44; «in giampei»: in Cjampei, «area con pascolo e strutture malghive» non lontana da casera Chianaletta, cfr. Agostinis, I luoghi e la memoria cit., pp. 84-86. «Vale»: Michele Pascolin Vale (n. 1867), fg. di Leonardo e Anna Tamer, sp. nel 1889 con Brigida Gracco (n. 1861) da Givigliana. 

  39. Cella, Memorie di Givigliana cit., p. 52. 

  40. ibidem

  41. ibidem

  42. Antonio Roja, Il Friuli da Caporetto alla vittoria (1917-1918). «Senza alcun barlume d’alba», a cura di Rudi Fasiolo et al., Paolo Gaspari editore, Udine 2000, p. 204. 

  43. ibidem. Parroco di Forni Avoltri è don Fortunato Molinaro (Cornino 1877-1965), fg. di Andrea, ordinato sacerdote nel 1903. Prima cappellano mansionario di Forni Avoltri (1903-1905), poi economo di Sopraponti (1906-1910 e 1914-1917 e 1918-1919). Cappellano di Givigliana è don Pietro Cella, (Cadunea 1887 - Tolmezzo 1948) fg. di Leonardo e Maria Nin, ordinato sacerdote nel 1912, mansionario di Givigliana dal 1912 al 1923. 

  44. Antonio Roja, Tutta una immensa desolazione. La Carnia da Caporetto alla Vittoria nel diario di don Antonio Roja, a cura di Antonina Deotto et al., Paolo Gaspari editore, Udine 1998, p. 75. 

  45. Giuseppe Simonitti (Socchieve 1873 - Rigolato 1943), fg. di Valentino e Maria De Candido, ordinato sacerdote nel 1897, «fu prefetto disciplinare nel Seminario, economo e parroco di Rigolato dal 1902. Dal 1933 era Arcidiacono Vicario Foraneo del Canale di Gorto», Molinaro, La cura di Sopraponti cit., p. 5. 

  46. Roja, Il Friuli da Caporetto alla vittoria cit., pp. 125-126. 

  47. Molinaro, La cura di Sopraponti cit., pp. 105-106. Don Molinaro, «Economus perpetuus» di Forni Avoltri, così giustifica la sua decisione di partire: «Venne invece ciò che nessuno s'aspettava, l'invasione e l'economo perpetuo si trovò nella previsione d'essere fatto internare dalla fazione contraria. Può darsi che il calcolo fosse sbagliato, perché i faziosi, avendo altro di più serio da pensare, si sarebbero astenuti. Fu tenuto consiglio fra sacerdoti, e stabilito che egli solo partisse: e partì. Non fu un viaggio di piacere. Partì addolorato. per dover abbandonare la parrocchia ed una ammalata grave, Maria Candido d'anni 59, che morì il 3 novembre e fu sepolta da un cappellano militare austriaco degli invasori, Adalberto Holis», ivi, p. 103. 

  48. Ceconi, Tracce di storia cit., pp. 98-103. 

  49. Reale commissione d’inchiesta, «Risposta dei parroci della montagna friulana al questionario inviato dalla reale commissione d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico», in Folisi (a cura di), Carnia invasa 1917-1918 cit., pp. 163-175. 

  50. ivi, p. 165.. 

  51. Sempre secondo don Antonio Roja «Anche Forno Avoltri avea da abbruciare gli Italiani ed avean già disposte le latte di petrolio e di benzina ed avviata la gente alla fuga. Per ciò don Molinaro partì», Roja, Il Friuli da Caporetto alla vittoria cit., p. 114. 

  52. I dati sono stati ricavati da Anna Paola Peratoner, Michele Gortani e l’attività assistenziale a favore dei profughi carnici 1917/1919, Museo Carnico delle Arti Popolari, Tolmezzo 2004, pp. 81. 

  53. Giancarlo L. Martina, «“Spinti dalla fame e dagli stenti”. L’occupazione austro-tedesca di Ampezzo nel diario di don Vincenzo Rainis», in Pagherà Cadorna. Diario di Don Vincenzo Rainis, a cura di Giancarlo L. Martina, Coordinamento dei circoli culturali della Carnia, 1999, p. 6. Don Antonio Roja annota il 25 marzo 1918 «In Sappada son rimasti circa 400 abitanti. In cinque mesi sono state celebrate in Sappada sette messe. V'è stato anche un prete venutovi dall'Austria», Roja, Il Friuli da Caporetto alla vittoria cit., p. 114. 

  54. I numeri restano in ogni caso ballerini: «I profughi sappadini furono in gran parte riuniti ad Arezzo, dove, in via della Bicchieraia, trovò sede provvisoria il Municipio di Sappada: il commissario prefettizio Pietro Fasil, grazie ad un'attenta raccolta di notizie, riuscì a ricomporre gran parte delle famiglie smembrate. La città di Arezzo ospitò profughi, e dalle indagini condotte si venne a sapere che persone erano rimaste a Sappada», Alberto Peratoner, Sappada/Plodn: storia, etnografia e ambiente naturale, Associazione Plodar, Sappada 2002, p. 114. 

  55. Il «consiglio» di sgombero emanato dal Comando del 7° settore e il fonogramma di risposta del sindaco erano stati pubblicati sul sito web del Museo della guerra di Sappada «www.ilpiccolomuseodellagrandeguerra.it» consultato il 15.11.2012 ed ora (settembre 2020) non più disponibile; ecco la trascrizione del primo documento: «28/10-917. Comando del 7° Settore. Stato Maggiore - N° 17328 di prot Op. R. Oggetto: sgombero della popolazione civile. Al Signor Sindaco del Comune di Sappada. Necessità militari impongono lo sgombero della popolazione civile di codesto Comune. Lo sgombero non è ordinato dall'Autorità Militare, ma consigliato; e, come il consiglio risponde al sentimento di Patria e di dovere, così sono certo ch'esso verrà seguito dalle popolazioni, guidate saggiamente dalla Amministrazione Comunale e dalla S. Vostra. Le popolazioni dovranno raggiungere Calalzo coi propri mezzi. L'Autorità militare non può fornirne alcuno; si limiterà a non requisire i mezzi di trasporto locali. Confido nell'energico e illuminato concorso della S.V. pregandola di partecipare prontamente a questo Comando il numero esatto dei partenti, all'assistenza dei quali si cercherà di provvedere quanto più sua possibile. Il maggiore generale Comandante del 7° Settore G. Fiastri». Stando a don Antonio Roja «Da Sappada sono partiti il parroco ed il cappellano. Ed il fatto è successo così. Gli Italiani prima di partire avean deciso di abbruciare il paese, quindi era necessario fame partire la popolazione. Chi era disposto a partire, chi no. Il parroco disse sarebbe partito se il più della popolazione partiva, altramente, no. Ciò fu preso come renitenza agli ordini e simpatia per l'Austria. Non gli dettero nemmeno il tempo necessario per prendersi un po' di corredo e di scorta, non lasciavan nemmeno entrare in canonica, lo accompagnarono due carabinieri al camion e venne condotto via. Il cappellano vedendo ciò lo seguì.», Roja, Il Friuli da Caporetto alla vittoria cit., p. 114. 

  56. Da lettera dell'arcivescovo Antonio Anastasio Rossi al sottosegretario all'Interno Giacomo Bonicelli citata in Ellero, «Autorità militare italiana e popolazione civile» cit., p. 62.  

  57. «Poi partii malcontento, siariva stanchi a Forni di Sotto. poi al'indomani ai 4 Novembre verso le ore dieci. Vidi i Signori Caneva subito mi afretai ad avicinarmi per vedere che nuove mi davano, poi li salutai e midisero che stavano bene e che nessuni era partiti»,Gaetano Giuseppe Sotto Corona, «Libro di guerra», 1927, p. 33. Gli elenchi contengono alcune duplicazioni, che sono state espunte dalla Tabella 1 grazie alla loro evidenza; l'unico dubbio riguarda l'eventuale diversificazione tra Luciano Romanin chierico, residente a Bergamo, e Luciano figlio di Valentino Romanin domiciliato a Sombreno, che sono stati considerati, in base alla semplice omonimia, la stessa persona. Luigia Del Fabbro è così ricordata da don Molinaro: «La maestra Luigia Del Fabbro. Era fuggita all'invasione, riparando nel Bergamasco, e la sera del 7 aprile 1918, a Sombreno, in strada, su d'un mucchio di ghiaia, un infarto cerebrale improvvisamente la stese morta. La salma fu trasportata a Forni Avoltri», Molinaro, La cura di Sopraponti cit., p. 57. 

  58. I nominativi delle zie e di Pietro Tolazzi sono ricavati dagli elenchi di Tolmezzo, località d'origine di Anna Tolazzi, madre di Armida ― Ufficio profughi pel circondario di Tolmezzo, «I profughi del circondario di Tolmezzo e la loro attuale residenza», in Bollettino dei profughi dell’«Opera Bonomelli», supplemento al n. 49 (1918). 

  59. Reale commissione d’inchiesta, «Risposta dei parroci» cit., p. 173. 

  60. Cella, Memorie di Givigliana cit., p. 53. 

  61. ivi, p. 54. Anche Vittorio Romanin ricorda: «La situazione è critica ma l'avvenire pare peggiore perché per il prossimo inverno le piccole scorte sono esaurite. Parlandone con la mamma pensiamo di riservare la parte meno dura del fieno di terzo taglio (muiart) per cuocerlo e tritarlo aggiungendovi possibilmente un po' di grasso o qualche altro condimento. Per un certo periodo soggiornano in paese prigionieri italiani e russi che vengono adibiti dai Tedeschi alla raccolta di materiale bellico. I Tedeschi passano loro una razione ridottissima. Nonostante la nostra miseria viene deciso che ogni famiglia accolga alla propria tavola un prigioniero italiano. Per i Russi aiuti minori, poiché i miracoli non si possono fare...», Ceconi, Tracce di storia cit., pp. 103-105. 

  62. Cella, Memorie di Givigliana cit., pp. 56-57. Il riferimento a Toblach/Dobbiaco viene chiarito dalla relazione indirizzata alla «Commissione d'inchiesta sulle violazioni al diritto delle genti commesse dal nemico», composta nel dopoguerra dal delegato arcivescovile di Pesariis, don GioBatta Bulfon: «Nel giugno in tutto il Comune furono requisiti 30 operai per Calalzo, Toblahc sotto il pretesto di tenerli per 15 giorni. Per maltrattamenti subiti dai violenti custodi, per insufficienza di vitto e cattivissimo parecchi disertarono. Dopo alcuni giorni ed alcuni con malattia, i restanti per l'energica intromissione del Sig. Sindaco furono licenziati alle loro famiglie però assai deperiti», Reale commissione d’inchiesta, «Risposta dei parroci» cit., p. 171. 

  63. Opera di soccorso per le chiese rovinate dalla guerra (Venezia), Statistica delle campane asportate dalle province venete dai Germanici e dagli Austro-Ungarici o distrutte nella zona di guerra, a cura di Giovanni Costantini, San Marco (tip.), Venezia 1919, pp. 3-4, 8, 9. 

  64. Roja, Il Friuli da Caporetto alla vittoria cit., p. 102. 

  65. Cella, Memorie di Givigliana cit., p. 54. «Una volta mi reco nel Friuli con mia mamma e una sua amica portando del formaggio e credo anche della biancheria da cambiare col grano. Non vi sono mezzi di trasporto e andiamo a piedi trascinando un carretto a quattro ruote... Neppure i Tedeschi hanno di cui rallegrarsi per il vitto. Un giorno osservo un soldato che rompe una durissima pagnotta aiutandosi con la baionetta; in quel pane c'è una percentuale molto bassa di grano... la muffa di due o tre giorni è abbondante. Sarei felice di ricevere una fetta, ma non dalle mani del nemico... La situazione è critica ma l'avvenire pare peggiore perché per il prossimo inverno le piccole scorte saranno esaurite», Ceconi, Tracce di storia cit., p. 103. 

  66. Reale commissione d’inchiesta, «Risposta dei parroci» cit., p. 169. 

  67. ivi, p. 171. 

  68. ivi, p. 172. 

  69. Cella, Memorie di Givigliana cit., p. 54. 

  70. Roja, Il Friuli da Caporetto alla vittoria cit., p. 175. 

  71. Cella, Memorie di Givigliana cit., p. 57. 

  72. ibidem

  73. ivi, pp. 56-57. 

  74. Reale commissione d’inchiesta, «Risposta dei parroci» cit., p. 166-167. 

  75. ivi, p. 173. 

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