Le chiese di Casadorno

 

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La chiesa vecchia

Venne fondata per iniziativa di Biagio Di Corte e di Lorenzo Volomario, ambedue di Casadorno. Il primo operava tra Amburgo e Berlino, il secondo a Wels. Alcune lettere che si scambiarono descrivono nei dettagli i loro propositi. Tra questa una famosa in friulano in cui Biagio Di Corte asserisce che la chiesa «sia fatte in nisun louch altri chu sul critut de Vidrine entrant in tal chiamp di genau», e un'altra in tedesco in cui si accenna a un trasporto di "robbe della chiesa" avvenuto via mare, da Amburgo a Livorno, pervenute infine a Gemona per essere "dispachate et con li nostri carri condotte a casa". Lorenzo muore nel 1713, nel testamento dispone un lascito per la chiesa che viene completata da Biagio nel 1717. Nel 1721 viene celebrata la prima messa. La chiesa viene dotata di capitali e beni per il suo funzionamento, tanto che dal 1778 vi opera una mansioneria. Primo mansionario Gio Battista Malagnini da Amaro. Con l'estinzione dei Di Corte rigoladotti (gli ultimi discendenti risiedono a Praga), e dopo varie vicissitudini occorse al capitale (che a un certo punto sparisce completamente), inizia un rapido declino. Nel 1849 «era in un disordine tale che si riteneva di momento in momento che crollasse» (don A. Roia).

La chiesa nuova

La nuova chiesa viene benedetta il 4 marzo 1900 dall'economo spirituale Don Giovanni Simonitti. Secondo don Antonio Roia «La vecchia era diroccata e su fondo instabile, e perciò fu demolita. Il sig. Giulio fu Giuseppe D’Andrea refe (venuto in possesso, per vitalizio di Teresa Candido Gerin erede dell’amministratore, dei fondi donato dai Sig. De Corte alla Chiesa) fece costruire la nuova a 200 metri verso levante sul punto più elevato del poggio», ma sulla porta venne posta questa iscrizione: «Xsto Redemptori - in honorem Virginis perdolentis anno MCM die 14 martii dicatum». C'è da ritenere che alcuni arredi e altri elementi della vecchia chiesa venissero riutilizzati: le campane, gli addobbi sacri e probabilmente anche alcune statue, tra cui forse quella del Cristo dolente, che secondo Giuseppe Bergamini sarebbe invece più recente: «restaurata da Gianpaolo Rampini, commissionata ad ignoto intagliatore all’inizio del Novecento dal proprietario della chiesa, Giulio fu Giuseppe D’Andrea, nei modi altisonanti del rinascimento tedesco, con stretti richiami all’opera di Hans Leinberger». Ma cosa poteva giustificare il trasporto, così complesso e insolito per dei carnielli del 1710 (via mare da Amburgo a Livorno e via terra fino a Gemona e Casadorno), a cui si è accennato in precedenza? Ci auguriamo che qualcuno approfondisca la datazione di questa statua, fugando così questo dubbio rafforzato dal fatto che un acquisto recente probabilmente avrebbe lasciato qualche traccia sia cartacea sia, considerata la singolarità di una simile rappresentazione del Cristo per le chiese gortane, di altro genere.

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