CONSORZIO PRIVATO DI COLLINA
Comunione Familiare Montana, 1806

Eugenio Caneva

 

NONSOLOLATTERIA. Eugenio Caneva e la sua attualissima eredità, oggi

 

ATTI DEL CONVEGNO - Collina, Rifugio Edoardo Tolazzi, 27 ottobre 2018

 

 

 

Eugenio Caneva La latteria

 



Premessa

Il maestro Eugenio Caneva (1842-1918) è conosciuto soprattutto per l'ideazione e la costituzione a Collina, frazione del Comune di Forni Avoltri, della prima Latteria sociale del Friuli. In realtà, per oltre mezzo secolo egli fu prima fulcro e quindi cronista di tutte le iniziative socialmente rilevanti della sua comunità, dall'edilizia pubblica alla viabilità all'acqua, dall'allevamento alle rilevazioni meteorologiche al servizio postale e telefonico, senza naturalmente dimenticare l'insegnamento.

Con il convegno Nosololatteria, organizzato dal Consorzio Privato di Collina - Comunità familiare montana in collaborazione con in occasione del centenario della scomparsa di Caneva, e tenutosi a Collina il 27 ottobre 2018, si è inteso richiamare alla memoria collettiva l'operato del maestro a favore della sua comunità. Attraverso la rivisitazione di alcune delle molteplici attività di questo autentico uom di multiforme ingegno da parte di figure di grande rilievo della cultura e della società carnica e friulana di oggi, gli eventi di oltre un secolo addietro travalicano lo spazio di Collina e il tempo di ieri per proiettarsi in tematiche ancora oggi di grande e universale attualità.

I temi affrontati e i rispettivi relatori sono:

  • Strade. Collina si apre al mondo, ma il mondo non si apre a Collina. Relatore Luca Nazzi, Presidente del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva del Friuli Venezia Giulia.
  • Formaggio. Latteria - Riforma - Rivoluzione. Relatore Sandro Menegon, già operatore dell'ERSA, autore con Stefano Bovolenta e Francesco Del Zan della principale opera sull'allevamento in Friuli, L'uomo domini sul bestiame.
  • Acqua. Un tema bruciante, oggi più di ieri. Relatore Franceschino Barazzutti, già sindaco di Cavazzo e Presidente del Consorzio del Bacino Imbrifero Montano (BIM), membro del Comitato per la tutela delle acque del bacino montano del Tagliamento, da sempre una delle voci più auto-revoli in prima linea nella difesa dei diritti della Carnia e dei Carnici, soprattutto in tema di acque.
  • Scuola a Collina. In cerca di un maestro e di un tetto sicuro. Relatore Lorenzo Prearo, prima docente e quindi dirigente scolastico in numerosi istituti superiori della Regione FVG, oggi docente all'UTE di Cervignano del Friuli.

Siamo certi di fare cosa gradita ai partecipanti al convegno e ai lettori di alteraltogorto.org ripropo-nendo in forma scritta tutti gli interventi dei relatori.

Agosto 2020

 


LA SUSSIDIARIETÀ SECONDO EUGENIO CANEVA

Relatore Luca Nazzi

In uno dei suoi numerosi e gustosi scritti Enrico Agostinis, cui dobbiamo tutta la nostra gratitudine per averci riuniti qui alla "Scuola" di Eugenio Caneva, descrivendo l'intraprendenza di quel grande maestro, operatore sociale e costruttore di opere pubbliche che fu Eugenio Caneva, tira in ballo l'intrigante tema del Fasjìn bessùoi. Fasìn di bessôi.

Vorrei partire da qui per questo piccolo intervento fatto di suggestioni e di provocazioni, più che di informazioni storiche su un autentico gigante di Collina, della Carnia e di tutto il Friuli, di cui andrebbero studiati a fondo tutti i testi e tutte le opere per conoscere la rete delle sue relazioni, le fonti e i modelli culturali ed economici da cui ha preso ispirazione, le modalità e i limiti di propagazione delle sue imprese straordinarie.

Il Vocabolario della lingua friulana di Giorgio Faggin spiega: «Dibessôj: motto di un gruppo di autonomisti friulani».

Il Dizionario autonomistico friulano di Gianfranco Ellero precisa:

«Era il motto in friulano che Tiziano Tessitori aveva adottato per la sua Associazione […] nel 1945. Pur essendo di trasparente significato – di bessôi significa "da soli" – ed efficace per sintetizzare lo spirito e i programmi di quel cenacolo di coraggiosi autonomisti, fu spesso citato, in seguito, come manifestazione di chiusura e di grettezza provinciale, se non proprio di xenofobia. è […] quanto mai trasparente la malafede di quanti distorsero il senso di quelle due parole: gente malata di nazionalismo e di statalismo o di internazionalismo. La malafede dei denigratori risulta chiarissima se andiamo a leggere i nomi di coloro che avevano raccolto l'appello di Tessitori […] ci limitiano a citare Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Marchetti, Siro Angeli e Ottavio Valerio, Gianfranco D'Aronco e Piero Pezzè, Alessandro Vigevani e Lao Menazzi Moretti […] che si rifacevano alle idee di Hamilton e Jefferson, Tocqueville e Cattaneo, Proudhon e Mounier, don Sturzo ed Einaudi: sarebbero questi gli uomini della chiusura?»

Eugenio Caneva, sia quando ispirava e progettava la costruzione della strada fra Collina e Collinetta come il più importante collegamento «dal ponte Fulìn alla fontana di Tors», consentendo di raggiungere razionalmente e rapidamente la viabilità provinciale della Val Degano (garantendo finalmente un trasporto adeguato e sicuro del prezioso legname ricavato dai Boschi collettivi di Collina), aveva sicuramente ben chiaro nella sua mente e nel suo cuore la «Regola aurea» del Fasjìn bessùoi, quella stessa che oggi, grazie alla Dottrina sociale della Chiesa e per merito dei grandi uomini che hanno ispirato il processo di unificazione europea, in Italia è divenuta anche un principio fondamentale della Costituzione, con il nome di «Sussidiarietà»

(cfr. articolo 118:

«Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze. La legge statale disciplina forme di coordinamento fra Stato e Regioni nelle materie di cui alle lettere b)e h) del secondo comma dell'articolo 117, e disciplina inoltre forme di intesa e coordinamento nella materia della tutela dei beni culturali. Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà).
Ogni Persona, ogni Formazione sociale (sia essa Famiglia, Comunità, Associazione o Organizzazione) e ogni Istituzione, privata, pubblica o collettiva, ha il dovere di realizzare tutto ciò di cui ha bisogno e che è utile per la sua auto realizzazione, per il proprio benessere e per la sua missione, quando rientra nelle sue capacità e possibilità morali e materiali (e questa è definita «Sussidiarietà orizzontale»).
In ciò, deve ottenere la massima autonomia e, nel contempo, il massimo incoraggiamento e sostegno (e questa è definita «Sussidiarietà verticale») da parte di tutte le Istituzioni pubbliche, dal livello più prossimo (il Comune) al livello più distante (lo Stato, gli Organismi europei o sovranazionali»).

Eugenio Caneva è un modello di applicazione quotidiana e concreta del «Principio di Sussidiarietà» e noi non dobbiamo accontentarci di essere orgogliosi di ciò, ma abbiamo il dovere di essere all'altezza di questo nostro «Campione».

E ne dobbiamo seguire le tracce e l'esempio, anche contrastando, se occorre, quanti, oggi come ai suoi tempi, mettono i bastoni fra le ruote (usando le armi del centralismo, della burocrazia e facendo un uso insensato e distorto di norme mal interpretate o, perfino, ricorrendo alla prepotenza e agli abusi di potere).

Oggi, come ai tempi di Eugenio Caneva, per dare attuazione all'articolo 118 della nostra Costituzione – par Fâ dibessôi – abbiamo a nostra disposizione alcuni strumenti fondamentali che sono caratteristici della nostra Comunità e della maggior parte delle Comunità della Carnia e del Friuli: abbiamo il «Privato Consorzio», che è una Formazione sociale costituzionalmente riconosciuta, e abbiamo il nostro diritto di operare come «Frazionisti».

E abbiamo le «Basi patrimoniali» da cui ricavare le risorse necessarie per finanziare sia «Servizi di prossimità» (approvvigionamento idrico ed energetico, piccola distribuzione, ristorazione, assistenza scolastica e domiciliare…) sia «Progetti comunitari di sviluppo territoriale», per iniziare un percorso concreto verso l'Autonomia alimentare e l'Autonomia energetica della nostra Comunità, mirando concretamente agli obiettivi dell'Agenda 2030 dello Sviluppo sostenibile.

Questa Base patrimoniale, come avete tutti capito, sono i Beni in proprietà collettiva della Comunità di Collina, sia quelli appartenenti al Consorzio sia quelli, ben più consistenti, oggi usurpati dall'Amministrazione comunale di Forni Avoltri, che ancora si oppone all'applicazione delle Leggi statali 278/1957 e 168/2017, con l'ingiustificabile sostegno della Regione e del Commissario agli Usi civici di Trieste, peraltro sonoramente sconfitti dalla recente Sentenza 24978-18 della Corte suprema di Cassazione.

Se, ai primi del Novecento, Eugenio Caneva è riuscito a dare a Collina una viabilità degna di questo nome, vincendo l'insensibilità e i ritardi dell'Amministrazione comunale di allora, è stato proprio utilizzando seriamente i proventi dei Boschi collettivi.

Gli scritti e l'ispirazione di Eugenio Caneva non ci danno soltanto indicazioni pratiche e operative: «Quando la strada non c'è, facciamocela insieme», ci insegnano oggi come ieri.

Ma ci aiutano a ragionare e a riscoprire anche il senso del nostro essere Comunità.

Nel modo di operare del maestro Caneva e della Comunità di Collina dei suoi tempi, rileggiamo i caratteri propri di quella «antropologia» originale (cioè di quella visione della vita e del mondo) che il presidente emerito della Corte costituzionale, Paolo Grossi, ritiene tipica di tutti gli Assetti fondiari collettivi; ovvero: il primato della Comunità sul singolo e il primato dei Beni collettivi, della terra sul singolo.

E rileggiamo, in filigrana, i «Criteri progettuali», che assicurano nel tempo la stabilità delle istituzioni che le Comunità sono autonomamente capaci di darsi per una gestione efficace e sostenibile delle risorse collettive, così come sono stati individuati in ogni angolo del pianeta dal Premio Nobel per l'Economia, Elinor Ostrom, nel suo capolavoro "Governare i Beni collettivi" (1. Confini chiaramente definiti; 2. Congruenza; 3. Consenso collettivo; 4. Controlli; 5. Sanzioni graduate; 6. Meccanismi di risoluzione dei conflitti; 7. Riconoscimento del diritto ad organizzarsi).

Il maestro Caneva, additandoci il valore del Fasjìn bessùoi e il principio della «Sussidiarietà», ci indica uno stile di vita, un modello economico, un senso di marcia, perché possiamo compiere insieme una marcia sensata.

Da un lato, c'è il suo esempio di «progettualità, inventiva e capacità di aggregazione per il progresso sociale ed economico» e la sua ammirevole resistenza che lo ha aiutato a «superare gli ostacoli e le avversità che, in ininterrotta successione, si levano contro i volenterosi».

Dall'altro, c'è una sfida per ciascuno di noi: come i contemporanei di Eugenio Caneva, anche noi, oggi, siamo chiamati a scegliere se seguire quel maestro sulle strade che ha aperto o schierarsi con i frenatori accidiosi (e invidiosi), i bastian contrari a prescindere, i disinteressati (a tutto) e gli interessati (al proprio tornaconto), i ciechi e i sordi a qualsivoglia mutamento - I vin simpri fat cussì… – che abbondano in ogni Comunità e che Enrico Agostinis acutamente descrive in un suo testo, frutto di un'attenta lettura del Diario lasciatoci dal maestro Caneva, che ogni Frazionista di Collina e della Carnia dovrebbe leggere, almeno una volta in vita, per rendere migliore questo nostro splendido paese, questa nostra regione e il mondo intero.

 


FORMAGGIO. LATTERIA – RIFORMA - RIVOLUZIONE

Relatore Sandro Menegon

Buon pomeriggio,

voglio innanzi tutto ringraziare il Consorzio privato di Collina per avermi invitato. Sono certo che per molti di voi non racconterò nulla di nuovo: vogliate scusarmi, consideratelo un ripasso.

Forni Avoltri

Dal nome e dallo stemma comunale di Forni Avoltri si può evincere che in passato ci siano state attività minerarie, ma dovendoci occupare del Settore primario e diciamo dell'industrie annesse, considereremo solo la parte più superficiale della crosta terrestre cioè il suolo, che sostiene la copertura vegetale dalla quale gli animali, compreso l'uomo, dipendono.

Semplificando, le caratteristiche dei terreni del comune vedono, oltre a quelle derivanti dalle rocce calcaree-dolomitiche di difficile disgregazione, la presenza di suoli derivati da rocce più alterabili e quindi di maggiore spessore, più ricchi di elementi nutritivi.

Possiamo sommariamente dire che Forni si trova in condizioni migliori rispetto al Canal del Ferro o alle Valli del Cellina e del Meduna.

Uso del Suolo

Tuttavia, oltre che dalle sue caratteristiche fisico-chimiche dei terreni l'uso del suolo è condizionato:

  • dall'acclività. Per quanto riguarda la pendenza Forni Avoltri direi che non scherza;
  • dall'esposizione, ben evidenti le differenziazioni tra a soreli e ombrena;
  • dall'altimetria e, infine,
  • dal clima.

Enrico Marchettano, direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura così si esprimeva nei primi anni del secolo:

Le sorgenti principali di ricchezza in Carnia sono date dalla pastorizia e dalla selvicoltura. […] Foraggi, bestiame, latticini, legnami: ecco i prodotti principali che il suolo fornisce alla popolazione carnica. […]
In Carnia, come in tutti i paesi di montagna, l'agricoltura non può che imperniarsi sull'allevamento del bestiame e sulla utilizzazione delle pendici boschive1.

E, verità sacrosanta, lo stesso Marchettano aggiungeva: « Si può dire infatti che in Carnia non vi sono agricoltori ma "agricoltrici" », giusta e necessaria sottolineatura alla quale, se permettete, di mio aggiungo "e allevatrici".

Bosco

Boscadors, Taias, Segherias.

Cavalli, par strossâ taias e per trasporti nel bosco, indi in segheria-ferrovia (quest'ultima a Villa Santina nel 1910, a Comeglians nel 1915).

Dalle statistiche agro-pastorali e dalle rilevazioni effettuate fra il 1868 e il 1940 in comune di Forni Avoltri sono mediamente presenti circa 15 cavalli e 5-6 carradori2.

Orti, Coltivi da vanga

Prodotti degli orti e dei coltivi da vanga, sempre secondo il Marchettano:

[…] sono rami di produzione discretamente coltivati, ma la loro importanza rimane molto al disotto di quella dei primi prodotti citati3.

Prati

Erba, fieno, vacias

La fienagione non era certo una passeggiata. Si iniziavano gli sfalci sulle superfici prative contigue agli abitati, in buona parte letamate, in periodi di elevate precipitazioni, tanto da dover frequentemente ricorrere all'essicazione in verticale con quegli attrezzi che qui a Collina chiamate iflis4, ciò che garantiva un buon prodotto ma con un grande dispendio di energie.

Bisognava poi raggiungere gli stavoli e le staipe in quota. Diciamo pure che si falciava fin dove era umanamente possibile, anche se forse l'avverbio umanamente appare limitativo.

Pascoli

Sintetizzando: estese superfici erbose in quota, sfruttabili in un breve lasso di tempo.

Secondo Marchettano gli animali allevati nel comune di Forni Avoltri non erano sufficienti ad utilizzare razionalmente l'erba delle sue ben 18 monts o malghe: nel 1911 gravitavano su Forni Avoltri circa 1835 capi bovini, 405 caprini, 135 ovini e 70 maiali5.

A Forni arrivavano malghesi, pastori e animali provenienti da altri comuni carnici, ma anche dalle remote vallate prealpine dell'Arzino, del Cosa e del Meduna.

Latte

Ritornando a Foraggi, bestiame, latticini:

  • l'uomo, con la mungitura, «esercitando una violenza sulla natura»6 continuò, unico mammifero, a consumare il latte dopo lo svezzamento;
  • l'allevatore con l'alimentazione e la selezione aumentò la produttività degli animali e avendo a disposizione più latte di quello che poteva utilizzare quotidianamente, ed essendo il latte stesso un prodotto deperibile, osservando e provando trasformò il latte in formaggio.

«La fabbricazione dei formaggi ha lo scopo di ridurre in un piccolo volume e allo stato conservabile la gran parte delle sostanze contenute nel latte»7.

In mont, ossia in malga, dalla seconda decade di giugno agli inizi di settembre la lavorazione di un discreto quantitativo di latte veniva effettuata dal casaro-fedâr.

In paese, da fine autunno-inizio inverno alle prime decadi di giugno la caseificazione «Consiste nella prestanza reciproca del latte tra soci […] vicini casa e di stalla, spesso parenti: lavorando un quintale circa di latte al giorno […] con istrumenti domestici, fabbricando latticini di consumo locale»8.

Latterie sociali cooperative

E qui giunge la grande intuizione del Vostro, che si documenta, verifica, idea e costituisce nel 1880 la prima latteria sociale riformando e rivoluzionando.

Quanto segue non è una considerazione di un qualsiasi amatore come me, ma del titolare della Sezione di caseificio della Cattedra Ambulante di Agricoltura della provincia di Udine, il già citato Enore Tosi:

La latteria sociale è la più bella e la più riuscita manifestazione del moderno movimento di cooperazione. Per così proseguire […] Le più belle, più semplici e più utili istituzioni a vantaggio dei poveri9.

La latteria sociale dimostra da subito grandi vantaggi per la comunità. I benefici che seguono non hanno secondo me una gerarchia in quanto complementari:

  • un beneficio sottovalutato e poco ricordato è il fatto che la latteria libera le donne dalla caseificazione, compito che precedentemente grava (anche questo) sulle loro spalle. Esse, avendo più tempo a disposizione, non giocano certamente a canasta ma possono dedicarsi ad altre attività: durante l'inverno, maggiormente alla filatura, a pontâ, gugjâ, strapongi solettas, fa scarpets; in primavera all'orto e al campicello e a prepararsi per la fienagione;
  • si lavorano maggiori quantitativi di latte e con modalità standardizzate: le forme sono tutte uguali per diametro, scalzo e peso, il che al di là dell'aspetto estetico si traduce in un sostanziale beneficio "tecnico" garantendo uniformità di salatura, perdita d'acqua e maturazione;
  • tutti i processi per la caseificazione sono effettuati in locali appositi, con evidenti vantaggi sotto il profilo della pulizia e dell'igiene;
  • la strumentazione migliora:
    • entra nell'uso comune il termometro;
    • caldaie tipo svizzero;
    • nuove zangole e impastatrici;
    • la scrematrice del siero, che recupera il grasso sfuggito alle maglie della caseina, aumenta la produzione del burro: è moneta sonante in quanto è il grasso animale più raffinato e prezioso, in buona parte destinato dai soci alla vendita, utilizzando essi in luogo del burro grassi di maiale e di oca;
    • il caglio in pasta è sostituito con il caglio in polvere o liquido, che al di là delle migliori condizioni igienico-sanitarie, hanno il vantaggio di essere titolati;
    • la caseificazione è in mano ad un unico casaro.

Inoltre, a lato della filiera della caseificazione:

  • la latteria era retta da uno statuto e da un consiglio di amministrazione, durante le assemblee si discuteva e si baruffava, ma comunque ci si confrontava;
  • il segretario generalmente teneva i contatti con il mondo esterno. Dalle note di pugno di Eugenio Caneva risulta che il maestro aveva contatti con autorità amministrative, con il già citato Marchettano e con il Bubba della Cattedra Ambulante, leggeva gli organi dell'Associazioni Agraria Friulana L'Amico del Contadino e il Bullettino - vendendo i prodotti dei soci la latteria rompeva quel cerchio che si era formato tra produttori e bottegai-commercianti. I primi generalmente avevano qualche debito da pagare e i secondi facevano la voce grossa nell'acquisto dei latticini e nella vendita di altri generi alimentari;
  • talvolta, a fianco della latteria nascevano altre forme di associazionismo: basti ricordare le SOMSI, Società Operaie di Mutuo Soccorso, forme spontanee di assistenza (a Toppo/Travesio non pesavano uno sclip di latte, che versato in un contenitore comune era destinato ai bambini dell'asilo)10;
  • gestivano la stazione di monta e importavano i riproduttori;
  • in latteria tenevano le loro lezioni i Cattedratici;
  • in latteria si spettegolava pure, e forse il casaro, più o meno discreto, era al corrente dei fatti del paese come e più del parroco a mezzo del confessionale;
  • in latteria potevano nascere amori, poiché non dico al mattino, ma alla sera le ragazze che conferivano il latte, si sistemavano un pochino prima di uscire di casa;
  • in latteria si potevano organizzare carnevali o balli, ballando magari nei locali della latteria stessa.

La latteria funzionava, parlano i numeri:

Numero Latterie dal 1880 agli anni 1960
Anno Latterie Autore Localizzazione
1880 1 Ghinetti 1886 nell'allora Provincia di Udine
1882 5 " "
1883 16 " "
1884 27 " "
1885 29 " "
1903 [150] Tosi 1903 "
1911 253 Anonimo 1911 "
[1915] 321 Tosi 1920 "
Anni '60 652 Castagnaviz 1981 attuale Regione FVG

 

Nella Zona montana e pedemontana si poteva copiare in toto l'esempio di Collina. In pianura, mano a mano che le vacche aumentavano la produzione del latte grazie all'incrocio e alla selezione, si poteva adattare il metodo organizzativo di Collina alle diverse condizioni agronomiche, zootecniche e sociali, talvolta anche oltre il ristretto ambito della latteria.

Quando alcune delle molte altre iniziative che sorsero dopo ebbero la fortuna di avere un personaggio dello spessore di Eugenio Caneva e in condizioni economiche migliori, esse riuscirono talvolta a superare anche Collina.

A Fanna, con terreni tra il discreto e il buono e con una frutticoltura fiorente, già le mele locali raggiungevano sì il mercato di Udine, ma anche Vienna, Alessandria d'Egitto e l'India11. Grazie all'avv. Alfonso Marchi, con un casaro allievo della scuola di Reggio Emilia nel 1883 vi si fondò la latteria che, a parte le difficoltà iniziali (anche in questo Collina fece "scuola"), divenne «una delle più importanti latterie del Friuli»12.

Indubbiamente alla diffusione delle latterie contribuì moltissimo Enore Tosi, in Friuli già dal 1895 e, come ricordato, titolare della Sezione di caseificio della Cattedra Ambulante di Agricoltura della provincia di Udine dal 1905 al 1928, nonché insegnante nella prima Scuola pratica temporanea di caseificio a Piano d'Arta dal 1906.

Nel 1926 Tosi fondò a San Vito al Tagliamento la Scuola di Caseificio del Friuli. Scrisse numerosi articoli su riviste tecniche regionali e pubblicò il Manuale pratico di Caseificio13 dove trattava i progetti di locali, macchinari, amministrazione, nonché analisi, adulterazione, tecnica casearia di buona parte dei formaggi italiani e di alcuni formaggi esteri di grande diffusione. Progressivamente aggiornato, il suo Manuale raggiunse nel 1930, dopo la morte dell'Autore, la quinta edizione.

Degno successore di Enore Tosi fu Salvino Braidot, fino al 196414.

L'esperienza di Collina andrebbe comunque più spesso ricordata, così come andrebbe ricordato il vostro fondatore Eugenio Caneva e i soci che lo sostennero. E anche e soprattutto andrebbero ricordate, come già fece Marchettano, le nostre troppo spesso dimenticate agricoltrici-allevatrici: oggi si riscoprono in chiave eroica le portatrici carniche della Grande Guerra, ma il loro vero eroismo di sempre di feminas cjargnelas era quello dei dîs di vore, da scûr a scûr a occuparsi della famiglia, del campo, della stalla.

I mutamenti epocali della seconda metà del secolo scorso stravolsero vari settori e quello primario montano in particolare.

Possiamo sintetizzare il tutto ricordando con Leonardo Zanier «Una cjasa, dòs cjasas, dîs cjasas scieradas…»15, a cui di mia mano vorrei sommessamente aggiungere "Una lateria, dòs laterias, dîs laterias scieradas…".

Era l'avvio verso la fine di un mondo fatto di vacias, lat, spongja e formadi, e di immani sacrifici.

Riferimenti bibliografici nel testo

  • Anonimo 1904. Pro Frutticoltura, in L'Amico del Contadino, a. VIII n. 43 p. 2, e n. 45 p. 2. Associazione Agraria Friulana, Udine 1904.
  • Anonimo 1911. Congresso Nazionale della Cooperazione Casearia e Convegno Regionale della Mutualità Agraria, in L'Amico del Contadino, a. XVII n. 6, pp. 5-8. Associazione Agraria Friulana, Udine 1911.
  • Baselli 2013. Delia Baselli, Strolic Topan pal 2013, p. 32, SOMSI Toppo 2013.
  • Braidot 2010. Mario e Enrico Braidot, Salvino Braidot. Un protagonista del settore lattiero caseario nel Friuli del Novecento in Tiere furlane, a. 2 n. 1, pp. 29-36, Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, Direzione centrale Risorse Agricole, Trieste 2010.
  • Castagnaviz 1986. Mario Castagnaviz, Indagine sulle latterie nel Friuli, p. 135, Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, Direzione Regionale dell'Agricoltura, Trieste 1986.
  • Ghinetti 1886. Guglielmo Ghinetti, Le latterie sociali del Friuli al Concorso provinciale del maggio 1885, p. 90, Seitz, Udine 1886.
  • Marchettano 1905. Enrico Marchettano, Emigrazione ed agricoltura in Carnia, in Bullettino della Associazione Agraria Friulana sez. V v. XXII, pp. 233-239, Udine 1905.
  • Marchettano 1911. Enrico Marchettano, I pascoli alpini della Carnia e del Canal del Ferro. Parte V. Notizie descrittive sulle singole malghe, in Bullettino della Associazione Agraria Friulana sez. VII v. XXVIII: pp. 207-226, 292-319, 398-413, Udine 1911.
  • Ministero 1910. Censimento generale del bestiame del 19 marzo 1908, Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, p. 69, Roma LXXI 1910.
  • Pirona 1869. Giulio Andrea Pirona, Statistica pastorale. Annotazioni della Giunta di Statistica per la provincia di Udine, in Bullettino della Associazione Agraria Friulana, a. XIV: pp. 465-477, 494-508, 515-551, Udine 1869.
  • Rossi 1940. Venusto Rossi, Guida Generale di Trieste e della Venezia Giulia, province di Trieste-Udine-Gorizia-Pola-Carnaro-Zara, pp. 1682-1683, Stabilimento tipografico nazionale, Trieste 1940.
  • Scarbolo 1947. Giuseppe Scarbolo, Il dialetto di Collina, Tesi di Laurea, Università di Padova, anno accademico 1947-48, p. 107.
  • Statistica 1934. Istituto Centrale di Statistica del Regno d'Italia. Censimento del bestiame. Volume I In: Censimento generale dell'Agricoltura 19 marzo 1930: pp. 112-117, 128-133. Roma 1934.
  • Tosi 1905. Enore Tosi, Manuale pratico di caseificio, Tipografia Cassone, Casale Monferrato 1905.
  • Tosi 1920. Enore Tosi, La ricostituzione delle Latterie Sociali Friulane dopo l'invasione Austro – Tedesca, in L'Amico del Contadino, a. XXV n. 33 p. 10, n. 34 p. 9. Associazione Agraria Friulana, Udine 1920.
  • Tosi 1923. Enore Tosi, Manuale pratico di caseificio, p. 830, Fratelli Ottavi, Casale Monferrato 1923.
  • Zanier 1976. Leonardo Zanier, Che Diaz us al meriti. Storias e storiutas, tradizion e 'migrazion dets e inventets, eretics, santus e santons, p. 26-32, Circolo Culturale Colavini, Aiello 1976.

Note

  1. Marchettano 1905.

  2. Vedi in bibliografia Pirona 1869, Ministero 1910, Statistica 1934, Rossi 1940.

  3. Marchettano 1905.

  4. Ifli = palo su cui sono incuneati dei bastoncelli trasversali e che conficcato nei campi o prati serve a sostenere il fieno perché asciughi, (Scarbolo 1947).

  5. Marchettano 1911.

  6. Tosi 1923.

  7. Ibid.

  8. Ibid.

  9. Tosi 1923.

  10. Baselli 2013.

  11. Anonimo 1904.

  12. Ghinetti 1886.

  13. Tosi 1905.

  14. Braidot 2010.

  15. Zanier 1976.

 


L'ACQUA DELLA FONTE, DELLA FONTANA, DEL RUBINETTO... DEI GIORNI NOSTRI

Relatore Franceschino Barazzutti

Ho accolto con piacere l'invito di Enrico Agostinis a partecipare alla commemorazione del maestro Eugenio Caneva nel centenario della morte trattando − come richiestomi − un argomento di estrema importanza qual è l'acqua, tanto più che lo stesso maestro Caneva fu animatore, oltre che di altre iniziative d'avanguardia per quei tempi, anche della costruzione del nuovo acquedotto. Costruzione che segnò un passaggio di grande importanza sotto diversi aspetti e comportò l'inversione del rapporto fonte/uomo: al naturale andare dell'uomo alla fonte con l'inverso portare la fonte all'uomo nella fontana. Fu questo un passaggio di grande importanza sotto diversi aspetti.

Mi propongo un esame dei successivi passaggi sino ai giorni nostri in cui l'acqua potabile è diventata l'oggetto del "servizio idrico" inquadrandoli nel contesto specifico della nostra montagna, delle norme di governo e di quelle di gestione del settore, non senza un dovuto accenno allo sfruttamento idroelettrico che dagli anni '50 ha stravolto e stravolge il sistema delle acque della montagna.

Correvano gli anni '50 quando il "potere" di fatto ed anche la "gestione" delle acque del Tagliamento, Lumiei, Degano, Vinadia furono messi nelle mani della Sade, finendo dalla Carnia a Venezia per poi essere spostati a Roma all'Enel con la nazionalizzazione dell'energia elettrica, ed infine, con la privatizzazione della stessa, finire a Milano ad Edipower spa (A2A).

Lì sono finiti nelle mani dei Comuni di Milano e di Brescia quali azionisti di riferimento della multiutility A2A detentrice del 71% di Edipower, nelle mani delle Province di Trento e di Bolzano attraverso le società da esse controllate Dolomiti Energia spa e SEL spa, azioniste di Edipower per l'8,5% ciascuna, nelle mani delle banche azioniste per il restante 12%. Comuni e Province queste, che iscrivono all'attivo dei propri bilanci i profitti realizzati dalle loro società per azioni sfruttando le acque degli altri Comuni, i nostri.

Mentre la corrente elettrica ed i profitti - anch'essi − furono portati lontano, alla Carnia rimase un sistema derivatorio (vedi fig. 1) di ben 80 km di gallerie, altrettanti km di alvei desertificati tuttora in gran parte tali per l'inosservanza del Deflusso Minimo Vitale (DMV), uno sconquasso idrogeologico, il lago di Cavazzo sconvolto, l'obolo dei sovraccanoni al Consorzio BIM, che qualcuno al Governo vorrebbe sopprimere per tenersi anche quell'obolo. Stessa situazione negli altri territori montani della regione.

Fig. 1. Idroelettrico in Carnia
Fig. 1. Idroelettrico in Carnia

Questo accadeva allora, e tuttora è in essere per l'acqua dei nostri territori montani, mandata nelle turbine. Nella nostra regione il grande idroelettrico è nelle mani di Edipower con le centrali di Ampezzo e di Somplago, e di Edison con le centrali dell'asta del Meduna e del Cellina. Se consideriamo che le numerose centraline idroelettriche sono prevalentemente private e che la centrale termoelettrica di Monfalcone appartiene ad A2A e quella turbogas di Torviscosa appartiene ad Edison della francese EdF si deve purtroppo concludere che la nostra Regione è proprietaria del.... nulla. È quindi il caso che, imparando dalle Province Autonome di Trento e di Bolzano, la nostra Regione costituisca una propria società elettrica e attui una politica di acquisizione in capo ad essa delle concessioni in scadenza e non solo di quest'ultime.

Come l'acqua delle turbine è finita in mani lontane, ora, proprio in questi ultimi anni, qualcosa di analogo è avvenuto con l'acqua del rubinetto di casa. Infatti, il "potere" o "governo" dell' acqua è passato dai Comuni della Carnia a Udine all'Ambito Territoriale Ottimale (ATO), poi Consulta d'Ambito (CATO), per finire a Milano all'Autorità per l'Energia Elettrica ed il Gas (AEEG), che decide tutte le regole -- tariffe comprese − mentre la gestione del servizio idrico dai Comuni è passata a Tolmezzo, a Carniacque spa, quindi all'udinese Cafc, da dove, tra non molto, verrà messa nuovamente in viaggio per finire in un'unica società di servizi regionale, la quale poi la traghetterà sino a Bologna ad Hera, potente multiutility. La cui missione è aggregare a sé tutto il nordest dopo aver già assorbito Acegas Trieste, APS Padova ed anche l'udinese Amga, eseguendo gli ordini del governo ben riassunti dal titolo del giornale Affari e Finanza "Utilities, contrordine del governo. Ora le grandi mangino le piccole".

A chiarire che la gestione del servizio idrico non si sarebbe fermata a Tolmezzo in Carniacque hanno provveduto il 18.06.2014 con rumorose dichiarazioni alla stampa l'allora presidente della Consulta d'Ambito, Zuliani, del Consorzio Acquedotto Friuli Centrale (CAFC spa) Gomboso, dell'acquedotto Poiana Vuga e di Carniacque spa Pittoni annunciando (oltre ad un miliardario piano trentennale d'interventi da loro definito con uno sconsiderato quanto ridicolo paragone "terza ricostruzione dopo la Seconda guerra mondiale e il terremoto" da finanziare con prestiti bancari garantiti da forti aumenti delle bollette) la volontà di fondersi in un'unica società di gestione regionale alla quale la presidente Serracchiani nello stesso giorno ha dato la sua benedizione e dichiarando inoltre "tanto meglio se questo piano di aggregazione avrà anche fasi ulteriori" per le quali la Regione farà la sua parte. Ulteriori fasi che significano confluenza nella bolognese Hera spa! E così, mentre il governo dell'acqua è già finito a Milano all'AEEG la gestione è destinata a finire a Bologna, con il risultato che i comuni montani, che già contano ben poco, poi conteranno niente.

I sindaci dei nostri Comuni montani, fautori di Carniacque spa, hanno la pesante responsabilità di non avere a suo tempo utilizzato il disposto dell'art.148 comma 5 del Dlgs 152/2006 che, riconoscendo le peculiarità dei territori montani, prevede che "l'adesione alla gestione unica del servizio idrico integrato è facoltativa per i comuni con popolazione fino a 1.000 abitanti inclusi nel territorio delle comunità montane" e di avere invece portato i loro cittadini in bocca ai pescecani, mentre, al contrario, il servizio idrico autonomo dei tanti singoli comuni montani non sarebbe stato una preda.

A questo è servita Carniacque spa, a spogliare e traghettare i Comuni verso le grandi multiutility.

Le caratteristiche del territorio, la dispersione degli insediamenti abitativi, la demografia sconsigliavano una gestione centralizzata del servizio idrico dal momento che avrebbe comportato costi notevoli non coperti da entrate.

È il caso di precisare l'itinerario già percorso e quello futuro dell'acqua del nostro rubinetto, sia riguardo al governo di tale acqua, sia alla gestione della stessa.

Storicamente, per ovvii motivi di configurazione del territorio montano, i nostri vecchi ubicarono gli abitati per lo più subito a valle di sorgenti o in prossimità di un piccolo corso d'acqua, da cui portarono l'acqua nella fontana, luogo centrale, di grande socialità ed unione del paese, secondo solo alla chiesa. Ne è risultato un grande numero di acquedotti autonomi, di breve lunghezza di cui il caso di Ovaro con la presenza di 10 acquedotti su 14 abitati è indicativo (vedi fig. 2) Il governo di tale acqua e la gestione di essa furono esercitati per secoli da un unico soggetto: la Vicinia del villaggio, uno strumento di autogoverno locale, di grande partecipazione, di solidarietà, di identità comunitaria, di democrazia diretta, di amministrazione dei beni collettivi. In Carinzia nei borghi della Lesachtal il servizio idrico è tuttora gestito dalle locali Vicinie.

Fig.2. Gli utilizzi idrici in Comune di Ovaro.
Fig.2. Gli utilizzi idrici in Comune di Ovaro.

Successivamente, alla Vicinia subentrò il Comune, il cui Consiglio -- organo di democrazia delegata − ha esercitato sia il "potere" su tale acqua, sia la "gestione" di essa, portando l'acqua non solo alla fontana, ma anche ai rubinetti dei vari edifici e la rete fognaria ai depuratori.

Il modello della Vicinia e quello del Comune nel contesto territoriale montano hanno sempre garantito agli abitanti acqua buona, sana: gratuita la Vicinia, a costi moderati il Comune. Acqua dagli abitanti dei borghi montani considerata, anche psicologicamente, bene collettivo, "la nestra âga", cui è dovuto grande rispetto e visibilità con le bellissime fontane dell'alta Val Tagliamento.

Alla fine degli anni '90 questo collaudato sistema viene sconvolto prima dalla Legge Galli del 1994, poi dal Dls 152 del 2006 con cui lo Stato, vergognosamente rinunciando al suo ruolo sociale e pur continuando a riscuotere tasse crescenti, dichiarò di non investire più un soldo nel servizio idrico e ne impose l'autofinanziamento da parte degli utenti ed il trasferimento del "potere" all'ATO a Udine e la "gestione" a Carniacque a Tolmezzo, lontano dagli abitati montani, dalla gente, sminuendo il ruolo del Comune, aumentando sensibilmente i costi e le tariffe. Erano i primi passi della ritirata del "pubblico" per far posto al "privato", al mercato. Iniziava così un lungo viaggio che tuttora continua.

In verità l'art. 148, comma 5 del Dls 152/2006, riconoscendo la specificità della montagna, prevede che i Comuni montani con popolazione sino a 1.000 possano continuare a gestire autonomamente ed in proprio il servizio idrico. In forza di tale previsione solo i Comuni di Cercivento, Forni Avoltri e Ligosullo decisero di continuare a gestire autonomamente con il consenso dei cittadini-utenti il servizio idrico, nonostante l'ATO -- unico in Italia - si sia opposto.

Con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 20 luglio 2012 il "potere" sull'acqua del nostro rubinetto riprende a viaggiare allontanandosi sempre di più. Infatti viene trasferito dall'ATO di Udine all'AEEG di Milano, alla quale sono attribuiti tutti i poteri in materia di servizio idrico con la conseguenza che la tariffa viene fissata da detta Autorità e non più dall'assemblea dei sindaci dell'Ato, che così sono stati spogliati di ogni potere. È così accaduto che i Sindaci dell'Alto Friuli, chiamati il 09.07.2013 ad esprimere un voto solo consultivo, sotto il ricatto che l'AEEG avrebbe potuto decidere un aumento del 20-30%, − avendo il potere autonomo di farlo − hanno reso parere favorevole per il 2012/2013 ad un aumento della tariffa del 6,5%, mentre AEEG ritiene possibili futuri aumenti sino al 43,5%. Lo strapotere dell'AEEG si è spinto sino a prevedere nell'allegato A della propria deliberazione 585/2012 che la gestione delle acque meteoriche e di drenaggio urbano nonché le attività di pulizia e la manutenzione delle caditoie stradali sono considerati facenti parte del SII , cioè del Servizio Idrico Integrato e, quindi da caricare sulla bolletta.

Anche la gestione non si è fermata a Tolmezzo, ma a seguito della chiusura per dissesto finanziario di Carniacque è finita all'udinese Consorzio Acquedotto Friuli Centrale (Cafc) con la prospettiva di un "gestore unico regionale" verso il quale c'è l'attenzione della multiutility emiliana Hera, la quale si ritiene investita, anche dal governo, del ruolo di aggregatrice del nordest. Tant'è che già "Affari e Finanza" del 18 febbraio 2013 sotto il titolo ";L'Hera post fusione punta sulle reti" completava detto titolo con la precisa affermazione dell'amministratore delegato Tommasi "Siamo polo aggregatore". Come se questo non fosse sufficientemente chiaro, l'articolista Luca Pagni scriveva "...non c'è dubbio che il gruppo Hera si sia già portato avanti. Con una operazione con cui si è candidata a diventare il polo di aggregazione tra le società del Nord-Est", citando l'udinese Amga tra queste. E così è avvenuto.

Con il trasferimento del "potere" all'AEEG da un lato e le aggregazioni societarie sulla gestione dall'altro lato, la tenaglia dell'accerchiamento sull'acqua del nostro rubinetto si chiude. Perché tutto questo? Perché con la scusa dell'efficienza si vuole fare dell'acqua, bene comune e strategico, un oggetto di profitto e di potere delle grandi società multiutility vicendevolmente legate alla politica.

Questa è la strategia del governo chiaramente esposta da Bassanini, presidente della Cassa Depositi e Prestiti (di fatto fondo sovrano del governo) nella sua relazione "Una nuova politica industriale dei servizi pubblici locali: aggregare e semplificare", svolta il 14. 10. 2014 al convegno di Federutility, associazione delle società multiutility, là dove scrive:

  • "L'obiettivo da perseguire è quindi quello di rivedere l'assetto dell'offerta, ponendo le condizioni perché nascano operatori di grandi dimensioni, capaci di competere con i grandi players europei anche nei mercati emergenti".
  • "La progressiva trasformazione di società con maggioranza degli enti locali a società in cui questi sono in minoranza ed è favorito l'azionariato diffuso".

Sono state proprio le grandi multiutility (A2A, Iren, Hera, Acea) a sollecitare il governo a trasferire i pieni poteri all'AEEG, dove, a differenza dei sindaci − di quelli della montagna in particolare - loro sono di casa a tal punto che "Affari e Finanza" del 18 novembre 2013 a proposito della multiutility A2A scriveva "al momento il consiglio di sorveglianza è presieduto dall'ex presidente dell'Autorità per l'energia, Pippo Ranci, molto vicino a Pisapia, mentre il consiglio di gestione è guidato da Graziano Tarantini, presidente di Banca Akros". Più chiaro di così!

Sono state proprio le grandi società multiutility ad invocare presso il ministro Passera un aumento della tariffa dell'acqua (e dei rifiuti) per compensare i mancati introiti dalla vendita di elettricità da loro prodotta, causati dalla crisi. Ed il ministro Passera, ex dirigente di banca loro creditrice, ha ovviamente accolto l'invocazione dei debitori. Ma finchè il governo del servizio idrico − e quindi la fissazione della tariffa − restava in capo agli ATO, cioè all'assemblea dei sindaci, l'aumento delle tariffe sarebbe stato difficile per la comprensibile opposizione dei sindaci, preoccupati di perdere consenso presso i propri cittadini. Ecco allora la trovata di spogliare gli ATO − e quindi i sindaci − del "governo" del servizio idrico per portarlo in capo all'AEEG!

Nel servizio idrico si è così creato parallelamente all'articolazione costituzionale dei Poteri (Stato, Regioni, Province, Comuni), un ulteriore, inutile sistema di poteri (AEEG, Cato, società di gestione) che finisce per sovrastare il livello costituzionale, specialmente quello comunale.

Un esempio di ciò è l'intimazione ai Comuni di Cercivento, Forni Avoltri e Ligosullo del presidente del Cato udinese di consegnare i rispettivi acquedotti a Carniacque entro il 15 gennaio 2015 nonostante la Legge 11 novembre 2014 n. 164 all'art.7, comma 1 disponga "Sono fatte salve le gestioni del servizio idrico in forma autonoma esistenti nei comuni montani con popolazione inferiore a 1.000 abitanti istituite ai sensi del comma 5 dell'art, 148", come nel caso di questi tre comuni.

A questo punto ci sovviene che i nomi delle multiutility quotate in borsa Acea, Hera, Iren, A2A ci riportano a quello a noi più noto di Edipower, già detentrice di 26 centrali in regione (v. fig. 3). Sono i nomi in cui confluisce sia l'acqua per produrre kilowattora, sia quella del rubinetto. Così l'accerchiamento si completa! Se poi consideriamo che le grandi multiutility distribuiscono anche il gas e si occupano del servizio di raccolta e trattamento dei rifiuti urbani, allora non resta che concludere che questi sono i signori, monopolisti, che spremono le famiglie con le bollette sui servizi irrinunciabili.

Fig. 3. Centrali del nucleo di Udine di Edipower
Fig. 3. Centrali del nucleo di Udine di Edipower

Da questo accerchiamento si esce facendo valere la nostra autonomia speciale e la nostra montanità. Per non finire sudditi di questi potentati bisogna far valere ed attuare il principio del già citato comma 5 dell'art. 148 del Dls 152/2006: la gestione autonoma in proprio del servizio idrico nei Comuni montani che la desiderino, estendendola a tutti questi comuni - indipendentemente dal numero degli abitanti. La nostra Regione faccia valere lo statuto di autonomia speciale e adotti per i territori montani disposizioni legislative funzionali alla loro specificità e non già tarate sui territori urbani. I sindaci, che hanno favorito o che si sono adeguati alla centralizzazione del "potere" e della "gestione" dell'acqua del rubinetto, che ora si vedono spogliati di ogni potere e colpevolizzati per decisioni assunte dall'AEEG, devono riconsiderare le scelte fatte: errare humanum est, autem perseverare diabolicum. A meno che non abbiano l'inconfessabile volontà di liberarsi degli oneri del servizio idrico pur tenendosi gli onori della carica.

È tempo di prendere atto che la gestione centralizzata del servizio idrico nella montagna friulana comporta costi elevati a causa della vastità del territorio, della sua orografia, dell'elevato numero di piccoli abitati, della loro ubicazione in quota, ma ricavi bassi a causa dei pochi abitanti, e quindi di utenti, con conseguenti carenze del servizio e difficoltà finanziarie per il superamento delle quali è doveroso che lo Stato e la Regione contribuiscano, riducano le tariffe, ma purtroppo questo non è previsto dalla citata L.R. 5/2016 né sono state attuate le facilitazioni di cui alla lettera d'intenti del 10.10.2016 tra Cafg e i sindaci (vedi fig. 4).

Fig. 4. rapporto abitanti/superficie nel territorio servito da Carniacque spa
Fig. 4. Densità della popolazione nel territorio servito da Carniacque spa e nella intera Regione FVG. La densità di popolazione dell’area servita da Carniacque è circa 1/6 della densità dell’intera Regione FVG. Si noti che nel dato regionale FVG è compresa anche l’area servita da Carniacque: al netto di quest’ultima, da 1:6 il rapporto fra le densità di popolazione sale a 1:8.

Allora dovrebbe essere logico decentrare la gestione ai Comuni o alle loro Associazioni per vallata, tanto più che le gestioni comunali nella nostra montagna hanno sempre garantito costante presenza, accessibilità, interventi immediati e fornito a costi contenuti una buona acqua, percepita dai cittadini come "la nestra âga".

Per sapere come gestire bene il servizio idrico in montagna basta considerare il modello della Provincia di Trento, dove il territorio e gli insediamenti abitativi sono simili ai nostri, dove il servizio di depurazione e quello fognario esterno agli abitati sono gestiti da apposita Agenzia Provinciale, mentre ai 217 Comuni è affidato sia il governo che la gestione delle rispettive reti idriche e della rete fognaria interna agli abitati, che di essi 20 Comuni gestiscono in forma consortile ed i rimanenti 187 autonomamente ed in proprio con assunzione di responsabilità in loco.

A coloro che per difendere la gestione delle spa enfatizzano il fatto che in Trentino le bollette sono più elevate va detto che, anche se così fosse:

  • i soldi delle bollette finiscono al Comune, in loco, non a società;
  • il Comune non deve fare e non fa profitto, ma reinveste nella comunità e nell'acquedotto;
  • il governo e la gestione, aspetto fondamentale, restano alla comunità locale;
  • il rapporto comune gestore ed utente cittadino è diretto e gli interventi immediati;
  • la proprietà e la gestione dei depuratori in capo ad apposita Agenzia Provinciale pubblica libera i sindaci dalla responsabilità derivante dal mancato rispetto dei parametri di legge.

Rispetto alla risorsa acqua madre natura ha distinto in tre parti il territorio friulano: il Basso Friuli dove per pressione dalla falda l'acqua sale a fontana, il Medio Friuli privo sul territorio di sorgenti e di pendenza, obbligato quindi ad attingere principalmente alla sorgente di Molin del Bosso in quel di Artegna, ai pozzi, a pompare, a realizzare alcune nuove captazioni nelle valli, ad essere allacciato ad un'unica rete di distribuzione. La Montagna ricca di sorgenti in quota e a mezza costa con notevoli differenze di quota, con conseguenti tanti piccoli, autonomi acquedotti serventi borghi diffusi e minuscoli: un esempio ne è la situazione nel Comune di Ovaro con 14 centri abitati e ben 10 singoli acquedotti (vedi cartina). Pretendere di "modernizzare", di portare a "unitarietà di gestione" con l'Autorità Unica per il Servizio Idrico e i Rifiuti (AUSIR) come previsto dalla L.R. 5/2016 queste differenti realtà significa esercitare un'assurda forzatura sulla natura. Forzatura inutile, costosa, che complica le cose di per sé semplici, incomprensibile alle popolazioni, confliggente con la loro cultura e storia.

I problemi della montagna si devono affrontare con una cultura caratterizzata da forte montanità, che permetta, attorno al bene acqua, di recuperare nei borghi montani quel senso di appartenenza, di socialità, di solidarietà, di partecipazione alle decisioni, di autogoverno che ha permesso in tempi molto difficili, ma illuminati da ideali, la costituzione della Secab, delle cooperative di lavoro e di consumo, delle latterie sociali, delle case del popolo, delle casse rurali, delle società di mutuo soccorso. Avevamo sperato che la nuova classe politica regionale e quella della montagna si attenessero alla cultura montanara, ad iniziare dal servizio idrico. Purtroppo constatiamo invece che, approfittando dell'arrendevolezza degli amministratori, dei partiti locali e delle difficoltà e dell'indifferenza della gente, si sta imponendo la cultura urbana di importazione, con tanti saluti al vittorioso referendum nazionale sull'acqua e alla nostra "âgo frescjo di Ludario".

Siamo tornati indietro a prima del 29 novembre 1902, quando il governo municipalizzò i servizi pubblici. Fornitura dell'acqua compresa. Allora il ministro Giolitti, che non era un rivoluzionario, ai parlamentari che esprimevano dubbi sulla capacità dei piccoli comuni di gestire tali servizi così rispondeva nella seduta della Camera dei Deputati: "Nei piccoli Comuni il contribuente può controllare direttamente se si amministra bene o male; è molto più facile scoprire una cattiva amministrazione di un piccolo comunello che una cattiva amministrazione di una grande città. Ripeto, i piccoli Comuni provvederanno ad economia come si fa colla legge attuale e come la legge ora in discussione consente che si continui a provvedere".

Ed inoltre: "Certo è, ad ogni modo, che il Comune si prefigge l'interesse della generalità, mentre lo speculatore e la Società anonima si propongono l'interesse degli azionisti, ed io credo che noi dobbiamo preferire, per quanto possibile, che amministri colui che ha per fine l'interesse della generalità degli abitanti".

Lasciando Giolitti alla storia per tornare all'attualità, è tempo che, di fronte alla voluta inerzia della Regione, mirata a favorire il compimento dell'ordine del governo dato alle società multiutility "le grandi mangino le piccole", la galassia dei Movimenti per l'"acqua bene comune" si mobiliti per impedire tale piano e restituire ai Comuni singoli od associati per vallata il governo e la gestione della "propria acqua". L'esempio del Trentino Alto Adige insegni!

Grazie a tutti

 


IL MAESTRO EUGENIO CANEVA E LA SCUOLA DI COLLINA

Relatore Lorenzo Prearo

In numerosi villaggi della Carnia, fra cui Collina, la scuola è una realtà documentata sin dal tempo del dominio veneto, nel 1700. Una realtà di fatto più che una vera e propria istituzione, dal momento che la prima regolamentazione che disciplina l'istruzione sarà emessa solo durante il dominio francese, nel 1812.

Si tratta (ovviamente?) di istruzione elementare di nome e di fatto, impartita in friulano, cui per lo più attende il parroco o cappellano del villaggio. Le ragioni sono evidenti: in primo luogo il religioso, quanto meno nelle realtà più periferiche e marginali, è quasi sempre la persona più istruita; in secondo luogo sono le stesse gerarchie religiose che spingono affinché il delicato compito dell'insegnamento rimanga in mani fidate. Oltre a messe e confessioni e a tutto ciò che afferisce la sfera religiosa, il prete si impegna dunque a impartire l'istruzione di base, a insegnare ai pargoli a leggere, scrivere e far di conto. Con l'ovvia aggiunta della dottrina cristiana, che è parte integrante dell'attività scolastica.

Nella scuola parrocchiale l'attività didattica non è strutturata: non esiste un programma propriamente detto, non esistono regole per il corso degli studi né l'insegnante riceve alcuno specifico compenso per l'insegnamento, il quale viceversa è spesso incluso negli accordi che precedono il gradimento che la comunità locale deve esprimere nei confronti del nuovo parroco (nelle realtà più periferiche, come Collina, del cappellano) che viene a sostituire il precedente. La comunità si impegna a corrispondere al religioso il necessario, o tutt'al più un modestissimo superfluo; il cappellano si impegna ovviamente a "fornire" i servizi e l'assistenza religiosa, nonché l'insegnamento secondo tempi e modi di volta in volta definiti (ad esempio, quando i ragazzi sono chiamati a prestare il loro aiuto nei lavori dei campi l'impegno deve necessariamente allentarsi). Particolare non secondario, all'istruzione hanno spesso accesso anche le ragazze, sebbene con modalità talvolta diverse, in senso riduttivo, da quelle dei colleghi maschi.

Come si è anticipato, le cose cambiano con l'avvento del cosiddetto Regno Italico o, più prosaicamente, con il dominio francese. In quegli anni cambierà ben altro che la scuola, naturalmente, ma anche nel campo dell'istruzione la famosa burocrazia francese lascia il segno. Con la riforma del 1812 la scuola parrocchiale è formalmente abolita ed è istituita la scuola di Stato, con insegnanti retribuiti dalla pubblica amministrazione: ora paga lo Stato (nominalmente 100 Lire per insegnante, ma in pochi le vedranno, soprattutto nei piccoli villaggi montani), tuttavia in cattedra rimangono i religiosi, anche perché non esiste alcuna specifica scuola di formazione all'insegnamento.

Sono tempi di grandi cambiamenti. Nel 1818, meno di 6 anni dopo la riforma francese, subentrando il Regno Lombardo-Veneto (null'altro che una delle numerose "appendici" dell'impero asburgico) si ha un nuovo ordinamento scolastico, e un altro ancora nel 1867, quando il Friuli è definitivamente annesso al Regno d'Italia.

Anche con quest'ultima riforma "unitaria", come troppo spesso accade, l'inferno è lastricato di buone intenzioni: sulla carta tutto è ben disposto, il dove e il come, il chi e il quando, e naturalmente anche il quanto, ma la realtà si dimostra ostica e matrigna essendo l'applicazione della legge in gran parte demandata ai Consigli comunali. Tralasciamo per carità di patria le ingiustificate disparità di trattamento degli insegnanti tra capoluoghi e frazioni, già penalizzate di per sé, ma si hanno anche casi in cui sono le stesse popolazioni a opporsi al dettato della riforma. All'obbligo di istituzione della scuola femminile separata, da sempre ampiamente disatteso nella lettera della legge − comprensibilmente, vien da dire − ma adempiuto nella sostanza con le scuole miste, un villaggio carnico rifiuta recisamente argomentando che la missione della donna è quella di lavorare, portar fieni e letame, di recarsi fuori di paese a riportare generi, e quindi tornare inutile un'istruzione di cui la donna non potrà mai usufruire.

Fortunatamente quel paese non è Collina, dove invece la scuola continua per la sua secolare strada con il mansionario nel ruolo di insegnante, anche se la retribuzione connessa all'incarico è invero assai modesta: la legge stabilisce il compenso in 500 Lire annue, ma per la sua funzione scolastica il mansionario di Collina percepisce 142 Lire (che a Sigilletto diventano 110 e a Forni 374). Forse il compenso tiene conto del fatto che il mansionario già beneficia di altro appannaggio per la propria funzione pastorale; forse gli scolari non sono (ancora) particolarmente numerosi, ma il soldo percepito per l'insegnamento è pur sempre quello.

Dal 15 febbraio 1869 mansionario di san Michele a Collina è pre' Pietro Del Negro. Del religioso non ci sono note né provenienza (anche se quasi certamente è carnico) né il preciso ammontare delle prebende, ma sappiamo che nel suo "contratto" con la comunità del villaggio è compreso l'insegnamento scuola locale. In questo duplice ruolo pastorale-didattico pre' Pietro subentra al suo predecessore pre' Mattia Kroter (o forse Kratter) che ha già lasciato Collina da pochi mesi, nel novembre dell'anno precedente.

Così stanno le cose nel nostro borgo quando fa il suo ingresso in scena (o, più propriamente, in cattedra) il vero protagonista della nostra storia e di questa giornata. L'ingresso di Eugenio Caneva nella scuola di Collina è tranquillo esattamente come il resto della sua vita: per nulla.

Il posto di insegnante a Collina è saldamente occupato dal già citato pre' Pietro Del Negro quando il Consiglio provinciale scolastico nomina in ruolo Eugenio Caneva. Il nuovo titolare (e titolato: cosa a quel tempo ancora abbastanza rara nei villaggi periferici della Carnia, Caneva è abilitato da un titolo di studio) è pure un compaesano, e si insedia in cattedra apparentemente senza alcun problema. Apparentemente. Le complicazioni, forse già presenti sotto traccia fin dalla nomina, vengono clamorosamente in superficie quando, nel volgere di pochi mesi, nel 1872, pre' Pietro Del Negro è sostituito da pre' Felice Ilario D'Agaro e il maestro Caneva chiede l'adeguamento della retribuzione al livello stabilito dalla legge: 500 Lire annue. Apriti cielo!, non senza una breve parentesi esplicativa.

Non sono passati neppure 10 anni da Porta Pia, e la durissima contrapposizione fra papato e Regno d'Italia raggiunge anche i più sperduti villaggi della penisola, ovunque vi siano un prete e un qualsivoglia rappresentante dello stato: a Collina, necessariamente a contatto di gomito, vi sono il mansionario e il maestro, ed è tutt'altro che un idillio. Caneva è uomo del suo tempo, sufficientemente colto e informato da conoscere i fermenti sociali che girano per l'Europa. È di idee progressiste e di orientamento socialista (per ciò che questo termine può significare a quel tempo), con una non indifferente componente anticlericale.

Pre' Felice Ilario D'Agaro è il suo contraltare a Collina, conservatore per ruolo e per vocazione personale. È anche prete piuttosto popolare in paese (o almeno in una parte di esso) dove rimarrà per ben 35 anni, fino al 1906. In realtà, nel 1896 pre' Felice otterrà la nomina di economo spirituale a Cavazzo: una sorta di promozione, ma il trasferimento non avrà mai luogo "grazie" a una petizione dei Collinotti che ne richiedono il mantenimento in paese. Il mansionario rimarrà infatti a Collina, anche se non esattamente a furor di popolo dal momento che la petizione è sottoscritta da sole 17 famiglie su 68.

Ma ritorniamo alla scuola. Nel 1872, quando Caneva chiede l'adeguamento della retribuzione, la parte favorevole al mansionario insorge: "Noi sottofirmati [frazionisti di Collina] preghiamo l'On. Consiglio Comunale di negare neppure l'aumento di 50 centesimi al maestro Caneva, perché noi abbiamo il cappellano che si impegna a fare scuola per il prezzo stabilito, e non ci pare d'incontrare spese inutili".

Per completezza d'informazione va pur detto che questa ricostruzione è di parte molto vicina a pre' Felice, e come tale nell'insieme non particolarmente favorevole al maestro collinotto. Ma soprattutto la narrazione nulla dice intorno al numero dei "sottofirmati" sostenitori del cappellano, probabilmente gli stessi che anni dopo firmarono per il suo mantenimento a Collina. Infine, oltre alla formale qualifica all'insegnamento (che il cappellano non può vantare) a supporto di Caneva va pur detto che, oltre all'insegnamento istituzionale, il maestro terrà anche corsi di scuola serale per i giovani già oltre l'età scolare. Gli stessi giovani intelligenti ed amanti del progresso (sono parole dello stesso Caneva) che lo seguiranno nell'avventura dell'istituzione della Latteria sociale di Collina.

Come che sia, il Consiglio provinciale scolastico accettò la richiesta del maestro, e i suoi emolumenti furono allineati a quelli previsti dalla legge.

Eugenio Caneva insegnerà dal 1869 al 1910 sempre a Collina, sebbene con frequenti mutamenti di sede: fino al 1877 in due case private di Collinetta (prima in Titài, dove una tromba d'aria farà crollare il tetto proprio mentre il maestro sta tenendo lezione, e poi dal Fâri), indi fino al 1905 nella neo costruita canonica (possiamo immaginare con quale felicità del mansionario D'Agaro) e finalmente, dal 1905 al 1910, nell'edificio appositamente dedicato all'insegnamento.

La Carnia è in pieno boom demografico, e anche Collina non ne rimane ai margini. In poco più di 50 anni, dal 1849 al 1901, la popolazione di Collina cresce del 57%, da 262 a 412 abitanti. Si impone la costruzione di un edificio dedicato, che per l'appunto sarà inaugurato nel 1905. In questo edificio svolgeranno il loro lungo e fruttuoso magistero anche i due più conosciuti ex allievi di Caneva, Alberta Agostinis (1893-1975) e Edoardo Tolazzi (1898-1967), la cui memoria è ancora vivissima a Collina. Quando essi salgono in cattedra l'analfabetismo è da tempo eradicato da Collina come da gran parte della Carnia, ed essi devono gestire il delicato passaggio da un'istruzione mirata al semplice leggere/scrivere/far di conto a una preparazione più vasta e profonda, mirata anche alla prosecuzione degli studi a livelli superiori. Lo faranno garantendosi stima e gratitudine dell'intera popolazione.

La scuola di Collina (intesa come edificio, quella appunto dove insegnarono i maestri e maestre Eugenio Caneva, Alberta Agostinis e Edoardo Tolazzi) è anche quella del progressivo declino e del definitivo tramonto dell'istruzione erogata in loco. Costruita sulla spinta del boom demografico per soddisfare la domanda d'istruzione, la scuola-edificio va in rapidissima obsolescenza sotto i colpi dell'emigrazione (il crollo delle nascite è un effetto, e non una causa), fino alla definitiva chiusura nel 1984 e conseguente concentrazione dell'attività didattica nel capoluogo comunale.

Fine di un'era? Certamente sì, ma alla fine di un giorno succede l'alba di un altro.

Fra quanto i maestri e le maestre di Collina, i Caneva, Agostinis e Tolazzi insegnarono a generazioni di scolari non v'erano solo coniugazioni e tabelline: v'era anche il profondo amore per la loro terra, una "scuola" nel senso più pieno e profondo del termine di cui oggi più che mai avvertiamo la necessità per gli uomini di domani.

Ed è a questa "scuola" senza età − a un tempo antica e modernissima, sostentata da profondi vincoli con un territorio al quale non può essere strappata − è a questa scuola, si diceva, che il corpo docente di oggi garantisce il proprio impegno nel solco tracciato da tutti gli insegnanti, non ultimo Eugenio Caneva, che nelle sperdute frazioni dei monti della Carnia hanno educato e avviato migliaia di giovani a una vita certo difficile sulla loro terra, o vita altrettanto severa in terra d'emigrazione. Una vita ovunque laboriosa e aspra, ma mai priva di decoro e dignità. Lo stesso decoro e la stessa dignità che ancora oggi esigono e impongono una scuola profondamente radicata − anche fisicamente − nel territorio, e non invece preda di "razionalizzazioni" selvagge che di fatto ne riducono il compito a mero adempimento burocratico, e ne sviliscono la missione educatrice a mero servizio amministrativo.

Grazie.