ANTONIO DALL'OGLIO

 

GLI ABITANTI DELL'ALPI CARNICHE

COSTUMI ED EMIGRAZIONE

 

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Scarica questo file (DallOglio1870.pdf)Gli abitanti dell’Alpi Carniche[Nuova Antologia, v. XIV (1870), n. 8 (Agosto)]10 Downloads
Nuova Antologia, v. XIV (1870), n. 8 (Agosto), p. 802-822

La popolazione della Carnia, sparpagliata o sul dorso od alle falde di aspre montagne di difficile e talvolta anche d'impossibile accesso, è in parte costretta a vivere, direi quasi, in uno stato d'isolamento, lungi da quelle risorse che l'ingigantito progresso va sviluppando nella vita sociale.

Essa non è aggruppata in centri di qualche rilevanza; pochi sono i gruppi di abitanti che ne contino 500; né si può dire che questi gruppi sieno l'uno all'altro vicini; poiché, se dalle norme dell'itinerario ufficiale si passa alla ricognizione pratica delle distanze, rese più malagevoli dai pessimi mezzi di comunicazione, riscontrasi che talvolta per passare da una borgata all'altra dello stesso Comune, o da uno all'altro dei gruppi suindicati, è necessario l'impiego di più ore di cammino su sentieri sassosi, pieni di pericoli e per qualche tempo dell'anno inaccessibili affatto.

Basta gettare lo sguardo sulla Corografia della Carnia per trovar la ragione di una tale condizione di cose.

La Carnia rappresenta una vasta catena di montagne, solcata da tre valli lunghissime ed anguste. Nel fondo di queste valli scorrono tre grossi torrenti (Degano - But - Tagliamento), che servono di bacino alle acque precipitantesi su di essi da un grande numero di torrenti secondari e piccoli rivi, i quali frastagliano in tutti i sensi il territorio di quest'alpestre regione.

In una parola, la Carnia ti dà l'idea della Svizzera, con la differenza che, mentre in questa le acque dei laghi prestano un mezzo di facile comunicazione agli abitanti delle montagne che li circondano, in quella invece torrenti impetuosissimi rendono difficili e talvolta anche intercettano le comunicazioni stesse, asportando nelle loro frequenti irruzioni quei terreni, che con enormi sacrificj si tenta in tutti i modi di consacrare alla coltivazione.

Estesissime ghiaje, roccie scoscese, frane pericolose, foreste, brughiere... ingombrano ad ogni piè sospinto il territorio della Carnia; per cui non è a fare le maraviglie, se in presenza di condizioni topografiche cotanto svantaggiose il soffio dell'odierno progresso non abbia potuto ancora espandersi in tutte queste convalli, per imprimere nelle fibre dei carnici quell'indomita vibrazione, che deve spingere le acutissime loro menti verso i più sublimi concetti della scienza economica e far convergere le loro forze produttive al conseguimento del sociale benessere.

Conviene pur dirlo! nelle abitudini, ne' costumi e perfino nel modo di apprezzare le cose la massa della popolazione carnica si tiene ancora ai tradizionali principii de' suoi antenati, i quali principii, se hanno un fondo di onestà e di franchezza non comune, non sono peraltro del tutto conformi alle idee predominanti dell'epoca in cui viviamo.

Persistenti nell'operare, questi abitanti, generalmente parlando, non guardano né a pericoli, né a fatiche per procacciarsi col lavoro il necessario sostentamento. All'aridità del suolo che li circonda, essi oppongono un'operosità senza esempio, per la quale, mettendo a profitto ogni piccolo spazio di terra capace di cultura, fanno contribuire a queste roccie il loro alimento per tre mesi circa dell'anno. Felice questa popolazione sé una quantità sufficiente di terreno coltivabile od uno stabilimento qualunque d'industria potessero offrire opportunità d'impiego a braccia tanto industriose, a menti tanto svegliate!... Ma pur troppo la terra vi scarseggia, le industrie ed i capitali difettano, e lo spirito di associazione, vero termometro dell'educazione economica di un popolo, non è per anco compreso.

La Carnia con una superficie di ettari 121.805 ha un terreno coltivabile che non supera l'estensione di ettari 2.900.-
Le altre parti del suo territorio sono occupate da boschi per l'estensione di » 29.490.-
Da roccie, brughiere, acque e paludi per l'estensione di » 35.320.-
Da strade e fabbricati per » 530.-
Da ponti e pascoli per » 53.565.-

 

A questi dati statistici1 devono essere aggiunte alcune considerazioni sulla condizione agraria della Carnia, per rendere ragione della distinzione fatta più sopra fra terreno coltivabile e terreno a prato, confondendo poi quest'ultimo col terreno a pascolo.

E qui basta il riflettere che in Carnia, come in molti altri paesi delle Alpi, quando si parla di terreno a prato s'intende sempre in generale d'indicare quel terreno di natura calcare, pieno di sabbia e di argilla, frastagliato da sassi, che non potrebbe essere ridotto per la coltivazione dei cereali o dei legumi se non con titanici sforzi, non consigliati dall'immensità del dispendio e dalla tenuità del prodotto.

«Pare incredibile (dice il veterano della Carnia, il nonagenario dottor Giovan Battista Lupieri)2 come i prati, che sono fondamento e sostegno della pastorizia e dove è questa eminentemente coltivata, possano tanto sconsigliatamente essere trascurati!... Tutta quasi la letaminazione si accorda ai seminati a defraudo del prato, che dà il suo prodotto alle mandre e che con la stercorazione di queste dovrebb'essere compensato. » -

Ed è un fatto!... si continua ancora nel perniciosissimo sistema più sopra descritto; si abbandonano i prati; lì si lasciano nella sterilità del terreno su cui natura li fa vegetare, mentre i fondi più marnosi, i fondi che dagli altri si distinguono per fertilità e per aprica giacitura sono tutti ridotti a campo o mediante l'aratro o mediante la zappa. Sono questi che nel loro complesso presentano un'estensione non maggiore di 2900 ettari. -

Duemila novecento ettari di terreno ben lavorato, ben concimato, potrebbero dare un prodotto magnifico. - Nel fertilissimo Polesine, che può chiamarsi il granajo del Veneto, dànno un pro-dotto di cento mila ettolitri di grano. Ma in Carnia quei 2900 ettari di terreno ridotto zappativo od arativo, se rappresentano da un lato la persistente operosità di questi abitanti, sono dall'altro prove eloquenti del bassissimo grado a cui trovasi ridotta l'educazione agricola ed economica in questa regione.

Ed in fatti l'obiettivo assoluto e costante delle più forti aspirazioni del Carnico è il possedimento di qualche zolla di terra per seminarvi e raccogliervi del grano. Esso si assoggetta ai più duri sacrificj per istrappare alla voracità dei torrenti qualche appezzamento di ghiaja, per farne un letto di sedimenti terracei, per concimarlo e ridurlo dopo cinque, sei anni d'indefesso lavoro un campicello discreto. Esso crede di migliorare in questo modo le sue condizioni finanziarie, e non vede che commette invece un grand'errore economico. I precetti della più volgare economia dovrebbero insegnare al Carnico, che il capitale rappresentato dal lavoro e dal danaro impiegato nella riduzione di quel campicello, non frutta il vero interesse; che nell'isolamento de' suoi sforzi quel capitale va perduto pressoché inutilmente, mentre usufruito che fosse col meccanismo dell'associazione per uno scopo di utilità generale, potrebbe tornargli cento volte più proficuo. - I precetti della scienza forestale dovrebbero insegnargli che la voracità dei torrenti deve essere domata col rispetto delle foreste; ma invece in Carnia si depauperano i boschi nelle più alte montagne e si profonde il danaro nel riparare ai danni che di tale depauperamento sono un'inevitabile conseguenza. - I precetti in fine dell'agricoltura dovrebbero insegnargli che quel campicello, una volta ridotto, dovrebb'essere coltivato ad uso di prato e non di seminato; poiché prima base di ogni speculazione è l'opportunità della medesima nei rapporti delle condizioni dei luoghi in cui viene tentata.

La Carnia è un paese in cui la pastorizia dev'essere coltivata a preferenza di qualunque altra industria; per la pastorizia elemento essenziale di vita è la bontà e la quantità dei foraggi e dei pascoli; quindi all'estensione ed alla fertilità dei prati dovrebbero essere rivolti tutti gli sforzi della classe agricola degli abitatori di queste Alpi.

Ma lasciamo questi riflessi e veniamo ad indagare la forza produttiva dei 2900 ettari suddescritti di terreno arativo e zappativo e vangativo, per discendere alle conclusioni che più da vicino c'interessano.

Non, tutti gli anni può il Carnico calcolare sul prodotto del suo campo; molte volte esso non giunge a maturazione in causa della fredda stagione, che specialmente nei punti più elevati della Carnia si spiega assai precocemente. Si aggiunga a questa considerazione che parte di quel terreno non è produttivo che di legumi e frutta; si calcoli che un diffalco deve pur essere fatto per i danni derivabili dagl'infortunj meteorologici, e si verrà alla conclusione che il raccolto dei cereali è relativo alla produttività di 2100 ettari appena di terreno.

In media un ettaro di terra dà in Carnia un prodotto di circa 18 ettolitri di grano3; e perciò 87,800 ettolitri rappresenterebbero molto approssimativamente la quantità di grano che si ricava in un anno dai 2100 ettari suddescritti.

Ogni abitante consuma in media due ettolitri e mezzo di grano, per ogni anno; con i 37,800 ettolitri suddetti potrebbero quindi alimentarsi 15,120 abitanti all'incirca.

La popolazione della Carnia arriva invece a 46,549 abitanti; si ammetta pure che una parte di questi abitanti alterni il pasto del pane e della polenta con quello meno costoso dei legumi e delle frutta, ma resterà sempre dimostrato che l'eccedenza della popolazione sugli alimenti rappresenti una sproporzione delle più sconfortanti; sproporzione che giustificherebbe le astratte previsioni del celebre Malthus, se l'intelligente operosità del popolo carnico, con raro spirito di abnegazione, non ne impedisse la realizzazione.

Se in Carnia le industrie manifatturiere fiorissero, se il commercio ne' suoi svariatissimi rami centuplicasse le forze dei capitali con la potente molla del credito, se lo spirito di associazione ne sviluppasse le forze produttive per ispingerle ai più luminosi risultati economici, all'insufficienza della terra, si supplirebbe col lavoro nel paese stesso utilmente impiegato, e l'operaio troverebbe già nel salario il modo di campare onestamente la vita.

Ma lo abbiamo già detto; la condizione economica della Carnia non ha ancora sentito il benefico influsso dell'odierno progresso4. La pastorizia, unica industria, che dovrebbe far celebre il nome delle Alpi carniche, vi si esercita coi metodi dei tempi patriarcali, ed i prodotti che se ne ricavano, non reggono al confronto con quelli di regioni alpine, dalla Carnia non molto discoste.

Il commercio dei legnami, quantunque vi si eserciti in proporzioni abbastanza significanti, non contribuisce però a migliorare le condizioni suddescritte. I boschi sono per la massima parte posseduti dai Comuni e dal Demanio nazionale, perciò i prodotti legnosi cascano in mano di pochi speculatori, che li mandano tosto nei magazzini della città, ove tengono il centro dei loro affari; il movimento commerciale di questo importantissimo articolo non si manifesta quindi in Carnia che in minime proporzioni, ed il danaro che si ricava dalla vendita delle piante, affluisce pressoché tutto nelle casse o dello Stato o dei Comuni, senzaché possa il paese assaporare gli effetti di una circolazione che potrebbe tornargli tanto proficua.

Sono queste le condizioni della Carnia!

Ma il Carnico, anziché lasciarsi prostrare sotto il peso di tanta rovina economica, ritempra le sue forze alla scuola della sventura, e coi forti propositi dell'uomo, che sa di poter bastare a se stesso, ne lenisce in parte gli effetti.

Egli emigra; va in altri paesi in traccia di quel lavoro che gli nega il paese natio, ove lascia la famiglia quasi in pegno dell'amore che vi porta, quasi in caparra di farvi ben presto ritorno.

E una dura necessità; ma bisogna pur dirlo, ch'essa è imposta dalla forza delle circostanze!

Ecco un quadro che rappresenta in via media le proporzioni, in cui una tale emigrazione va di questi ultimi anni verificandosi in Carnia.

Indicazione degli emisgranti secondo i diversi mestieri
Dati offerti dai signori Sindaci dei Comuni dei due Distretti di Ampezzo e Tolmezzo componenti la Carnia, ratificati sulla base del Registro dei Passaporti e delle informazioni attinte ad ottime fonti.
Secondo il Registro dei passaporti, il numero degli emigranti sarebbe di molto minore; ma non può fare che una prova suppletoria, molti essendo quelli che emigrano senza domandare i loro recapiti di viaggio, e molti quelli che si trattengono all'estero, rinnovando i loro passaporti presso i Consolati.
Osservazioni suegli emisgranti carnici indicati nel quadro suesposto
Nel Comune di Ligosullo sono 120 gli emigranti; di questi 118 sono arruotini.

La significazione delle cifre comprese nel quadro suesposto non ha bisogno di commenti. È una sesta parte della popolazione che emigra; è la parte di essa che rappresenta la vera forza produttiva della Carnia: il lavoro applicato a pressoché tutte le industrie e mestieri.

Una tale emigrazione ha però il carattere di temporaneità; essa va ogni anno verificandosi nella stagione di primavera per i muratori, taglia-pietra, segatori di legnami, boscajuoli, braccianti in genere, ed arruotini, ed in quella di autunno per i tessitori, sarti e domestici.

L'emigrazione per i primi comincia di primavera e termina di tardo autunno; per i secondi comincia di autunno e termina di primavera.

Con l'emigrazione ottengono i Carnici due risultati:

  1. quello di diminuire il numero dei consumatori delle scarse derrate, che le loro famiglie possono procacciarsi fra l'anno;
  2. quello di fare qualche risparmio sulle loro mercedi e di dividere con le famiglie i frutti delle loro fatiche.

Devesi però fare la debita eccezione di quei tali che, se lavorano nei momenti della loro emigrazione e risparmiano, sciupano poi nelle gozzoviglie i loro guadagni, allorché ritornano in patria.

È veramente notevole questo mal vezzo in alcuni emigranti che frequentano le provincie meridionali della Germania; essi portano colà le loro braccia per impiegarle nel lavoro, e danno a quei popoli l'esempio dell'operosità e della parsimonia, per riportarne i vizi più brutali ed esercitarli nel lor paese natio!

A questo inconveniente, che per buona sorte nella emigrazione dei Carnici costituisce ancora una eccezione, ma che tuttavolta palesa delle tendenze in senso estensivo, devesi aggiungere pur quello di una certa abitudine di abbandonare la patria, che non è certamente feconda di buoni risultati politici.

L'idea della grandezza del nostro Regno, della magnificenza delle città che in cento punti lo ingemmano, della fecondità del suo suolo, della varietà de' suoi prodotti, resta, direi quasi, un'incognita per la mente di questi emigranti. Avvezzi a battere sempre la via della Germania, il Fella è per essi ciò che per gli antichi erano le colonne di Ercole; e dell'Italia non conoscono che quell'estremo lembo settentrionale, che chiamasi Carnia.

Sparpagliati nei diversi punti della Germania e della Monarchia austro-ungarica, questi emigranti non portano con sé durante il periodo della loro emigrazione quei vincoli di fratellanza politica e di amore per la madre-patria, che fanno tanto celebre il nome delle colonie italiane sparse nelle più remote contrade del mondo: essi amano le loro Alpi per le famiglie che vi hanno lasciate, le amano per quel principio di nostalgia che esercita un'influenza tanto potente nell'animo degli abitatori dei monti, le amano, direi così, per un impulso di natura; ma non partecipano di quei sentimenti generosi, che trovano il loro cemento nel sodalizio politico dei connazionali, cui una sorte comune tiene lontani dalla patria, ed il loro indirizzo nelle aspirazioni comuni per la grandezza della patria stessa.

In una parola questi emigranti che si recano all'estero, nulla vi apprendono di buono; e quando ritornano ai loro paesi affettano perfino di aver dimenticata la loro lingua, ingegnandosi di borbottare un tedesco, che per il filosofo potrebbe avere il significato di un'implicita loro rinuncia di appartenere moralmente all'Italia.

Finché dura la emigrazione degli uomini, le donne rimangono alla direzione delle famiglie; e questi esseri, che la civiltà e l'educazione della mente e del cuore ci additano come degni dei più delicati riguardi, sono invece trattati al pari di qualunque altro utile animale. Esse devono lavorare specialmente in oggetti di facchinaggio e con la loro storica gerla sul dorso si trovano spesso accasciate sotto un terribile peso, in mezzo a dirupi e burroni, per procacciarsi, dopo un penosissimo lavoro, le legna da bruciare forse appena sufficienti per l'allestimento del pasto, o per toccare la scarsa mercede di qualche frazione di lira5.

La donna è in generale malissimo trattata dai Carnici. Essa è sempre destinata ai più grossolani lavori; e talvolta, mentre trafelante pel carico che porta, stenta a seguire per via il passo o del padre, o del fratello, o del marito, che l'accompagnano senza essere alla lor volta caricati, questi, anziché aiutarla e dividerne le fatiche, gettano sulla gerla di lei i loro mantelli ed i loro arnesi da lavoro, poco o nulla curandosi che l'infelice senta così il peso aggravarsi e col frequente respiro ne accusi l'eccesso6.

È la mancanza degli uomini, causata dall'emigrazione, che ha in Carnia creata alla donna una condizione cotanto infelice; essa deve provvedere con le sue braccia alle più urgenti necessità della vita, ed avvezzata fino dall'adolescenza7 alle più dure fatiche, il lavoro, quantunque sproporzionato alle sue forze, diventa per essa un'abitudine e vi si presta con la risolutezza di un eroe.

Ma se la donna della Carnia ti sembra un tipo di bellezza e di forza fino all'età di circa venti anni, s'essa conserva fino al momento in cui si fa sposa tutta la freschezza dell'età giovanile, dopo il primo parto tu già le scorgi sopra il volto tutte le traccie di una vecchiaia, la cui precocità è appunto da attribuirsi alle enormi fatiche, che ne sfibrano le forze al momento del loro naturale sviluppo.

Il dottor Carlo del Moro, medico distrettuale della Carnia, e conoscitore profondo delle condizioni igieniche degli abitanti di questa regione, così si esprime in tale proposito:

«L'influenze che può esercitare nel fisico della donna l'uso di portare pesi enormi con la gerla, sono a mio parere da distinguersi in due ordini. Al primo appartengono tutti gli sconcerti esercitati da una compressione sulle vertebre e vene del dorso; e quindi impedito l'afflusso e rigurgito del sangue al cervello e così pure all'organo e sistema polmonare. Su questo elemento è giocoforza stabilire tutte le malattie cerebrali che sviluppar si possono su questi organi e sistemi. Al secondo tutte le compressioni esercitate sulla pelvi, tanto per deformare le ossa del sacro come per tutte le irritazioni nervose ai nervi sacrali, le congestioni all'utero e la deviazione dei femori, esercitante pressione trasversale sul bacino. Impedimento al regolare sviluppo del corpo. Favorisce la formazione dello struma, volgarmente gozzo, che in questi luoghi alpestri pur troppo abbonda e del quale una causa è da attribuirsi a tali fatiche.
I fasci di fieno poi portati sul capo, in particolare nella stagione del maggior calore estivo, sono causa di speciale infiammazione del cervello e suoi inviluppi, dell'apparato uditorio e dell'organo della vista.»

Il dottor Antonio Magrini, altro medico espertissimo e sagace apprezzatore delle condizioni economiche sociali ed igieniche della Gamia, offre le seguenti considerazioni:

«Le donne della Carnia sono in origine vegete, robuste, mancanti bensì di una primitiva educazione, ma discretamente civili, di spirito allegro e svegliato, attive, laboriose, econome e tutto in relazione (bene inteso) alla topografica condizione ed alla natura del paese.
Lasciando da parte quelle agiate (che sono poche) e le meno agiate, mi trattengo un po' su quelle femmine dedite al lavoro e che stanno nel ragguaglio dell'85 %.
Questa classe è più colpita dalle angustie economiche e condannata alle più gravi e lunghe fatiche della campagna.
Ad esse è affidata la coltivazione delle terre; il trasporto quindi dei concimi, il movimento del terreno, la zappatura e tutti gli inerenti successivi lavori. Il prato esso pure sta. a carico delle donne, tranne una parte della falciatura, ma sì tutto il trasporto dei foraggi dalle più alte e pericolose vette dei monti, il loro espurgo, il disseccamento delle erbe, ec. - Ad esse è appoggiata la cura del bestiame in tutto il tempo dello stallaggio.
Tali eccessive fatiche, a cui devono sobbarcarsi e tutto a testa, a spalle, a dorso, a braccia, esigerebbero un vitto di riparazione; ma invece il loro alimento è molto economo e poco succoso, girellando sempre fra il farinaceo, il latteo, il vegetale.
Per quanto poi si riferisce alla buona igiene, Dio ci liberi! Pochi conforti morali ritraggono da tante materiali sofferenze, essendo poco bene corrisposte; giacché sta per esse un debito d'informarsi a queste fatiche, senza delle quali non meriterebbero la benevolenza dei famigliari e passerebbero ad esser segno d'indifferenza, di disprezzo, d'ignominia, di tortura...
Da questo breve quadro, che mi convenne delineare, devesi immaginare a quali e quante sofferenze di corpo e di spirito devono soggiacere. E principalmente: alle febbri gastro-enteriche, alle epatitidi, pleuritidi, pneumoniti, artritidi, coi loro esiti di cronicità, a vaghi reumatismi e specialmente alle nevralgie, alle ischiadi, a dispepsie, a febbri consuntive.
La loro età gioca d'ordinario dai 50 ai 60 anni; e quello che merita molto riflesso si è, che rendonsi vecchie quasi prima di divenire virili, poiché ne' parti tengono poca o nessuna cura; forse il giorno stesso dello sgravio accudiscono alle mansioni domestiche. E di qui il grave malanno, che non curando lo stato puerperale, divengono da giovani, vispe, sane, e ben nutrite, avvizzite, malaticcie, depauperate. E per gli straordinari pesi, le improbe fatiche, la tortura delle membra, eccole soggette a parti prematuri, irregolari, da cui operazioni ostetriche cruenti... mortali; eccole soggette a vizi uterini, ad esiti degli stessi, a cronicità, ad isterismi, a marasmi, a dolorose soccombenze!
Esposi francamente la condizione delle donne della Carnia, da cui i loro malori. --- Oh! io vorrei che anche alle donne della Carnia, che per le loro condizioni peculiari devono sobbarcarsi ad oneri forse incompatibili con le forze muliebri, io vorrei, dico, si accordassero loro maggiori diritti e maggiore rispetto, ciò che, a mio credere, è il termometro più sicuro della civiltà di un popolo!...»

Il quadro suesposto giustifica appieno l'espressione più sopra adoperata, che cioè le donne in Carnia sieno trattate al pari di qualunque altro utile animale. In un paese così alpestre, com'è la Carnia, dovrebb'essere esteso l'uso di servirsi dei dorsi dei muli e dei somari per il trasporto degli oggetti più pesanti lungo le strade, impraticabili coi carri; ma in Carnia si ripudiano quegli animali, perché troppo ne costa il mantenimento e vi si supplisce con le donne.

Basta il prendere in esame l'ultima statistica pastorale della Carnia per convincersi di questa strana verità8!

In tutta la Carnia con una superficie di ettari 121,805, con una popolazione di 46,549 abitanti, con tante difficoltà di comunicazioni stradali, con tanto bisogno d'importarvi dalle pianure gli articoli più necessarii per l'alimento, non vi sono che 61 asini e 44 muli, de' quali forse due terze parti vengono usate per carri, mentre i cavalli, che si adoperano esclusivamente per i carri, arrivano appena al numero di 283!!

E veramente doloroso questo confronto, ma pur troppo è vero, che parlando della statistica pastorale della Carnia non si possa esimersi dal parlare delle donne di questo paese e della in-felice loro condizione, non foss'altro che per giustificare l'avvertita scarsezza degli animali suindicati.

Se si osserva la donna nelle sue relazioni domestiche, tu la vedi condannata all'ostracismo dagli uomini. - In qualche vallata, ove le abitudini carniche si mantengono ancora nella primitiva loro rozzezza, questi non le concedono di sedere alla lor mensa; essa li serve, e quando il pasto è finito per gli uomini, la povera donna si caccia in un cantuccio della cucina e si pasce di quel cibo, che una condannabile consuetudine non le permette di gustare a fianco del padre o del marito9.

Divenuta sposa, la donna carnica entra nel ferreo dominio del marito, ne subisce i comandi con la rassegnazione d'un vinto, non è chiamata a partecipare delle sue gioie, né delle sue angustie; diventa in fine la sua schiava, la sua femmina, com'egli la chiama... nome qualunque per distinguere un sesso!...

Le fatte considerazioni provano già che la emigrazione dal lato politico, igienico e sociale, è una vera sciagura per la Carnia; sciagura che potrebb'essere riparata allora soltanto ch'essa non fosse imposta a questa regione da un'ineluttabile necessità economica.

Non v'ha chi non ammetta una tale necessità; ma molti censurano i Carnici, perché nella loro emigrazione prediligono i paesi di esteri Stati, anziché quelli dell'Italia. - I Carnici non seguono in ciò che una semplicissima regola di tornaconto economico; essi accorrono colà ove il lavoro è più ricercato e quindi meglio retribuito.

Sia che l'operosità di questi emigrati costituisca già per sé stessa una dote, che li rende preferibili agli operai dei paesi ov'essi si recano, sia che la mano d'opera nei paesi stessi non sia corrispondente alle ricerche per le grandi opere pubbliche e private in corso di costruzione, il fatto è che gli emigranti della Carnia vi trovano lavoro e che i salari degli Operai sono colà molto più lauti di quelli che corrispondonsi in Italia.

Ciò può anche spiegarsi, prendendo in esame l'elemento che viene comunemente calcolato nel concretare la misura dei salari. Il salario deve in massima essere corrispondente ai bisogni del- l'operaio che si vuole retribuire; esso non può essere inferiore alla somma che rappresenta il costo degli oggetti di prima necessità indispensabili ad un uomo per campare onestamente la vita. Gli alimenti entrano quindi in prima linea nel calcolo e con essi la valutazione dell'influenza che possono esercitare nei vari popoli le condizioni del clima.

La frugalità del pasto dei popoli meridionali è tanto più ammirata, quanto più si estendono i confronti tra i popoli che vivono nella latitudine estrema degli emisferi terrestri. Se per lo svedese occorrono tre pasti al giorno, per l'egiziano un solo pasto è più che sufficiente, con la differenza che mentre il primo si pasce di carni, il secondo si accontenta di cibo farinaceo o vegetale. --- I salari che si corrispondono nel settentrione, dovrebbero quindi nel loro principi essere superiori a quelli che vengono corrisposti nei paesi del mezzogiorno.

Se una tale massima viene in parte contraddetta dai fatti, se per la energia delle fibre dei popoli settentrionali l'operosità di quest'ultimi riduce il salario ad un mitissimo prezzo per effetto della concorrenza della mano d'opera, se in dipendenza sempre del clima al piccolo costo degli alimenti dei popoli meridionali corrisponde pure la rilassatezza di quest'ultimi, la loro poco buona volontà di lavorare, la relativa maggiore ricerca della mano d'opera e la conseguente necessità di retribuirla in misura non corrispondente al termine di confronto più sopra indicato, una tale massima non può per questo ritenersi men vera, e qualche peso è pur d'uopo di concederle nella valutazione della misura dei salari dei diversi paesi.

Non v'ha dubbio che il popolo germanico partecipi delle abitudini, delle tendenze, dei bisogni dei popoli settentrionali; e quantunque la Carnia sia una regione limitrofa alla Germania, quantunque rispetto al clima non possa esistere differenza tanto sensibile da influire nella misura dei salari, pure è forza riconoscere che una profonda linea di separazione divide i due paesi rispetto alla etnografia.

Nel Carnico riscontri la versatilità, il brio, la prontezza dell'Italiano; nel Carinziano o nel Tirolese, che abitano a pochi metri di distanza, riscontri già il tipo, le abitudini, la posatezza, la serietà del Tedesco. In Carnia si retribuiscono certi operaj pressoché nella stessa misura in cui vengono pagati nell'Italia Media, mentre nel Tirolo, nella Carinzia, nella Carniola e negli altri paesi limitrofi dell'estero si pagano nelle misure che corrono nei paesi superiori della Germania.

Ecco un quadro dei salarj per i mestieri sottoindicati che si corrispondono nell'Italia Media, in Carnia e nei citati paesi della Germania:

Quadro dei salarj per mestieri in Italia Media, in Carnia e in Germania

Ma non è soltanto il lauto salario ciò che attira i Carnici in Germania; è ancora la garanzia di non restare colà inoperosi; è ancora la lusinga di trovarvi quelle risorse economiche, che per una sorte speciale o per una straordinaria abilità seppe qualche volta procacciarsi taluno di questi emigranti; è l'abitudine ormai radicata negli animi con la forza di una convinzione; sono infine le relazioni ormai contratte in quei paesi, relazioni che di anno in anno si rinnovano sul pubblico mercato, mercé l'opera solerte di certi incettatori, che vengono dalla Germania a fare una specie di arruolamento di questi soldati del lavoro.- A tal punto è spinta la ricerca della mano d'opera nei paesi limitrofi della Germania!

Questi incettatori non offrono già agli operai vaghe promesse10; essi additano loro i paesi ove le grandi opere esigono il lavoro, contrattano la misura del salario, garantiscono loro la spesa del vitto per tutto il tempo dell'emigrazione, se per eventuali straordinarie circostanze le assunte imprese avessero ad andare fallite.

È forse condannabile il Carnico se in presenza di tutti questi vantaggi preferisce nella sua emigrazione i paesi degli esteri Stati limitrofi? Qual è la provincia d'Italia che offra loro tanta ricerca di lavoro, tanto favorevoli patti, tanta dovizia di esibizioni?

I salari che si corrispondono in Italia per certi mestieri, come, per esempio, per i muratori, non sono di molto inferiori a quelli che si corrispondono in Germania; ma un popolo che emigra in traccia di lavoro, più che alla lautezza del salario guarda alla stabilità della posizione che può procacciarsi nel paese ove intendevi andare. Una tale stabilità non è possibile che là ove le condizioni generali economiche si manifestano prosperose, ove i capitali sieno fatti circolare col mezzo di tutte le industrie e quindi col mezzo del lavoro, ove una tale circolazione non sia accidentale, ma sia l'effetto dello sviluppo del credito reso potente con la molla dell'associazione.

Versa forse il nostro paese in condizioni tanto felici? No per certo; esso ha cominciato da poco a gustare le prime aure di una vita libera ed indipendente. Sotto l'assolutismo dei cessati Governi tutte le aspirazioni degl'Italiani erano rivolte alla redenzione politica del loro paese; dopo tanti secoli di duro servaggio quest'idea divenne un fatto compiuto, ma la redenzione politica non portò con sé che i germi della redenzione economica. Questi germi produrranno senza dubbio portentosissimi frutti, ma il periodo che ora passiamo, è un periodo di gestazione; esso non segna alcun fasto nella storia della rivoluzione economica del nostro Regno; segna soltanto un'epoca di abnegazioni, di sacrifizi, di severe elucubrazioni, mentre prepara alla patria un avvenire brillante degno delle memorie lasciateci dalle intraprendenti repubbliche italiane del medio-evo.

Non vogliamo ammettere che la Germania offra nella sua vita economica tutto quello sviluppo che costituisce l'obiettivo degli sforzi di tutti i popoli inciviliti; ma è un fatto che il lavoro trova colà applicazione e che la mano d'opera vi è con insistenza richiesta. Ciò che non può dirsi dell'Italia, ove l'esuberanza della mano d'opera dà segno incessante della scarsità di lavoro e fornisce occasione a tutte quelle emigrazioni che si verificano nelle sue varie provincie ed in special modo nei paesi delle Alpi, meno favoriti dalla natura e più travagliati dalle angustie economiche.

Prendansi in esame queste emigrazioni; si troverà che tutte hanno un'origine comune: la rovina economica del paese natio; che tutte hanno uno scopo comune: il lavoro. Le si studino negli effetti è si troverà che la emigrazione dei Carnici è ancora la meno dannosa di tutte.

Tranne poche eccezioni, essi non abbandonano il loro paese che per pochi mesi soltanto. Non si recano nelle Americhe, come fanno gli emigranti di alcune provincie lombarde o nell'Affrica, come fanno tali altri; ma passano all'estero, ove una determinata occupazione li attende, certi di camparvi onestamente la vita, di fare dei risparmj sulle loro mercedi, di poter dividerne il prodotto con le loro famiglie e di non mancare ai doveri, che ogni buon cittadino tiene verso il Governo della sua patria11.

La emigrazione dei Carnici, economicamente parlando, è un bene; può paragonarsi ad un grande stabilimento, ove le braccia di 7000 operaj sono applicate a pressoché tutte le industrie, nello scopo comune di migliorare le condizioni delle loro famiglie attirando in patria il danaro.

Non è questo lo scopo di tutte le industrie? non è questo il movente di tutte le speculazioni economiche?

Il Lombardo, nella dovizia de' suoi magnifici gelsi, dà all'industria serica uno sviluppo che si arresta alla produzione della seta greggia; commette maggiore errore economico il Lombardo che vende questa seta ad esteri speculatori per ricomperarla manufatta, od il Carnico, che in assenza di qualsiasi favore della natura, porta all'estero non la materia prima, che nel suo paese non ne esiste pressoché di alcun genere, ma le sue braccia per lavorare?

Se è vero che la proficuità delle industrie nei rispetti economico-internazionali si misuri dalla maggiore o minore differenza che risulta tra il danaro che esce e il danaro che entra nello Stato, è certo che la risposta non può stare che a favore del Carnico.

Omettendo di parlare di quei tali che seppero procacciarsi una straordinaria fortuna12, in media si può calcolare che ogni emigrante risparmi per ogni stagione 160 lire del suo salario. Oltre un milione di lire rappresenterebbe quindi il reddito netto di tale emigrazione13.

Questo risparmio viene introdotto in Carnia, in parte al momento del ritorno degli emigranti, ed in parte durante il periodo della emigrazione; e ciò a seconda delle condizioni economiche delle famiglie, cui gli emigranti stessi appartengono e dei loro impegni nei rapporti delle famiglie stesse.

Pare favoloso un tale risparmio; ma il sentimento forse d'incredulità che può ispirare sulle prime la sua enunciazione, si converte ben tosto in sentimento di ammirazione, allorché si seguano questi laboriosi emigranti nella loro vita durante il periodo della emigrazione.

Essi si adattano a dormire sulla paglia e a cibarsi di cacio e di polenta, si condannano alle più dure privazioni pur di raggiungere la mèta dei loro ardenti desiderj: di poter cioè ritornare al paese natio con un ricco borsello, bene in arnese e con quell'aria di trionfo, che sa ispirare la coscienza di aver adempito al proprio dovere.

Molte volte è appunto quest'aria di trionfo che fa degenerare nell'emigrante il suo carattere originario. Da umile diventa superbo, da docile spavaldo, da sobrio intemperante, da economo scialacquatore... degenerazione questa che si riscontra specialmente nei giovani, che hanno cominciato e finito il loro tirocinio (garzonato) nei paesi della Germania meridionale.

E qui dobbiamo pur un'altra volta asserirlo: se l'emigrazione dal lato economico è un bene, dal lato sociale è una sciagura per la Carnia.

Può calcolarsi che una settima parte del danaro che questi emigranti v'importano, vada sperperata in alimento di vizj che, appresi nel tempo dell'emigrazione, vengono poi esercitati a la-voro finito presso i domestici lari.

Si deve fare ancora una detrazione dalla somma suindicata come rappresentante i risparmj degli emigranti; e questa si riferisce a quelle spese che vengono anticipate dagli Ospitali per cura e trattamento di questi operaj, nei casi di loro malattia durante l'emigrazione, spese che nel maggior numero dei casi vengono accollate ai Comuni d'origine per la comprovata miserabilità delle famiglie, cui questi emigranti appartengono.

Dallo spoglio di molti conti consuntivi comunali si può ritenere che in media spenda ogni Comune per questo titolo 200 lire per anno; sono 80 i Comuni della Carnia e quindi 6000 lire sarebbe la somma da detrarsi, senza calcolare poi quelle spese che per lo stesso titolo vengono pagate dalle famiglie degli emigranti stessi.

Ma in ogni caso resta ancora una somma cospicua di denaro che entra in Carnia per effetto della emigrazione; somma che basta per comperare dalla pianura le derrate mancanti e per provvedere alle prime necessità della vita; ciò che può emergere dalla sottoesposta dimostrazione:

La Carnia conta abitanti 46.549
Gli emigranti si trattengono fuori di paese, quelli che vanno al- l'estero per circa 9 mesi, e per 4 mesi circa quelli che si recano all'interno, per cui si calcola un'assenza costante (fatto conto anco di quelli che si trattengono all'estero per più anni) di abitanti » 6.000
Rimangono continuamente in Carnia abitanti 40.549
Ogni abitante consuma in media due ettolitri e mezzo di grano all'anno e quindi occorrono per la Carnia ettolitri di grano 101.377
Il terreno della Carnia non ne produce più di 37.800
Ne occorrono quindi ogni anno in numero di 63.577
Il grano (si parla del gran turco) costa a Tolmezzo circa 14 lire all'ettolitro, e quindi necessita la spesa annua per quel solo articolo di L. 890.078,00
Gli emigranti importano in Carnia la somma di L. 1.186.560,00
Si detragga per spese di spedalità la somma di L. 6.000,00
Più la somma che va sprecata in vizi di L. 158.914,00
Più quella che va spesa per l'acquisto del grano L. 890.078,00
1.054.992,00
Resterà ancora un avanzo di circa L. 131.568,00

 

Studiata così l'emigrazione dei Carnici nelle sue cause, nella sua forza, ne' suoi effetti, noi troviamo ch'essa è conseguenza in parte di una ineluttabile necessità economica ed in parte della prospettiva di maggiori guadagni, che presentano i paesi del limitrofo estero Stato; noi troviamo che questa emigrazione è ormai radicata nell'animo dei Carnici con la forza di una consuetudine inveterata.

Per togliere questa piaga, feconda di tanti danni morali, igienici e sociali, conviene sradicarne le cause; queste risiedono nella rovinata condizione economica della Carnia. Fa d'uopo quindi di migliorare questa condizione.

  1. Abbiamo detto più sopra che le svantaggiosissime condizioni topografiche di questa regione influiscono potentemente sulle sue condizioni economiche. Ebbene! per rendere meno dannose le prime, gareggino e Comuni, e Provincia, e Governo a costruire le strade che vi mancano, per allacciare tutti i Comuni fra di loro e con le grandi reti stradali che confluiscono alla vallata del Piave ad occidente, delle Drava a settentrione, del Fella ad oriente, e per facilitarne anzi crearne in questo modo le comunicazioni. - La strada che da Portis mette al Tirolo pel monte Croce, sia dichiarata Nazionale ed il R. Governo vi faccia in qualche modo concorrere lo Stato per sussidiare i Comuni a mantenerla e terminarla. V'ha un voto della Camera dei Deputati in favore di quella linea stradale.
    La strada che da Villa Santina mette al Mauria, sia dichiarata provinciale. - Le strade che devono allacciare i Comuni fra di loro e tutti i Comuni coi capiluoghi dei rispettivi Distretti, sieno, o mantenute in istato di perfetta viabilità od ex novo costruite, dando così perfetta esecuzione alla legge 30 agosto 1868.
    Divenga un fatto compiuto l'idea della costruzione della ferrovia Pontebbana, che passando ad Amaro sulla porta della Carnia porrebbe questa regione in comunicazione diretta coi paesi più industriali dell'Europa.

  2. Abbiamo pur accennato alla scarsezza del terreno coltivabile ed al dispendio che si sostiene per difenderlo dalle irruzioni dei torrenti.
    Ebbene! voti la Camera dei Deputati il progetto di Legge, già discusso ed approvato dalla Camera vitalizia sull'amministrazione forestale, e provvegga con le saggie disposizioni ivi contenute per il rimboscamento obbligatorio all'imbrigliamento delle frane e delle acque che scorrono negli altipiani delle Alpi.

  3. S'introducano scuole di agraria, s'insegni al Carnico che la ricchezza de' suoi monti deve cercarla nella pastorizia; che a questa deve rivolgere tutti i suoi studj, tutte le sue cure; che non si perda nella coltivazione dei cereali, ma provveda alla fertilità de' pascoli e de' prati ed al miglioramento delle sue mandre.

  4. Mancano i capitali, mancano le industrie. Ebbene! una volta che la ferrovia Pontebbana fosse costruita, qualche ricco industriante potrebbe piantare le sue fabbriche manifatturiere in Carnia, approfittare della copia di tante acque cadenti, promuovere forse l'associazione dei capitali meno forti e spargere così il germe di una vita economica, che dovrebbe fecondare in questo paese quanto ha fecondato nella Svizzera.

Laissez fair e, laissez passer, dicono gli economisti francesi. Si, è vero; questo è ormai un assioma nel campo della economia nazionale e per i Governi dovrebbe costituire un precetto. Non siamo noi quelli che vogliano attentare alla libertà consacrata da quel nobile principio; ma noi Italiani non potremmo abbracciare quell'assioma senza fare prima un omaggio al celebre nostro Romagnosi col riconoscere la verità di quanto egli scriveva in proposito, temperando l'assolutismo di quel principio economico. «Il Governo, egli diceva, non deve impedire, ma deve indirizzare, deve ajutare.»

Il Governo nazionale, che deve continuamente lottare contro tanti pregiudizi, troverà certamente nei Carnici un popolo svegliato, un popolo operoso, intraprendente, e se concorrerà con le sue forze per ajutarlo e sorreggerlo nell'opera della sua ristorazione economica, un tempo non potrà che lodarsi di aver seguito negli atti della sua amministrazione il saggio consiglio del celebre giureconsulto italiano.

Sono questi i voti che noi facciamo pel benessere morale e materiale di questi abitanti, che per la loro attitudine, per la loro persistente operosità, per la loro franchezza e per il loro sentimento di rettitudine meriterebbero una sorte migliore ed uno speciale riguardo nelle loro legittime aspirazioni da parte dello Stato e della Provincia.


  1. Dati estratti dal Censo dei due Distretti di Ampezzo e Tolmezzo. 

  2. Memoria letta all'apertura della Sessione agraria di Tolmezzo, al 24 agosto 1857. 

  3. Questi dati furono trovati giusti da persone intelligenti, da pratici conoscitori della Carnia, e da periti agrimensori. 

  4. Negli ultimi mesi del 1869 soltanto cominciò a farsi strada nell'animo dei Carnici l'idea del risparmio vero, proficuo col meccanismo dell'Associazione. - Nello scorcio di un mese venne istituita in Tolmezzo una Banca del Popolo, con un numero di circa 1000 azioni sottoscritte da persone di qualsiasi ceto e condizione. 

  5. Portando 40 kilogrammi di peso da una distanza di 14 miglia di montagna, la donna carnica guadagna dai 70 agli 80 centesimi: portando un fascio di legna dalle più alte vette dei monti, guadagna appena 40 centesimi di lira italiana. 

  6. L'autore n'è un testimonio oculare. 

  7. Comincia a portare dai 10 ai 12 anni; prima di questa età non fa viaggi, ma lavora nei boschi e nei prati. 

  8. Statistica fatta nel 1869 per ordine del Ministero di agricoltura, industria e commercio; i dati suesposti sono tratti dalla Statistica della Provincia di Udine che porta gli estremi di ogni singolo Distretto. 

  9. L'autore n'è un testimonio oculare. 

  10. Avvenne però nel 1869 il caso che fu requisito per i lavori della Transilvania un numero di operai superiore di molto al bisogno, e che i superflui furono abbandonati dagl'incettatori; per cui dovette il Governo austro-ungarico prendersi la cura di fornirli di mezzi per il rimpatrio. Ma fu questa una eccezione. 

  11. Nessun renitente conta la leva dei Carnici. 

  12. Un semplice capo-mastro portò in patria 40.000 lire di risparmio in una sola stagione. - Un altro ne portò 12.000 e tutti e due nel 1869. - Assunsero lavori, e le cose andarono per essi a gonfie vele. 

  13. Questi dati furono riconosciuti giusti; i cambiavalute di Tolmezzo dichiarano che in media operarono a questi emigranti il cambio pel valore di oltre 300.000 fiorini in Banconote, quasi settecentomila lire; a questi conviene poi aggiungere i denari che s'importano in moneta metallica, e quelli che si cambiano presso altri commercianti ed in altri paesi. 

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