"Dai geli delle Alpi alle sabbie infuocate": alpini rigoladotti in Africa (1887-1888)

 

Intorno alla lapide a Felice Durigon scolpita da Celestino Pochero nel 1888 e all'opportunità di un suo restauro conservativo.

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La piazza di Rigolato alla fine dell'800

Scorcio della piazza di Rigolato a fine '800 - a sinistra: muro sul rio, fontana, palazzo Gortan Cappellari; a destra: ponte dal lato verso valle, lapide a Felice Durigon (cerchiata), casa di Muço, albergo Zanier (cartolina viaggiata 1902, collezione privata Rigolato)

 

La Piazza "vecchia"

La piazza "vecchia" di Rigolato ha perduto da tempo la centralità urbanistica che la caratterizzava in passato e con essa la sua aura particolare. Ridotta a semplice incrocio con slargo, anonimo anche per la toponomastica stradale ufficiale, è di fatto scomparsa, rimossa dall'immaginario collettivo, sussunta nell'ampia spianata della "Anselmo Durigon", l'attuale piazza per antonomasia di Rigolato.

Le fotografie di fine ottocento/inizio novecento restituiscono alcuni dei punti di forza perduti: collocazione nevralgica ― al centro del paese, nei pressi del trivio per Forni Avoltri, Ludaria di Sotto (allora la strada saliva lungo il rio), chiesa parrocchiale ― e spettacolare, di lato al ponte steso sulla forra del Rio di Rigolato1.

Rigolato centro: ponte sul rio nel 1905/10

Scorcio del ponte posto al centro di Rigolato (fine '800); cerchio: frontone triangolare della lapide a Felice Durigon (cartolina viaggiata 1904, collezione privata Rigolato)

La chiesa parrocchiale la dominava, solitaria, dal culmine della Ropo. L'affaccio dal ponte era sgombro su ambedue i lati, dai quali il rio sottostante poteva essere ammirato (e udito) in tutta la sua bellezza e lo sguardo allungarsi senza ostacoli sul borgo Sega, attraversato dalla strada maestra per tutta la sua lunghezza. All'interno del piazzale si trovava la fontana pubblica, a cui attingevano gli abitanti (e gli animali) del centro, affiancata più tardi da un lavatoio. In un angolo, dirimpetto alla riva, di fronte al fabbricato posto sull'incrocio tra le attuali vie Tramidil/Borgo vecchio, non mancavano letamai e stalle; negli altri lati si ergevano il palazzo Gortan Cappellari, e quello che a fine ottocento divenne l'albergo Zanier. Oltre il ponte, verso Forni Avoltri, troneggiava una bella casa dal grande tetto piramidale, sede per un periodo di una osteria e poi di un panificio.

Rigolato centro: ponte sul rio nel 1905/10

Scorcio simile al precedente, ma di qualche anno successivo (i pali elettrici vennere installati da Amadeo Zanier tra il 1905 e il 1906) - a sinistra: bacheca pubblica, frontone triangolare della lapide a Felice Durigon (cerchiato); - a destra: scorcio ingresso piazza, pali luce elettrica (cartolina viaggiata 1913, collezione privata Rigolato)

La strada principale proveniente da Comegliàns imboccava ancora via Casadorno fino a casa di Muço per poi, svoltando a destra, sfociare in discesa sulla piazza. La fermata della carrozza postale (e successivamente della corriera) si trovava ai piedi di quella discesa, nel tratto di strada fiancheggiante l'entrata di casa Gortan Cappellari. Di lato alla porta dell'orto di casa di Muço era appesa la bacheca pubblica comunale, alla quale fu successivamente affiancata la prima pompa di carburante Shell.

Attorno alla piazza, e nelle sue immediate vicinanze, ruotavano diverse attività economiche: commerciali (mercerie, mescite, locande) e artigianali (mulini, fabbri, calzolai, falegnami). A inizio ottocento, dopo le riforme napoleoniche, casa di Muço aveva ospitato la prima municipalità di Rigolato e poi fu usata come scuola, sala da ballo, negozio...2

A fine ottocento nei pressi della piazza si affacciarono gli uffici postale, telegrafico e telefonico, sorti per iniziativa di Amedeo Zanier.

Come oggi, il lato verso monte era delimitato da un muro di sostegno, sul quale, nel 1888, venne fissata una lapide in ricordo di Felice Durigon, morto «in servizio della Patria» a Saati (Eritrea) il 24 marzo 1888, primo di una lunga lista di rigoladotti caduti in guerra dopo l'annessione del Friuli al Regno d'Italia.

Alpini rigoladotti in Africa

In plateale contraddizione col principio di indipendenza nazionale che aveva animato le battaglie risorgimentali, la prima guerra combattuta dal Regno d'Italia dopo l'unificazione fu, infatti, una guerra d'aggressione coloniale. Si svolse nel territorio dell'attuale Eritrea, e fu subito segnata dal massacro di Dogali (26 gennaio 1887), dove una colonna italiana inviata in soccorso di un contingente assediato nella località di Saati venne sterminata.

La notizia della disfatta arrivò in Italia il 30 gennaio 1887 e venne comunicata al parlamento dal presidente del Consiglio Agostino Depetris il 1° febbraio. I quotidiani friulani ne parlarono dal giorno successivo, riportando la cronaca del dibattito parlamentare. C'era sgomento e un po' di incredulità su quanto accaduto e La Patria del Friuli cercò di tranquillizzare i lettori sminuendone la portata: «A tutti gli Stati aventi colonie, specie alla potentissima e temuta Inghilterra, toccò di peggio»3.

Superate le proteste contrarie all'espansionismo coloniale «fuori tempo» della nuova Italia unita, una propaganda fuorviante, ma efficace, basata sulla difesa dell'onore e sul nazionalismo esasperato, riuscì ben presto a tramutare la frustrazione per la prima disfatta militare "nazionale", imputabile al pressapochismo e all'incapacità degli apparati militari (e della classe dirigente), nel mito dell'eroica sconfitta, intriso di superiorità culturale e razziale sui barbari abissini - stereotipi protofascisti destinati a persistere a lungo, fino a culminare nel ventennio mussoliniano4.

«L'onore», il servire «la Patria» e «il Re», si affermano come valori validi in sé, da abbracciare senza porsi altri problemi che quelli derivanti «dall'eseguire il proprio ‹dovere militare›. Anzi proprio in ciò sta la grandezza dell'episodio di Dogali: che per la prima volta i nostri soldati non sono morti per una causa giusta e indiscutibile, per l'indipendenza del paese, ma in nome dei quei miti, per accrescere la gloria e il prestigio nella bandiera»5.

Vennero inviati i primi rinforzi, incluso un battaglione di 467 alpini comandato dal maggiore Domenico Ciconi di Vito d'Asio, suddiviso in tre compagnie tratte da altrettanti reggimenti6. Tra le compagnie prescelte vi era anche la 69a del Battaglione Gemona, di stanza a Tolmezzo «tutta composta di friulani, giovanotti robusti delle nostre montagne»7.

I quotidiani seguirono nei dettagli i preparativi della partenza e le connesse iniziative di appoggio articolate in manifestazioni di accompagnamento, commiato, collette di denaro e generi di conforto.

Alla stazione ferroviaria di Udine, il 18 febbraio ad attendere il passaggio della «69a Compagnia Alpina forte di 150 uomini in piede di guerra» diretta a Conegliano, dove si stava formando il battaglione diretto in Africa, «c'erano dalle 4 alle 5 mila persone d'ogni ordine sociale, tra cui molte signore, e di più ve ne sarebbero state se la notizia dell'arrivo stesso fosse stata più nota al pubblico»8, e molte autorità: «il conte Luigi de Puppi, sindaco della città; il comm. Antonio di Prampero; il cav. uff. Carlo Kekler; il prof. cav. Giovanni Nallino, per la presidenza della Società Alpina; il regio Prefetto comm. Gaetano Brussi con la sua signora; l'avv. conte Ronchi; il signor Federico Cantarutti; il sig. Giusto Muratti, e tanti altri. Del presidio, c'era tutta l'ufficialità: il Generale cav. Palmieri [...]»9. La Patria del Friuli descrisse l'avvenimento soffermandosi su vari dettagli:

... il corno de' guardiani risuona; il treno sta per giungere - si avanza lento [...] S'odono i primi evviva. Dai finestrini delle carrozze sporgono le faccie virili dei robusti alpini.
- Evviva gli alpini! - prorompe la folla.
- Evviva l'Africa! - rispondono i baldi giovani, con tale grido volendo mostrare ch'essi partono con animo sereno e forte.
Tutti si levano il cappello e salutano i bravi soldati - i quali si affollano ai finestrini in numero impossibile - otto, dieci teste per finestrino - qualche mano robusta agitando il fazzoletto per ricambiare i saluti - e tutti gridando:
- Viva l'Italia! viva l'Africa, viva i Friulani! viva il Re! [...]
- Coraggio, fioi! Niente paura, fioi! - ripeteva un popolano rivolto ai partenti.
- Paure, no? - rispondeva uno d'essi. - Madòne! Ju alpins no an mai vùde pòre! Vive l'Afriche!
- Murì par la patrie?... Ce impuàrte?... No jè muart plui bièle... Vive l'Italie! - grida un altro. E susseguono scambi di saluti, di frasi.
- Giòg tu, paluzzan; saludimi dugg chei di Paluzze!
- Viva la sessantanovesima! - insiste un gruppo di alpini. ...»10.

La compagnia era composta da «giovani robusti, nativi per la maggior parte dei paesi più vicini a Tolmezzo, e dei canali del Degano, S. Pietro, e vari dei monti di Gemona, Cividale e Tarcento», guidata dal capitano Cometti, bergamasco, socio della Società Alpina Friulana che «si riteneva altamente onorata che uno dei suoi, abbia a guidare le truppe friulane sul campo dove la civiltà italiana è alle prese colle barbare orde degli africani»11.

A Tolmezzo venne organizzata «una colletta che fruttò 116 lire da distribuirsi fra quattro soldati appartenenti a quella cittadina e le famiglie dei quali per povertà non potevano aiutarli». Il 18 febbraio i maggiorenti cittadini (Bruseschi, Marchi, Zinutti, Perisutti, Gressani, Agnoli, Linussio, Tavoschi, Spangaro, Quaglia, De Marchi, Campeis, Lancher, Corà, Orlando, Da Pozzo, Viani, Chiussi, De Giudici, Schiavi, Corradina) inviarono un telegramma di soluto e augurio al capitato Cometti a cui toccava l'«alto onore di concorrere a rendere gloriosa e rispettata la cara nostra Patria in lontane regioni»12.

Si mobilitò anche un gruppo di «alcuni filantropi e caldeggianti d'amor di patria» rigoladotti promuovendo «una colletta a sovvenzione e conforto de' suoi sette soldati alpini testè spediti in Africa»13. L'esito dell'iniziativa venne reso pubblico con due lettere pubblicate sul Giornale di Udine il 4 marzo 1887, nelle quali si precisava che la somma raccolta - 210 lire, 30 per ciascun partente - soffriva di una stagione sfavorevole, priva di guadagni per gli artigiani, e gli auguri di salute e fortuna erano contornati da auspici di un rimpatrio glorioso, richiami al prestigio dell'esercito e all'onore alla bandiera.

Eg. signor Direttore,
si compiaccia dar posto nell'accreditato e diffuso suo giornale a quanto segue: la colletta annunziata aperta in Comune di Rigolato a sovvenzione de' suoi alpini spediti in Africa fruttò la somma di lire 210. Tale somma, nonostante la critica stagione, quasi affatto priva di guadagni per la massa degli artigiani, manifesta abbastanza eloquentemente come (tranne alcuni egoisti e spilorci, di cui pur sempre è viziata l'umana società) in generale quei popolani vi abbiano più o meno, secondo le povere lor forze, contribuito con animo e cuore propriamente fraterno e patriottico. La somma poi venne tosto spedita ed indirizzata, per maggior sicurezza di ricapito, all'illustre sig. Capitano Cometti, comandante la 69a compagnia alpina, per la ripartizione e dispensa in parti uguali a tutti gli alpini di quel Comune, con la seguente fervorosa accompagnatoria.

 

Rigolato 28 febbraio 1887.
Cari Compaesani,
Ci gode l'animo di presentarvi l'eloquente espressione dei vivi nostri pensieri e dei più intimi e cordiali sentimenti coi quali vi abbiamo accompagnati nel vostro passaggio all'Africa. Appena saputo del vostro richiamo e spedizione, subito costituitici promotori abbiamo aperto una colletta a vostra sovvenzione e conforto, cui corrispose in generale tutto il Comune con amore veramente fraterno e patriottico. Di tale iniziativa abbiamo pur dato annunzio sul Giornale di Udine per istigare gli altri Comuni a fare altrettanto per i loro. E ora eccoci con dolce gioia e soddisfazione a porgervi con la presente, a mezzo dell'Ill. vostro Capitano il ricavato in L. 210, che vi verranno ripartite in parti uguali fra tutti voi, o diletti, e che vorrete gradire quale guarentigia dei più caldi nostri affetti, coi quali, benché lontani, ci teniamo pur a vicenda affettuosamente congiunti. Di più vi esterniamo i più fervidi nostri auguri di salute e fortuna, la speranza di prossimo glorioso rimpatrio, e la trasfusione dei nostri voti di rivendicazione, nel caso aveste a combattere col Ras Alula e i suoi seguaci. E voi tutti, o cari, co l'ordine, la disciplina ed il coraggio, siccome prescelti fra il campione degli alpini, nulla tralascierete per contribuire a tener alto il prestigio ed il valore dell'esercito, ed altresì a riportare l'onore del vessillo della nostra cara patria, l'Italia. Ci attendiamo un gradito vostro cenno di riscontro. Con un mondo dei più affettuosi saluti ed incorraggiamenti dell'intiero Comune, ricevete pure un'amichevol stretta di destra che vi danno
I promotori vostri aff. amici
G. B. Vidale, D'Andrea Giulio, Amedeo Zanier Sul, Gortana Gio. Battista di Giov., Gortan Cappellari Umberto, A. Giacinto D'Agaro, Pinzan Pietro14

I promotori della colletta si sarebbero in seguito affermati come imprenditori, commercianti, esercenti, osti (Giulio D'Andrea, Amedeo Zanier, Umberto Gortan Cappellari, Giacinto D'Agaro), professionisti e amministratori (G. B. Vidale, G. B. Gortana).

Lo spoglio dei quotidiani di allora consente di seguire a grandi linee il viaggio dei sette alpini rigoladotti verso Massaua e di cogliere qualche particolare sulla loro esperienza.

Dopo le consuete cerimonie di commiato seguite da grandissima folla, le tre compagnie alpine e la sezione d'artiglieria componenti il Primo battaglione alpino d'Africa partirono da Napoli il 24 febbraio, col piroscafo Città di Genova sul quale «oltre una grande quantità di viveri e di materiali, erano stati imbarcati mille fucili, mezzo milione di cartucce, due cannoni da sette, sessantacinque casse di granate e di schrapnels, quattordici casse di polveri, poi diciotto casse di medicature, altre casse offerte dalla Croce Rossa, cinquecento materassi, quattordici casse di tabacchi e zigari, una cassa di liquori, undici bariletti in ferro contenenti quattrocentomila lire in talleri di Maria Teresa e quattordici muli»15.

Il maggiore Domenico Ciconi, comandante del battaglione, era supportato dai «capitani Cometti, Quaierazza, Iomele» e dai «tenenti Tanghini, Falerni, Belvidei, Bosio, Casanova, Zoccolari», mentre la sezione d'artiglieria, «cioè due cannoni e sessanta uomini», era seguita dal tenente Mazzocchi16.

La traversata non fu delle più lineari. Già il 26 febbraio il Città di Genova, appena uscito da Napoli «ebbe guaste le macchine e dovette appoggiare a Messina»17; il guasto coinvolse anche il timone18. Giunti a Messina il 27 febbraio, gli alpini furono accolti da una città bardata a festa con «una ricca illuminazione. Le vie erano affollatissime. [...] Lo spettacolo di gala offerto al massimo teatro dal Municipio riuscì imponente, dando luogo a dimostrazioni di entusiasmo indicibile. Il teatro era zeppo. [...] A spettacolo finito continuò la dimostrazione, alla quale parteciparono migliaia e migliaia di cittadini»19. Ripartirono la sera stessa, mentre tutta la città era «riversata sulla marina a salutare con entusiasmo» i partenti, col porto formicolante di barchette, sulle quali erano stipate «più di 10 mila persone» e due vapori che accompagnarono fuori del porto la nave20. Però le riparazioni si rivelarono subito carenti e il piroscafo «dovette appoggiare ad Augusta, causa nuovi guasti»21. L'otto marzo sera giunse a Porto Said22, ma «avendo toccato i porti di Sicilia, fu sottoposto ad una quarantena di tre giorni»23, così attraccò a Suez appena il 1224 e finalmente il 17, a ben 22 giorni dall'imbarco napoletano, approdò a Massaua25.

L'equipaggiamento dei soldati era stato adattato alle nuove esigenze: mantellina invece del cappotto, abiti di tela color avana invece che di panno, niente zaino, sostituito da telo da tenda e mantellina «ad armacollo» riempiti di bastoni, picchetti e della biancheria di ricambio. I soldati si lagnarono specialmente di quest'ultima soluzione che si tramutò in un aumento degli impacci provocati da un carico mal distribuito e non agevolmente trasportabile: «Oltre l'elmo, le due giberne, la sciabola, il fucile, la borraccia, ecc. gli si è posto attorno alla vita, a bandoliera da destra a sinistra, la mantellina imbottita di quel po' di biancheria prescritta. La gavetta assicurata alla mantellina, pende sulle spalle, e oltre a ciò il soldato ha pure da portare un grosso tascapane con viveri e cartuccie...»26.

Il Battaglione alpino venne inizialmente posizionato a Moncullo, dove rimase fino al 6 maggio per svolgere lavori di rafforzamento del forte e di costruzione di baraccamenti27. Stando ad alcune lettere di soldati, citate dal Giornale di Udine, in quella località il caldo era grande ma sopportabile, salvo quando spirava il vento del deserto, però «quasi tutti ebbero a sentire l'influenza del clima e parecchi furono ammalati di febbri gastriche e reumatiche» generalmente brevi, ma ci fu anche un decesso per ileotifo28.

Saati, 1938

Particolare tratto da Consociazione Turistica Italiana, Africa orientale italiana, CTI, Milano, 1938, immagine fuori testo inserita tra p. 192 e 193.

Il successivo passaggio a campo Gherar «una penisoletta vicina a Massaua», si tradusse in un significativo peggioramento delle condizioni di vita, specie dal punto di vista igienico-sanitario. Un soldato alpino descrisse la nuova sistemazione in questo modo: «L'aria è soffocante, e tutt'altro che buona: un puzzo insopportabile di pesce ci perseguita tutto il giorno. Il caldo è fortissimo. L'acqua si è fatta scarsa; ce la misurano, dandoci quattro litri al giorno, che debbono bastare per bere, per lavarsi, per il bucato e per confezionare il rancio. Il di più bisogna comprarla. La vita in questo campo è assai nojosa...»29.

Dal mese di agosto la precaria situazione sanitaria cominciò a trovare qualche ulteriore riscontro, venato di timida critica, sulla stampa friulana: «il maggior contingente dei morti, in causa del clima, lo danno gli Alpini che il ministro Ricotti ebbe la cattiva idea di mandare in Africa», scrisse il Giornale di Udine30, mentre Il Friuli osservò che «al Ministero della guerra si mantiene il più gran segreto sulle condizioni sanitarie dei presidii d'Africa. Si sa però che le truppe risentono danno dal soverchio agglomeramento, essendo la media dei morti uno al giorno»31.

La febbre tifoide fece una vittima illustre: il maggiore cav. Domenico Ciconi, comandante il battaglione alpino, morto il 10 settembre 1887. Da quel momento cominciò a diffondersi la voce di un imminente richiamo del «battaglione degli alpini che si trova a Massaua (inconsultamente mandato dall'ex-Ministro Ricotti)»32. Il Friuli (Giornale del popolo. Organo dell'associazione progressista friulana, il suo sottotitolo), colse l'occasione della morte del Ciconi per ricordare come all'annuncio dell'invio degli alpini in Africa voluto dall'ex-ministro Ricotti «un senso di meraviglia corse per l'intera Italia [...]; le prime voci furono ritenute scherzi di pessimo genere; nessuno poteva capacitarsi che si mandasse nel caldo clima gli uomini avvezzi ai geli delle Alpi; eppure ciò era più che vero! Gli alpini furono mandati dai loro geli alle sabbie infuocate e quest'anno in cui relativamente la salute dei nostri soldati in Africa si mantiene buona, ecco gli alpini dare quasi soli un grave contingente di ammalati e di morti»33.

In sostituzione di Domenico Ciconi al comando degli Alpini d'Africa venne designato «il cav. Domenico Pianavia-Vivaldi del 7° Alpini maggiore comandante il battaglione Gemona», che alla sua partenza venne salutato «alla Stazione da alcuni amici della [...] Società Alpina della quale pure, come il capitano Cometti, è socio graditissimo»34. Le truppe africane, guidate dal generale Alessandro Asinari di San Marzano, vennero riorganizzate in tre brigate: «la terza brigata comandata dal generale Baldissera, si compone di un reggimento di bersaglieri comandato dal colonnello Sitzia, da un battaglione di Alpini d'Africa comandato dal maggiore Pianavia, da una batteria di montagna»35.

Il 15 novembre gli alpini passarono in prima linea, «accampati sotto le tende coniche, nelle vicinanze di Otumlo» congiuntamente a tre battaglioni di bersaglieri, una batteria di campagna e due di montagna36. Nel mese di dicembre la brigata Baldissera si trovava a «Piano delle scimmie, sovra una collina scoscesa che guarda verso Saati» dove venne eretto un fortino37.

Una corrispondenza pubblicata sul Giornale di Udine, datata Monkullo-Saati 14 dicembre, descrive lo spostamento a Saati (pozzi d'acqua):

Alle quattro ant. di venerdì, dopo la distribuzione del rancio, le truppe accampate lungo la stradale da Monkullo a Saati ricevettero l'ordine di marciare alla volta di Saati.
Ai soldati, abituati alle sabbie di Otumlo, di Mokullo e di campo Gherar, parve di rinascere quando si addentrarono nella bellissima vallata che conduce a Saati, popolata di altissime piante, che s'imboscano formando dappertutto delle grandi macchie di verdura.
La marcia durò circa tre ore, e il battaglione degli alpini, che formava l'avanguardia, venne assegnato ad occupare gli avamposti. [...]
Nella prima notte dell'accampamento le vedette furono continuamente in allarme; erano sciacalli, jene, scimmie che si avvicinavano troppo agli accampamenti e mettevano i soldati sul chi vive. [...]
Ieri, la gran guardia, composta di alpini, destinata di servizio lungo la strada che va a Ghinda, aveva dato il segnale d'allarme agli avamposti. Vennero date subito le opportune disposizioni; due battaglioni di bersaglieri e l'artiglieria da campagna vennero mandati in ricognizione, mentre gli alpini formavano la riserva.
[...] dopo circa due ore di perlustrazione, venivano sorpresi e catturati alcuni abissini che, colla scusa di far pascolare un branco di pecore, si erano spinti innanzi per spiare le nostre operazioni. [...] Qui abbiamo grande abbondanza di acqua; basta scavare per 20 centimetri, che se ne trova di fresca, limpida e buonissima. [...]
Mentre io scrivo (mezzogiorno) gli alpini hanno ricevuto ordine di marciare su Dogali: esploreranno il terreno fino al campo di Dogali, e poi ritorneranno ancora agli accampamenti. Saranno comandati dal generale Baldissera38.

La Patria del Friuli pubblicò un articolo in cui si tracciava un quadro oltremodo idilliaco, da "ritiro" sportivo, della nuova sistemazione:

Quegli stessi soldati e tutti quelli della brigata Baldissera, bersaglieri ed alpini li ho pure io veduti, dopo una marcia tattica di sei o sette ore e due altre scorse per il rancio ed il riposo, prendere chi la zappa e chi il piccone e risalire a corsa i vicini monti cantando: Come è bella la vita del soldato e ridiscenderli quattro ore dopo madidi dal sudore ma contando sempre: Ti rivedrò biondina, ti bacierò ancora!39.

In seguito gli alpini venero posizionati a Saati «sulle linee di difesa disposte dal generale Asinari di San Marzano per fronteggiare l'offensiva del Negus Giovanni»40, che però non avvenne.

Poco dopo il corpo di spedizione venne, pertanto, rimpatriato. «Dicesi che il rimpatrio comincierebbe venerdì. S'imbarcheranno prima degli altri gli Alpini e il battaglione Boretti», informava La Patria del Friuli il 12 aprile 188841. In effetti la partenza da Massaua avvenne il 13 aprile, col piroscafo Bosforo42, che arrivò a Napoli domenica 22 aprile: «Appena sbarcate, le truppe furono passate in rivista dal generale Bertolè-Viale che rivolse, specialmente agli ufficiali, parole commoventi, lodando la loro condotta. Poscia le truppe, sfilando, recaronsi alla caserma dei Granili»43.

Il 25 aprile la 69a compagnia raggiunse Conegliano44, sede del corpo. I reduci avevano diritto, su domanda, a un congedo di 30 giorni; quelli della classe 1864, unitamente a quelli della classe 1865 con due anni di ferma, furono posti in licenza illimitata; gli appartenenti alla classe 1865 con tre anni di ferma in licenza illimitata in attesa di congedo, mentre gli altri, inviati ai corpi di appartenenza, furono esentati fino al giugno 1889 della ritenuta straordinaria sul soldo45.

Il 27 aprile «col treno delle 10 ant.» giunsero a Udine un centinaio di alpini, provenienti da Conegliano46, tra i quali, verosimilmente, erano frammischiati anche gli alpini rigoladotti: sei in tutto, uno in meno di quanti ne erano partiti.

La lapide a Felice Durigon

A Napoli, infatti, rientrarono 445 alpini, contro i 467 che si erano imbarcati nel febbraio 1887, in quanto durante la permanenza in Africa si erano verificati diversi decessi, tutti provocati da malattie47.

E per malattia, il 24 marzo 1888, a spedizione pressoché conclusa, morì anche Felice Durigon, uno dei sette alpini rigoladotti che vi parteciparono. Lo si apprende da una corrispondenza - datata Rigolato 11 settembre 1888, firmata da Errabundus - pubblicata sul Giornale di Udine, nella quale viene per la prima volta segnalata la lapide che lo ricorda, incastonata sul muro dell'orto di casa Muço, dove ancora oggi si trova.

Questo piccolo comunello alpestre, che conta poco più di un migliaio di abitanti, aveva 948 dei suoi giovani in Africa, tutti appartenenti alla 69a compagnia degli alpini, partita da Udine in quel memorabile pomeriggio del febbraio 1887, salutata entusiasticamente dalla popolazione accorsa in massa alla ferrovia.
Uno di questi bravi giovani è morto nello scorso marzo a Saati in causa di malattia. I suoi compagni rimpatriati vollero ricordarlo pubblicamente e a tal fine si quotarono per erigergli una lapide, che venne anche eseguita e fu posta sopra una casa nel centro della frazione principale. La lapide in pietra marmorea49 nera è lavoro dello scalpellino C. Pochero, anch'egli uno degli alpini di Rigolato ch'erano a Massaua.
Come opera d'arte, questo ricordo venne lavorato stupendamente. Ha la solita forma lapidaria d'un parallelogramma colla parte superiore triangolare. Sopra la lapide vi è un piccolo busto del Re in marmo bianco.
In mezzo vi è l'iscrizione e sotto vi sono scolpiti il cappello ed altri emblemi degli alpini, tutto d'esecuzione finissima. Ecco l'iscrizione:
Al ― Caporale Alpino ― Durigon Felice ― Morto in servizio della Patria a Saati ― il 24 marzo 1888 ― I suoi ― Compagni reduci d'Africa ― posero ― Rigolato 1888 ― C. Pochero.
Come fu gentile e patriottico il pensiero di questi prodi e forti figli delle Alpi Carniche! Per la morte del loro compagno non inutili piagnistei, non recriminazioni: È morto in servizio della Patria!
Quale lezione, in queste poche parole di rozzi montanari, per gl'intransigenti dell'Emancipazione, che pretenderebbero che l'esercito tradisse la propria bandiera!50

La lapide venne, quindi, realizzata tra maggio e agosto 1888, a poca distanza della morte di Felice Durigon, il cui corpo era stato sepolto in Africa.

Non si trattò ― diversamente di quanto accadde dopo la prima guerra mondiale col monumento ai caduti ― del frutto di un'iniziativa istituzionale, ma privata, voluta e finanziata dai reduci della spedizione, commilitoni, coetanei, amici, compaesani del defunto, e anche concretamente realizzata da uno di loro. La comunità dei compagni rientrati sani e salvi, ancora immersa emotivamente in quanto accaduto, aveva prontamente tenuto fede, in veste di gestore della sua memoria, al tacito patto di non dimenticanza cementato al fronte, lontano dal contesto di vita usuale, a contatto ravvicinato e costante con la sofferenza, l'orrore, la morte (immaginata, inflitta, subita)51.

La motivazione privata della sua realizzazione ― la pietà di un gruppo formatosi grazie a un'esperienza unica, limitata nel tempo, irripetibile e, in quanto tale, non pienamente condivisibile al suo esterno ― non contraddisse in alcun modo gli stilemi delle narrazioni istituzionali ufficiali che emergono dalle modalità espressive adottate ― busto (ora scomparso, forse divelto) del Re, cappello e altri emblemi degli alpini, iscrizione col richiamo alla Patria, assenza di risvolti esplicitamente religiosi (Porta Pia era vicina) ―, rafforzati dalla collocazione sulla piazza principale del paese, luogo laico di incontro, scambio e autoriconiscimento della comunità paesana.

Lapide a Felice Durigon, opera di Celestino Pochero, 1888

Lapide a Felice Durigon, opera di Celestino Pochero, 1888 (foto scattata nel 2000, collezione privata Rigolato)

Felice Durigon, oltre a essere, come si è detto, il primo rigoladotto caduto per la "patria" intesa come nazione italiana, fu anche il primo a cui fu dedicata una lapide "laica" o "civile" collocata in luogo pubblico, lontano dalla chiesa e dal suolo consacrato. Non che in precedenza fossero mancati decessi di militari, ma si trattava di eventi accaduti durante il lungo servizio di leva vigente nel Regno Lombardo Veneto, in luoghi remoti dell'impero asburgico, quando il concetto di patria rimandava essenzialmente al paese natale52.

Inoltre la lapide che lo ricorda può considerarsi la prima (fino a prova contraria) opera di un giovane (ventitreenne, scalpellino) Celestino Pochero, espressione di quelle capacità che, ulteriormente coltivate e raffinate, lo portarono in seguito a fare della scultura la sua professione e ad affamarsi in tale ambito53. La sua firma compare tra i fregi posti nella parte bassa destra della lapide, incisa in caratteri corsivi.

Per scoprire i nomi di altri quattro alpini rigoladotti coinvolti nella realizzazione della lapide è necessario fare un salto di cinquanta anni.

Domenica 28 febbraio 1938, infatti, cinque «valorosi reduci» ― Vittore Zanier, Terigio Puschiasis, Giovanni Pittin, Romano Gortana e Celestino Pochero, l'unico assente in quanto residente a Firenze ― che avevano partecipato «alla prima campagna d'Africa del 1887/88», vennero festeggiati e salutati come valorosi «pionieri dell'impero fascista» nel corso di una «patriottica manifestazione» svoltasi all'Albergo D'Andrea. All'evento erano presenti «una cinquantina di scarponi», autorità civili (rappresentate dal podestà Giovanni Battista Gracco e dal segretario comunale, nonché segretario del fascio e comproprietario dell'Albergo D'Andrea, Giovanni Battista D'Andrea), religiose (il parroco Giuseppe Simonitti e il mansionario di Givigliana Amedeo Della Martina), l'A.N.A. (col capogruppo Gervasio Lepre, ex sergente degli alpini, già esponente socialista e sindaco di Rigolato) e figure di rilievo del fascio locale (Umberto Gortan Cappellari). I festeggiamenti si conclusero con «rancio», «rievocazioni storiche dell'epopea africana», «nostalgiche canzoni di guerra» e «vibranti alalà al Re imperatore e al Duce». Inoltre vennero «inviati telegrammi al comandante la sezione carnica dell'A.N.A. ed al camerata Pochero»54.

Si era nel pieno dell'effimero impero italiano d'Etiopia, proclamato il 9 maggio 1936, destinato a sparire nel 1941, per la conquista del quale altri rigoladotti persero la vita. Uno di essi, Gio Batta D'Andrea, nel 1935 morì proprio a Saati, lo stesso luogo in cui quasi cinquant'anni prima era deceduto Felice Durigon55.

Per finire, si riassumono i dati anagrafici di sei (su sette) alpini che parteciparono alla spedizione africana56:

  • Durigon Felice Fortunato di Cuz, nato a Vuezzis il 18.6.1864, da Pietro Antonio e Marianna Gussetti, muratore.
  • Gortana Romano Pocon, nato a Givigliana il 20.9.1865, da Pietro e Caterina Gortana, muratore.
  • Pittin Giovanni de Gjaido, nato a Rigolato il 1.12.1866, da Giuseppe e Marianna Candido, boscaiolo.
  • Pochero Celestino di Simon, nato a Magnanins il 1.6.1865 da Antonio e Santina Puschiasis, muratore.
  • Puschiasis Terigio di Cau, nato a Rigolato il 11.10.1865, da Giuseppe e Maddalena Pellegrina, calzolaio.
  • Zanier Vittore, nato a Rigolato il 20.2.1865 da Giovanni da Tors e Teresa Pellegrina, muratore.

Conclusione

La scheda descrittiva della lapide redatta nel 1997 dall'Erpac57, definisce mediocre il suo stato di conservazione; c'è da ritenere che, un quarto di secolo più tardi, esso sia notevolmente peggiorato.

Grazie alla descrizione del 1888 e alle immagini d'inizio secolo, si sa, inoltre, che ha perso il busto in marmo bianco di Umberto I (il re d'Italia ucciso da Gaetano Bresci nel 1900) e il frontone triangolare con timpano che la sormontava. Fino a poco tempo fa la firma di Celestino Pochero poteva poteva essere individuata solo con occhi illuminati da una fervida immaginazione - infatti nel 1997 era sfuggita al catalogatore Erpac; solo recentemente, con una semplice pulizia, è stata opportunamente rievidenziata.

Firma di Celestino Pochero sulla lapide a Felice Durigon

Firma di Celestino Pochero sulla lapide a Felice Durigon (foto di Valerio Formentini, che si ringrazia per la cortesia)

I motivi per sottoporre la lapide a un adeguato restauro conservativo sono molteplici. Se ne espongono alcuni.

Si tratta del primo monumento commemorativo di questo tipo costruito a Rigolato, collocato in quella che fino a tempi non molto lontani era la piazza principale del paese, relativo al primo soldato (alpino - la costituzione del corpo era avvenuta nel 1872) rigoladotto deceduto in guerra (non tra i monti, ma in una lontana regione africana), realizzato per iniziativa e a spese dei compagni/compaesani che avevano partecipato con lui alla prima (di una serie) guerra post risorgimentale (aggressiva e di tipo coloniale), adempiendo a un tacito patto di non dimenticanza stipulato al fronte.

Il nome di Felice Durigon nel monumento ai caduti di tutte le guerre

Il nome di Felice Durigon inciso nel monumento ai caduti di tutte le guerre, realizzato da Celestino Pochero. Fu il primo rigoladotto caduto in guerra dopo l'unificazione.
(foto di Angelo Candido, che si ringrazia per la cortesia)

Inoltre costituisce la prima opera dello scultore Celestino Pochero, autore, tra l'altro, del monumento ai caduti di tutte le guerre che, traslato dalla collocazione originaria, spicca ora in piazza Anselmo Durigon.


  1. Gramulins, l'attuale nome del torrente, non compare nei sommarioni napoleonici composti nel periodo 1812/14, v. Catasto napoleonico - Sommarione del comune di Rigolato

  2. Catasto beni di seconda stazione (case) - 1811/13. In precedenza la vicìnia del comune di Rigolato e Ludaria si riuniva sulla Ropo

  3. «L’Italia in Africa. Una colonna italiana distrutta. Gli abissini decimati. Rinforzi per Massaua», in La Patria del Friuli, 2 feb. 1887. 

  4. Sull'espansionismo italiano «fuori tempo», Labanca Nicola, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna, 2002, p. 61; l'accenno al protofascismo in Del Boca Angelo, Gli italiani in Africa orientale. Dall’unitá alla marcia su Roma, Laterza, Roma-Bari, 1976, p. 252. 

  5. Battaglia Roberto, La prima guerra d’Africa, Einaudi, Torino, 1958 p. 261. 

  6. Oliva Gianni, Storia degli alpini. Dal 1872 a oggi, Mondadori, Milano, 2001, p. 52. Una breve nota biografica di Domenico Ciconi, tratta dall'Illustrazione Militare Italiana n. 7/1887, in «Il maggiore cav. dott. Ciconi comandante gli Alpini in Africa», in Giornale di Udine, 6 apr. 1887, p. 2. Le tre compagnie alpine erano «la 48.a, 56.a, 69.a», «Le truppe italiane in Africa al 1° aprile 1887», in Giornale di Udine 4 apr. 1887, p. 1. «All'atto della partenza per l'Africa la 69a, compagnia apparteneva al battaglione Val Tagliamento del 6° alpini; nel corso del 1887 costituitosi il 7° alpini, il battaglione, ormai denominato Gemona, passò dal 6° al 7°», Faldella Emilio (a cura di), Storia delle truppe alpine: 1872-1972, 3 voll., Cavallotti, Milano, 1972, p. 66. 

  7. «Soldati friulani in Africa», in Giornale di Udine, 16 feb. 1887, p. 2. 

  8. «Alpini che partono per l’Africa», in Il Friuli, 19 feb. 1887, p. 2. 

  9. «Saluto degli udinesi agli Alpini che vanno in Africa», in La Patria del Friuli, 19 feb. 1887, p. 2. 

  10. Ibidem. 

  11. «La Compagnia Alpina di Tolmezzo», in Giornale di Udine, 19 feb. 1887, p. 2. 

  12. Ambedue le citazioni sono tratte da «Per gli alpini in partenza per l’Africa», in La Patria del Friuli, 21 feb. 1887, p. 2. 

  13. «Per i soldati spediti in Africa», in Giornale di Udine, 22 feb. 1887, p. 2. 

  14. «Per i soldati spediti in Africa», in Giornale di Udine, 4 mar. 1887, p. 2. 

  15. «La partenza della Città di Genova», in La Patria del Friuli, 26 feb. 1887, p. 1. Secondo altre fonti il piroscafo partì il 25 febbraio, Faldella Emilio (a cura di), Storia delle truppe alpine... cit., p. 66. 

  16. «Truppe e munizioni che trasportò la Città di Genova», in Giornale di Udine, 26 feb. 1887, p. 2. 

  17. «La nave che porta gli alpini», in Il Friuli, 28 feb. 1887, p. 3. 

  18. «La Città di Genova guasta», in Giornale di Udine, 28 feb. 1887, p. 2. 

  19. «Dimostrazione ai nostri alpini nel loro viaggio in Africa», in La Patria del Friuli, 1 mar. 1887, p. 3. 

  20. Ibidem. 

  21. «Il piroscafo che trasporta gli alpini», in Il Friuli, 2 mar. 1887, p. 3. 

  22. «Notizie telegrafiche. Porto Said», in La Patria del Friuli, 9 mar. 1887, p. 3. 

  23. «Per Massaua. Porto Said», in La Patria del Friuli, 11 mar. 1887, p. 3. 

  24. «Cose d’Africa», in Giornale di Udine, 14 mar. 1887, p. 2. 

  25. «Al Ministero della guerra pervenne sabato il seguente dispaccio ufficiale: Massaua (Via Suakin) 18: ‹L'intera spedizione Salimbeni, tranne Savoiroux, giunse ieri a Massaua. [...] Giunsero ieri Città di Genova e San Gottrardo›.», «La spedizione Salimbeni liberata», in Giornale di Udine, 21 mar. 1887, p. 2. 

  26. «L’equipaggiamento del nostro soldato», in La Patria del Friuli, 24 gen. 1888, p. 2. Era comunque un passo avanti rispetto a tre anni prima (occupazione di Massaua) quando «le truppe erano provviste solo dell'uniforme invernale di panno», Rochat Giorgio e Giulio Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Giulio Einaudi editore, Torino, 1978, p. 16. 

  27. Oliva Gianni, Storia degli alpini ... cit., p. 52. 

  28. «I friulani in Africa», in Giornale di Udine, 19 mag. 1887, p. 2. 

  29. «Gli Alpini in Africa», in Il Friuli, 24 mag. 1887, p. 3. 

  30. «A Massaua», in Giornale di Udine, 3 ago. 1887, p. 1. 

  31. «Le condizioni sanitarie delle truppe in Africa», in Il Friuli, 20 ago. 1887, p. 3. 

  32. «Una triste notizia» e «Richiamo di Alpini», in Il Friuli, 12 set. 1887, p. 2; «Gli alpini richiamati dall’Africa» e «Dolorosissima notizia», in Giornale di Udine, 12 set. 1887, p. 3 e 2; «È morto il maggiore Cecconi», in La Patria del Friuli, 12 set. 1887, p. 2. 

  33. «In causa dei passati errori», in Il Friuli, 15 set. 1887, p. 1. 

  34. «Comando degli Alpini d’Africa», in Giornale di Udine, 22 set. 1887, p. 2. 

  35. «L’Italia in Africa», in Giornale di Udine, 16 nov. 1887, p. 3. 

  36. «L’Italia in Africa», in Giornale di Udine, 20 dic. 1887, p. 2. 

  37. «L’Italia in Africa. I baschi-buzuk», in Giornale di Udine, 22 dic. 1887, p. 2. 

  38. «L’Italia in Africa. Agli avamposti. Spie abissine catturate», in Giornale di Udine, 31 dic. 1887, pp. 1-2. 

  39. «Dall’Africa», in La Patria del Friuli, 21 gen. 1888, p. 1. 

  40. Oliva Gianni, Storia degli alpini ... cit., p. 52. 

  41. «Da Massaua», in La Patria del Friuli, 12 apr. 1888, p. 1; sullo stesso numero è esposto un caso semicomico di fuoco amico tra alpini, «Le giornate di allarme a Saati», ivi, p. 1. 

  42. «Gli Alpini sono in viaggio», in La Patria del Friuli, 14 apr. 1888, p. 1. 

  43. «Il ritorno dall’Africa», in Giornale di Udine, 25 apr. 1888, p. 1. 

  44. «Gli alpini di ritorno», in La Patria del Friuli, 26 apr. 1888, p. 3. 

  45. «Le truppe reduci dall’Africa», in Giornale di Udine, 27 apr. 1888, p. 2. 

  46. «Arrivo di Alpini», in Il Friuli, 28 apr. 1888. 

  47. Oliva Gianni, Storia degli alpini ... cit., p. 52. Il numero degli alpini rientrati e caduti non è molto chiaro; c'è chi sostiene che a Napoli ne sbarcarono 345 dopo aver «lasciato il comandante Ciconi, e tredici alpini sepolti in terra d'Africa, stroncati da malattie», Faldella Emilio (a cura di), Storia delle truppe alpine... cit., p. 68, e chi riprendendo quella indicazione la corregge in 445, «tredici in meno di quelli partiti (stroncati in Africa dalle malattie tropicali)», Oliva Gianni, Storia degli alpini ... cit., p. 52 (ma ne erano partiti 467 e pertanto i morti dovrebbero essere 22...). 

  48. Probabile refuso; come si è visto gli alpini rigoladotti erano sette. 

  49. Però, a un non esame sommario, la lapide non pare di marmo. 

  50. «Da Rigolato», in Giornale di Udine, 13 set. 1888, p. 3. 

  51. Su "comunità del fronte", "comunità dei compagni", "morte dei compagni" e i vari tipi di culto (umano, dei soldati, militare), v. Bregantin Lisa, Per non morire mai: la percezione della morte in guerra e il culto dei caduti nel primo conflitto mondiale, Il Poligrafo, Padova, 2010, p. 115-171. 

  52. Nel periodo 1808-1853 almeno 15 rigoladotti morirono mentre prestavano il servizio militare, v. Puschiasis Adelchi, Rigolato tra XVII e XIX secolo. Anime, fuochi, migrazioni, Forum, Udine, 2009, p. 442-443. 

  53. Su Celestino Pochero si veda il recente Formentini Valerio, Celestino Pochero scultore di Rigolato (1865-1942), Formentini Valerio, Povoletto, 2022. 

  54. «Gli alpini ai commilitoni della prima guerra d’Africa», in Il Popolo del Friuli, 3 mar. 1938, p. 7. 

  55. «Gloria e pace/ a/ D'ANDREA GIO BATTA/ d'anni 36/ morto 26.7.1935/ a Saati Massaua Eritrea/ La moglie e figlio dolenti/ posero», questa l'iscrizione della lapide visibile nel cimitero di Rigolato. 

  56. Fonti: Friuli in prin, anagrafe storica delle famiglie friulane, visitato il 25/08/2022; Archivio Comunale Rigolato, Ruolo della popolazione esistente al 31.12.1850 e dei movimenti successivi per mantenerlo sempre in giornata

  57. Erpac Regione FVG, Monumento commemorativo, Rigolato, 1888 (Scheda OA 26612), visitato il 25/08/2022. 

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