trascrizioni di Giovanni GORTANI

 

TRE SENTENZE PENALI DEL SECOLO XVII

(una rissa sanguinosa a "Ramanzanis" e un omicidio maturato tra Magnanins, Entrampo, Comeglians, Sigilletto, Forni Avoltri)

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Nei registri parrocchiali delle sepolture di Rigolato non compaiono note su omicidi avvenuti nel seicento, … o quasi, vista la (studiata?) reticenza di alcune: nel 1663 Lorenzo D'Agaro «in Sylva ... occisus est» e qualche tempo dopo, nel 1670 Vito Gortana «in sylva givilianensi occisus est». Come osservò Giorgio Ferigo a proposito della vicina cura di san Giorgio, «la violenza come modo per regolare i rapporti era cosa comune», tuttavia «non tutti gli omicidi sono registrati». Analogamente, nei registri di Forni Avoltri non c'è traccia della morte di «Matthio di Valle, et Zuanne suo figliolo», uccisi a Sigilletto il 9 ottobre 1605 da «pre Domenigo di Campolongo» parroco di Sopraponti.
Un altro caso di omicidio lo si conosce grazie alle "Tre sentenze penali del secolo XVII" trascritte da Giovanni Gortani e pubblicate nel 1890 in occasione delle nozze tra (Marghe)Rita De Prato e Italo Salvetti. Riguardano episodi accaduti nella Val di Gorto, «nido della Sposa». Infatti la destinataria dei nuptialia, Margherita Maria De Prato, era nata a Rigolato il 21 gennaio 1867, da Romano e Agata Cappellari. Il padre, nato a Chialina il 18 ottobre 1834, laureato in medicina a Padova nel 1863 (la sua dissertazione inaugurale intitolata Quattro osservazioni di fistola lagrimale è scaricabile dal web), si era stabilito a Rigolato in seguito al matrimonio, celebrato sempre nel 1863. Fu il primo sindaco di Rigolato dopo l'annessione al Regno d'Italia e successivamente dal 1870 al 1876. In seguito si trasferì con la famiglia a Villa Santina, dove pure ricoprì la carica di sindaco e dove morì nel 1903.
Due delle tre sentenze (quelle datate 31 agosto 1663 e 31 dicembre 1664) riguardano un medesimo episodio - l'uccisione di Mattio Fenone da Entrampo - in cui furono coinvolte diverse persone di Rigolato e Forni Avoltri.
Sabato 6 gennaio 1663, tra le tre e le quattro «hore di notte», ovvero - tenuto conto che nell'alta Val di Gorto il tramonto del 6 gennaio avviene alle ore 16.34, e che il conteggio delle ore, secondo il sistema italico allora utilizzato, partiva mezz'ora dopo - tra le 20 e la 21, Nicolò Vescovello da Sigilletto e Giuseppe figlio di Nicolò De Corte da Rigolato, giunti a Comeglians verso mezzogiorno con «archibuggi» e «una loro valise», trascorso il pomeriggio nelle osterie di Zuanne Barbolano, prima, e di Cussina, poi, bevendo e divertendosi, dopo aver cenato e giocato a marra con Mattio Fenone, lo trucidarono, «sopra le giare del fiume Degano», «con sie ferite di taglio dateli sopra la testa». Se ne tornarono poi a dormire nella locanda del Barbolano, dalla quale fuggirono «clandestinamente di notte senza saputa delli patroni dell'hostaria». Il 31 agosto 1663, concluso il processo istruito e celebrato in loro assenza, vennero condannati al bando perpetuo e, in caso di cattura, alla decapitazione e allo squartamento.
Da questa sentenza non trapelano indizi sul mandante e sul movente dell'omicidio, ma una nota a margine, apposta nel 1666, precisa che in seguito venne «formato nuovo processo tanto contro li soprascritti, quanto contro Marco Romanino come mandante».
La sentenza del 31 dicembre 1664 fornisce qualche informazione aggiuntiva. Riguarda «Madalena figliola di ser Battista d'Agar di Magnanins, et moglie relitta del q. Mattio Fonone d'Entrampo, et Marco Romanino suo cognato della villa del Forno». Maddalena, «posto in non cale l'amor matrimoniale», dopo aver manifestato apertamente il suo «mal affetto» verso il marito abbandonando, all'incirca nel 1659, «la casa del medesimo» per tornarsene «alla casa paterna», aveva cercato, senza successo, di avvelenarlo. Unitamente al cognato Marco Romanino decise, quindi, di assoldare due «sateliti», «Joseffo di Corte» e «Nicolò Vescovello», per ucciderlo. Lei si occupò di reperire i denari, mentre il cognato del rientro, così pare di capire, di Nicolò Vescovello dalla Germania. Come si è visto i due sicari portarono a termine l'incarico il 6 gennaio 1663. Maddalena, rimasta contumace, venne condannata al bando perpetuo e, in caso di cattura, alla decapitazione, mentre Marco Romanino, che si era «volontariamente presentato et dato de piano il suo constituto», venne rilasciato. Anche in questo caso, però, una nota apposta sul documento nel 1666, segnala che «contro il controscritto Marco» l'Ufficio del Luogotenente «formò novo processo».
Dai registri parrocchiali di Rigolato (si vedano anche, su questo sito, le Genealogie Rigoladotte) e Forni Avoltri si ricavano alcune notizie che arricchiscono il quadro.
Maddalena D'Agar era nata il 18 gennaio 1640, secondogenita di Battista di Odorico da Ludaria e Domenica di Valentino Gussetti da Valpicetto. Dopo il matrimonio i suoi genitori si erano stabiliti a Magnanins, dove avevano generato otto figli, diversi dei quali morti in tenera età. Appena sedicenne si sposò con Matteo Fenone, figlio di Leone da Entrampo. La cerimonia venne celebrata il 31 agosto 1656, nella chiesa di santa Barbara di Valpicetto. Non si sa se ebbero figli nei tre anni di convivenza che seguirono (la consultazione dei registri parrocchiali di Ovaro, a latere Luincis, potrebbe soddisfare questa curiosità oltre a quella sui dati anagrafici di Matteo). Tuttavia è certo che Mattia Fenone ebbe un figlio naturale da Domenica Pellegrina - residente nella stessa villa in cui Maddalena era nata e tornata a vivere, Magnanins - battezzato l'8 dicembre 1662 col nome di Stefano. Anche Maddalena, dal canto suo, generò un figlio naturale, battezzato - col nome di Giovanni - a Forni Avoltri il 9 agosto 1663; verosimilmente concepito, quindi, circa due mesi prima dell'omicidio del marito. Pare pertanto probabile che l'elemento scatenante dell'omicidio si nasconda dietro queste nascite naturali.
Una sorella di Maddalena - Caterina, nata nel 1646 - si sposò, anch'essa giovanissima, nel 1660 con Marco Romanino, nato a Forni Avoltri nel 1639 da Giovanni e Maddalena pure Romanino, coinvolto nel processo, ma alla fine, come si è visto, almeno in un primo tempo, rilasciato.
Più contorta l'individuazione di Nicolò Vescovello. Il cognome compare nella parrocchia di Sopraponti all'inizio del seicento; «il 13 gennaio 1612 pre' Gaspare Vescovello da Tolmezzo eletto alla cura di Frassenetto dagli uomini delle Ville, era stato approvato dal Vicario abbaziale Placido Quintiliano». Pre' Gaspare mantenne l'incarico a lungo, fino al 26 febbraio 1653 . Una così lunga permanenza fa pensare a qualche suo parente stabilitosi a Sigilletto, ma una nota più tarda, apposta nel registro dei matrimoni il 17 giugno 1715, segnala una «Magdalenam filiam Valentini De Corona dicti Vescovello». È probabile quindi che il nostro Nicolò fosse un Di Corona da Sigilletto, il che, tra l'altro, spiegherebbe la necessità di una dispensa dal 4° di consanguineità per il matrimonio seguito il 17 luglio 1679 tra Maria fu Nicolò Vescovello e Matteo Gerin, ambedue da Sigilletto. Il quadro si ricompone collegando l'omicida a Nicolò figlio naturale di Sabata Di Corona battezzato l'8 dicembre 1624, e a Valentino, sempre figlio naturale di Sabata, battezzato il 18.3.1628, che corrisponde al «De Corona dicti Vescovello» sopra menzionato. A questo punto si può supporre che Nicolò e Valentino fossero il frutto di una relazione stabile tra Sabata e il parroco pre' Gaspare Vescovello, di un classico caso di concubinaggio ecclesiastico, insomma. Sia come sia, Nicolò Di Corona detto Vescovello all'atto dell'omicidio aveva 38 anni.
Giuseppe De Corte, l'altro sicario, era nato a Rigolato il 7 gennaio 1641, primogenito di Nicolò e Maria Medici, originaria di Forni Avoltri, dove si erano sposati il 26 aprile 1636. Pertanto era quasi coetaneo di Madelana D'Agar, e all'atto dell'omicidio aveva appena 22 anni.
Per concludere, alcune parole sugli osti.
Il cognome Barbolano richiama immediatamente Collina. E in effetti nei registri dei matrimoni di Comeglians compare un Matteo Barbolano da «Culina maiori», «degente in villa Comeliani», che il 10 settembre 1609 sposa Dorotea q. Jacobo Tavosch da Comeglians. Già prima del 1609 un Barbolano collinotto si era, quindi, stabilmente insediato a Comeglians. Qualche anno dopo, il 3 aprile 1618 Giovanni Barbolano da «Culina» sposa Valentina q. Nicolò Tarin da Maranzanis e, dopo il matrimonio, si accasa a Comeglians; infatti a partire dal 1619 iniziano le registrazioni dei suoi figli, con Daniele seguito nel 1621 da Nicolò... si tratta dell'oste che ospitò i due sicari.
La presenza dei Cussina a Comeglians - divenuti col tempo benestanti, proprietari di fucine, mulini, segherie - è invece legata all'attività edile praticata tra la fine del cinquecento e l'inizio del seicento da maestranze foreste, tedesche e lombarde. Vi accennano Giorgio Ferigo e Claudio Lorenzini in Mistrùts: «Non è un caso che il nome del primo capomastro conosciuto di Comeglians sia quello di Jacobo Cussina, murator brixiensis - forse tedesco, se brixiensis sta per Brixen/Bressanone; forse lombardo, come suggeriscono i soprannomi che gli furono attribuiti ('Bressan', 'Millanes').»
(A.P.)

Opere di terzi citate: Giorgio Ferigo, «Le cifre, le anime. Un saggio di demografia storica», in Giorgio Ferigo, Claudio Lorenzini (a cura di), Le cifre, le anime. Scritti di storia della popolazione e della mobilità in Carnia, Udine, Forum, Udine, 2010, pp. 44-45; Giorgio Ferigo e Claudio Lorenzini, Mistrùts. Piccoli maestri del Settecento carnico, Forum, Udine 2006, p. 94; Fortunato Molinaro, La cura di Sopraponti e le sue ville (Carnia), Doretti, Udine 1960, p. 38. Del pluriomicidio avvenuto a Sigilletto nel 1605 si sta occupando ora Enrico Agostinis, che qui ringrazio per l'informazione.


NOZZE SALVETTI - DE PRATO (Villasantina, 10 novembre 1890)

ALLA SIGNORINA RITA DE PRATO
E
AL DOTTOR ITALO SALVETTI
NEL GIORNO AVVENTUROSO DELLE LORO NOZZE

Carissimi Sposi,

Per un momento ci era venuta l'idea di mandarvi i nostri auguri in un sonetto, o magari in un'ode nel caso che la tela ci si fosse allungata fra le mani. Ma poi pensando che la nostra poesia non sarebbe stata certo migliore della nostra prosa e avrebbe dovuto eclissarsi completamente dinanzi a quella che oggi splende sovrana nella vostra mente, abbiamo deciso di felicitarvi in istile facile e piano, aggiungendovi, secondo l'uso lodevole invalso fra noi, qualche memoria inedita del nostro paese alpino, del quale fin qui la storia si è cosi poco curata.

Per mandare ad effetto la seconda parte di questo programma ci siamo rivolti naturalmente (sempre secondo l'uso) alla munificenza dell'amico Dottor Giovanni Gortani, infaticabile scopritore di antichi documenti carnici. Egli ci rispose che eravamo arrivati proprio in cattivo punto; che per il momento non aveva in provvista nessuna pergamena importante che riguardasse la valle di Gorto, nido della Sposa; e che solo per dimostrare la sua buona volontà ci inviava, a nostro rischio e pericolo, tre sentenze pronunciate per delitti di sangue negli anni 1662, 1663 e 1664 dai giudici della Terra di Tolmezzo et di tutta la Provincia della Cargna contro alcuni abitanti di quella valle.

Tre sentenze penali! Grazioso ricordo in verità per due novelli sposi! E ancora meno male se ci fosse mezzo di servirle con una tal quale abilità culinaria, con due parolette acconcio, con un cappello ammodo insomma. Così, per esempio:

«Chi avesse voluto, negli anni che i romanzi storici erano di moda, levarsi la. bizzarria di allogarne uno qui in Carnia, avrebbe trovata stoffa abbondante per entro ai libri delle pubbliche raspe superstiti al naufragio del 1797 che ha disperse e distrutte tante preziose memorie.

Confrontando i miti costumi di adesso coll'indole violenta, feroce, sanguinaria degli ultimi secoli, c'è da rimanere trasecolati! Si direbbe che i Carnici odierni o non derivano da quelli di allora, o che hanno subito una completa metamorfosi. Fatti del genere di quelli che qui si allegano, altra volta ripetevansi, sto per dire, tutte le settimane, e non in questa vallata piuttosto che in quella, ma da per tutto. Questo però ci racconsola, che fra tanti atroci delitti, commessi pei motivi più futili, a sangue freddo, anche in chiesa, anche fra le pareti domestiche e fra congiunti, rarissime sono le condanne per latrocinio e per truffe; è pure una riprova che il senso morale non era po' poi affatto corrotto.

Laonde, per quanto pessimisti, almeno da questo lato possiamo dare una smentita, a quella nota sentenza d'Orazio:

aetas parentum, peior avis, tulit
nos nequiores, mox daturos
progeniem vitiosiorem.

Ma, parlandoci francamente, questo, che vorrebbe essere un cappello, è piuttosto una parrucca, perché deriva dalla stessa fonte d'onde sono uscite le sentenze e, rispetto alla questione di cui si tratta, lascia il tempo che trova.

Si potrebbe invece prendere la questione per un altra falda, facendo osservare che ai nostri giorni può conseguirsi l'immortalità con opere d'un genere alquanto diverso da quelle di un tempo, come lo dimostra la rinomanza acquistata dal Ministro che ha imbandito agli Italiani il nuovo ed unico codice penale. Quindi se un codice d'oggi vale un poema di una volta, una sentenza varrà almeno almeno un madrigale.

Non vogliamo però tacere che ci sembra un po' barbina quella faccenda dello squartamento minacciato ai contumaci Vescovello e Di Corte in una di queste sentenze. Oggi, grazie a Dio, il nostro codice non serba traccia alcuna né di squartamenti né di decapitazioni; e probabilmente i detti delinquenti, se avessero potuto leggere nell'avvenire, avrebbero deplorato amaramente di non essere nati due buoni secoli piu tardi. E voi, o felicissimi Sposi, più di ogni altro potrete aver per loro un sentimento di pietà, voi che oggi, immersi nella luce del vostro amore, troverete invece di essere nati proprio nel giusto punto.

In ogni modo vadano intanto le sentenze: per il cappello vedremo poi di raccomandarci... al Ministro Zanardelli.

Villasantina, 10 Novembre 1890.
L. G. e A. D. G.


TRE SENTENZE PENALI DEL SECOLO XVII.

1662. — 8 maggio.

Noi Thadeo Deciano, Giacomo Biancone, et Agostino Michise cittadini della Terra di Tolmezzo, et per il corrente anno Giudici attuali di detta Terra et di tutto il Territorio della Cargna, deputati et elletti dalla Magnifica Communità d'essa Terra, la quale ha dalla Serenissima Ducal Signoria di Venetia il mero et misto imperio cum omnimoda potestate gladii contra li delinquenti, sedendo al Tribunale al luoco solito insieme col Nobile signor Tullio Janise per l'antedetta Serenissima Signoria di Venetia Castaido rappresentante di sua Serenità in detta Terra et suo distretto per pubblicare l'infrascritte nostre sentenze :

(Omissis)

Contro Zuanne q. Daniele da Pozzo, Battista de Vora, et Jacomo suo figliolo della villa di Ramanzanis, contro quali, et di Daniele fratello del prescritto Zuanne, et di Biasio figliolo et fratello delli prescritti de Vora, passati da questa all'altra miglior vita, è stato dall'Officio nostro proceduto di quello che, passando precedente disgusto per il contrasto seguito tra li sudetti q. Biasio et Daniele la Domenica 8 Agosto dell'anno 1660 nel ritorno dalla festività della villa di Tualiis, havendosi detti inquisiti ingiuriato, et anco circa un'hora di notte procurato, per le cause che dal processo resultano, d'offendersi con sassate lanciatesi uno contro l'altro, sia la Domenica 15 del detto mese, festività della Madonna, nel passar che fece Daniele con altri per un prato delli prenominati padre et figlioli de Vora, che era di ritorno dalla villa di Comelgiano verso casa sua, stati dalli medesimi Battista et q. Biasio figliolo assalito, impedendoli la strada per esso prato, che alla fine dopo haverli adimandato perdono per opera delli suoi compagni che si framezareno, li concessero il poter per detto prato seguitar il camino; che andato il predetto q. Daniele un passo avanti, et rivoltatosi sfogando il suo sdegno, cominciò ad ingiuriare il mentovato Battista, dicendoli che haveva ancora un campo, et che quello voleva spender contro detti de Vora; onde ridottosi a casa, et fatto racconto col fratello Zuanne, circa le tre hore di notte se siano portati alla casa delli già nominati de Vora che giacevano in letto, sfidandoli fuora con ingiurie per maggiormente incitarli alla pugna; che alla fine usciti dal letto, restando il capello di Zuanne nel cortivo delli stessi de Vora, et passati fra tutti insieme a rissa nel baiarzo sotto le case delli medesimi de Vora, siano ivi restati offesi li uni et li altri, cioè — Battista di due ferite fatte di daga, una nella schena con incisione della pelle, et l'altra nel brazzo sinistro, — Jacomo suo figliolo pur di due ferite fatte parimente di daga, una sotto la spala sinistra, et l'altra nel brazzo sinistro, penetrando in entro l'una et l'altra due punte di dito, et d'una percossa sotto la mamella sinistra con rottura di due coste, — Zuanne di quattro ferite, una sopra l'occhio sinistro tagliandoli la carne sino al craneo, altra sopra la sommità della testa tagliandoli la carne, pelicraneo, et craneo sino alla spongiosa, altra nella mano sinistra tagliandoli due dita d'essa mano, et la quarta nella gamba sinistra tagliandoli per traverso sotto la cavicchia, fatte dette ferite con una ronconella, et d'una percossa nella gotta destra con rottura dell'osso, — Daniele suo fratello d'una ferita in un dito della mano sinistra, tagliandoli la carne per traverso, et d'una macatura sopra il fronte con rottura della pelle, — essendo anco restata ferita da Jacomo de Vora Cattharina moglie del nominato Daniele, che al fatto con la cognata accorse per riparare, d' una ferita sotto la spala destra penetrante al torazzo, fatta di daga francese, con pericolo della vita, per la quale ha stato in letto per molto tempo con grave suo danno et dispendio, et come dal processo formato sopra la denuncia del Meriga, relationi del ciroico, et constituti havuti dalli sudetti offesi si legge. Quali da Pozzo et Vora essendo stati sin sotto li 10 decembre dell'anno 1660 publicamente citati, si sono volontariamente presentati, et dato li loro constituti, hanno renonciato alle diffese, instando per la loro speditione.

Onde veduto il processo con tutto ciò ch'era da vedere, et considerate le cose che si devono considerare, invocato prima il nome di Giesù Christo Signor nostro dal quale etc. diciamo et sententiando pronunciamo per espeditione de' medesimi da Pozzo et Vora, che, restando cassa et nulla la segnatura che contro di essi era stata fatta in loro contumacia, come si cassa et annulla, siano li medesimi, stante le cose come stanno in processo, et indicii contro le loro persone nel detto processo resultanti, per le ferite da essi Battista et Jacomo figliolo soprascritti date a Zuanne da Pozzo et al q. Daniele suo fratello, et per le ferite dell'istesso Zuanne date alli prenominati padre et figliolo, nel fatto de' quali tutti restò anco ferita con pericolo Cattharina relitta del q. Daniele sopradetto, condannati ex arbitrio Battista et Jacomo in Marche otto, et Zuanne in Marche sie, d'esser divise per mittà secondo l'ordinario, condannandoli in oltre nelle spese del processo pro rata cadauno, in riguardo alla sua condanna, et in oltre detti padre et figliolo nella mittà delle spese della cavalcata, et nell'altra mittà Zuanne da Pozzo; licenciando le parti dalli danni pretesi per Cattharina sudetta, et così etc.

1663. — 31 Agosto.

Noi Gio: Joseffo Biancone, Pietro Bertholino, et Scipione Frisacho cittadini della Terra di Tolmezo, et per il corrente anno Giudici attuali di detta Terra et di tutta la Provincia della Cargna, deputati dalla Molto Illustre Comunità d'essa Terra, la quale dalla Serenissima Republica di Venetia ritiene il mero et misto imperio cum omnimoda potestate gladii contro li delinquenti, sedendo al Tribunale al luoco solito insieme con il Nobil signor Tullio Janise, per l'antedetta Serenissima Ducal Signoria di Venetia Castaldo Rappresentante di Sua Serenità in essa Terra et suo distretto, per publicare l'infrascritte nostre sentenze:

(Omissis)

Contro Nicolò Vescovello della villa di Sigileto, et Joseffo figliolo di Nicolò de Corte della villa di Rigulato — citati publicamente fin sotto li 16 Maggio prossimamente passato a presentarsi nelle forze et all'obedienza della Giusticia per dar li loro constituti, et per legittimamente diffendersi et escolparsi di quello che, havendo deliberato nel loro animo, per le cause che dal processo resultano, et come si recava dal medesimo, di voler estinto il q. ser Mattio Fenone della villa di Entrampo portatisi per tal effetto il Sabato 6 Genaro del corrente anno, circa il mezzo giorno alla villa di Comelgiano, dove ancora s'atrovava esso Fenone, et deposti l'archibuggi de' quali erano armati, con una loro valise, in casa di ser Zuanne Barbolano hoste, bevuto una bozza di vino, siano andati per la villa trattenendosi sino all'hora del tramonto del sole; che ridossosi nella stuva del Cussina pur hoste, l'habbino ivi fatto chiamare et, a loro venire, sotto pretesto di volerli parlare; il quale unitosi con li stessi, et passati sopra il pogiolo del nominato Cussina, si siano posti seco a ragionare e scherzare, dandoli in segno d'amicicia la mano, cenando quella sera nella prescritta stuva con esso lui, pagando Joseffo per tutti; che ritornati sopra il già detto pogiolo a parlar et a far atti di burla insieme, et fattosi poscia dare circa le tre hore di notte un boccal di ribolla, si portarono a beverla in casa del nominato Barbolano, ove giocato alla mora, detto ser Mattia cominciò ad intimorirsi et venir palido, che ciò dalli stessi veduto, con lusinghievoli parole affidandolo delle loro persone, li dissero che non li haverebbero fatto nè che li erano per fare alcun ditorto, et che non dovesse punto dubitare, inanimandolo a star allegro; onde bevuto anco un boccal di vino perso alla mora, ripigliorono le loro armi et valise, et unitamente si partirono di la; che tramato il tradimento, alla fine effettuato il da loro deliberato, habbino sopra le giare del fiume Degano crudelmente privato di vita detto infelice Fenone con sie ferite di taglio dateli sopra la testa; il che dalli medesimi operato, capitarono da novo circa le quattro hore di notte all'hostaria del predetto Cussina, li quali essendo stati adimandati dove era restato il compagno Fenone, risposero in diversi modi non sapere; che andati a dormire, dopo che hebbero bevuto a loro piacimento, clandestinamente di notte senza saputa delli patroni dell'hostaria si partirono, et come dal processo et loro proclama: sopra il quale non havendo mai ardito di comparire, conscii delle proprie colpe, venendo col parere del Molto Illustre Consiglio di questa Terra alla loro spedicione, dicemo —

Che li sudetti Vescovello et di Corte contumaci, per le ferite et morte data al q. Mattia Fenone nella forma, et con quei detestandi modi che in processo resultano, siano banditi da questa Terra et di tutta la Provincia della Cargna diffinitivamente et in perpetuo1; et se in alcun tempo mai alcun di loro o ambidue, rompendo li confini, saranno presi et condotti nelle forze della Giusticia, siano fatti condure al luogo solito della medesima, et dal ministro di quella sopra un eminente palco le sia tagliata la testa et separata dal corpo si che muora, et poi il loro corpo sia fatto in quattro parti, et le stesse siano pur al luogo solito attuate sopra un paro di forche, ove rimaner debbano sino alla loro consumacione; con taglia alli captosi nelli loro beni se ne saranno, se non etc. de ducati cento per cadauno; condannandoli in oltre in tutte le spese del processo, et cavalcata seguita, et questo senza pregiudicio di proceder anco contro altri, si, et pro ut, et così.

Note in margine.

1665, 11 Luglio. — Il controscritto processo è stato dall'Ill.mo et Ecc.mo signor Marco Antonio Zen Luogotenente, nell'occasione della sua visita, levato et portato a Udine.

1666.— Sopra lo stesso processo, con l'autthorità dell'Ecc.mo Consiglio di X, dall'officio dell'Ill.mo signor Luogotenente viene formato nuovo processo tanto contro li soprascritti, quanto contro Marco Romanino come mandante. Servi d'aviso in riguardo che non è stato restituito il processo sudetto.

1664. — 30 Dicembre.

Noi Valentino Mignei, Grispino Gottardis attuali, et Sergio Frisaccho sustituto, Giudici per l'instante anno della Terra di Tolmezzo et di tutta la Provincia della Cargna, eletti dalla Magnifica Comunità d'essa Terra, la quale ha dalla Serenissima Republica di Venetia il mero et misto imperio con omnimoda potestate gladii contro li delinquenti sedendo al Tribunale al luoco solito insieme col nobile et Ecc.mo sig. Regilio Janise Vice Castaldo rappresentante di Sua Serenità per publicare l'infrascritte sentenze:

(Omissis)

Contro Madalena figliola di ser Battista d'Agar di Magnanins, et moglie relitta del q. Mattio Fonone d'Entrampo, et Marco Romanino suo cognato della villa del Forno, processati per quello che per le cause che dal processo resultano, posto in non cale l'amor matrimoniale, et fattosi la sudetta Madalena palese del mal affetto, che portava a suo marito, sia da circa quattro anni avanti la di lui morte, coll'aver abbandonata la casa del medesimo marito, ritornata alla casa paterna, ove continuando nel suo imperversato malore, habbia procurato d'avvelenarlo; che non havendo havuto effetto il suo intento unitasi col prescritto Marco, et insieme colludendo di vederlo estinto, habbino deliberato di farlo ammazzare da Joseffo di Corte, et da Nicolò Vescovello, procurando Madalena di trovar denari per dar alli sateliti, accioché più facilmente commettessero l'esecrando Delitto, per esecutione di che spedito da Marco predetto fuori della Germania il prenominato Vescovello, il quale capitato in queste parli, et abbonatosi con Joseffo antescritto, la notte poi del li 6 Genaro dell'anno prossimo passato, fu da essi interfetto il mentoato Fonone nella forma et con quei barbari modi che apparono nella sentenza banditoria che contro delli stessi Vescovello et Corte è stata publicata, et come in processo et proclama; sopra il quale essendo Marco volontariamente presentato, et dato de piano il suo constituto, ha renunciato alle sue diffese, et fatto istanza per la sua speditione; et Madalena nel riconoscimento delle proprie delinquenze non ha ardito di comparire, ma restata come tuttavia si ritrova absente et contumace. Onde venendo col parere del Molto Illustre Consiglio di questa Terra alla sua speditione, dicemo —

Che Madalena sopradetta, per l'operato da essa come sopra, sia bandita da questa Terra et di tutta la Provincia della Cargna in perpetuo, et se mai in alcun tempo rompendo li confini sarà presa et condotta nelle forze, sia condotta al luogo solito della Giusticia, ove dal ministro di quella sopra un eminente solaro li sia tagliata la testa, et si separi dal busto sì che mora, con taglia alti captori delli suoi beni se ne saranno se non etc. de ducati cento. — Marco veramente, stante le cose come stanno in processo, sia relassato, et così etc.

Note in margine.

1665, 11 Luglio. — Il contrascritto processo è stato, con l'occasione della visita dell'Ill.mo et Ecc.mo sig. Marc'Antonio Zen Luogotenente, dalla stessa Eccellenza levato e portato a Udine.

1666.— Sopra l'istesso, con l'autthorità dell'Ecc.mo Consiglio di X si formò novo processo per l'Officio dell'Ill.mo et Ecc.mo sig. Luogotenente contro il controscritto Marco. Serva d'aviso, in riguardo che non è stato restituito il processo.


  1. La parola perpetuamente fu aggiunta d'ordine del sig. Capitanio Giudice di Maleficio adì 2 Settembre 1663, nella visita di Tolmezzo.