Enrico AGOSTINIS

 

SULLA MORTE DI MATTIA DI VAL E DI SUO FIGLIO GIOVANNI DI SIGILLETTO*

Un "delitto senza castigo" nella Carnia di inizio '600

 

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Scarica questo file (barzagnino.pdf)Sulla morte di Mattia Di Val e di suo figlio Giovanni di Sigilletto[© 2022 Enrico Agostinis]7 Downloads

 

* Super mortem Mathei a Valle & Joannis eius filii de Sigiglieto è il titolo esterno del fascicolo nell'Archivio della Giurisdizione dell'Abbazia di Moggio che contiene il documento principale intorno a questa vicenda (in ASU, Congregazioni religiose soppresse, b. 287, Moggio, f. 2. Archivio della Giurisdizione dell'Abbazia di Moggio, sf. 2/[6], qui di seguito sempre abbreviato in Processo). Il documento è stato riscoperto e trascritto da Claudio Lorenzini, nei cui confronti sono per questo − e molto altro − debitore e che qui ringrazio. Sull'appartenenza del piviere di Gorto all'Abbazia di Moggio v. nota 24 di questo stesso testo.
Oltre a Claudio Lorenzini, che ringrazio nuovamente, un grazie a Sara Maieron per la cortese disponibilità allo scambio d'informazioni telefonico, sempre faticoso. Ringrazio anche la famiglia Del Fabbro di Forni Avoltri per la ormai consueta e costante disponibilità. Oltre che per il credito concessomi per la trattazione di un tema così ostico e per la consueta ospitalità, ringrazio infine Adelchi Puschiasis per i preziosi suggerimenti e la rilettura critica del testo. I miei ringraziamenti vanno anche ai diversi archivi e biblioteche udinesi che, con un supporto talvolta prezioso, anche in tempi difficili come quelli che ancora stiamo vivendo − in particolare le restrizioni da Covid-19 − consentono agli studiosi di cose furlane e carniche di proseguire, seppure faticosamente, le loro attività. In particolare ringrazio il personale di: : Archivio della Curia Arcivescovile, Archivio di Stato, Biblioteca del Seminario Arcivescovile, Biblioteca civica Vincenzo Joppi, Biblioteca della Società Filologica Friulana.


Prologo

«Pre' Domenico Barzagnino da Campolongo viene giudicato atto a esercitare la cura d'anime nella parrocchiale Chiesa di St. Giovanni Battista di Sopraponti, nel Canale di Gorto, Diocesi di Aquileia, posta in luogo di montagna, fra boschi e poverissima»1.

Chi non abbia assistito, soprattutto fino alla metà del secolo scorso, all'ingresso di un nuovo pastore d'anime nei paesi della Carnia faticherà a immaginare l'atmosfera festosa e l'affettuoso abbraccio della popolazione che circondava il nuovo venuto, curato2 o semplice cappellano che fosse, mentre transitava sotto l'arco di rami d'abete intrecciati posto all'ingresso del villaggio.

Non sappiamo se al suo arrivo quassù anche pre' Domenico riceva tale accoglienza: come vedremo, sussistono alcuni motivi per dubitarne. Ciò che invece sappiamo con certezza è come se ne andrà: da una finestra della canonica sul far della notte, senza braghe e pieno di escoriazioni procuratesi nella fuga come un volgare ladro di polli, fuggendo lontano dai tribunali ecclesiastici e soprattutto dal braccio secolare che, investito dell'esecuzione della sentenza, qualora lo catturi in violazione del bando amputari faciant eius capit a spatulis ita q. moriatur: deve letteralmente spiccargli la testa dalle spalle, così che muoia. Verdetto decisamente eccessivo per un semplice furto di pollame, e infatti il fuggiasco deve rispondere di ben altro: l'ormai olim, l'ex prete Barzagnino giudicato in contumacia non è infatti il notturno visitatore di pollai altrui che le modalità della sua fuga sembrano suggerire, ma un omicida. Un duplice omicida.

Chi sia, che cosa sia e che cosa faccia Domenico Barzagnino in tutti i suoi 53 anni di vita (poco) conosciuti, prima di scomparire nel buio di una notte d'autunno, è domanda la cui risposta, già difficile nelle sue linee generali, risulta del tutto impossibile nei dettagli. Le notizie intorno alla sua persona sono episodiche e frammentarie: inoltre, le poche notizie che emergono dagli archivi e dalle testimonianze contribuiscono paradossalmente a infittire il mistero intorno a lui. Sarà invece più agevole definire il contesto sociale in cui Barzagnino si muove, e in cui matura il delitto, grazie all'abbondanza dei documenti e agli studi sul ruolo del clero nella società e in particolare nella Carnia post-tridentina.

In questa vicenda gli ingredienti del noir più trito ci saranno tutti: forse il sesso, certamente l'alcol, e ovviamente i morti ammazzati. Un pizzico di originalità sembrerebbe derivare dall'assassino, un prete, se non fosse che analoghi accadimenti criminosi, simili per natura e protagonisti, compreso il prete-omicida, ricorrono con preoccupante frequenza nelle cronache giudiziarie della Carnia a cavallo fra '500 e '600, eventi poi recuperati dalle ricerche degli storici contemporanei.

E allora, se tutto è un già visto e già vissuto e già raccontato, dove sta l'originalità di questa narrazione o, se si preferisce, della tragedia che qui viene rievocata? Ebbene, l'originalità sta tutta nel fatto che della tragedia-rappresentazione-narrazione conosciamo gli attori, protagonisti e comparse, e soprattutto conosciamo perfettamente il palcoscenico. Perché quest'ultimo è casa nostra, e gli interpreti − o quanto meno alcuni di loro − sono i nostri antenati.

Teatro della tragedia sono i luoghi che pressoché quotidianamente abbiamo sotto gli occhi, anche se il trascorrere dei secoli ne ha modificato aspetto e disposizione: il "centro" di Sigilletto di quel tempo, con la fontana (l'àip) e lì accanto, letteralmente a pochi passi, la canonica del curato. Ma anche i protagonisti e i comprimari, testimoni e morti ammazzati sono la gente di tutti giorni, quelli che conosciamo, o per l'appunto i loro antenati: persone che si chiamano Giovanni Brunasso di Culau (ancora oggi ne conosciamo casa e discendenti), Domenica di Val, Leonardo Gerin e altri ancora, di Sigilletto; e poi Zuanne di Baiarzo di Collina, Zuane Romanin di Avoltri, tutti nomi e cognomi ben noti a chi vive quassù. Abbastanza paradossalmente, il meno conosciuto è proprio il primattore, pre' Domenico Barzagnino, ed è proprio sulle sue tracce, fra archivi e biblioteche, che si svilupperà questa indagine-riflessione.

Infine, al di là dei singoli protagonisti e comprimari, il contesto sociale in cui delitto matura e ha luogo è quello dei nostri antenati, un contesto simile a molti altri della Carnia profonda dove si mescolano, in una strana eppure diffusissima miscela, Controriforma e ignoranza, potere e isolamento, superstizione, solitudine e altro ancora. Una miscela esplosiva che al di là dell'apparente sonnolenza della quotidianità contiene già in sé il seme della catastrofe, morale e materiale. Ma questo appartiene alla parte conclusiva di questo lavoro, quando il lettore avrà piena contezza, se non delle cause prossime e remote, quanto meno degli eventi.

Buon proseguimento.

I luoghi

La chiesa di san Giovanni Battista di Frassenetto
Circa 1950. La chiesa di san Giovanni Battista di Frassenetto, oggi in comune di Forni Avoltri, detta “di Sopraponti” per i numerosi ponti che era necessario attraversare per raggiungerla (foto G. Scarbolo).

La Cura o Parrocchia di Sopraponti in cui pre' Domenico Barzagnino viene a esercitare il suo mandato è istituita intorno alla metà del '300 come filiazione della Pieve di Gorto3, e comprende i communi di Frassenetto e Sigilletto, Avoltri con il Furno4, e infine Collina, quest'ultima insieme di Collina Grande e Collina Piccola (oggi Collina e Collinetta): all'atto pratico, tutte le frazioni dell'attuale comune di Forni Avoltri. La chiesa parrocchiale è a Frassenetto, piccolo agglomerato di poche case e anime: a circa 1 km, Sigilletto è il borgo più prossimo alla parrocchiale e, pur privo di chiesa propria, è sede della canonica e residenza del curato.

Al tempo dell'istituzione della parrocchia anche gli altri comuni sono già dotati di chiesa propria: s. Lorenzo al Furno e s. Michele a Collina, "cappelle"5 entrambe dipendenti dalla parrocchiale nelle quali è il parroco titolare a espletare, a rotazione, gli uffici sacri. Solo più tardi, nel '700, le due chiese saranno dotate di cappellani propri residenti in loco, sempre tuttavia formalmente dipendenti dal parroco di Sopraponti al quale debbono "contrattualmente" parte dei proventi ricevuti nell'esercizio delle funzioni precedentemente riservate al parroco titolare. A titolo di esempio citiamo l'istituzione del battistero nella chiesa di s. Michele Arcangelo a Collina, nel 1771, dove sarà consentito «amministrare il battesimo ai bambini di quel luogo dal Mansionario di Collina in assenza del Curato suddetto [di fatto, sempre] a cui sia salvo e riservato l'emolumento solito di soldi dodici per ciascun battesimo pel registro della nota battesimale» ([Molinaro], p. 89). Un'imposta di registro, insomma. Tuttavia, è pacifico che parte dei proventi dell'esercizio pastorale andassero anche al mansionario, e perciò la resistenza dei curati all'istituzione delle mansionerie − a Sopraponti quelle del Furno de Avultro e di Collina − fu durissima, giungendo all'ostruzionismo attivo e alla disapplicazione di esplicite disposizioni patriarcali in merito.

Il nuovo pastore

5 ottobre 1591. In occasione del conferimento della licenza a esercitare la cura d'anime a Sopraponti, il nuovo curato è identificato come «pre' Domenico Barzagnino da Campolongo»6, e la nomina è accompagnata da una inconsueta puntualizzazione: «e ciò [la nomina] sino a tanto che non si abbia trovato un altro più adatto, affinché gli abitanti del posto non restino senza gli uffici divini. E quell'altro migliore non fu trovato subito, perché il Barzagnino ci rimase almeno sino al settembre 1605»7.

In occasione della visita pastorale del vicario patriarcale Agostino Bruno, nel 1602, questa annotazione è richiamata nel rapporto dello stesso vicario, che scrive «[il curato] ha licenza della cura d'anime ottenuta dal vicario d'Aquileia nel 1591 cum clausula donec provideatur de alio magis idoneo»8.

Non è certo un buon biglietto da visita, quello del nuovo curato, e proprio da questa poco illustre presentazione nascono i dubbi sull'accoglienza ricevuta al suo arrivo a Sopraponti cui già ho fatto cenno in avvio. E sempre in avvio ho fatto cenno anche al precipitoso congedo di pre' Domenico che, per l'esattezza, non sarà nel "settembre 1605" come scrive Molinaro ma che coinciderà con il delitto e la fuga, nel mese di ottobre. Ma perché sin dall'inizio, perché già nella bolla di nomina alla cura di Sopraponti sono presenti quelle remore − che evidentemente si rifanno a fatti antecedenti − sull'attitudine di Barzagnino al nuovo incarico, e la conseguente necessità della ricerca di un curato "più adatto"?

In prima istanza, e in assenza di pre-giudizi (la vicenda del duplice omicidio non mi era ancora nota), avevo attribuito le riserve delle gerarchie ecclesiastiche alle probabili origini del Comelico dello stesso Barzagnino, che secondo la bolla di nomina è semplicemente "da Campolongo". Come prima d'ora a tutti gli studiosi di cose carniche, mi era sembrato naturale individuare il luogo di provenienza del nuovo curato nel villaggio di Campolongo oggi in comune di Santo Stefano di Cadore, a poche decine di km da Frassenetto e fino al XV secolo territorio patriarcale. A quel tempo, per le nomine dei curati la scelta cadeva in via prioritaria su preti furlani e, per i villaggi della Carnia, possibilmente carnici: pur presenti, le eccezioni a questa regola sono poche e per lo più anteriori al Concilio di Trento9. Criterio comprensibile, poiché i villici avevano assai poca o punto dimestichezza con l'italiano e dunque, al netto degli uffici divini in latino, ben difficilmente il magistero poteva prescindere dal furlano: in particolare la predica e la catechesi così come, necessariamente e a maggior ragione, la confessione10. Insomma, in piena Carnia un prete comeleàn che non parla furlano può giustificare quella strana postilla «sino a tanto che si trovi un altro Curato più adatto».

Infine, quasi a conferma dell'ipotesi dell'origine comeleana del nuovo curato, la presenza oggi statisticamente significativa del cognome "Bergagnini" (si è già detto delle varianti grafiche del cognome) proprio a Campolongo di Cadore.

Solo in un secondo tempo, entrato nello spirito e negli atti di questo lavoro, le evidenze dei pur pochissimi documenti di archivio − tutti però concordi − avrebbero indirizzato altrove la ricerca delle origini di Barzagnino, portando a escludere recisamente il Comelico quale sua terra d'origine e a indirizzarmi verso Campolongo al Torre, nella Bassa friulana. Gli elementi in questo senso sono numerosi e univoci.

Anzitutto abbiamo riscontro di una certa diffusione del cognome Barzagnino a Campolongo al Torre verso la metà del '50011. Assai più mirato è un documento del 1582, quando la nomina di Barzagnino a Sopraponti è ancora ben di là da venire, dove in un atto di inequivocabile ambito furlano si trova «Barzagnino D. Domenico -- Campolongo»12. Senza alcun dubbio è il "nostro" prete.

Indi nel 1597, già curato a Sopraponti, in osteria a Comeglians pre' Domenico è protagonista di un alterco per questioni di campanile, Furlani contro Cargnelli, che porterà davanti al tribunale dell'Inquisizione uno dei litiganti, Gregorio Gonano, e che riprenderemo più oltre. Nella sua deposizione al processo, lo stesso Barzagnino così ricostruisce parte della lite: «ser Nadale cominciò a dir male di furlani, et io essendo furlano li risposi che li furlani facevano le spese a cargnelli»13.

E ancora, nel 1605, anche uno dei testi al processo per gli omicidi di Sigilletto, il suonatore Iacobus del Machin di Pesariis, afferma «messer pre Domenego curato di Fresseneto qual è furlano»14.

Infine è sempre Barzagnino, nel corso della già citata visita pastorale del 1602, a qualificarsi con il vicario patriarcale Agostino Bruno «Domenico Barzagnino di Campo Longo della Patria del Friuli» e «son della diocesi di Aquileggia»15: non bastasse la più che sufficiente "Patria del Friuli", se Barzagnino fosse di Campolongo del Comelico la sua diocesi sarebbe quella suffraganea di Belluno, e non quella di Aquileia.

Stavoli di Sigilletto
«1903. Il 31 gennaio scoppiò un incendio a Sigilletto, che si limitò a una sola casa. Il 14 febbraio dello stesso anno ne scoppiò un altro, che distrusse oltre sette case, delle stalle e fienili e anche la chiesa.». (Eugenio CANEVA, Manoscritto non pubblicato). Situati nelle immediate adiacenze della chiesa di Sigilletto, i fienili qui fotografati nel 2022 hanno probabilmente sostituito quelli andati a fuoco il 14 febbraio 1903. Questa caratteristica tipologia edilizia - lo stâli: piano terra in pietra (stalla), piani superiori in legno (fienile) - era verosimilmente in uso anche nel '600, all'epoca dei fatti di cui qui si tratta: allora il tetto era in paglia di segale oppure in scandole di larice, coperture ancora in uso nei primi decenni del '900. La tegola cosiddetta ``carnica'', presente qui ma in origine riservata alle sole abitazioni, è di introduzione settecentesca, importata dai cramârs di ritorno dai paesi tedeschi: il suo nome originale è infatti Biberschwanz, lett. ``coda di castoro'', per la forma piatta e un’estremità tondeggiante.

In definitiva, seppure non carnico Barzagnino è inequivocabilmente furlano, e altro non può essere che di Campolongo al Torre (in furlano Cjamplunc)16: furlanofono e dunque in linea con le scelte delle gerarchie, e pertanto la sua inidoneità alla curazia di Sopraponti deve avere altre cause. Che cosa poi ci facesse nella Carnia più profonda un prete furlano sì, ma lontanissimo dalla sua terra d'origine (quasi 100 km), è un altro interrogativo al quale non abbiamo risposta certa: tuttavia, è grande il sospetto che codesta lontananza sia in qualche modo connessa all'asserita inadeguatezza di pre' Domenico al magistero a Sopraponti (e forse ovunque).

L'antefatto

Domenica 9 ottobre 1605. In occasione della «festa de Santo Zuano de Frasseneto»17 per tutto il giorno a Sigilletto18 si è suonato e ballato, e al cadere della notte in paese c'è ancora grande fermento: c'è gente intorno alla fontana − l'àip, vero "luogo geometrico" del borgo − e frotte di giovani si aggirano in cerca dell'occasione per un ultimo ballo. È proprio un gruppo di giovani che avvicina i due suonatori, i pivadori19 Daniel Pustetto da Comeglians e Iacomo del Machin da Pesariis, offrendo ai musici anche un invito a cena purché suonino per loro. I pivadôrs mercanteggiano, suonano uno o due balli ma poi rinunciano, sia perché i giovani non pagano o pagano troppo poco, sia perché già invitati a cena dal curato in canonica. L'invito del curato ai musicanti sembra piuttosto pressante ed esclusivo in quanto, come vedremo tanto dalle deposizioni dei testimoni che dal dispositivo della sentenza, a dispetto delle altrui richieste il prete vuole espressamente che «suis sonantibus ipsis saltasset in domo sua», ossia che gli stessi suonatori ballino in casa sua, e così sarà: «doppo cena noi sonato un poco et pre Domenego volle solo ballato», secondo la deposizione del pivadôr Daniel Pustetto.

La chiesa parrocchiale di Sopraponti con l'abitato di Frassenetto
Un'immagine più recente (circa 2005) della chiesa parrocchiale di Sopraponti con l'abitato di Frassenetto in veste invernale (foto e arch. Gino Del Fabbro, Forni Avoltri).

Anche l'interno della canonica è affollato: oltre al curato vi sono almeno altre nove persone, per lo più foresti provenienti da altri villaggi del Canale di Gorto e anche oltre. Infatti, degli ospiti presenti, solo tre sono di Sigilletto: Valentin di Corona, Iacomo di Lena e Lenardo Gerin (quest'ultimo, a meno di un caso di omonimia, è il meriga del commune di Sigilletto-Frassenetto). Degli altri sei, Daniel Pustetto pivadôr, cioè uno dei suonatori, e Sualdo Pustetto, forse suo nipote, sono di Comeglians; Iacomo del Machin, anch'esso pivadôr, è di Pesariis, oggi frazione di Prato Carnico; Agostino Gussetto di Tolmezzo; Andrea di Sappada; Zorzi da Runchia, oggi frazione di Comeglians. Tutti sono intorno al focolare tranne Zorzi che, pur presente in canonica, è nella stua "in letto per dormir": secondo uno dei testimoni, è "ammalato". Nella ricostruzione dei fatti, nessuno dei testi fa cenno alla presenza di donne in canonica, con una eccezione di rilievo: una delle vittime, Mattio di Val, che secondo tutte le testimonianze e la ricostruzione ufficiale adombra la presenza di "qualche bella fanta" e di "putane".

Sul succedersi degli eventi tutti i testimoni, tanto i già presenti in canonica che quelli accorsi in seguito, sono concordi. Le deposizioni divergono solo su alcuni particolari di nessun rilievo processuale, ma in esse emerge con chiarezza la diversa disposizione dei testi nei confronti del curato: molti testimoni sembrano quasi reticenti nell'accusare del delitto esplicitamente il prete − fra gli ospiti presenti in canonica il "non ho visto", in riferimento all'atto omicida, è un vero e proprio ritornello − e alcuni introducono persino dettagli del genere "sentito dire" nell'intento, se non proprio di giustificare, quanto meno di attenuare la portata del gesto omicida. Tutto ciò è perfettamente coerente con l'esistenza − non solo all'interno della cura di Sopraponti ma anche all'esterno di essa, nel vasto giro di conoscenze del curato − di due autentiche fazioni contrapposte, pro o contro il curato stesso.

Il fatto, o i fatti

Naturalmente, la ricostruzione degli eventi del 9 ottobre a Sigilletto avviene grazie alle numerose testimonianze che saranno raccolte nei giorni immediatamente successivi al delitto, e all'esame dei corpi effettuato dal medico legale. Sul dettaglio di queste deposizioni ritorneremo più oltre: ora è più opportuno andare ai fatti quali risultano nella ricostruzione ufficiale del tribunale20.

«[...] nel giorno di domenica nove ottobre scorso il prete Domenico condusse con sé a cena nella sua canonica Iacomo del Machin di Pesariis, del Canale di san Canciano, e Daniel Pustetto di Comeglians nel Canale di Gorto, i quali quel giorno avevano suonato per la festa di Frassenetto. Nel frattempo alcuni giovani si erano radunati per richiedere ai due suonatori che suonassero ancora per loro, ma il prete non lo permise, esigendo che i suonatori lo seguissero in canonica, cenassero con lui e quindi ballassero lì in casa sua. In seguito Mattio di Val e Zuanne suo figlio vennero con altri giovani alla canonica, ed entrando Mattio prese a dire 'Prete è vergogna del Comun, che tenite li sonadori qua, et li fate sonar in casa vostra, forse che havete qualche bella fanta che volete far sonar qualche vierso, dovreste tenir lo core ad altro, et non in far festa con putane'. Al che lo stesso parroco rispose 'Andate con Dio fora di casa mia', e Zuanne replicò 'Non mi caciarete fora, potemo star qua, si bene che nui, perché questa casa è nostra'. E ancora il parroco 'Andate con Dio non mi date fastidio se no vi cacciarò ben fora', e spinto da un impulso diabolico e accecato dall'ira improvvisamente afferrò un pistorese21. Vedendo ciò Mattio si lanciò contro di lui e, strappatogli dalle mani il pistorese e tenendolo ben levato in alto, chiamò i presenti a testimoni dicendo 'Vedite che arme che tien il prete'. Mentre egli diceva ciò il parroco, sfoderato un altro lungo coltello, con esso colpì Zuanne figlio di Matteo tre dita sopra il capezzolo sinistro, penetrando fino al cuore con ferita letale. Gli inferse anche un'altra ferita, altrettanto mortale, tre dita sotto la punta dello stomaco, penetrando fino alle interiora. Ioannes morì all'istante, e immediatamente [il prete] inferse due ferite anche in corpo a Mattio, la prima al fianco destro penetrando e squartando fino alle interiora, una ferita mortale, quindi al braccio destro trapassandolo, tagliando nervi e vene, causando una fortissima emorragia che pure condusse alla morte».

La ricostruzione del tribunale non va oltre la descrizione dei fatti penalmente rilevanti, e si ferma alla morte delle due vittime: per l'immediato prosieguo dobbiamo rifarci soprattutto alla duplice testimonianza (viene interrogato due volte) di Ioannes Brunassii di Sigilletto22, accorso in canonica alle grida dell'alterco insieme a Zuanne di Baiarzo di Collina. «[...] in quel furore esso prete ne haverebbe ammazzato tanti, che javesse potuto giungere, se io testimonio et Zuanne di Baiarzo de Colina non si havessemo posti immediate a tenirlo et spengerlo nella stuva, et serarlo dentro, et mentre lo spengessemo detto Zuanne di Baiarzo restò ferito in una mano col cortello, il quale detto prete haveva in mano, et io anco sarei resta offeso da lui, se con prestezza non li metteva mano al brazzo, et tenerlo, et mentre poi si attendeva alli feriti, lui scampò fuori per una fenestra della stuva dalla parte de drio, et scampò via senza che noi s'acorgiessimo, non so dove sij andato».

Le pive
Due diverse raffigurazioni di pive (da [PERUSINI], p. 256)

Aggiungiamo anche la testimonianza del pivadôr Daniel Pustetto che, curiosamente, sulla fuga di pre' Domenico sembra meglio informato di ogni altro testimone: «pre Domenego si serò in la stua, et scampò fora per un balconetto picolo, che non so in che fusse uscito di la fora a quello visto, che haveva di fora via del balconetto lasciato insanguinato nel muro, che per intender esso si cavò le braghesse, et come ho inteso da Zuane Romanin de Voltri esso andò la descalzo, et che li haveva mostrato ove era guasto, et detto Zuane Romanin nel dimani a bon hora fu mandato da deto pre Domenego a dir alli homini di Sigiglietto, che li mandassero le sue cose per manco mal, come credo li mandassero non so che».

Dalla testimonianza di Pustetto appare evidente come Barzagnino in fuga abbia cercato e probabilmente ricevuto aiuto ad Avoltri, ma queste considerazioni appartengono a una analisi dei fatti nella quale ci inoltreremo più avanti. Per ora ci atteniamo alla mera narrazione degli eventi.

Il postfatto, o i postfatti

  • lunedì 10 ottobre 1605, Tolmezzo.
    Il giorno successivo agli eventi descritti il vice meriga di Sigilletto e Frassenetto, Odorico di Corona, scende ad avvertire le autorità, giungendo a Tolmezzo nel tardo pomeriggio.
    Da Tolmezzo parte immediatamente un messo con un altro dispaccio indirizzato al Cancelliere dell'Abbazia di Moggio, residente a Resiutta: «Molto magnifico signor hon. Hora, che sono le 2323, è gionto qui un messo che ha portato nove, che quel tristo de pre Domenico che sta Sopra Ponti à amazzato padre et figliolo in un'istesso tempo. Mando il presente messo a posta, acciò subito dobbiate venir con ogni prestezza et deligentia per andar et pigliar il viso et reperto et forma il processo et con questo a V. S. mi raccomando».
    Autore di questo messaggio è probabilmente lo stesso Placido Quintiliano, vicario spirituale di Moggio e vicario dell'Arcidiaconato della Carnia24.
    Al di là dei fatti, si impone la sottolineatura di un dettaglio sul quale ritorneremo anche nel prosieguo. Placido Quintiliano è in carica come arcidiacono (del Patriarca) e vicario (dell'Abate) a Tolmezzo già dal 1572 e pertanto ha ottima conoscenza di pre' Domenico Barzagnino: anzi, l'arcidiacono/vicario è colui che ha sottoscritto la nomina di Barzagnino a curato di Sopraponti, ed è l'autore della ormai ben nota chiosa «cum clausula donec provideatur de alio magis idoneo». Ciò sottolineato, non può passare inosservato come nel messaggio al cancelliere di Moggio lo stesso Quintiliano scriva «quel tristo de pre Domenico», e su questo dettaglio torneremo ripetutamente.

  • lunedì 10 ottobre, Tolmezzo.
    La sera stessa, lo stesso latore della notizia Odorico di Corona si presenta davanti al gastaldo della Carnia e ai giudici, riuniti nella loggia del palazzo comunale, per esporre sommariamente l'accaduto. Gastaldo e giudici decidono di portarsi a cavallo a Sigilletto.
    «Tulmeti sub logia palatii Communis coram Magnificus dd. Gastaldione et Iudicibus.
    Comparse avanti li suditti Magnifici Signori Odorico di Corona de Sigiglietto in luogo di Lunardo Girino merico di essa villa di Sigiglietto et di Fraseneto, et denuntiò come hieri sera circa un'hora di notte, essendo Matthio di Valle et Zuanne suo figliolo del ditto luogo di Sigiglietto in casa di messer pre Domenigo di Campolongo, curato di Sopra ponti, habitante in detta villa, esso Prete ha amazzato li predetti Matthio et Zuan con un cortello lungo ivi in detta casa. [...] Qua audita denuntia antelati Magnifici DD. decreverunt equitare ad villam Sigiglietti pro accipiendo visum et reperta interemptorum et esaminando testes, qui interfuerunt ultrascripto homidicio, ad hoc ut Iustitia veniat in cognitione occisoris».
    L'interrogatorio di Odorico di Corona segna l'avvio della formale raccolta delle testimonianze e della ricostruzione degli eventi: importante particolare procedurale, i testimoni sentiti in sede inquisitoria non saranno più riascoltati in sede processuale per confermare o eventualmente modificare o ritrattare la propria testimonianza.

  • martedì 11 ottobre, Frassenetto.
    «Actum in ecclesia Sancti Ioannis Baptistae ville de Frasaneito. Ubi.
    Per magnificos dominos gastaldionem, et iudices terrae Tulmetii visum, et repertum fuit cadaver cuius duo homini masculi citatis ex aspect ut videbatur annorum 60 in circa [...] una ferita in su la costa mendosa dalla banda destra penetrando nelli interior, et offerendoli fatta di cortello, over altra simil arma; la qual ferita era mortalissima. Item un altra nel brazzo destro, arente il comedo, entrando dalla parte di fuori, et passando di dentro offendendo nervi, et vene, la qual ferita era mortale, rispetto al spasmo [...].
    Item visus, et repertus fuit quoque cadaver cuius dem alterius hominis masculi, aetatis ex aspectu ut videbatur annorum 22 [...] una ferita dedi tre di sopra la mamella sinistra, penetrando nel cuore la qual ferita era mortalissima, fatta di cortello, over altre simili arme. Item un'altra dedi tre di sotto la ponte del stomaco penetrando nell'interiori, et offendendoli, la qual era parimente mortualissima».
    Da Sigilletto i cadaveri delle vittime sono stati trasportati a Frassenetto, nella chiesa parrocchiale, dove il medico legale ser Petrum Ianisi procede all'esame visivo dei corpi: ciascuna delle vittime porta i segni evidenti di due ferite da coltello, tutte letali. Terminato l'esame del medico, gastaldo e giudici procedono con l'interrogatorio della moglie e madre delle vittime, Domenica di Val.
    Domenica non è ascoltata in qualità di testimone − la testimonianza delle donne è cosa abbastanza inconsueta nella procedura dell'epoca − ma solo come parte lesa. D'altra parte Domenica non era neppure presente ai fatti, e anche ai nostri fini la sua narrazione non può aggiungere molto al quadro d'insieme se non qualche particolare: «quando mio marito, et figliuolo uscirono di casa, non havevano arme di sorte alcuna per mio sapere, fuori che mio marito, il quale haveva un baston in fero. [...] quando successe questo caso, io era alla volta della fontana, dove così stando sentii una voce a cridare, dicendo ‛Giesù, che mi ha ferito', et conoscendo io, che alla voce era mio figliuolo, corsi a quel verso, et puoco dopo morse, et parimente mio marito circa due hore doppo la morte del fiolo passò ancor egli da questa al altra vita. [...] Dimandata se intende dar querela contra esso prete. Rispose signor si che intendo, che la giustitia lo castighi secondo il delitto per lui comesso».

  • martedì 11 ottobre, Tolmezzo.
    L'Arcidiacono e Vicario Placido Quintiliano, che ha inutilmente atteso il banditore abbaziale Alessandro Mauri, lascia Tolmezzo e si avvia verso Sigilletto. Pernotterà a Villa.

  • mercoledì 12 ottobre, Forno di Avoltri.
    In casa di ser Battista Martini, il Gastaldo e i giudici interrogano i testimoni Petrus quondam Ioannis Comeleani de Frasenetto e Ioannes filius Nicolai Brunassii, Leonardus Gerini, Valentinus de Corona, questi ultimi tutti di Sigilletto.
    Tutte sostanzialmente concordanti per ciò che concerne la dinamica dei fatti su cui si basa la ricostruzione operata dal tribunale, le testimonianze divergono invece in qualche dettaglio, molto probabilmente in dipendenza dei rapporti personali dei testimoni con il curato: alcune di esse infatti tendono ad alleggerire la posizione dell'omicida, suggerendo una qualche forma di attenuanti seppure basate, come fra breve si vedrà nel dettaglio, sul "sentito dire". Questi elementi di dettaglio, marginali e irrilevanti per gli inquirenti/giudicanti e pertanto assenti nel verbale processuale, sono di grande interesse ai fini della nostra ricostruzione dell'ambiente in cui il delitto ha avuto luogo e, possiamo già anticipare, "è maturato". Ne tratteremo in dettaglio più oltre.

  • mercoledì 12 ottobre, Valpicetto.
    Sulla via per raggiungere il luogo del delitto, Placido Quintiliano si ferma a Valpicetto per procedere all'interrogatorio di Iacobus del Machin di Pesariis, uno dei due pivadori della festa di Frassenetto probabilmente sulla via del rientro al suo villaggio. Anche questo testimone poco aggiunge alla sostanza dei fatti, tranne il dettaglio che nella colluttazione pre' Domenico sarebbe stato afferrato per il capo da una delle vittime, il giovane Ioannis di Val.

  • mercoledì 12 ottobre, Rigolato.
    Nello stesso giorno Quintiliano dà mandato a don Iacobus Brunasso, parroco di Rigolato, di catturare ed eventualmente trattenere il fuggiasco. È un passo di carattere meramente burocratico: l'arcidiacono/vicario pensa o teme che il prete in fuga possa cercare ricetto o aiuto presso i colleghi della zona, e dunque comanda al prete della cura più vicina a Sopraponti, per l'appunto Rigolato, di trattenere l'omicida in fuga qualora egli si presenti presso di lui. Un fatto in sé irrilevante, se non fosse per l'espressione che Quintiliano utilizza per definire Barzagnino: «Dominici Bergagnini olim curati Frassenetti», il "fu curato" di Frassenetto. Tale terminologia può essere dovuta al semplice fatto che il prete in fuga ha abbandonato la parrocchia, la sua "cura", e dunque è di fatto "ex" curato: tuttavia, quell'"olim curati" è anche un'anticipazione della sentenza che, qualora catturato, ridurrà formalmente Barzagnino allo stato laicale (v. più oltre).

  • giovedì 13 ottobre, Sigilletto.
    Raggiunto infine il luogo del delitto Quintiliano assiste all'interrogatorio di quattro testimoni. Tre di essi, Ioannes filius Nicolai Brunassii, Leonardus Gerini e Valentinus de Corona, tutti di Sigilletto, sono già stati sentiti dal gastaldo e dai giudici due giorni prima. La nuova audizione riguarda invece Daniel Pustettus di Comeglians, l'altro pivadôr insieme a Iacobo del Machin già sentito a Valpicetto il giorno prima. Di un particolare di questa testimonianza abbiamo già dato conto nella cronaca del giorno del delitto: Pustetto è l'unico a testimoniare intorno ai particolari della fuga di Barzagnino, nonché del soccorso cercato e in qualche modo ottenuto ad Avoltri presso Zuane Romanin.
    Tuttavia c'è un altro particolare di Daniel Pustetto che richiama la nostra attenzione. A meno di un possibile ma improbabile caso di omonimia − tutti gli indizi tendono tuttavia a escluderlo − Daniel è il padre di Susanna Pustetto, la previda di pre' Leonardo Mirai parroco di Comeglians le cui vicende sono state mirabilmente narrate e documentate da Annalisa Comuzzi (v. più oltre). E saranno proprio Susanna e pre' Leonardo a gettare una luce sul passato di pre' Domenico Barzagnino: uno squarcio brevissimo, che tuttavia lascia nella mente un'impronta durevole.

  • sabato 15 ottobre, probabilmente a Sigilletto.
    Terminate le audizioni dei testimoni, Quintiliano stabilisce di procedere con alcuni passi procedurali che porteranno infine all'istruzione del processo. In particolare ordina di procedere con l'inquisitio, l'inchiesta inquisitoria, e di produrre una formale citazione a comparire a Barzagnino, pena la dichiarazione di contumacia. Stante la gravità del delitto e la fuga dell'omicida, è un atto tanto necessario quanto meramente formale e di nessun effetto: la citazione sarà affissa agli albi pubblici, il banditore la leggerà ad alta voce nei paesi della Carnia, ma il latitante Barzagnino − che conosce benissimo il rischio che sta correndo di fronte a una condanna più che certa − opterà sicuramente per una assai meno pericolosa contumacia.

  • mercoledì 19 ottobre, Moggio.
    Nell'Abbazia, sede dell'Abate Agostino Mauroceno − principe feudatario che non sta mai a Moggio ma è formalmente il titolare anche del potere giudiziario − ha luogo l'inquisitio. Davanti a Quintiliano si ricostruiscono i fatti del 9 ottobre a Sigilletto: si procede alla citazione formale a Barzagnino a comparire entro 9 giorni, diversamente sarà dichiarato contumace e processato come tale.

  • sabato 22 ottobre, Moggio.
    Sulle scale dell'Abbazia il banditore legge pubblicamente il testo ufficiale dell'inquisitio. Il giorno stesso il testo è affisso in piazza.

  • sabato 12 novembre, Moggio.
    Si tiene l'udienza processuale. Presiede Placido Quintiliano «plebanus Tulmetii archidiaconis patriarcalis Carnee, et pro illustrissimo ac reverendissimo d.d. Augustino Mauroceno miseratione divina r. Abbatie Sancti Galli de Modio commendatario prope habente merum et mixtum imperium, et onoranda iurisdictionem cum potestate gladii in dicta Abbatia in spiritualibus». Quintiliano rappresenta l'Abate di Moggio e dunque il potere giudiziario (v. sopra).
    Dopo avere ripercorso gli eventi (ma non le singole testimonianze) il tribunale emette la sentenza. «dicimus et sententiamus et declarando ipsum presbyter Dominicum incurrisse irregularitatem, et bannitum a Modio et tota eius iurisdictione perpetue temporib. et si fregens confinia captus fueris quod deponatur a gradu sacerdotali, et detur iudicibus temporalibus quibus spectat qui amputari faciant eius capit a spatolis ita q. moriatur, et in exper. omnibus processus ... ut supra dicimus, sententiamus, bannimus et declaramus hoc et omni meliori modo. Laus deo». Il contumace Barzagnino è condannato al bando perpetuo dalla giurisdizione di Moggio. Qualora, e solo nel caso in cui, il condannato fosse catturato in violazione del bando sarebbe privato del grado sacerdotale e gli sarebbe spiccata la testa dalle spalle. Giustizia è fatta? No.

No, giustizia non è fatta. Oltre ai numerosi attributi di Quintiliano sopra elencati, fra le prerogative dell'Abate il dispositivo della sentenza richiama anche il potere di merum et mixtum imperium. Ostentazione non necessaria: visto lo status di religioso dell'imputato, di fatto il tribunale abbaziale siede in spiritualibus, concedendo motu proprio il privilegio di foro all'imputato contumace. Come abbiamo visto, il dispositivo della sentenza consegna il condannato alla giustizia secolare solo per l'eventuale esecuzione della pena capitale.
Giustizia non è fatta, e non solo perché il duplice omicida Barzagnino è a spasso, libero come l'aria. Questa libertà dell'assassino non è un modo di dire, perché l'amputari faciant eius capit a spatolis della sentenza, la minacciata decapitazione è solo uno sventolar di carte. Sì, perché presupposto necessario dell'esecuzione della sentenza, ossia della riduzione allo stato laicale prima25 e della decapitazione poi è il fregens confinia, è la violazione del bando perpetuo dalla giurisdizione di Moggio. Barzagnino può persino andare a esercitare altrove il suo ministero (finché non torna a Moggio è ancora prete): non a Comeglians o Monaio − dove stanno preti suoi sodali e pure peggiori di lui − perché ancora nel piviere di Gorto, ma sì a Sutrio, Paluzza, Paularo, Socchieve, persino Tolmezzo. Può andare tranquillo a Gemona − facendo però attenzione a non transitare per Cavazzo, Moggio o Venzone, territori abbaziali! − e può persino tornarsene al suo paesello d'origine, Campolongo. Sempre che ce lo vogliano, laggiù, dove probabilmente lo conoscono bene.

Ben altro sarebbe stato se, invece del tribunale ecclesiastico, a giudicare un qualsivoglia Barzagnino-non-prete fosse stato il tribunale secolare, il Gastaldo di Tolmezzo. Quest'ultimo rappresenta il luogotenente del Friuli, rappresenta l'autorità veneta che è assai meno incline ai sottili distinguo dei confini abbaziali e consimili, e una condanna vale da Sigilletto fino all'Adda.

Ciò detto, è probabile che il protagonista (in negativo) della nostra storia sia uscito indenne dalla vicenda e abbia finito i suoi giorni nel suo letto. Sempre che, viste le sue inclinazioni violente, non abbia combinato disastri altrove. Insomma, come e dove sia finito pre' Domenico Barzagnino da Campolongo non sappiamo e forse non sapremo mai. Cerchiamo almeno di capire come e dove ha iniziato.

Non sarà cosa facile: ancorché prete, cercare notizie di un singolo uomo nel Friuli fra '500 e '600 somiglia molto al classico ago nel pagliaio. Tuttavia, per via induttiva e interpolando le poche informazioni disponibili proveremo a ricostruire almeno una sorta di profilo dell'omicida. Grazie all'abbondante documentazione sarà invece assai più agevole ricostruire, anche se pur sempre in maniera concisa, il contesto in cui maturò il delitto.

Gli ante-antefatti

Domenico Barzagnino nasce a Campolongo al Torre intorno al 1552. È lui stesso a provvedere l'informazione in merito quando, già parroco di Sopraponti, nel corso della visita pastorale del vicario patriarcale Agostino Bruno del novembre 1602, di suo pugno scrive: «Risposta alli Capitoli di me Domenico Barzagnino di Campo Longo della Patria del Friuli et hora Curato Sopra Ponti.

1) il nome mio et paese ut supra, et son d'anni 50 incc.^a^».

L'incertezza intorno alla data − "d'anni 50 incirca" − è cosa normale per quegli anni, quando i registri parrocchiali sono ancora di là da venire. Anzi, a Sopraponti sarà proprio lo stesso Barzagnino, in ottemperanza alle disposizioni del Concilio di Trento, ad avviare la tenuta dei registri canonici di nascite, matrimoni e morti. Come che sia, all'epoca dei fatti delittuosi di Sigilletto Barzagnino ha circa 53 anni, un'età a quel tempo segno di una maturità da tempo superata e anzi di incipiente vecchiezza, una condizione che le modalità del delitto sembrano tuttavia contraddire.

Conzo di  Cormons
Conzo di Cormons (Museo della civiltà contadina del Friuli imperiale).

Dalla nascita di Barzagnino trascorrono trent'anni prima di rincontrarlo, nominato in un documento del 1582 già citato in precedenza. Sono tre decenni durante i quali non sappiamo dove il nostro sia e che cosa faccia, tranne una cosa: si fa prete.

«Barzagnino D Domenico, Campolongo, 1582 5/11 Deve pagare 5 conzi vino e £ 20 a Paolo Petrolo(?) prof di lettere umane per l'insegnamento ricevuto»26. È la traduzione/trascrizione da parte di don Guglielmo Biasutti di un originale più esteso, ma trattandosi di una registrazione di schedario è volutamente incompleta. Ecco invece l'originale: «dilectus p. Domenico Barzagnino da campolongo salutem teneri ad instantiam d. Pauli Petroli (?) humanorum [...] sub pœna sospensione a divinis [...] conzi 5 £.30 si educam»27.

Il documento è scarsamente leggibile, ma emerge chiaramente la parte omessa nella trascrizione dello schedario e che, ai nostri fini, è di estrema importanza: "sub pœna sospensione a divinis"28. Barzagnino ha circa 30 anni e ha già ricevuto gli ordini ("D Domenico"), tuttavia riceve − ancora? − insegnamenti di "lettere umane", per le quali paga un ammontare non proprio risibile: 30 Lire poteva essere la rendita annuale di una chiesa carnica, e quindi poca cosa, ma aggiunte a 400 litri di vino (un conzo corrisponde a circa 80 litri) il totale non pare proprio irrisorio.

Ma, soprattutto, perché un prete trentenne deve ricevere ancora lezioni di "lettere umane", e che possono essere mai queste "lettere" per un prete di quell'età? Certo non le Scritture o la patristica, che sono "lettere divine". Allora filosofia? Greco? I classici, Virgilio, Dante? Poco e anzi per nulla credibile per un prete della Bassa friulana del '500 non destinato né alla carriera curiale e ancor meno a scalare le gerarchie ecclesiastiche, come poi dimostrerà la sua destinazione a una parrocchia carnica "fra boschi e poverissima" come Sopraponti. Che altro, dunque?

Una chiave di lettura ce la fornisce lo stesso documento, quel "sub pœna sospensione a divinis" sul quale già si è appuntata la nostra attenzione. Ecco dunque perché Barzagnino ormai trentenne − e soprattutto già prete! − deve ritornare (o forse andare) a scuola, pagando profumatamente le lezioni: perché è sotto la minaccia di sospensione a divinis, e questo ci indirizza decisamente verso l'interpretazione di quelle "lettere umane" come insegnamento del latino. È il latino a essere funzionale e anzi necessario al ministero sacerdotale che Barzagnino ha intrapreso, e non altre "lettere umane", e forse don Barzagnino non "torna" a scuola di latino, ma ci va per la prima volta.

Con questa "scuola" intorno al nostro hanno inizio le singolarità o piuttosto le anomalie, perché quanto emerso dal mandatum ha una necessaria e ineludibile implicazione: don Barzagnino ha ricevuto gli ordini senza conoscere il latino, o senza conoscerlo abbastanza. Perché? Perché non negargli l'ordinazione prima, anziché minacciarlo di sospensione a divinis poi? E anche: quanto tempo prima di questo evento Barzagnino è stato ordinato, posto che a trent'anni sa troppo poco di latino per fare il prete? Nel mettere in fila tutti gli indizi − più che indizi non abbiamo − nel prosieguo dovremo anche mettere in campo un po' d'inventiva. Beninteso, non senza qualche riscontro.

Curato a Sopraponti: una strana nomina

Dopo quelle lezioni di latino pre' Domenico scompare nuovamente dai documenti. Forse esercita − per la prima volta? nuovamente? − il magistero come parroco o cappellano, ma anche nel '500 il Friuli ha troppe chiese per sperare di ritrovarne le tracce. Andiamo oltre, 9 anni più tardi.

Pre' Domenico riappare nel 1591, al momento della sua nomina a curato di Sopraponti. Ricompare con l'assai poco gradevole viatico di quella strana postilla che abbiamo già annotato, «donec provideatur de alio magis idoneo»: finché non si trovi un altro maggiormente adatto al ruolo. Ma perché Pre' Domenico è inadatto, o almeno poco adatto? Solo perché poco ferrato in latino? Certamente no, anzitutto perché le lezioni di "lettere umane" le ha ricevute e, a quanto sembra, la minaccia di sospensione a divinis non si è concretizzata. Inoltre, i preti con poca familiarità con il latino abbondano in Carnia (e altrove), e anche per ciò quella minaccia di sospensione a divinis con la quale pre' Domenico fu rimandato a scuola sembra quasi strumentale, e forse lo era davvero.

Patria del Friuli olim Forum Iuli
1636. Carta della Patria del Friuli olim Forum Iulii, stampata ad Amsterdam da Ioannes Ianssonii (Giansonio). La carta è sostanzialmente una copia, errori compresi, della omonima mappa di Giovanni Antonio Magini del 1598. I due cerchi rossi corrispondono a Sopraponti (in alto) e Campolongo al Torre (in basso)

E ancora, perché per la più lontana e sperduta parrocchia della Carnia si va a 100 km di distanza a prendere un prete "poco adatto", e poi lo si tiene lì per 14 anni difficilissimi, con rapporti a dir poco problematici con la popolazione? Le domande − e le risposte − sono ovviamente interconnesse, ma noi abbiamo una plausibile riposta solo alla seconda: perché "sul mercato" non vi sono altri preti, o non ve ne sono di disponibili, e si prende qual che c'è o quel che si presta.

E qui sorge infine una terza domanda, anch'essa − per ora − senza risposta: perché Barzagnino accetta questa parrocchia di Sopraponti, «posta in luogo di montagna, fra boschi e poverissima»? Quali siano le ragioni non sappiamo (proveremo a immaginarle), ma pre' Domenico avrà certo avuto le sue, buone o persino ottime.

Da quando il nuovo curato arriva a Sopraponti le notizie su di lui si fanno più frequenti, anche se non sempre − anzi mai − positive: rieccolo dunque nel 1597, ormai da più di cinque anni titolare della parrocchia. Se finora i contorni del prete sono un po' ambigui ma troppo poco definiti per un qualsivoglia giudizio, ora cominciano ufficialmente i guai.

Verso la fine di gennaio del 1597 a Comeglians si festeggia un battesimo, e gli animi sono riscaldati dallo scorrere del vino: Barzagnino è fra i presenti, e si trova coinvolto in una discussione piuttosto animata che sfocia in un aperto diverbio. È la discussione "Furlani contro Cargnelli" cui già abbiamo fatto cenno a proposito delle origini del prete, ma dal campanile l'oggetto della lite si sposta a ben altri argomenti. Rivolto proprio a Barzagnino il padrone di casa, l'oste-notaio Gregorio Gonano, sbotta: «Voi date troppo scandalo [...] voi seti causa d'heresia [...] io credo, se mi confessassi da voi, che per la vostra vita troppo scandalosa io reputassi la confession nulla, et di nessun valor». Gonano poi rincara la dose con «Voi altri preti attendeti a darvi bon tempo, et bere, et magnar, et imbriagar», e culmina infine con un perentorio «quando mi bisognasse confessarme [...] saria mancho mal remetter li mia peccati al Santissimo Iddio, che confessarmi da voi»29.

Il pesantissimo e incauto sfogo di Gonano è certamente dettato dal fervore della discussione e dal vino, ma non manca tuttavia di lucidità, di dignità morale e persino di riscontro immediato, dal momento che i preti dovrebbero tenersi alla larga dalle osterie, e proprio qui ve ne sono invece ben due: lo stesso Barzagnino e Leonardo Mirai, il parroco di Comeglians su cui avremo modo di soffermarci più avanti. Insomma, forse Gonano non si rende conto del pericolo che sta correndo, ma sa bene quel che dice. In punta di teologia le sue affermazioni riguardo alla validità della confessione sono certo errate e dunque pericolose, e per queste proposizioni eretiche Gonano finirà sotto processo davanti all'Inquisizione, denunciato proprio dallo zelante Mirai. In sede processuale l'imputazione a Gonano di "proposizioni eretiche" sarà poi derubricata in "atti di irriverenza verso persone sacre"30: nella "persona sacra" oggetto di irriverenza si ravvisa ovviamente la figura di Barzagnino, intorno alla cui vita scandalosa − sua e di tutti "voi altri preti" − denunciata senza mezze misure da Gonano non si ha invece notizia di provvedimenti disciplinari o anche solo di inchieste.

Ed è proprio questo l'aspetto più sconcertante di una vicenda in sé marginale. Ciò che il tribunale inquisitoriale non coglie è la potenza deflagrante dell'accusa di Gonano che, con una sola frase, fa esplodere dall'interno la profonda contraddizione del "sistema" ecclesiastico di presidio del territorio: quel "voi seti causa d'heresia" con cui Gonano apostrofa non solo il prete Barzagnino ma "voi altri preti" è un poderoso atto d'accusa nei confronti del basso clero, che da sentinella nei confronti del contagio ereticale si trasforma esso stesso in "causa d'heresia", ma è implicitamente un pesantissimo atto d'accusa nei confronti della gerarchia ecclesiastica che quelle vite scandalose, pessimi esempi ed esse stesse fonti di devianza, non reprime e anzi lascia propagare, quando non addirittura protegge.

Ma siamo solo agli inizi.

Il processo per concubinato a pre' Leonardo Mirai e le accuse a Barzagnino

Un altro incidente di percorso in cui fra il 1600 e il 1601 incappa il curato di Sopraponti ha nuovamente come protagonista il collega e "amico" pre' Leonardo Mirai, curato di Comeglians. Mirai è alle prese con un affaire già all'avvio assai spinoso, ma le cui conseguenze di medio e lungo periodo saranno violente e tragiche, anche se all'apparenza meno truci di quelle di Barzagnino: tuttavia, per il momento il curato di Comeglians è accusato "solo" di rapporti carnali una giovane parrocchiana, Susanna Pustetto, e di averla resa gravida31. Come da sua indole, Mirai reagisce negando tutto, anche l'evidenza, ma soprattutto contrattacca: se da un lato accusa la concubina Susanna di essere poco meno di una prostituta, dall'altro imputa ad altri la responsabilità della gravidanza della giovane. E fra gli accusati da Mirai c'è proprio il suo collega e sodale pre' Domenico Barzagnino, curato di Sopraponti.

L'accusa a Barzagnino non è né estemporanea né informale, ma risulta dall'interrogatorio di Mirai davanti al tribunale ecclesiastico di Moggio. È in questa sede che il curato di Comeglians afferma che «per fama pubblica si dice che messer Antonio Gonano e messer Pre Domenego curato di Sopraponti habbino havuto negotio con lei; e messer Pre Domenego s'ha vantato proprio che la notte di Santo Zorzi del mese aprile passato, hebbe affar con detta Susana»32. La vanteria di "pre Domenego" Mirai l'ha sentita da Natale delli Zuani di Mieli, che sempre davanti al tribunale di Moggio, testimonierà come «messer Pre Domenego de Sopraponti, in casa di messer Pre Lonardo, una sera disse di sua propria bocca [...] che una notte di San Zorzi haveva havuto da far carnalmente con questa Susana capitulata, da tre o quattro volte salvo il vero. Questo non so se lo diceva davero, o da beffa»33.

Tuttavia, tanto il curato di Comeglians che i suoi testimoni a discarico non saranno creduti: il processo si concluderà con la condanna (lieve) di Mirai, mentre Barzagnino non avrà altra conseguenza che una ulteriore nota nel nostro cahier des doléances che lo riguarda. Una nota grave, perché se nel merito della vicenda di Susanna Pustetto il curato di Sopraponti è giuridicamente innocente, e come tale non subisce alcuna conseguenza penale, non altrettanto si può dire della sua reputazione agli occhi nostri e, si può ragionevolmente ritenere, davanti alle anime che aveva in cura. Al di là dell'accusa e del fatto in sé, a suscitare stupore è la disinvoltura con cui in una canonica (altrui) un prete discetta, non importa se per vero o per celia, del suo "far carnalmente" con questa o quella donna dei dintorni, e gli astanti non sembrano avere alcunché da obiettare. Come che sia, le accuse che Barzagnino riceve da Mirai e da Natale delli Zuani sono perfettamente coerenti con quelle di "vita troppo scandalosa" da parte di Gregorio Gonano, tre anni prima: ora come allora il braccio della giustizia ecclesiastica neppure lo sfiora, ma il giudizio morale su di lui si aggrava ulteriormente.

La visita pastorale

Nel novembre del 1602, nel corso della visita pastorale del vicario Agostino Bruno alla parrocchia di Sopraponti − la stessa occasione in cui il visitatore ricorda per iscritto la ormai famosa inadeguatezza di Barzagnino alla nomina − sempre a proposito del curato l'esaminatore scrive «incurisse in suspensione a divinis quia [...] celebrato matrimonio in veste non talare nec fuit receptus bene instructus in administratione S.ti Baptismi»34. Il provvedimento disciplinare ricordato dal vicario è poi ammesso dallo stesso Barzagnino, il quale tuttavia omette le proprie gravi manchevolezze nella somministrazione dei sacramenti, e riduce il tutto a mere questioni formali e quasi estetiche: «sono stato dispensato per esser incorso nella irregolarità per haver celebrato in veste curta, et per essere stato negligente a pigliar il consenso delli contraenti»35.

In buona sostanza l'ormai cinquantenne curato risulta inosservante nell'applicazione − e prima ancora nella conoscenza − delle prescrizioni in materia sacramentale, in particolare riguardo alla celebrazione del matrimonio e alla somministrazione del battesimo. L'infrazione gli costa una sospensione a divinis della quale non conosciamo la durata, ma che tuttavia possiamo immaginare breve o subito annullata o sospesa, poiché dai registri parrocchiali non sembrano emergere discontinuità, e soprattutto dal sopravvenire degli eventi dell'anno successivo, già alle porte, che lo vedranno protagonista sempre nella veste di curato. Ma ciò che più sorprende è come un prete ormai navigato possa ancora cadere in inosservanze procedurali apparentemente banali − non certo sotto il profilo canonico ma in termini di tempo e risorse necessarie all'adempimento − e la cui ottemperanza avrebbe richiesto un impegno tutto sommato modesto. Da ciò e dagli eventi successivi nel ministero di Barzagnino sembra già ravvisarsi quanto meno una buona dose di superficialità, una sorta di trascuratezza nei confronti del suo ministero − se non proprio una totale estraneità o indifferenza al proprio mandato −, una ricorrente negligenza che di lì a poco farà nuovamente la sua comparsa in maniera ancora più palese.

Infatti, da quella faticosa e problematica visita pastorale passa meno di un anno, e Barzagnino finisce nuovamente nei guai.

Barzagnino a processo, ma sono bagatelle

Questa volta non si tratta di una tirata d'orecchie del vicario o di semplici dicerie, ma di problemi giudiziari veri e propri: il 26 febbraio 1603 pre' Domenico è davanti al tribunale ecclesiastico accusato di ubriachezza e ingiurie, accuse che richiamano nuovamente quelle di Gregorio Gonano di pochi anni prima: gli alterchi, l'"imbriagar", la "vita scandalosa". L'accusa è una, ma gli eventi scandalosi sono due: «Presbiterum Dominicus Barzagnino Curatus Frassenetti in vigilia S.^ti^ Nicolai [...] in villa comegliani Canalis gorti vino plenus dedid magnu scandalum populo [...] et pariter [...] in die ultimo decembris in dicto loco comegliani in stupha domus D.ni Jacobi Tavoschi Candidus Monch accepisset ipsi presbiterum fazolettum. Dictus presbiterum plenum quoque vinum [...] "tornami lo mio fazoletto, e si no me lo torni te ho per ladro»36.

Nel primo caso, dall'accusa emerge solo che il 5 dicembre, vigilia di s. Nicolò, Barzagnino "vino plenus" ("pieno di vino") ha dato pubblico scandalo. Nel secondo caso, l'accusa riguarda una lite in casa di Jacomo Tavoschi, scoppiata per motivi meno che futili fra Candido Monch e Barzagnino − la sottrazione di un fazzoletto, l'accusa di ladrocinio, la replica piccata − ma è nuovamente conclamata l'ubriachezza di pre' Domenico, essendo egli nuovamente "plenum vinum".

Il tutto finirebbe in nulla, perché i due litiganti si riconciliano con reciproca richiesta e concessione di perdono, come testimonia Leonardo di Qual: «poi fecero pace [...] e il prete li dimandò perdono37» ma dopo la denuncia formale di due benpensanti cittadini di Comeglians il processo è inevitabile.

Escussi i testimoni, sull'accaduto si interroga Barzagnino la cui risposta è invero, e per più d'una ragione, assai singolare: «Interrogato dove si trovò ad esser la vigilia si S.^to^ Nicolò del mese di ottobre passato [Barzagnino] resp. 'io mi trovai a esser in Comelgiano per imparare le cerimonie della messa dal Rev.^do^ m. pre Lonardo Miraio si come mi haver ordinato Monsig.^r^ ecc.^mo^ log.^te^ Presente visitatore'», per poi concludere con un altrettanto sorprendente «io non voglio fare alcuna diffesa, et renuntio ogni cosa, che potesse dire in tal fatto»38. Il prelato rinuncia a difendersi, e già questo suona strano, ma a rasentare l'incredibile è la motivazione che pre' Domenico adduce alla sua presenza a Comeglians poiché, a suo dire, si trovava colà per apprendere dal suo collega Mirai − lo stesso che lo aveva accusato di avere sedotto e ingravidato Susanna Pustetto − le cerimonie per la festa del santo, come prescrittogli dal vicario. Detto altrimenti, il vicario stesso fa obbligo a Barzagnino, già prete da più di vent'anni, parroco a Sopraponti da più di dieci anni, di recarsi presso un collega di una parrocchia vicina ad apprendere il cerimoniale. Non fosse scritto nero su bianco in un verbale processuale, suonerebbe incredibile.

Di ritorno al merito del processo, forse grazie alla riconciliazione fra i litiganti, forse per l'umile atteggiamento dell'imputato e la sua rinuncia alla difesa, il processo è sospeso senza alcuna conseguenza per il parroco di Sopraponti.

Prima di chiudere anche questo capitolo, una nota a margine delle numerose testimonianze rese nel processo, dalle quali emerge chiaramente come a molti testi sia posta la domanda, mai però esplicitata nel verbale, se pre' Domenico tenga donne in casa. Tutti sono concordi nell'indicare la presenza della sola perpetua, come afferma anche Leonardo di Qual: «esso tiene una donna vecchia di anni assai che lo governa et li lava li drapi et cusina», beninteso dopo aver precisato che «si sa o ha inteso dir che [il curato] mena cattiva vita et non faci la debita cura nei suoi lochi»39.

Una grave irregolarità, ma senza processo

Sempre nel 1603 giunge a Tolmezzo una nuova segnalazione riguardante il curato di Sopraponti e la sua negligenza nell'esercizio del suo ministero. Florida di Val di Sigilletto lamenta che, richiesto di dare l'olio santo all'infermo Piero di Val, il curato ha rifiutato replicando «io no voglio dar l'oglio santo ai matti»40. Stando al verbale, l'infermo muore il giorno successivo al rifiuto, ma nei registri non v'è traccia della sua morte: nella parrocchia in quell'anno si registrano sei decessi, ma fra essi non c'è Piero, e d'altra parte il curato ben difficilmente avrebbe potuto redigere la formula che egli stesso utilizza, "morse et hebe li ordini di Santa Chiesa". Insomma, dove e come sia stato sepolto Piero di Val non ci è dato sapere41.

Conzo di  Cormons
All’epoca dei fatti il cimitero della chiesa di s. Giovanni Battista di Sopraponti non era separato da essa, come è oggi, e i defunti erano sepolti nel sagrato. Dopo la traslazione all’esterno, del vecchio cimitero rimane solo una bella lapide settecentesca ora appoggiata al muro nord-est della chiesa, del quale è qui ritratto il quarto superiore dove si legge STA PASSAGGIERE E LEGY/QUI GIACE SEPOLTA DONA DOMENI/CA GERINA NATA DI TAMER DI COLI/NA DI SUA ETA’ ANI 45 MORI’ L’ANNO/1774 AdI’ 7 SETEMBER EBBE 10 (segue). Sposata nel 1750 con Valentino Gerin di Frassenetto, in 24 anni di matrimonio Domenica ebbe 13 figli, dei quali ben 8 le premorirono..

Il fatto è gravissimo, tanto sotto il profilo canonico-procedurale che morale, perché il curato si è reso responsabile della morte di Piero di Val privo di sacramenti. Tuttavia, non essendo stata sporta denuncia formale ma solo una semplice lagnanza, è formalmente sancito il non luogo a procedere, e nei confronti di pre' Domenico non è aperto alcun procedimento. Al di là del giudizio morale e del diritto canonico, ai nostri più modesti fini vale ancora una volta sottolineare la sostanziale estraneità del curato di Sopraponti alla propria missione sacerdotale.

Intorno a questa e altre precedenti vicende si impone ormai una riflessione. Il comportamento "scandaloso" e deviante di pre' Domenico è documentato in almeno quattro occasioni e registrato nei relativi documenti ufficiali: 1) il diverbio con Gregorio Gonano nel 1597; 2) l'accusa di essere stato lui a ingravidare Susanna Pustetto nel 1600/1601 o almeno di "averla conosciuta carnalmente" e, ciò che è peggio, di averne menato vanto; 3) l'alterco "del fazzoletto" del 1603; 4) la lagnanza per mancata somministrazione dell'olio santo a un moribondo di cui in questo stesso paragrafo. Tutto scritto, tutto documentato nei verbali della cancelleria abbaziale di Moggio. Eppure, paradossalmente, Barzagnino sarà processato solo per il fatto più banale e meno grave, la lite "del fazzoletto" a Comeglians, che per di più si è conclusa con la rappacificazione e il perdono dei contendenti: e ciò in quanto quella lite è la sola per la quale l'autorità ecclesiastica riceve formale denuncia da due probi, onesti e scandalizzati cittadini di Comeglians, Lonardo di Qual e Daniel Monch. In tutti gli altri casi la notitia criminis, ancorché messa nero su bianco e riguardante crimina che vanno ancora dall'ubriachezza a reati e irregolarità decisamente più gravi, come i rapporti carnali con Susanna Pustetto − o almeno la sua vanteria in merito − e il rifiuto di impartire i sacramenti, non è sufficiente a dare avvio ad alcun provvedimento.

Strana idea di giustizia: sembra sufficiente che un prelato dal carattere irruento e irascibile intimorisca le vittime e i testimoni, e l'impunità è garantita. È probabilmente così che Piero di Val muore senza sacramenti, e sua moglie Florida si lamenta con le autorità ma non denuncia formalmente il curato: l'autorità prende debita nota, registra l'assenza di querela formale e sancisce il non luogo a procedere. Forse, dopo tutto, il tribunale ecclesiastico di Moggio ha già il suo daffare, e anche questo è un modo per alleggerire il carico di lavoro.

Sopite e troncate le possibili conseguenze giudiziarie del gesto del curato permane tuttavia il suo potenziale destabilizzante e contraddittorio nei confronti degli equilibri nel triangolo gerarchia ecclesiastica-basso clero-comunità dei fedeli quali riteniamo ancora sussistere in epoca postconciliare e dei quali si tratta più oltre (p. 22→). In quella sede ritorneremo anche sull'impatto della mancata somministrazione dei sacramenti da parte di Barzagnino sulla comunità locale, o piuttosto sulla sua apparentemente totale mancanza di effetti.

Pre' Domenico e il suo gregge

Due anni ancora e siamo ormai al delitto di Sigilletto. Dalle deposizioni dei testi interrogati dopo gli omicidi emergono ulteriori elementi sulla personalità e sulla condotta di Barzagnino, nonché sui suoi rapporti con i parrocchiani: non ne sentiamo grande necessità, bastandoci quanto già noto, ma emergeranno nuovi e interessanti e elementi. A corollario, e siamo a pochi minuti prima del delitto, già il fatto che in canonica si suonasse e si ballasse − attività espressamente vietate al clero anche al di là della presenza o meno di donne − è indice della disinvoltura con cui pre' Domenico interpreta il proprio ruolo di pastore d'anime.

Il primo teste a essere interrogato è Pietro Comeleani di Frassenetto. Non è fra i presenti in canonica e non assiste all'omicidio, ma accorre in tempo per vedere disarmare il prete. A domanda sulla figura del prete il teste risponde «era un diavolo, et tutti lo temevano perché era così balordo et precipitoso, si che si faceva temere da tutti. [...] il sudetto prete alle volte ha tenuto hosteria publicamente, ma da un tempo in qua non la teniva perché nessuno gli voleva dar vino perché lui non pagava la robba che pigliava a credenza»42.

Depone quindi Ioannes Brunasso di Sigilletto. Anch'egli non è presente in canonica ma alle grida dell'alterco accorre in tempo per assistere all'omicidio e, insieme a Zuanne di Baiarzo di Collina, a bloccare il prete, disarmandolo. Anch'egli a domanda risponde «alle volte il prete teniva hostaria, et alle volte no, et è persona scandalosa». Lo stesso Brunasso è riascoltato il giorno successivo, alla presenza di Placido Quintiliano. Non aggiunge nella di nuovo alla sua testimonianza del giorno prima, tranne un sentito dire da Zorzi de Runchia, che stava a letto nella stua dove il prete era stato rinchiuso e che probabilmente lo ha aiutato a uscire dalla finestra: [Zorzi] «mi ha ditto che lo prete voleva uscir fori con doi cortelli et menar così, slargando li brazzi in qua et in là, ma che lui lo preghete che non facesse questo».

Quindi testimonia Leonardo Gerin di Sigilletto, fra i presenti in canonica già prima del delitto e parente stretto delle vittime. «detto prete stava sempre in radigo hor con uno hor con l'altro della nostra villa. [...] alle volte esso prete teniva qualche puoco di vino, et ne vendeva tal volta, et tal volta no». Anche Leonardo viene riascoltato il giorno successivo, quando aggiunge dettagli di non poco conto anche sui momenti precedenti il delitto: «essendo venuto doppo cena qui in casa de mio compadre il pretto nostro curato, come io li promissi, che lui voleva che io venissi a cena con lui, ma io non volsi, et quando esso mi invitò io li disse 'Compadre andate a casa, et non uscite di casa questa notte, che faceste quache bagatella' et lui disse 'Non vi dubitate compadre, che non voglio'». E ancora, sempre in riferimento al curato «come era un poco bevuto faceva delle bagatelle et hora minacia per quanto si ragiona di volerne venir ad abbrugiar la villa».

Infine Daniel Pustetto da Comeglians, che insieme all'altro pivadôr Iacobus del Machin abbozza una sorta di discolpa o di attenuante per Barzagnino: non fosse per la sua lunghezza, la testimonianza meriterebbe esser riportata per intero, ma ci limiteremo ai punti salienti.

Pustetto inizia attribuendo intenzioni aggressive già ai giovani che chiedevano ancora musica per sé invece di lasciar andare i pivadôrs in canonica, come richiesto dal parroco: «mentre noi andavamo per cenar da pre Domenego, sentissemo che quei zoveni dicevano 'Volemo andar, et tirarlo fora di casa et rovinarlo', et li portavano poca reverentia certo, ma il prete non sentite queste parole».

E ancora, inequivocabile, Pustetto afferma «Dimandato se fra loro [fra le vittime e Barzagnino] era qualche inimicitia per avanti. [Pustetto] Rispose di questo non so, ma per quanto io m'accorsi essi de Sigiglietto havevano cattivo animo verso pre Domenego, et perché lui dubitete de loro fece quel botto, et menete le mani». Insomma fra i villici e il parroco non correva buon sangue.

Particolare della Sezione XV 5 della <em>Kriegskarte</em> di VON ZACH
Particolare della Sezione XV 5 della Kriegskarte di VON ZACH con il percorso seguito da Barzagnino nella sua fuga da Sigilletto (al centro) ad Avoltri (a sinistra), passando da Frassenetto e in prossimità della chiesa parrocchiale (cerchiata in verde). Nel 1804, anno di stesura della carta, la viabilità è ancora quella di 200 anni prima, del 1600 e dunque dell’epoca dei fatti. Trattandosi di un percorso privo di alternative e dunque obbligato, Barzagnino deve necessariamente avere seguito questa via, attraversando anche gli abitati di Frassenetto e Forni.

Infine è sempre Pustetto, e solo lui, a fornire dovizia di particolari su ciò che accadde dopo il delitto, mentre tutti erano impegnati a soccorrere le vittime. Dice in due riprese il pivadôr, non senza qualche contraddizione: «all'hora [subito dopo il delitto] pre Domenego si serò in la stua, et scampò fora per un balconetto picolo, che non so in che fusse uscito di la fora a quello visto, che haveva di fora via del balconetto lasciato insanguinato nel muro, che per intender esso si cavò le braghesse, et come ho inteso da Zuane Romanin de Voltri esso andò la descalzo, et che li haveva mostrato ove era guasto, et detto Zuane Romanin nel dimani a bon hora fu mandato da s.eto pre Domenego a dir alli homini di Sigiglietto, che li mandassero le sue cose».

Narrazione quasi neutra, da spettatore o, nuovamente, da narratore di cose udite da altri, e così è. «Et m.o Agostino Cosset43 come esso mi ha ditto tenite lo saltello della porta della stuva tanto, che pre Domenego uscite fuori, et scampete per lo balconetto, et essi poi con furia entrorno dentro cercandolo per tutta la stuva, et io all'hora dissi 'Non fate dispiacer a quello [Zorzi da Runchia], che è sul letto, che lui no ha colpa', come no li fecero dispiacer alcuno».

Quindi pre' Domenico è in qualche modo agevolato nella fuga da Agostino Gussetto − e forse anche da Zorzi da Runchia − che tiene bloccato il saltarello della porta della stua per il tempo necessario a consentire la fuga del prete dalla finestra sul retro e di qui, seppure malconcio, ad Avoltri dove evidentemente sa di poter trovare, se non rifugio, almeno appoggio. Infatti, così è.

Il giorno appresso da Avoltri giunge a Sigilletto Zuane Romanin, inviato dal fuggiasco pre' Domenico a domandare che gli "mandassero le sue cose", con ciò facendo intendere di essere facilmente raggiungibile, se non dallo stesso Romanin, da parte di qualche amico fidato. Curiosamente gli inquirenti e lo stesso tribunale si disinteressano completamente dei favoreggiatori che hanno consentito la fuga dell'omicida, Agostino Gussetto e Zuane Romanin, il quale ultimo deve anche sapere dove Barzagnino si nasconde subito dopo il delitto, se non altro per consegnargli "le sue cose" rimaste in canonica a Sigilletto: agli atti dell'inchiesta non risulta alcun interrogatorio e men che meno incriminazione di Gussetto o di Romanin.

Insomma, anche se i rapporti del curato con il suo gregge erano indubbiamente difficili, come a suo modo sintetizza Daniel Pustetto nella sua testimonianza «essi de Sigiglietto havevano cattivo animo verso pre Domenego, et perché lui dubitete de loro fece quel botto», nel gito delle sue conoscenze non mancavano i sodali − non sappiamo quanto sinceri o interessati − come lo stesso Pustetto, o come chi a Sigilletto e ad Avoltri lo aiutò nella fuga.

Qualche riflessione

Ci siamo dilungati su fatti e testimonianze che coprono, seppure con qualche lacuna, l'intera permanenza di Barzagnino a Sopraponti, dal decreto di nomina alla fuga dopo il delitto, e il quadro che ne esce è inequivocabile: a questo proposito non possiamo non ricordare ancora una volta quella voce dal sen fuggita a Placido Quintiliano quando, la sera stessa del delitto, appena avvertito dei fatti e ancor prima dell'avvio delle indagini, per allertare il cancelliere abbaziale scrive "quel tristo di pre' Domenico". Quintiliano riassume in una sola parola, quel "tristo", l'intera personalità di Barzagnino, tutto ciò che noi abbiamo puntigliosamente elencato nelle pagine precedenti e che il vicario conosce benissimo. Quel che ne esce non è certo il profilo di un omicida, non ancora: è solo il ritratto di una persona dedita al bere e potenzialmente violenta. Una miscela pericolosissima che, tuttavia, non è mai sfociata in delitti contro la persona: tutt'al più nelle molestie e nelle ingiurie, non nei delitti. Almeno a Sigilletto, Domenico Barzagnino non ha ammazzato nessuno. Non ancora.

Tuttavia, per dare ragione di quel "tristo" scritto dal vicario non è certo sufficiente il curriculum con l'etichetta di "scandaloso" che ormai da qualche pagina accompagna il curato di Sopraponti: di preti altrettanto e più scandalosi di pre' Domenico la Carnia di inizio '600 abbonda, e la gerarchia ecclesiastica non può permettersi − e non si permette − di definirli tutti "tristi". Anche i preti sono peccatori, anche gravi, sono pecorelle che talvolta smarriscono la via, ma l'etichetta di "tristo" suona come stigma irredimibile. No, il vicario deve essere al corrente di altro, qualcosa di preciso che riguarda, oltre che il presente, anche il passato di Barzagnino. Qualcosa che non risulta dai documenti e che noi non conosciamo, forse addirittura antecedente alla sua nomina a curato di Sopraponti e persino alla sua stessa ordinazione sacerdotale.

Ma il "tristo" Barzagnino è per l'appunto un prete, un parroco. La sua condotta scandalosa è scarsamente accettabile − e accettata − in un laico: come mai un pastore d'anime cosiffatto può (ancora) esercitare il suo ministero? Perché la gerarchia ecclesiastica lo lascia al suo posto? Perché i suoi parrocchiani lo tollerano?

I pastori e il gregge

A quarant'anni dalla chiusura del Concilio di Trento, in Carnia i paventati fuochi della Riforma, tanto temuti per l'andirivieni dei cramârs da e per le terre riformate e dunque potenziale fonte di contagio dell'eresia, sono ormai spenti: «nella sua visita pastorale − l'anno 1602 − il vicario Agostino Bruno non trovò eretici in Carnia»44. È un rilievo importante se si considera che solo 6 anni prima il Concilio provinciale di Aquileia ha dato ancora grande enfasi alla lotta contro l'eresia, sfiorando la xenofobia nel sottolineare la necessità per il clero furlano di controllare e almeno temporaneamente isolare chiunque parli tedesco o provenga dall'Illiria, religiosi foresti compresi45. Oltre, beninteso, a guardare con sospetto feste e sagre, fiere e mercati, implicita occasione di contagio.

Tanto più i fuochi eretici sono spenti se si considera che in Carnia l'adesione convinta e consapevole alla Riforma è stato fenomeno sostanzialmente elitario, in senso economico e/o intellettuale. Se è vero che di necessità il cramâr doveva saper leggere (anche in tedesco), scrivere e far di conto, ciò non è di per sé elemento sufficiente a garantire accesso, comprensione e consapevole condivisione dei testi e degli stessi principi della Riforma46: elemento invece essenziale è una disponibilità intellettuale non certo comune o almeno non diffusissima fra i migranti stagionali che, dopo tutto e a parte pur notevoli eccezioni, sono e rimangono uomini del popolo minuto espatriati per necessità, non diversamente dai loro discendenti dei secoli a venire. Né è da dimenticare che principale e talvolta unico impulso del popolo minuto all'eventuale attenzione verso le idee riformate è un diffuso anticlericalismo nei confronti di curati e chierici dai comportamenti troppo frequentemente riprovevoli e indegni e, ciò che è pure peggio, dalla sostanziale impunità a essi garantita dal privilegio di foro e dunque dalla giustizia ecclesiastica. Elemento, quest'ultimo, probabilmente a sua volta effetto di altre cause, ma che avrà un ruolo considerevole nella genesi dei fatti di Sigilletto. In definitiva, più che nel popolo minuto in Carnia la Riforma trova credito e adesione più o meno parziale fra i pochi nobili e soprattutto fra possidenti e notai, oppure ancora fra i (pochi) cramari che nell'emigrazione hanno trovato fortuna e censo.

Ma ormai, agli inizi del nuovo secolo, anche per l'inquisizione e la lotta all'eresia sono ormai altri tempi. L'esame sistematico dei capi d'imputazione dei processi dell'inquisizione di Aquileia evidenzia una progressiva diminuzione di denunce e atti d'accusa in materia ereticale: alla più grave imputazione di eresia formale − luteranesimo, calvinismo, zwinglianesimo ecc. − progressivamente si sostituiscono quelle meno gravi di proposizioni eretiche (bestemmie ereticali, proposizioni eretiche propriamente dette), di detenzione di libri proibiti e soprattutto di assunzione di cibi proibiti47. Il tutto sarà a sua volta progressivamente sommerso, già a partire dagli albori del XVII secolo, dalla montante marea delle imputazioni connesse a magia e stregoneria, con una casistica da classificazione tassonomica: tralasciando malefici e diavolerie, la sola magia è classificata come agraria, amorosa, deprecatoria, divinatoria, protettiva, terapeutica e, naturalmente, "varia"48. Tutt'al più il tribunale inquisitorio, imbeccato da qualche parroco solerte e forse voglioso di mettersi in buona luce, nel 1608 processa collettivamente qualche decina di cramari di ritorno dai paesi "tedeschi", per aver essi colà contravvenuto al precetto alimentare mangiando di grasso in tempi proibiti49. Naturalmente la difesa degli imputati − sono ben 76 − tralascia le disquisizioni teologiche e si batte su terreni ai migranti più consoni e familiari, come i prezzi e la disponibilità delle derrate alimentari nei luoghi d'emigrazione, e di lì a scendere fino ai menu di osterie e locande: se i migranti hanno peccato, è la tesi difensiva, lo hanno fatto inconsapevolmente perché traditi dalla grassa cucina nordica (sive luterana) e dai suoi ingredienti, o tutt'al più per mancanza di alternative e dunque per necessità. Il padre inquisitore li manda tutti assolti con l'obbligo di qualche preghiera: pena peraltro non inferiore a quelle sempre troppo lievi comminate, per tutt'altre e assai più gravi colpe, a qualcuno degli stessi parroci che li avevano mandati sotto processo.

Uno degli ultimi processi per eresia a carico dei valligiani di Gorto è proprio quello contro l'oste-notaio di Comeglians Gregorio Gonano cui già abbiamo ripetutamente fatto cenno in questo stesso testo, un processo frutto della denuncia di un curato il cui zelo e il cui ardore sono persino sorprendenti se si considera che, nel lungo corso della sua curazia, altrettanto zelo e ardore egli spanderà e spenderà in assai più personali e meno nobili cause. Questo prete zelante non è Barzagnino, destinatario diretto delle accuse in odore di eresia da parte di Gonano: è invece il suo collega Leonardo Mirai, curato di s. Giorgio di Comeglians, del quale riprenderemo le vicende fra breve.

Insomma i fuocherelli dell'eresia, se pure sono ancora accesi, non avvampano più pubblicamente sui sagrati e nelle osterie ma ardono solo nell'intimo delle coscienze, se non addirittura nell'inconscio, ben dissimulati sotto una patina di tepida ma rassicurante ortodossia. E dunque, come già abbiamo sottolineato, più che all'eresia e agli eretici l'Inquisizione dedica ormai le proprie energie alla repressione di altre devianze e soprattutto alla caccia e alla repressione di streghe e malefici, nonché all'estirpazione di antiche tradizioni che sopravvivono a culti e dimenticati, usanze di origini remote represse come pratiche superstiziose. Ciò che in effetti sono, anche se al pur ignorante contadino non sfugge che, dopo tutto, fra le invocazioni animistiche di ieri e le rogazioni di oggi in una lingua che per di più non comprende − quel latino in cui lo stesso prete officiante non è sempre così ferrato − la differenza non è poi molta, soprattutto in termini di risultati50.

Se di vittoria ormai conclamata si può parlare nella lotta all'eresia, e di avviamento verso il successo nella lotta alle antiche credenze popolari intrise di superstizione, agli albori del XVII secolo la sconfitta post conciliare è invece totale, sotto il profilo fattuale, quanto alla auspicata e perseguita morigeratezza di costumi del clero. Ciò che è pure peggio, anche sotto il profilo della giustizia ecclesiastica la situazione è assai prossima a una resa senza condizioni.

Prima del Concilio di Trento il disordine nella vita morale del clero minuto − ma anche delle gerarchie ecclesiastiche, a ogni livello − è pressoché totale, innescato da una selezione dei chierici pressoché inesistente e alimentato dal privilegio di foro. Abbiamo già incontrato questo istituto a proposito del processo a Barzagnino per l'omicidio di Sigilletto, ma la sua diffusione è vastissima e quasi capillare: di fatto non c'è reato − di qualsiasi natura e gravità, dal furto allo stupro all'omicidio − commesso da religiosi in cui l'accusato, appartenente al clero secolare o a un qualsivoglia ordine, non invochi il diritto di essere processato dal tribunale ecclesiastico di competenza. Delle pene irrogate non è neppure il caso di parlare, riducendosi esse esclusivamente a sanzioni pecuniarie e alla salutare penitenza: conta il pentimento, insomma, un pateravegloria e via. E anche quando si riscontrano le (rare) condanne alla triremi il processo di secondo grado risistema tutto, riconducendo le pur gravi condanne al compiacente schema suddetto.

La condotta morale del clero non può non risentire di tanto lassismo. In Carnia è prassi "normale" che il prete non vesta l'abito talare, faccia mercato, frequenti e anzi tenga apertamente osteria e concubina. Il Concilio di Trento cerca di metter freno a tutto ciò, ma i risultati stentano a vedersi. La preparazione dei preti è sommaria (il seminario arriverà solo nel secolo successivo, a Udine nel 1601, e quanto a efficacia i risultati si faranno ancora attendere), e a quasi quarant'anni dalla conclusione dei lavori conciliari osteria e canonica sono troppo spesso ancora sinonimi. Il concubinaggio è quasi una regola: nella Pieve di Gorto, fra il 1592 e il 1602 vi sono preti conclamatamente e ripetutamente concubini a Luincis, Monaio, Comeglians, San Canciano e Sappada, spesso tollerati se non addirittura supportati da parte della popolazione.

Qui si apre un altro capitolo del rapporto fra il prete e il popolo dei fedeli: spesso questi ultimi preferiscono avere un prete che "tiene famiglia", con concubina stabile e prole a carico, piuttosto che averne uno che gironzola per la parrocchia cogliendo fior da fiore fra pulzelle e mogli altrui, e questi ultimi raccoglitori di fiori altrui sono tutt'altro che rari.

Sull'opposto versante, come abbiamo già accennato, anche la stessa giustizia ecclesiastica dà apertamente prova di straordinaria tolleranza: a fronte di reati che a un laico comporterebbero pene severissime come il bando, il carcere e la triremi, quando non la decapitazione, nella stragrande maggioranza dei casi i religiosi, se e quando processati, sono condannati dai tribunali ecclesiastici a pene risibili, per lo più pecuniarie e di carattere spirituale51. Ciò che è persino peggio, nella grande maggioranza dei casi i preti non sono allontanati dalla loro parrocchia e, quand'anche ne sono allontanati, vi ritornano a esercitare il proprio ministero. Insomma, più che di pastori la gerarchia ecclesiastica sembra in cerca di guardiani.

Due guardiani d'anime: pre' Leonardo Mirai e pre' Domenico Barzagnino

Stando alle dichiarazioni rilasciate nel corso della visita pastorale del 1602 i due curati di s. Giorgio di Comeglians e di s. Giovanni Battista di Sopraponti sono quasi coetanei: pre' Leonardo dichiara circa 47 anni, pre' Domenico circa 50. Insieme alla cura d'anime, anch'essa tuttavia esercitata in maniera assai differente, l'età è una delle poche cose che i due preti hanno in comune. Anche la vita immorale di entrambi avrà motivi di scandalo assai diversi, così come avrà diverso esito: forse poco rispettato, Mirai morirà comunque di vecchiaia nel suo letto; il bandito Barzagnino, condannato alla decapitazione in caso di rientro, morirà probabilmente lontano.

In effetti i preti non potrebbero essere più diversi: Mirai è curato a Comeglians, a meno di 5 km da Lenzone, suo paese natale; Barzagnino esercita a Sopraponti, 100 km da Campolongo donde proviene. Mirai fa il prete per scelta, e come tale esercita la sua missione, almeno nei primi decenni del suo incarico: ineccepibile nella forma, persino rigoroso nell'applicazione delle disposizioni ecclesiastiche, beninteso nei confronti altrui. Al contrario, Barzagnino sembra prete quasi per forza e, come vedremo, probabilmente è proprio così: sciatto e negligente, è spesso inadempiente alle regole del suo mandato, da quelle formali (la veste) a quelle terribilmente sostanziali (il rifiuto dell'olio santo a un moribondo).

La chiesa di s. Giorgio
Circa 1955. Una inconsueta immagine di Comeglians, da sud-ovest: sul margine sinistro, distante dall’abitato e in posizione più elevata, è ben visibile la chiesa di s. Giorgio. Stando ai documenti Comeglians era meta frequente di pre’ Domenico, nella canonica di pre’ Leonardo Mirai e soprattutto nelle osterie del borgo, in ciò decisamente meglio fornito di Sopraponti (foto e arch. Gino Del Fabbro, Forni Avoltri).

Anche caratterialmente i due sono diversissimi. Mirai è freddo, astuto, calcolatore, ma all'occasione anche sfrontato: davanti al tribunale nega l'evidenza e suborna i testimoni perché mentano a sua discolpa. Al contrario, Barzagnino è schiavo del vino, perde facilmente il controllo e all'ubriachezza associa aggressività e violenza seppure, almeno fino all'omicidio, solo verbali. Davanti al tribunale ammette le sue colpe e rinuncia alla difesa, atteggiamento inconcepibile per Mirai. Non che Mirai sia meno violento del suo collega, ma non certo da ubriaco: quando deve bastonare qualcuno − e lo fa pesantemente − sa aspettare giorni e giorni l'occasione propizia. Le vicende del parroco di Comeglians sono state mirabilmente esposte da Annalisa Comuzzi nel suo prezioso e documentatissimo lavoro Susanna e il Parroco Mirai52 a cui rimando chi volesse approfondirne la conoscenza.

Certo, a essere "scandalosi" non sono solo pre' Leonardo e pre' Domenico: di preti immorali, indecorosi, indegni la Carnia del primo '600 abbonda, prova ne siano i processi che li vedono imputati e condannati per reati e irregolarità le più diverse. Eppure, i parroci e cappellani indegni rimangono in gran parte al loro posto.

È una legge di mercato: quando l'offerta scarseggia, anche la "merce" scadente trova acquirenti. Ci sono pochi preti, e la gerarchia ecclesiastica ha bisogno di presidiare il territorio, soprattutto attraverso la confessione: la lotta all'eresia, certo, perché il fuoco ereticale è spento ma la paura − anzi, il terrore − di un nuovo contagio rimane, ma non solo. E allora si chiude un occhio su concubine e malversazioni e un po' di simonia pur di poter disporre di una occhiuta presenza in ogni paese, del Mirai di turno che, pur responsabile di insolvenza, simonia, concubinato, seduzione e ingravidamento di almeno tre donne, incesto, lesioni personali gravissime di cui è autore in prima persona, concorso in duplice infanticidio e in omicidio in qualità di mandante53, da vigile custode dell'ortodossia si sente in dovere e in diritto di denunciare all'Inquisizione Gregorio Gonano per le sue proposizioni sulla confessione a un sacerdote (Barzagnino appunto) che conduce una "vita scandalosa" ma forse − almeno pro tempore, in attesa del duplice omicidio − meno immorale e indegna di quella dello stesso Mirai. Dovendo semplificare, potremmo dire che Mirai è un farabutto per inclinazione ed elezione, e tale in pensieri, parole, opere e omissioni, il tutto cosciente e intenzionale, doloso; Barzagnino è neghittoso per inclinazione e violento per il vino, e perciò diverrà omicida, probabilmente preterintenzionale.

Di ritorno alla domanda e offerta di ecclesiastici, per la gerarchia è meglio un prete indegno ma vigilante che nessun prete, e perciò parroci e cappellani rimangono o ritornano ai loro posti anche dopo le (lievi) condanne. Abbastanza paradossalmente, e sebbene per tutt'altri motivi, sulle medesime posizioni − o quasi − si attesta il gregge dei fedeli. Ancorché formalmente cancellato o fortemente ridimensionato dal Concilio di Trento, il giuspatronato popolare in Carnia è ancora vivo e diffuso, e tale rimarrà ancora a lungo54: eppure, le comunità che con parroci e cappellani sottoscrivono veri e propri "contratti di servizio", con i quali si stabiliscono i compiti e la retribuzione del religioso di turno, accettano o almeno non rigettano il religioso concubinario o "un poco" simoniaco. Certo, è meglio se la "previda" − la concubina − è stabile, magari con un congruo numero di figli (del parroco), e il prete non è troppo esoso per battesimi e oli santi: l'importante è che non faccia troppo il galletto e risponda alle chiamate per i sacramenti, confessione e olio santo in testa55.

Per il popolo dei fedeli è una sorta di horror vacui dei sacramenti e delle garanzie spirituali che, tutto sommato, il prete dalla condotta anche non proprio ineccepibile è in grado di colmare, a dispetto di tutti i Gregorio Gonano del mondo: davanti allo spettro dell'eterna dannazione va bene anche una assoluzione dei pur "scandalosi" pre' Domenico e pre' Leonardo e consimili.

Più che verosimile, e anzi rispondente alla realtà dei fatti, anche questa interpretazione ha tuttavia qualche scoglio da superare o da aggirare, e proprio a Sigilletto. Nel caso che già abbiamo visto, il curato pre' Domenico rifiuta l'olio santo a Piero di Val, morente, adducendo futili motivi. Ecco dunque come il vacuum di cui sopra e del quale i fedeli hanno orrore e terrore, al punto di tenersi i preti indegni, non viene neppure riempito, ma i preti non solo indegni ma inadempienti come Barzagnino rimangono al loro posto a dispetto − o forse proprio a causa − del giuspatronato popolare.

Come spesso accade nelle visioni retrospettive, le piccole comunità locali sono immaginate come un unicum concorde e compatto, che decide unitariamente e agisce all'unisono contro ostacoli e avversità. Visione con elementi di verità reali e documentabili, ma anche totalizzante, poco rispettosa dei diversi interessi compresenti e spesso contrastanti, delle individualità − e degli individualismi − e perciò distorta e scarsamente rappresentativa della realtà. Le divisioni all'interno delle comunità, anche piccole come Sopraponti, sono presenti e corrono lungo le linee di separazione di comuni (qui sono ben tre), e all'interno di essi fra famiglie, mestieri, classi sociali e altro ancora, e ciò si riverbera anche nei processi di costruzione della necessaria sintesi decisionale nei molteplici aspetti della vita del comune56. Ed è molto probabile che fra questi aspetti sia anche il giuspatronato popolare con cui la comunità è chiamata a concedere o negare il gradimento nel confronti del prete, tanto in sede di nuova nomina che di eventuale riconferma. Barzagnino ha avversari e detrattori − certamente a Sigilletto, come ben sappiamo, e anche a Collina57 − ma ha anche sostenitori, come emerge nel corso della sua fuga. Alla base della lunga durata dell'incarico di pre' Domenico, 14 anni interrotti solo dall'omicidio, quasi certamente stanno le divisioni interne alla comunità di Sopraponti e l'assenza di concordia in sede di giuspatronato per la riconferma triennale58.

Il passato remoto di Domenico Barzagnino

Sappiamo ormai chi sia pre' Domenico Barzagnino nel 1605, al tempo del delitto. Un prete troppo aduso al vino, inadempiente e persino ignorante riguardo al suo incarico sacerdotale che sembra assolvere − quando l'assolve − di malavoglia. A questo proposito si parte dal 1581 quando, quasi trentenne e già prete, Barzagnino deve prendere lezioni di latino pena la sospensione a divinis. Strano, molto strano: perché e come ha ottenuto gli ordini se, poco dopo, non è in grado di adempierli? Perché poi, a distanza di decenni, per ordine del vicario deve andare a Comeglians "ad apprendere le cerimonie"? Al di là dello "scandalo", che sorta di prete è Domenico Barzagnino?

duellante cinquecentesco in posizione di guardia.
Un duellante cinquecentesco in posizione di guardia. Nella destra impugna l’arma più lunga, una spada, nella sinistra l’arma più corta, un coltello o una daga (quella in figura non è però un pistolese, MAROZZO, p.23).

Qualcosa che ci aiuterà a trovare risposta a questa domanda si trova fra le righe di ciò che abbiamo già trascritto, frammista alle testimonianze che seguono immediatamente il delitto. Ecco qualche elemento.

Per minacciare i di Val, poi uccisi, Barzagnino «prese un legno, et poi un pistorese tutto di ruzine che era sotto una banca»59. Dunque Barzagnino possiede un'arma da duello − il pistorese − che per di più sa benissimo dove trovare, perché nell'impeto dell'ira un ubriaco non si mette a frugare a caso sotto una panca. È una vecchia lama arrugginita che ha visto tempi migliori, ma è pur sempre un'arma e sta in un luogo dove non dovrebbe stare: in casa di un parroco. Il pistorese è poi strappato di mano a Barzagnino da Mathio di Val, che lo mostra ai presenti.

Barzagnino afferra un altro coltello, e in pochi istanti vibra due coltellate ciascuno a Mathio e Zuane di Val, tutte mortali secondo il medico legale. Cioè un uomo di 53 anni riesce a colpire prima Zuane, di oltre trent'anni più giovane (ha 22 anni), e poi il padre, forse anch'egli ultracinquantenne come Barzagnino ma ancora con il pistorese in mano, senza che nessuno dei due abbia il tempo di reagire.

Due immagini di pistorese o pistolese
Due immagini di pistorese o pistolese, arma da combattimento in uso fino a tutto il ‘500. Si noti la forte curvatura dell’elso dell’immagine superiore: impugnato con la mano sinistra, in parata aveva lo scopo di incastrare e trattenere la lama della spada impugnata dall’avversario con la mano destra (immagine originale Compagnia Giovanni delle Bande Nere).

Molto interessante è anche il modo in cui Barzagnino impugna e usa il coltello: «nel darli doveva haver il cortello col taglio voltato in suso»60. Interessante e inconsueto, perché è un modo "professionale" di impugnare e soprattutto usare un'arma da taglio corta: dal basso verso l'alto si infliggono ferite assai più profonde e gravi, e infatti le quattro coltellate inferte ai di Val sono tutte mortali. Certo, Barzagnino può avere casualmente afferrato e usato il coltello in quel modo, ma la velocità e l'efficacia con cui ha portato i colpi sembra suggerire un'assenza di casualità, un'azione deliberata e soprattutto un'abitudine all'uso del coltello, una sorta di automatismo. A ciò si aggiunga che immediatamente dopo il delitto, una volta chiuso nella stua «lo prete voleva uscir fori con doi cortelli et menar così, slargando li brazzi in qua et in là»61.

È una testimonianza indiretta, ma la descrizione è talmente viva da risultare perfettamente credibile poiché descrive con esattezza una tipica postura di combattimento, a braccia larghe con l'arma più lunga nella mano principale e l'arma più corta nell'altra (v. fig. a lato): secondo quanto riporta Zorzi da Runchia Barzagnino impugna due coltelli (quanti coltelli a portata di mano!), ma la postura è inequivocabile.

Che altra conclusione si può trarre se non che Barzagnino deve avere trascorsi, lontani ma evidentemente non dimenticati, di grande familiarità con l'uso delle armi? Una familiarità e padronanza tali che, come ho già sottolineato, da ultracinquantenne in pochi secondi riesce a infliggere quattro coltellate mortali a due persone che lo fronteggiano, una delle quali di vent'anni più giovane di lui e l'altra armata del pistorese sottrattogli. Ma Barzagnino è prete da oltre vent'anni, da prima che fosse costretto alle lezioni di latino sub pœna sospensione a divinis, ed è decisamente improbabile che dopo gli ordini e la sospensione si sia ancora dato da fare con spade e coltelli. Bisogna dunque andare ancora più indietro, a chi e che cosa era il futuro curato di Sopraponti prima di prendere i voti.

Non lo sapremo forse mai, ma qualcosa più preciso di un sospetto si va facendo strada. In passato Domenico Barzagnino dev'essere stato un uomo d'armi, un soldato o più probabilmente, secondo il carattere che mantiene fin oltre i cinquant'anni, un giovane sregolato e rissoso, con molta familiarità con il duello. Un giovane finito in grossi guai con la giustizia, guai tali − forse lesioni gravissime o persino omicidio − da rendere necessaria l'acquisizione dello status religioso per sfuggire al tribunale secolare. Un percorso non impossibile per chi avesse disponibilità economica e agganci "giusti", una via ripetutamente praticata in casi analoghi dei quali rimangono tracce nelle cronache cinquecentesche e anche più tarde, una strada che porta il criminale a beneficiare del già citato privilegio di foro e dunque a sottrarsi al braccio secolare della giustizia per consegnarsi a quella ecclesiastica, con i benefici che ne conseguono e che ormai conosciamo62. Di questo ipotetico processo a Barzagnino ante 1581 non riusciamo a trovare traccia, ed è anche possibile che non ci sia mai stato: seppure con molti elementi oggettivi di verosimiglianza e di credibilità la nostra rimane pur sempre una ricostruzione induttiva, e non interamente fondata su elementi incontrovertibili.

Di ritorno al processo per i fatti di Sigilletto, ancora una volta il privilegio di foro dà suoi frutti. Processato e condannato dal tribunale ecclesiastico, alla sola condizione che se ne stia lontano dalla giurisdizione abbaziale di Moggio pre' Domenico Barzagnino di fatto se ne va libero come l'aria, in una sorta di esilio perpetuo che pare poca cosa a fronte di due morti ammazzati: le pene apparentemente più rigorose, riduzione allo stato laicale e morte per decapitazione, sono applicabili solo qualora egli sia arrestato in violazione del bando, e sembrano − sono − semplici sanzioni accessorie rispetto alla pena principale, appunto il bando. Sorge persino il sospetto che, non fosse stato contumace, il prete omicida avrebbe spuntato una sentenza anche più mite.

Giustizia non è fatta, e naturalmente non si tratta solo della sentenza. Se giustizia non è fatta non è certo perché il nostro finale è privo dell'espiazione e del pentimento63. D'altra parte, fin dall'inizio eravamo consapevoli dell'assenza del castigo, sapevamo che Barzagnino-Raskòl'nikov non avrebbe visto la sua Siberia veneziana (la triremi) e dunque non è questo il punto.

In verità non si tratta neppure di una mera questione di diritto ma piuttosto di responsabilità, principalmente morale ma non solo tale. Una responsabilità che travalica ogni limite temporale e non accetta indulgenze o attenuanti relative a contestualizzazioni di sorta: che i fatti risalgano a 4 secoli addietro, in un contesto storico lontano dal nostro e con una sensibilità diversa dalla nostra non può in alcun modo essere addotto a parziale o totale manleva - o, peggio, assoluzione - di chi avrebbe potuto e dovuto prevenire il delitto di Sigilletto e molti altri crimini ancora. Crimini annunciati.

In un capitolo precedente abbiamo analizzato e individuato le ragioni per cui fra popolo dei fedeli e gerarchia ecclesiastica esiste una sorta di comunanza di interessi − nel senso che gli interessi vanno nella stessa direzione, non che coincidono − nell'accettare e formalmente nominare un curato o un cappellano purchessia, anche conclamatamente indegno e persino delinquente, pur di non lasciare una comunità senza prete. Tuttavia, le responsabilità di fedeli e gerarchia non sono comparabili, non possono né debbono essere poste sullo stesso piano. Non possiamo dimenticare che la mano che a poche ore dal delitto verga quell'appellativo di "tristo" riferito al prete omicida è la stessa mano che, 14 anni prima, ha vergato la nomina del prete medesimo a curato di Sopraponti. È la mano del vicario Placido Quintiliano, che non sappiamo se quella sera, scrivendo "tristo", abbia tremato riandando a quel "poco idoneo" che aveva accompagnato il curato alla sua nuova destinazione: un giudizio di inidoneità a sua volta assai "poco idoneo" a descrivere la tragedia avvenuta e che risulta, a posteriori, fra il beffardo e il crudele. Certo, nel 1605 anche il popolo di Sopraponti − e dintorni − ormai conosce, e a proprie spese, come e quanto pre' Domenico Barzagnino sia un tristo: ma 14 anni prima, al tempo della nomina nel 1592, il medesimo popolo di Sopraponti − diversamente dal vicario − ben difficilmente poteva conoscere i trascorsi di Barzagnino, e altrettanto difficilmente poteva sapere che il nuovo curato in arrivo era poco o punto idoneo al suo mandato (ma sarebbe arrivato ugualmente)64. Ed è pur vero che in quel maledetto 1605 il popolo di Sopraponti si tiene un prete "scandaloso" ormai da 14 anni, ma qui ritorniamo all'horror vacui di cui abbiamo parlato altrove e che fa sì che la bilancia stessa penda − necessariamente − sempre dalla parte della colmatura di quel vuoto, ossia della riconferma del curato tutt'altro che ineccepibile.

Il punto non è tuttavia intorno all'efficienza o all'efficacia del giuspatronato popolare in quei tempi perigliosi: il principio secondo cui "sta bene al popolo, dunque sta bene alla Chiesa" è inaccettabile non solo sotto il profilo morale ma anche dell'aderenza del modello sacerdotale ai dettami conciliari, avendo ben presente che nei tempi di cui qui si narra il concilio è chiuso ormai da 20 e 30 e 40 anni. Di più, quel principio è inaccettabile sotto il profilo dell'efficacia, stando a quell'ormai ripetuto «voi site causa d'heresia» in cui prorompe l'oste-notaio Gregorio Gonano che finirà − lui sì, i preti "causa d'eresia" no − davanti al tribunale dell'Inquisizione. Insomma, sarà pur vero che anche il prete scandaloso è comunque a guardia del gregge, ma − Gonano dixit − spinge pure qualcuna delle sue pecorelle nel precipizio dell'eresia.

Il nodo centrale sta dunque nel fatto che − non con il senno di poi ma con il senso di allora, e di ogni tempo − possiamo e dobbiamo dire che Domenico Barzagnino non avrebbe mai dovuto essere ordinato prete, e quand'anche − misteriosamente − ordinato avrebbe dovuto essere "intercettato" e impedito all'esercizio pastorale, soprattutto in Carnia dove il durissimo isolamento costituisce quasi di per sé un incentivo all'osteria e al vino65. Prima ancora che contro Barzagnino quell'"inadatto" che lo marchia sin dalla nomina a Sopraponti è un atto d'accusa nei confronti della gerarchia ecclesiastica che, pur di presidiare il territorio, a guardia del gregge spedisce lassù, con quel prete inadatto, un potenziale − poi reale − omicida.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI NEL TESTO

Qui di seguito richiamo solo le abbreviazioni dei testi e degli archivi i cui contenuti sono frequentemente citati e riportati nel testo, oppure rivestono un particolare rilievo nell'economia del lavoro. Altri riferimenti sono presenti direttamente nel testo.

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  1. [MOLINARO], pp. 21 e 40-41. Nei diversi documenti la grafia varia da Berzagnino a Bergagnino, a Bargagnino e altro ancora. Comparendo la grafia Barzagnino anche in un documento autografo, quest'ultima sarà adottata in tutto il testo, salvo casi specifici di volta in volta evidenziati. 

  2. Nel prosieguo i termini "curato" e "parroco", così come "cura" e "parrocchia", saranno utilizzati come sinonimi, come peraltro si rileva in numerosissimi documenti dell'epoca. La parrocchia era una filiazione della pieve, nel caso della parrocchia di Sopraponti la pieve è quella di s. Maria di Gorto, non lontano da Ovaro (v. anche più avanti: più in generale, per la genesi delle parrocchie in Carnia v. [DE VITT]) 

  3. [DE VITT], pp. 70→. 

  4. Il comune nasce come Avoltri − nelle diverse grafie Avultro, Voltri e altro ancora − di cui il Furno, oggi Forni, è una semplice borgata o pertinenza, sorta in epoca più tarda intorno al XIV secolo, da cui i primi nomi composti come Furnum de Avoltri o Furno de Avultro, con la preposizione de- a sottolineare l'appartenenza del primo al secondo. La denominazione attuale Forni Avoltri, con il primo termine al plurale − Forni − risale all'epoca napoleonica. 

  5. In senso ecclesiastico, ossia prive di fonte battesimale e, all'epoca dei fatti, anche prive di cappellano proprio: tuttavia, sebbene di dimensioni contenute si tratta di chiese vere e proprie, atte a contenere diverse decine di persone. Non sono invece note né immediatamente comprensibili le ragioni della collocazione della parrocchiale a Frassenetto, l'abitato più piccolo fra tutti quelli della cura di Sopraponti. È quasi certa una maggiore antichità della sua chiesa rispetto a quelle degli altri borghi, ma più che una soluzione ciò sembra piuttosto una parte del problema. L'edificazione sopra una struttura preesistente − castelliere, torre di segnalazione e simili − è indubbiamente suggestiva ma priva di riscontro, se si eccettua la visibilità della chiesa da Avoltri, che potrebbe suggerire la presenza anteriore, in luogo della chiesa, di una struttura parte di un sistema di avvistamento verso valle. Ipotesi che tuttavia si scontra con una visibilità di Frassenetto dal fondovalle assai modesta. Il tema è suggestivo, ma decisamente non pertinente in questa sede. 

  6. [MOLINARO], p. 40. 

  7. [MOLINARO], p. 21. Quasi a giustificare la nomina del "poco adatto" Barzagnino l'A. sottolinea che, nell'arco di poco più di 20 anni, dal 1569 al 1591, da Sopraponti transitano 10 curati, con una durata media di 2 anni destinata a ridursi ulteriormente: negli 8 anni dal 1583 al 1591 transitano cinque curati, e di questi ben quattro sono nominati dal 1588 al 1591, uno ogni anno. Molti curati non portano a termine il primo mandato triennale, al punto che lo stesso Molinaro si sente in dovere di giustificarne il precoce abbandono: «Si sente una grande pena a leggere che i curati cambiavano di continuo. C'era da affaticarsi troppo, e non tutti potevano resistere, e le oblazioni scarseggiavano» ([Ibid].). Sarà proprio l'"inidoneo" Barzagnino ad innalzare la durata media dei curati di Sopraponti resistendo per 14 anni, e anche sulla straordinaria durata in carica da parte di un prete "inidoneo" si dovrà ritornare nel prosieguo. 

  8. ACAU, Visite pastorali -- Scrutini, 1597-1640, b. 791, f. 2, Forni Avoltri (Sopraponti)

  9. V. [MAIERON], p. 87. Adelchi Puschiasis mi fa notare che parroco a Rigolato nel 1623 è Liberale Dominici di Santo Stefano di Cadore, ma nel panorama dei parroci in Carnia le eccezioni sono pur sempre tali. 

  10. Il ruolo della confessione è cruciale nella chiesa postconciliare in chiave di lotta alla Riforma. Il penitente ha l'obbligo di dichiarare il possesso di libri proibiti − o la notizia del possesso da parte di altri − e il confessore l'obbligo di denunziare al Sant'Uffizio il penitente ([NICCOLI], p. 169). Tuttavia, anche al di là degli obblighi riguardanti l'esigua minoranza in grado di leggere, spesso in latino, il controllo morale esercitato attraverso la confessione è stringente soprattutto se, in assenza del confessionale, praticata vis à vis

  11. «1548, 18/2. Vicinia in piazza. [...] Gio. Berzagnino [...] Pascolo di Rut. Berzagnino [...] Nisio Berzagnino» ([BIASUTTI], s.v. Campolongo). Nel 1582-84 «Ioannem Berzeninum et alios de Campolongo» incappano nelle maglie dell'Inquisizione per assunzione di "cibi proibiti" ([DEL COL], pagg. 100, 229). 

  12. [BIASUTTI], s.v. Barzagnino. Del contenuto di questo documento, che inequivocabilmente riguarda il "nostro" Barzagnino, si tratterà in dettaglio più oltre. 

  13. [ACAU], Sant'Officio, b. 15 (=1292), f. 308, Processum contra Gregorium Gonano de Comegliano Carneæ

  14. ASU, Processo

  15. ACAU, Visite pastorali -- Documenti, sec. XVI-sec. XX, b. 806, f. 82, 89. Frassenetto, 90. Forni Avoltri, 91. Collina. 

  16. Altre opzioni, come l'attuale Campolonghetto − anticamente anch'esso Campolongo − in comune di Bagnaria Arsa, sono del tutto inverosimili. 

  17. Non è chiaro di quale "festa" possa trattarsi. Il calendario esclude nascita (24 giugno) e martirio (29 agosto) di Giovanni Battista, ma anche l'anniversario della consacrazione della chiesa di quel tempo è da escludere, poiché nel 1605 la chiesa è ancora quella consacrata poco più di un secolo prima, il 24 giugno 1497, sotto il patriarcato di Antonio Grimani. L'unica coincidenza, precisa e dunque difficilmente casuale, è con la nomina di Barzagnino a curato di Sopraponti 14 anni prima, il 9 ottobre 1591. 

  18. La cerimonia religiosa si è ovviamente tenuta nella chiesa parrocchiale, a Frassenetto, ma i festeggiamenti mondani hanno luogo a Sigilletto dove si trova anche la canonica. 

  19. Pivadori è l'italianizzazione di pivadôrs, i suonatori di pive. Strumento a fiato, la pive qui menzionata non è di facile identificazione poiché il termine è decisamente generico e in area friulana nel tempo identifica una ampia varietà di strumenti. Secondo NP «pìve=piva, tibia, strumento musicale simile al piffero» (p. 769), ma tibia e piffero sono fra loro assai diversi, e l'uso della prima non sembra trovare riscontri nella musica popolare friulana (v. [PERUSINI], pp. 251-271). Anche sulla scorta del termine locale pivo a indicare una "trombetta" ([SCARBOLO], p. 229) è dunque più verosimile che gli strumenti suonati dai musicanti di Sigilletto siano proprio pifferi, strumenti ad ancia della famiglia delle bombarde, a cameratura conica e terminanti in una campana. 

  20. Il testo originale è in latino (la traduzione in italiano moderno è di chi scrive), mentre i dialoghi virgolettati ‹› sono già in italiano nel testo. 

  21. Pistorese o pistolese è un coltello tipicamente cinquecentesco, di varia lunghezza e con lama a sezione romboidale a doppio taglio, usato per la caccia e come arma da combattimento soprattutto, impugnato con la mano sinistra, insieme a una spada (v. http://www.compagniabandenere.it/esposizione-riccardiana/daghetta-pistolese.html). 

  22. Più prosaicamente, Giovanni Brunasso, così come "Zuane" sta anch'esso per Giovanni ecc. Come già per Barzagnino/Berzagnino ecc. la grafia di nomi e cognomi varia considerevolmente tanto nel latino dei documenti ufficiali che nell'italiano approssimativo di un'anagrafe ancora in divenire e nella quale traspare l'uso corrente del friulano frammisto al latinorum. A Sopraponti il primo a tenere i registri parrocchiali secondo i dettami conciliari, e dunque di necessità a "inventare" i cognomi dei villici nell'accezione moderna del termine, è proprio Barzagnino dalla sua nomina nel 1591. 

  23. Mezz'ora prima del tramonto secondo l'ora veneta. 

  24. Sebbene vada a incrociare frequentemente la nostra narrazione, il complesso tema dell'amministrazione della giustizia in Carnia sotto il dominio veneto territorio esula dagli scopi di questo lavoro: tuttavia, al proposito non si può omettere di ricordare lo status particolare del piviere di Gorto. La Pieve di Gorto è donata all'Abbazia di s. Gallo di Moggio dal Patriarca Ulrico (o Volrico o Vodolrico) I di Eppenstein già nel 1118 o 1119, ma senza il diritto di placito ([PASCHINI], pp. 16-17): quest'ultimo diritto, che comporta l'esercizio della giustizia, sarà conferito all'Abbazia dal Patriarca Pellegrino I nel 1136, successivamente riconfermato ([PASCHINI], p. 17) e mantenuto anche in epoca veneta. L'Abate di Moggio, titolare di mero et mixto imperio per il piviere di Gorto, è dunque chiamato a giudicare ogni delitto, anche gravissimo come l'omicidio (in verità, per la giustizia criminale, non senza attriti e conflitti con il potere civile del luogotenente del Friuli, rappresentato in Carnia dal Gastaldo di Tolmezzo il quale, nel caso di specie, non ha tuttavia alcun ruolo giudicante ma agisce esclusivamente con funzione di polizia giudiziaria). Non si può infine omettere un accenno al cosiddetto privilegio di foro, che consentiva ai religiosi di sottoporsi, per crimini di qualsiasi natura e gravità, all'esclusivo giudizio dei tribunali ecclesiastici evitando la giustizia secolare. Stante la documentata e pressoché sistematica indulgenza dei tribunali ecclesiastici, il privilegio di foro fu fonte di gravissime ingiustizie e, indirettamente, di crimini efferati compiuti e reiterati da religiosi già mandati assolti o condannati a pene lievissime oppure, quand'anche pesanti, rimesse o condonate. 

  25. La riduzione allo stato laicale è presupposto necessario all'esecuzione capitale da parte del braccio secolare. Non sia mai che un religioso debba salire sul patibolo come un qualsiasi criminale comune! Della degradazione e delle sue modalità di attuazione − il cerimoniale prevedeva la presenza di un certo numero di vescovi − nel 1551 dovette occuparsi anche lo stesso Concilio tridentino, contenendo e limitando le possibili cause di nullità della degradazione stessa ([MANCINO-ROMEO], pp. 40-41). 

  26. [BIASUTTI], s.v. Barzagnino

  27. [ACAU], Liber Mandatorum Sextus. È un mandatum, un mandato ordine di pagamento 

  28. [IBID]. Ancorché di fatto ininfluente, nella lettura dell'ammontare della somma dovuta nell'originale v'è una divergenza: io leggo «L. 30», Biasutti legge «L. 20». 

  29. [ACAU], Sant'Officio, b. 15 (=1292), f. 308, Processum contra Gregorium Gonano de Comegliano Carneæ

  30. Il procedimento sarà infine sospeso il 1/8/1597 con semplice ammonizione di Gonano ([Del Col], p. 244). 

  31. Nel titolo del processo si legge «stuprare Susanam filiam Danielis Pustetti», ([ACAU], Fondo Moggio, Gorto 1600--1660, b. 1030, f. 1, Contra reverendum præsbyterum Leonardum Mirai curatum Sancti Georgii Canalis Gorti, 1600), anche se più verosimilmente si tratta di seduzione e di un rapporto consenziente, stante la sua continuità nel tempo e una seconda gravidanza di Susanna sempre a opera dello stesso prete. È solo l'inizio di una vicenda costellata dei crimini di Mirai, tutti rimasti impuniti o sanzionati con pene lievissime, che si concluderà solo nel 1614 con l'uccisione di Susanna per mano delle nipoti dello stesso Mirai. 

  32. [IBID]. 

  33. [IBID]. La stessa affermazione si trova anche in un lungo elenco di testi a discarico di Pre' Leonardo Mirai, apparentemente prodotto dal suo difensore Petrus Franceschinus e allegato al verbale del processo, dove si legge «P. D.nigo di Sopra ponti di sua propria bocca ha confessato a D. Natale deli Zuani di aver conosciuto la predetta Susana carnalmente» ([IBID], foglio sciolto). In buona sostanza, anche se la si ritrova in tre parti distinte del procedimento, il coinvolgimento del curato di Sopraponti ha sempre la stessa origine, l'affermazione di Natale delli Zuani. 

  34. [ACAU], Visite pastorali -- Scrutini, 1597-1640, b. 791, f. 2, Forni Avoltri (Sopraponti)

  35. [ACAU], Visite pastorali -- Documenti, sec. XVI-sec. XX, b. 806, f. 82, 89. Frassenetto, 90. Forni Avoltri, 91. Collina. 

  36. [ACAU,] Fondo Moggio, Gorto 1600--1660, b. 1030, verbale sciolto. 

  37. [IBID]. 

  38. [IBID]. 

  39. [IBID]. 

  40. [ACAU,] Fondo Moggio, Gorto 1600--1660, b. 1030, verbale sciolto, foglio sciolto a seguire il verbale. 

  41. Il tutto parrebbe un'invenzione di Florida di Val, se non ci fossero ben cinque testimoni dell'accaduto: Mathio di Val, Mathio Jacoma, Lonardo Gerin, Zuan Brunas, Valantin di Corona. Il primo, Mathio di Val, è quasi certamente una delle vittime che due anni dopo cadranno sotto le coltellate dello stesso curato. 

  42. Tutte le deposizioni che seguono sono in [ASU], Processo

  43. È Agostino Gussetto di Tolmezzo, uno degli ospiti del curato in canonica. 

  44. [FERIGO], p. 74. 

  45. Il testo completo è in Concilium provinciale Aquileiense primum, Io. Baptistæ Natolini, Udine 1598. 

  46. Con efficace sintesi, «Si trattava di un'eresia non di rado agita più che dottrinalmente riflettuta» ([NICCOLI], p. 118). 

  47. [DEL COL], pp. 221-419. Naturalmente i processi variamente connessi all'eresia proseguiranno per tutto il XVII e XVIII secolo. L'ultima denuncia per "proposizioni eretiche" raccolta dal tribunale aquileiese − non è noto se sfociata o meno in processo − è del 1823, a Chiasiellis, in comune di Mortegliano ([IBID]., p. 417). 

  48. [IBID]., pp. 212-213. Naturalmente la magia non è materia esclusiva: il raggio d'azione dei tribunali inquisitoriali «si era costantemente ampliato a partire dal 1580, allargandosi dall'ambito dell'eresia, ormai debellata, a quello del controllo dei comportamenti, della bigamia, dell'omosessualità, della bestemmia, delle pratiche magiche» ([NICCOLI], pp. 152-153). 

  49. [FERIGO-FLORA]. [Del Col], pp. 270-273. 

  50. Anche all'estremo opposto, quello razionalista del secolo dei lumi, gli esponenti della borghesia e della nobiltà rurale furlana impegnati nello razionalizzazione e nell'innovazione (l'opposto di superstizione e magia) dell'agricoltura in Friuli si vedranno curiosamente cadere sul capo l'imputazione inquisitoriale di "magia agraria". 

  51. «quando un chierico in conpania di un laico faceva qualche furto o altro delitto di morte, il laico fusse appiccato e il chierico andasse a solazzo per la Terra...», cit. in [MANCINO-ROMEO], p. 28). 

  52. Attraverso il prezioso e documentatissimo caso di studio del parroco Mirai, a cui si attingerà copiosamente anche in questo testo, Comuzzi fornisce un'autentica pietra miliare nello studio dei rapporti fra basso clero e popolazione nella Carnia post tridentina. 

  53. Mirai rese gravida due volte Susanna di cui pure, almeno precedentemente alla prima gravidanza, era stato confessore e dunque padre spirituale, da cui l'incesto secondo il codice canonico. Inoltre sedusse e rese gravide una zia e una nipote, parenti di 3° grado di Mirai e dunque nel perimetro parentale dell'incesto anche secondo la giustizia civile. Come sempre Mirai negò anche queste imputazioni, ma gli elementi a suo carico e le testimonianze contro di lui sono numerose, concordi e schiaccianti, e il tribunale lo riconoscerà − ça va sans dire, parzialmente − colpevole, condannandolo beninteso a una pena mitissima e pure parzialmente condonata. 

  54. Forse solo in forma di tradizione, e quindi senza valore giuridico, a Sopraponti se ne ritrova traccia ancora nel 1949 per l'elezione a parroco di pre' Elio Felice da Cella, in comune di Ovaro ([MOLINARO], p. 27), e a Sappada nel 1965 ([LORENZINI] [2005], nota p.d.p. p. 119). 

  55. Per tutti si veda il caso di pre' Bartolomeo Vinotulo a Sappada, concubinario impenitente condannato come tale e purtuttavia ripetutamente confermato dalla popolazione nel suo ministero (v. [LORENZINI] 2011). 

  56. Per rimanere nella Carnia di antico regime v. l'esemplare caso di Fusea in Furio BIANCO, Le comunità di villaggio in Friuli, Relazione introduttiva al seminario "Per una storia delle comunità (Ricordando i primi anni '80)", Este 2002 (http://www.storiadivenezia.net/sito/saggi/bianco_comunita.pdf). 

  57. Dal 1602 il comune di Collina è in contrasto con il curato perché i villici rifiutano di concorrere alle spese di rifacimento della parrocchiale di Frassenetto. 

  58. Oltre alla mancata rimozione, alla lunga durata di Barzagnino deve necessariamente concorrere anche la volontà dello stesso prete, che rimane ben 14 anni in questa località "poverissima" dopo che i suoi tre predecessori hanno resistito in carica un anno ciascuno, e poi se ne sono andati. Sulle origini di questa sua determinazione a rimanere a Sopraponti cercheremo di fare luce nel prossimo capitolo. 

  59. Testimonianza di Daniel Pustetto. 

  60. Testimonianza di Giovanni Brunasso. 

  61. Affermazione di Zorzi da Runchia raccolta e riportata nelle testimonianza di Giovanni Brunasso. 

  62. Senza scomodare il fenomeno di massa dei cosiddetti "chierici selvaggi", caratteristico ma non esclusivo del Meridione d'Italia, fino al '500 anche nella Repubblica veneta si ha notizia di voti "sbrigativi" di laici finiti in guai giudiziari. 

  63. Sebbene implicitamente − e arbitrariamente − già accostati nel titolo, i due personaggi di Barzagnino e Raskòl'nikov appena si sfiorano. Ad accomunare i personaggi − arbitrariamente, ripeto, e me ne scuso con i lettori di Dostoevskij − oltre al duplice omicidio è naturalmente la complessità della mente umana, una psicologia che per entrambi spesso sconfina nella patologia. E pur nella crudezza e nella aggressività dei suoi comportamenti sotto l'effetto dell'alcol è difficile immaginare un Barzagnino totalmente privo di turbamenti e di angosce. 

  64. È improbabile che fra le sue credenziali il candidato Barzagnino presenti alla comunità di Sopraponti ciò che oggi chiameremmo il suo estratto del casellario giudiziario, o che il popolo dei fedeli ne disponga. Ammesso poi che a quel tempo uno schedario dei provvedimenti giudiziari nei confronti del clero esista e soprattutto sia accessibile: la riservatezza sulle trasgressioni del clero è un vero e proprio principio, un modus operandi codificato e rigorosamente applicato delle gerarchie ecclesiastiche (v. [MANCINO-ROMEO], p. 98). 

  65. Sugli effetti dell'isolamento e della frequentazione pressoché sistematica e quasi "necessaria" dell'osteria da parte dei curati di Sopraponti si vedano le considerazioni di una fonte non sospetta come [MOLINARO]. Da parte nostra non si tratta tuttavia di criminalizzare tutti i parroci e ogni singolo bicchier di vino: al contrario, è da disapprovare e biasimare la nomina in Carnia − in realtà ovunque, a maggior ragione nella difficile Carnia e ancor più nella remota Sopraponti − di preti con una già nota inclinazione all'ubriachezza e alla violenza come Domenico Barzagnino. 

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