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Un hors d’œuvre alla collinotta: spigolature toponomastiche

Tanto nella toponomastica ufficiale quanto nel linguaggio italiano corrente (ma anche nel friulano), il toponimo “Collina” identifica univocamente la sola frazione del comune di Forni Avoltri sita oltre il rio Collinetta. Contiguità etimologica e geografica a parte, niente da spartire quindi con Collinetta, frazione al di qua dello stesso rio. Due nomi, due frazioni.

Da quasi mille anni, ovvero da sempre, per i locali non è così (e per 800 anni così non fu neppure per la toponomastica ufficiale), e l'uso del toponimo che da essi viene fatto nel linguaggio corrente è rivelatore di una storia (o Storia) diversa, rimossa nel XIX secolo da un semplice tratto di penna di qualche oscuro burocrate durante l'amministrazione francese.

Nella parlata locale (in culinòt), Culìno-Collina indica sempre e solo, univocamente e senza alcuna eccezione, l'insieme delle due ville, Culìno Grando e Culìno Pìçulo. Questa denominazione ha antiche e profonde radici (e ragioni) storiche, religiose, civili e amministrative. Un solo campanile, un cimitero, una vicinia, un meriga, una comunità, un solo nome verso l’esterno e “ufficiale”: Culìno-Collina.

A tal punto, in tutta evidenza la suddivisione fra Pìçulo e Grando risponde ad un'esigenza di precisione più propria dei Collinotti stessi (v. il lemma Viculìno, s.v. Culìno) che del vescovo, del podestà, dell’ufficio delle imposte o del distretto militare.

L'infelice introduzione di “Collina” e “Collinetta” per i due borghi (nella traduzione in friulano dal secondo – già brutto di suo – scaturisce un orribile Culinète) fu opera di forse beata ma certamente crassa ignoranza. Opera che con ogni probabilità resterà per i secoli a venire irreversibilmente scolpita su cartelli stradali e carte geografiche: comprese, ahinoi, anche le mappe cui si fa riferimento in questo stesso lavoro. Il fatto che in giro per il Bel Paese si sia visto e ancora si veda di peggio non ci esime dallo stigmatizzare anche questa bruttura, tanto inutile quanto gratuita.

Lasciandoci alle spalle gli obbrobri burocratici, proviamo ora a gettare un'occhiata a ritroso nel tempo, alle origini, a quando il popolo abitante questo luogo (o qualcuno per esso) decise di chiamarlo… Culìno.

Le interpretazioni etimologiche (poche davvero) sin qui avanzate circa la genesi del toponimo Culìno non appaiono del tutto convincenti. Tanto l’origine asseritamente evidente (Collina = collina) che una radice diretta nel latino collis = monte, analogamente a quanto proposto per Cogliàns, non sembrano sposarsi con il territorio, con la sua morfologia, con le caratteristiche ambientali e tutto quanto di concretamente connesso alla nascita del toponimo si possa congetturare. Neppure la statistica.

Perché dunque non arrischiare, in un'opera interamente dedicata alla toponomastica di Collina, una qualche etimologia alternativa a quelle rare e poco persuasive sin qui avanzate per Collina (con l'italica appendice Collinetta) e Coglians?

Detto, fatto! Dalla precedente astensione (o quasi), in sede di revisione di questo lavoro si è provveduto anche a questo...


  1. Questo lavoro ha molte pretese, forse troppe per chi se ne è – forse incautamente – fatto carico. Non ha però pretese di scientificità, e mi scuso fin d’ora con gli specialisti del settore per l’indebita invasione di campo. Se nel testo compaiono termini specialistici e citazioni apparentemente dotte, il (de)merito non è di chi scrive: una volta appreso il loro significato, i pochi termini specialistici semplificano scrittura e lettura, in quanto consentono l’uso di un solo termine in luogo di un lungo giro di parole. Quanto alle citazioni il merito è… dei citati e non di chi, davvero umilmente, li menziona. Gli stessi riferimenti al REW, e chiudo questa poco piacevole nota, hanno la funzione di sottolineare la stretta derivazione latina del friulano piuttosto che di validare l’etimologia proposta dei toponimi. 

  2. La parafrasi è dell’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters. Dopo la bellissima traduzione in italiano di Fernanda Pivano (e l’altrettanto splendida versione musicale di Fabrizio de André in Non al denaro, non all’amore, né al cielo, senza dimenticare Dal pruc di Giorgio Ferigo) chissà che, un giorno o l’altro, qualcuno non si arrischi a volgere l’Antologia pure in culinòt… 

  3. La parcella dell'azzeccagarbugli di turno non ci è nota. È però dimostrato che temporibus illis i Collinotti ricorrevano con impressionante frequenza – tanto individualmente quanto collettivamente – ai ben remunerati servigi di notai, avvocati, procuratori e periti in occasione di liti e contenziosi con chicchessia: padri contro figli, mogli contro mariti, creditori, debitori, vicinia e mansionario e curato si contendevano affitti, terreni, mobili, immobili, confini, eredità e qualsiasi cosa adombrasse l'idea di diritto, di proprietà e di valore. Per tutti, i due plurisecolari contenziosi che opposero l'uno Collina al curato di Sopraponti, e l'altro Collina a Givigliana. 

  4. Si tranquillizzi il lettore. Il linguaggio in questo libro non è sempre così aulico e al limite della comprensibilità. In particolare, in questo caso ho solo giocosamente cercato di emulare il nostro avvocato, con riuscita temo modesta. Per la cronaca, la supplica dei Collinotti al Patriarca non sortì risultato alcuno, vista la ferma opposizione del curato di Sopraponti. Gli agognati benefici furono concessi solo nel 1771, in occasione della visita del legato vescovile. Ma il successo fu tutt’altro che agevole: il contrasto con il curato-oppositore fu ancora lungo e assai aspro, come si vedrà più avanti. 

  5. Con il trascorrere dei secoli e il mutare dei commentatori il giudizio si trasforma radicalmente, al punto che la "scoscese situazione" diviene di volta in volta "conca di incomparabile bellezza", "bellezze naturali risaltanti" e "conca alpina veramente stupenda". Mi sembra di poter dire che, spoglie dell'enfasi che le accompagna tutte, dalla prima all’ultima, le definizioni antiche e moderne possano tranquillamente e fruttuosamente coesistere pur nella loro apparente contraddittorietà. 

  6. Ad affrontare questi argomenti – il territorio, le vie di comunicazione, il paesello abbarbicato sui monti… – il rischio di ripetersi, e per di più in maniera oleografica, è decisamente elevato: oppure, e non c’è poi gran differenza, si corre il rischio di ripetere cose già dette da altri. Evenienza, quella della ripetizione poco piacevole e ancor meno desiderata. Tutto già detto, dunque? Correremo il rischio della ripetizione, stuzzicando l'attenzione del lettore con l'inframmezzare l'inevitabile "già detto" con qualche novità (o antichità, che spesso e volentieri significa la stessa cosa…). 

  7. Precursore del rio Fulìn è il rio Morareto, che a valle della confluenza del rio Collinetta assume per l’appunto la denominazione di rio Fulìn. 

  8. Al contrario di quanto comunemente si ritiene, il confine con il comune di Rigolato non segue interamente lo spartiacque fra Fulìn e Degano lungo la dorsale che dal m. Cròstis scende al Degano stesso. Alla Forcella Bioichia il confine scende direttamente al sottostante rio Plumbs per poi risalirne interamente il corso, e infine raggiungere il crinale m. Cròstis-m. Florìz-Forcella Morareto 50 m a S della Forcella Plumbs. 

  9. Tutte le denominazioni riportate in questo preambolo sono riferite alla Toponomastica Ufficiale, e non alla toponomastica orale locale. Come spesso accade, le differenze sono considerevoli, anche quando la TU riprende toponimi in lingua o presunti tali. 

  10. Mentre la valle si sviluppa in direzione E-O, il passo Volaia è orientato in direzione N-S. In virtù di ciò i venti settentrionali non battono la valle, ma solo una parte del versante boscoso a S della valle. 

  11. Nei dintorni degli abitati e lungo le strade principali non è raro trovare addensamenti di flora altrimenti poco diffusa sul territorio, ad es. piante a foglia caduca come frassini, aceri, sorbi e consimili, altrove non particolarmente diffuse. 

  12. Il “prato spontaneo” è figlio di un duplice eufemismo. Eufemismo 1: un tempo (diciamo 1000 anni addietro?) quassù regnava ovunque la foresta, dal che la spontaneità del prato risulta notevolmente appannata. Eufemismo 2: il termine corretto sarebbe “prato inselvatichito”, in quanto figlio del totale abbandono dei coltivi prima, e dello sfalcio poi. 

  13. Maggiori dettagli circa le specifiche coltivazioni succedutesi nel tempo si ritrovano nel capitolo dedicato all’economia. 

  14. Anticipando alcuni contenuti di questa rivisitazione del territorio, segnalo l'uso dei nomi generici – appunto agâr e riù e val, e altri ancora – anche tal quali, da soli, in microtoponimi con identità e localizzazione ben precise. Nella decina di toponimi comprendenti il generico prât, vi sono tanto un Prât che un Prâts (peraltro geograficamente lontani fra loro). Negli altrettanto numerosi toponimi composti con ruvîš, troviamo parimenti un de Ruvîš e un a Ruvîs, e altrettanto vale per plan, runc, riù e altri ancora. A prima vista parrebbe una sorta di antonomasia, a indicare il prato per eccellenza, il piano più pianeggiante, e così via. Nella pratica, vissuta con le conoscenze e con gli occhi di oggi, non è così. Una volta di più appare in tutta la sua evidenza (se mai ve ne fosse bisogno…) la necessità, ai fini di una corretta ricostruzione etimologica, di una minuziosa e quasi esasperata analisi del territorio sotto ogni profilo (geologico, antropologico, sociologico, storico, linguistico, cronologico e quant’altro), pena… terribili cantonate! Cantonate che va da sé, vista la esigente premessa: e poi sappiamo di quale piede andiamo zoppi… qui certo non mancheranno, ma faremo un po’ come i cantori della famosa villotta: Perdonainus, compatînus se cjantâ non vin savût: tornarin doman di sere, cjantarin a vuestri mût… 

  15. Uniche eccezioni a questa regola altrimenti ferrea sembrano essere i generici fiori dei Flurîts, i mirtilli di Morarìot, e i cardi/cirsi di Gjarsìot

  16. Naturalmente le colloca in valle e in mont ma, per molteplici ragioni, non sulle vette dove invece oggi abbondano. E si può immaginare come per il contadino-boscaiolo-pastore quei “moderni” cristi e madonne affollati lassù, lontano dal lavoro e dalla fatica, sapessero di apocrifo. 

  17. Dibànt=inutilmente, per nulla. 

  18. Piccolo(?) problema semantico, ovvero quando si dice la distanza tra forma e sostanza. Nella realtà le vie di cui si tratta lungamente in questo capitolo sono assai più di "fuga" che non di "accesso". Fino a tutto il 1800 e oltre, per le vecchie vie fra i monti transitano i cramârs verso il lavoro stagionale in mezza Europa. Nel 1900, per le nuove vie verso valle passano gli emigranti verso l’Italia e il mondo, in un viaggio senza ritorno. Nel periodo 1600-2000, il saldo netto fra "chi viene" e "chi va" è nettamente a favore degli emigranti (c'era forse da dubitarne?) per un valore di circa 1000 unità: lungo le cosiddette "vie d'accesso", ogni anno e per 400 anni 2,5 individui se ne sono andati per non fare più ritorno. 

  19. Ad evitare malintesi, e per nostra stessa memoria, ricorderemo che una via di comunicazione degna di questo nome deve rispondere a requisiti abbastanza precisi: transitabilità in ogni stagione dell’anno, possibilità di movimento quantitativo di merci e di persone, velocità di transito non penalizzante e comunque ragionevolmente commisurata ai tempi e ai ritmi dell'umana esistenza. Un'idea di viabilità, questa, certamente mutevole nel tempo e nello spazio, ma – almeno intuitivamente – ben definita e comprensibile. Fino alla metà del XX secolo, ovvero alla fine dell'attività agro-pastorale, il mezzo di trasporto di gran lunga più utilizzato a Collina – dopo, beninteso, la donna con gerla – è la slitta. Trainate (o piuttosto trattenute, lungo le ripide discese che scendono di mont) a braccia, estate e inverno, le slitte si muovono lungo le cosiddette strados des ùolğos, le “strade delle slitte”. Sui pattini, le slitte portano le catene anche d’estate, a frenare l’impeto che travolgerebbe uomini e animali: di qui i profondi solchi delle strados des ùolğos di cui i ripidi pendii della valle portano ancora oggi le cicatrici. 

  20. Si fa certa e Publica Fede, per l’Officio di questa Cancellaria, che nel giorno 8 Novembre dell’Anno 1787 fu dal Vice Meriga della Villa di Collina di questa Giurisdizione, Pietro qu. Giorgio Tomasin, ebbe a denonziare in questo istesso Officio qualmente la Sera innanzi fu ritrovata accidentalmente morta la questuante Madalena, Moglie relitta del qu. Bortolo Longo di detta Villa, per essere precipitata nel passaggio che fece tra la detta Villa di Colina e la Villa di Rigolato, ove esiste un trozzo precipitoso. In fede ecc. In quorum ecc. Dall’Offizio della Cancelleria di Tolmezzo, e provincia della Carnia, li 7 Gennaro 1800. Filippo Bartolini Cancelliere.” L’originale di questo documento, che mi è pervenuto solo in copia, è archiviato in luogo a me sconosciuto. 

  21. Agli albori del XXI secolo, l’isolamento culturale – ancor prima che materiale – di pochi ha portato, in rapida e straordinaria successione, al progetto e alla scellerata costruzione di una ampia strada carrozzabile lungo questo stesso percorso. Terminata la costruzione della strada, solo la temporanea mancanza di fondi (altrui) ne ha rinviato l’asfaltatura. Se in prospettiva la stolta opera si propone come un altro dei numerosi elementi di suicidio turistico/ambientale perpetrati con successo in questi luoghi, già nell’immediato esso si configura come opera inutile, delitto ambientale e sperpero di pubblico denaro. Il tutto contrabbandato per volontà popolare. Quos deus perdere vult, prius dementat. E così sia. 

  22. L'affermazione è intenzionalmente ambivalente, poiché il ventesimo secolo porta anche le strade lungo le quali si avvieranno sempre più nutrite schiere di emigranti. Non più i cramârs che utilizzavano la via del Ğùof per unirsi ai compagni di ventura di Cercivento, e con essi scendere la Valcalda per poi risalire a Monte Croce, o che da Collina si avviavano direttamente alla meta attraverso Volaia o Plumbs. Questi emigranti non vanno più a piedi alla meta, come un tempo i cramârs: questi vanno a Rigolato oppure a Comeglians a prendere prima la corriera e poi il treno. Ê il primo passaggio di un viaggio spesso senza ritorno, autentico export di Collina – e di tutta la Carnia e di tutta la montagna, a ben vedere – in una sorta di confusione merce/uomo a saldo di una bilancia commerciale in perpetuo passivo (affermazione, quest'ultima, che non risponde numericamente alla realtà, ma che tuttavia vi si avvicina abbastanza da poterla considerare corretta). 

  23. La minuziosa descrizione dell’antico percorso da Collina alla parrocchiale di Frassenetto, frutto della perizia effettuata nel 1769 da Antonio Pascoli, “Pubblico Perito nella Villa di Colza del Quartiere di Socchieve in Cargna”, è riportata integralmente in appendice, insieme a numerosi rimandi alla parte analitica. 

  24. La cura di Sopraponti, così detta – Sorepuìnz – perché situata a monte dei ponti sul Degano, fu istituita verso la metà del XIV secolo a comprendere l’intero territorio dell’attuale comune di Forni Avoltri e le relative frazioni. La chiesa parrocchiale, dedicata a san Giovanni Battista, è posta nella frazione di Frassenetto. Per una disamina della nascita delle pievi e parrocchie in Carnia si veda Flavia De Vitt, Pievi e Parrocchie della Carnia nel tardo Medioevo (secc. XIII-XV), Società Filologica Friulana-Ed. Aquileia, Tolmezzo 1983. 

  25. In realtà la “grana” non fu piantata dai soli Collinotti. Qui di seguito si tratta in dettaglio della durissima contrapposizione fra la villa di Collina e i curati di Sopraponti: tuttavia, identica controversia contrappose i curati anche alle ville di Forni e Avoltri, che avanzavano analoghe pretese nei confronti della parrocchiale. 

  26. Una trascrizione meno letterale si trova in Mo74. 

  27. Nella seconda metà del XVII secolo, l’Ufficio della Cancelleria di Tolmezzo registra un considerevole numero di testimonianze giurate, relative a incidenti di varia natura occorsi alla Ruvîš. Dalla caduta di donne gravide risoltesi con un semplice (!) spavento, alla morte per caduta di pietre, vi si trova davvero di tutto. In un arco temporale di sei secoli (l’intervallo di tempo nel quale i Collinotti furono obbligati a recarsi a Frassenetto per la messa e i sacramenti), gli accidenti di qualsiasi natura ed esito, direttamente o indirettamente da attribuirsi alla Ruvîš possono attendibilmente essere stimati in centinaia, con decine di morti. Vittime privilegiate – se così si può dire – furono gli infanti, spesso neonati condotti al battesimo: costretti ad attraversare la frana con qualsiasi condizione di tempo, soprattutto d’inverno i piccoli morivano di freddo, talvolta prima di raggiungere la chiesa o sulla porta di questa. Avanti le porte (chiuse) del Cielo, insomma. Forse sarebbe il caso di spendere qualche parola su chi, ostinatamente e per secoli, per mera avidità di potere (e soprattutto di denaro), tenne ben strette le chiavi di quelle porte, conclamatamente venendo meno alla propria missione di pastore d’anime. Storia e documenti insegnano e dimostrano ampiamente quanto i Collinotti fossero litigiosi: ma sono proprio i documenti a dimostrare come, nella lunghissima querelle con i parroci di Sopraponti, i Collinotti avessero sacrosanta ragione e i parroci, timorosi di perdere 12 soldi a battesimo (oltre, beninteso, a tutto il resto) indubitabilmente e colpevolmente torto. 

  28. Mo69. 

  29. Sul territorio le strados des ùolğos sono ancora oggi (e saranno ancora a lungo) un segno profondo della civiltà contadina. Profondo in senso anche letterale, giacché in alcuni tratti letteralmente si inabissano nel terreno a profondità di 3 metri e oltre. L’infossamento è dovuto al plurisecolare passaggio delle slitte cariche del fieno che scendeva di mont, ai cui pattini – non diversamente dalle ruote delle auto – erano applicate le catene per rallentarne la corsa verso il basso. Le catene agivano da freno “mordendo” il terreno, progressivamente asportandone lo strato superficiale: l’opera di scavo è stata poi accentuata dei cospicui fenomeni di ruscellazione in occasione di precipitazioni particolarmente abbondanti. La dimensione del fenomeno dell’infossamento delle strados des ùolğos è ancora oggi perfettamente visibile lungo le tre principali direttrici che scendono dai prati di Temós, di Ğùof, e di Cjalgjadùor. In particolare quest’ultima è visibile in località Cjamavùor, poche decine di metri sopra l’abitato di CP, a 5 minuti di cammino. 

  30. È detto odonimo il nome proprio assegnato a una via, a una piazza, ecc. L’insieme degli odonimi costituisce l’odonomastica. 

  31. Procedendo per categorie economiche, Collina è insediamento ad economia primaria (agro-silvicola), mentre gli altri sono ad economia secondaria (artigianato o, in qualche caso, industria: per tutti, la lavorazione del legno e la tessitura) o terziaria (servizi). Vale, naturalmente, il principio della prevalenza: un'attività non esclude l'altra, ma risulta comunque preponderante. 

  32. Più d’uno fece fortuna emigrando, ma nessuno tornò ricco – vivo – a Collina. Di alcuni si ebbe il segno della prosperità e della munificenza, come nel caso del lascito per la Mansioneria di Collina, di altri ritornò la fama di mercanti e imprenditori, di nessuno si vide la ricchezza vissuta. 

  33. Lo stesso Gortani, a proposito di Collina, ne fece menzione nel rifacimento della Guida della Carnia di Giovanni Marinelli: “benché la vegetazione sia rigogliosa, il clima non permette che la coltura del frumento, della segale, dell’orzo, della patata, dei cappucci e della canapa…” (Mn573). Tuttavia, anche da parte degli anziani (persone nate negli ultimi decenni del 1800) già negli anni ’60 del secolo scorso non si aveva memoria alcuna di frumento lassù. 

  34. La proprietà comune non si limitava al solo bosco, comprendendo numerosi e vasti terreni (molti dei quali indivisi fino al 1880), pascoli e malghe. 

  35. L’aspetto ludico come elemento esclusivo o anche solo prevalente dell’attività venatoria è circoscritto all’ultimo secolo, o forse meno. Prima di allora, anche quassù la caccia aveva lo scopo di mettere in tavola un poco di carne in più, integrando una dieta non particolarmente ricca in questo senso. 

  36. Aa11-14 e più recentemente Ab16-19. 

  37. Aa23 e segg. 

  38. Si definisce prediale un nome di luogo costituito da un gentilizio, generalmente del proprietario del fondo, con un suffisso di appartenenza (ad es. il lat. -acu(s)). 

  39. E dirò ancora, seppure brevemente. A stretto rigor di termini, la comparazione dovrebbe essere fra la parlata di Collina (e contermini) e le diverse varianti del friulano, giacché nei dialetti dell’alto Gorto si riconosce gran parte degli elementi del friulano nativo quale si è venuto formando nel basso medioevo, caratteri progressivamente perduti dal basso friulano. È cosa risaputa (oltre che abbastanza intuibile) che gli elementi primitivi e caratteristici della lingua friulana sono meglio preservati mano a mano che ci si allontana dall’area della parlata oggi dominante, più esposta di altre alla contaminazione di influenze alloglotte, in particolare venete prima, e italiane poi. Il prolungato isolamento di Collina, anche rispetto ai paesi vicini, ha favorito la conservazione di un linguaggio antico di cui il femminile in “o” (peraltro comune a tutto l’alto Gorto) e l’articolo maschile “lu” non sono che gli elementi più noti in tutta la furlanìa. Per una efficacissima ed esaustiva analisi della parlata di Collina, si veda Giuseppe Scarbolo, Il dialetto di Collina, Tesi di laurea presso l’Università degli Studi di Padova, Relatore prof. Carlo Tagliavini, 1947. 

  40. Rotolo del cameraro di s. Michele di Collina, 1595-1605, APC. 

  41. Sulle ipotesi circa le possibili motivazioni alla base dell’insediamento di Collina si è diffusamente trattato in AP. 

 

 

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